Sette erano i giorni dedicati a festeggiare gli sposi come pare che

risulti dalle parole di Labano a Giacobbe, dalla storia di Sansone, e

dall’uso costantemente mantenutosi sino ai giorni nostri. E non erano i

soli parenti ed amici che partecipavano alla loro letizia, ma lo Stato

medesimo prendeva sensibile interesse alle gioie degli sposi; poichè

Mosè ordinò: «che qualunque novello sposo non fosse soggetto alla leva

nè venisse sottoposto a verun carico pubblico per un anno intiero; onde

se ne stesse a casa sua occupato a rallegrare la moglie che prese».

Il vocabolo _pileghesc_, che si trova tanto spesso nella scrittura,

viene tradotto in italiano impropriamente per _concubina_ poichè il suo

valore è tutt’altro. La _pileghesc_ era moglie legittima ma inferiore

alla padrona di casa. Ciò che la distingueva dall’_Hissà_ (moglie), era

la non celebrazione a di lei riguardo delle cerimonie di sposalizio.

§ 2.—_Levirato._

Il levirato, _Jibum_, è una legge in forza della quale il fratello

doveva sposare la vedova del fratello rimasta tale senza prole;

attribuire legalmente al defunto il primogenito dei figli che avrebbe

procreato da quella donna, e trasmettergli la eredità dello stesso³⁷.

Questa legge era antichissima poichè noi la troviamo già praticata da

Giuda in favore di Thamar sua nuora. Mosè adottandola non ingiunse che

venisse applicata inesorabilmente in tutti i casi.

³⁷ «Onde non venga cancellato il nome suo in Israele» dice il testo:

ciò che prova che esistevano fra gli ebrei tavole genealogiche

nelle quali s’inscrivevano tutti i padri di famiglia. Un

regolamento particolare esentava il re dal dovere del levirato onde

non esporlo alle umilianti conseguenze del rifiuto. Il sommo

pontefice ne era escluso di diritto essendogli per legge proibito

di sposare una vedova.

E ciò con molta ragione perchè se da un lato essa aveva per oggetto di

procurare uno stato alla vedova, di trasmettere ai posteri il nome di un

caro parente, di moltiplicare le famiglie e favorire l’accrescimento

della popolazione; non v’ha dubbio che dall’altro lato essa poteva

cagionare molestie ed inconvenienti: sia nuocendo alla libertà dei

maritaggi, sia danneggiando gli interessi delle famiglie. Fu per

quest’ultimo motivo appunto che Ruth venne rifiutata in moglie dal più

prossimo di lei parente. Mosè lasciò pertanto piena libertà al cognato

di rifiutarsi di contrarre tal legame, ma lo sottomise alla seguente

cerimonia.

La donna presentavasi agli anziani della città ed esponeva loro il

rifiuto avuto dal cognato colle seguenti parole: «Il mio cognato ricusa

di far risorgere in Israele il nome di suo fratello, egli non vuole

compiere verso di me il dovere di cognato». Gli anziani facevano venire

quell’uomo alla loro presenza, e lo consigliavano ad adempiere al suo

dovere, ma se egli persisteva nel suo rifiuto e ripeteva: «Non voglio

pigliarla»; allora la sua cognata gli si appressava e in presenza degli

anziani e di molti assistenti, gli levava la scarpa dal piede, gli

sputava in faccia e gli diceva: «Così si fa all’uomo che non vuole

edificare la casa del proprio fratello³⁸». Ed egli veniva chiamato in

Israele: «La famiglia dello scalzato³⁹».

³⁸ Per farsi un’idea giusta di quest’atto che a molti parrà strano e

spregevole, bisogna considerare che esso veniva compiuto da una

donna che oltre all’affronto personale che riceveva con tale

rifiuto, vedevasi tolta per esso la protezione e l’appoggio del

fratello del proprio marito, vale a dire di colui che la natura e

la legge avevano designato per primo suo amico e difensore.

³⁹ Opinano taluni commentatori, che l’uomo che si rifiutava a sposare

la cognata e quindi a perpetuare il nome del fratello, perdeva il

diritto di perpetuare il suo, che più non compariva nei registri: e

la sua discendenza portava il nome non di famiglia del tale, ma sì

di famiglia d’un anonimo, nota soltanto sotto l’ignominioso nome

di: «scalzato».

Naturalmente si redigeva un atto col quale la donna era dichiarata

libera di sposarsi ad altro uomo. Il Talmud ci trasmise copia di tale

atto che noi non accenniamo per la sua lieve importanza.

§ 3.—_Moglie sospetta._

Dissero i nostri dottori: «L’adulterio genera la maledizione ai padri.

La donna infedele allo sposo mentisce a lui e mentisce a Dio; perchè è

il Signore che ha accolto il suo giuramento e le fa legge di

osservarlo».

Per quanto Mosè non abbia trascurato veruna occasione per raccomandare

la illibatezza dei costumi; per quanto egli ne abbia promossa la

realizzazione con prescrizioni eccellenti; cionullameno ben prevedendo

che non sarebbero bastate le persuasioni per impedire il mal fare per

quelle perverse nature che non difettano mai, neanche nelle società le

meglio ordinate, fece pure appello al rigore statuendo la morte per pena

dell’adulterio. Ma come pur troppo può succedere che certe nature

sospettose si lascino acciecare dalla passione, e sognino il male ove

esso non esiste veramente; per questo Mosè nell’intendimento di

sottrarre la moglie sospetta dall’ira del marito, la sottopose ad un

rito che può appellarsi _giudizio di Dio_, poichè a lui solo _scrutatore

delle reni e dei cuori_, se ne lasciava appunto la decisione.

Ed ecco in che consisteva questo rito.

La donna sospetta veniva condotta dal proprio marito al cospetto del

sacerdote con un’offerta detta di _Gelosia_, e nella quale non mettevasi

nè olio nè incenso come usavasi per le altre offerte. Il sacerdote

poneva tale offerta tra le mani della donna: quindi dopo di avere preso

in una delle sue proprie mani un vaso di terra con entro dell’acqua

consacrata, rivolgeva la parola alla donna stessa e le presagiva i mali

orribili che le avrebbe causata quell’acqua, qualora essa si fosse

trovata colpevole. Scriveva in un _Sefer_ (libro) tali sue

dichiarazioni, le cancellava nell’acqua⁴⁰, e poscia porgeva quell’acqua

alla donna affinchè la bevesse.

⁴⁰ Vedete, dissero i dottori, quanto torni cara a Dio la concordia

domestica, che per ricondurla in una famiglia permise che il

santissimo suo nome fosse cancellato nell’acqua.

Lo scritto era del seguente tenore: «Se tu sei innocente e pura della

colpa che si sospetta in te, sarai esente della malefica virtù di

quest’acqua amara e maledetta; ma se invece sei colpevole, e tradisti la

fede giurata a tuo marito, Iddio farà sì ch’essa ti apporti una morte

pronta e crudele e la tua memoria resterà ignominiosa frammezzo al tuo

popolo». La donna era obbligata a rispondere: «Amen, amen».

I talmudisti riferiscono che quest’uso venne abolito alcuni anni prima

della distruzione del Tempio: poichè posta in dimenticanza la legge di

Dio, corrotti i costumi e fattosi comune l’adulterio fra gli stessi

mariti, Iddio aveva privato d’efficacia una simile prova.

§ 4.—_Divorzio._

«Allorquando il consorzio coniugale è ordinato, concorde e puro la

divinità aleggia su di esso, se no se ne diparte lasciandovi lo spirito

del male ad esercitare la sua triste influenza»⁴¹. Come nell’ordine

fisico gli uomini diversificano l’uno dall’altro per la Conformazione

delle membra e per la regolarità e venustà della loro disposizione,

altrettanto avviene nell’ordine morale: differenziando essi l’uno

dall’altro per istinti, per indole, per passioni, per coltura

dell’ingegno e per la sensibilità dell’animo. Supponendo ora l’unione di

due persone di sesso diverso e dotate di un carattere morale totalmente

opposto, è cosa naturale la persuasione che si andrebbe incontro a

tristi conseguenze, la minore delle quali consisterebbe nella infelicità

di entrambi i coniugi, nel volerli tenere avvinti con un nodo

indissolubile.

⁴¹ Sotà, cap. 2.

E fu appunto la possibilità, pur troppo, non rara di tale eventualità

che consigliò a Mosè la instituzione del divorzio⁴². Secondo la legge

era il marito solo che aveva il diritto di dare il divorzio alla moglie

qualora avesse trovato in essa qualche _ervath davar_ (qualcosa di

sconcio)⁴³. Era però permesso alla moglie di citare innanzi ai tribunali

il marito qualora esso avesse mancato a qualche clausola del contratto

matrimoniale; e dopo parecchie rimostranze persistendo esso nella sua

sleale condotta verso la moglie, questa veniva dichiarata ripudiata di

fatto e libera di sposarsi ad altr’uomo.

⁴² Il divorzio non viene ammesso dalle nazioni cattoliche perchè

contrario ai loro principii religiosi. Vi fu solo introdotta _la

separazione dei coniugi_. Non è nostra intenzione l’enumerare gli

inconvenienti di tutt’altra specie, ma a parer nostro senza dubbio

maggiori, che presenta questa legge su quella mosaica. Ci

limiteremo solo a constatare che non solamente vi furono altravolta

autorevoli giureconsulti e scrittori di vaglia che propugnarono la

instituzione del Divorzio; ma che progetti di legge furono

presentati in questi ultimi tempi alle assemblee nazionali di

Francia e di Italia a tale scopo: e che in ambidue i paesi si

tengono pubbliche conferenze per dimostrare che colla sua adozione

non solamente sarebbero resi alla felicità molti sventurati, ma che

sarebbe ridotto d’assai il contingente delle prigioni e dei bagni.

⁴³ È probabilissimo che nella mente di Mosè l’espressione _ervath

davar_ stesse per qualificare l’adulterio. Certo nei tempi

posteriori quando la religione, e con essa, la virtù perdettero

d’efficacia e la licenza ebbe il sopravvento nel popolo, il

divorzio prese maggior estensione. Si fu allora che le due scuole

di Hillel e di Sciammaï disputavano sui motivi che potevano

legittimare tale atto, patteggiando la prima anche per motivi meno

gravi. Dobbiamo però affrettarci a soggiungere, che erano tanto

complicate e minuziose le formalità che si richiedevano per

quest’atto: erano tali i consigli che il magistrato era in dovere

di porgere all’offeso marito, da disporlo sicuramente a più miti

pensieri ove non fosse stato indotto a tal passo da motivi

seriissimi, o da invincibile incompatibilità fisica o morale.

Pei due seguenti casi particolari il marito perdeva il diritto di

ripudiare la moglie: 1º In caso di seduzione della sua propria moglie

prima delle nozze; 2º Se dopo sposata l’avesse calunniosamente accusata

d’impudicizia innanzi ai tribunali, o sottoposta alla prova delle acque

amare. Nonostante il divorzio il marito poteva riconciliarsi colla

moglie e riprenderla, semprechè essa non fosse passata ad altre nozze.

Riguardo all’atto stesso del ripudio Mosè si limita a dire: «e scriverà

a lei una carta di ripudio e gliela consegnerà in propria mano, e la

manderà via di casa sua». I nostri Rabbini ci tramandarono la formula di

tale carta di ripudio e concepita nei seguenti termini:

«Il giorno... della settimana... del mese... dell’anno... dalla

creazione del mondo, in questa città... posta sul fiume... io... così

chiamato figlio di... di mia propria volontà e senza esservi costretto

in nissun modo, ho voluto rimandare e rimando te... figlia di... già mia

moglie, e ti permetto di andare ove ti piacerà, di contrarre matrimonio

con qualunque altro uomo senza che veruno possa impedirlo. In fede del

che le ho rimesso la presente lettera di ripudio, polizza di rimando,

certificato di divorzio secondo la legge di Mosè e d’Israele».

————

THAMUZ (_giugno-luglio_)

Verso la metà di questo mese cominciano i giorni nefasti ad Israele. Sei

sono i digiuni stabiliti nel corso dell’anno. Quello della espiazione

_chipur_ l’unico comandato da Mosè; quello di Ester il giorno precedente

a Purim, istituito in commemorazione del digiuno raccomandato da quella

Regina agli Ebrei di Susa, onde implorare da Dio la sua protezione prima

di esporsi al pericolo di morte, presentandosi non chiamata ad Assuero;

e quattro ordinati dai Profeti.

Il primo di questi quattro digiuni per ordine di tempo è quello che

accade il giorno 17º di questo mese. In origine esso si faceva ai 9 di

questo stesso mese, per commemorare il triste avvenimento della breccia

aperta nelle mura di Gerusalemme, dalle armi di Nabucodonosorre re

dell’Assiria; ma fu posteriormente trasportato ai 17 sia per commemorare

l’altra breccia che in tale giorno fu aperta nelle medesime mura dai

Romani, i quali in tale congiuntura si impadronirono della parte bassa

della santa città; e sia per commemorare altri quattro luttuosi

avvenimenti che si credono successi in tale giorno. Questo avvenimento

fu il triste preludio della caduta di Gerusalemme, e dello sfacelo della

politica esistenza della nazione di Israele che non tardò a verificarsi,

e di cui tratteremo diffusamente nel mese venturo: e il principio per la

nostra sventurata nazione di quella lunga serie di mali non ancora

chiusa, pur troppo, in certe contrade dopo oltre 18 secoli.

§ 5.—_Fanciulli_.

L’onore attribuito alla fecondità e l’obbrobrio di cui erano coperti

nell’opinione nazionale il celibato e la sterilità, influivano assai

sull’accrescimento della popolazione degli Ebrei. La tradizione poi

colle sue speranze e le sue promesse tendeva come le loro instituzioni a

produrre questo effetto. La posterità di Abramo doveva essere numerosa

come le stelle del cielo e come l’arena del mare; e nella benedizione

del padre non mancava mai l’augurio di numerosa prole. «Non sarà in te

nè uomo nè donna sterile, dice Mosè al popolo d’Israele, fra le promesse

di premii, che fa loro per l’osservanza delle leggi di Dio». Era

pertanto naturale che una famiglia numerosa fosse tenuta quale benefizio

e benedizione di Dio ed un titolo di gloria in Israele, come la

privazione di prole un castigo celeste ed una vergogna. «Oh dammi dei

figli, esclama con amarezza la dolente Rachele a suo marito, altrimenti

io mi muoio». E quando finalmente Dio esaudì le sue supplicazioni e le

concesse il figlio tanto ardentemente desiderato, ella lo chiamò

Giuseppe (aggiungerà), pregando Dio che gliene volesse concedere un

secondo. «Oh questa volta io debbo ringraziare e lodare Iddio che mi

concesse un quarto figliuolo», diceva lietissima la sua sorella Lia. E

la povera Anna? Benchè teneramente amata dal marito, noi la troviamo ai

piedi dell’altare di Dio supplicandolo a toglierla all’onta della

sterilità, e promettendo di consacrare al suo servizio il figlio che

sarebbe per concederle. E tanto profonda era l’amarezza del suo cuore, e

così assorta essa era nel pregare da rimanere insensibile a quanto la

circondava; sicchè il vecchio Elì ingannato la rampognava qualificandola

ebbra.

«La moglie tua, dice Davide, sarà qual vite feconda nell’interno di tua

casa, i figli tuoi quali rampolli d’olivo intorno alla tua mensa. Così è

benedetto l’uomo temente Dio.... E tu vedi i figli dei figli tuoi, pace

su Israele».

§ 6—_Circoncisione._

In origine pare che fosse la madre quella che designava il nome del

figlio e che glielo si imponesse al momento della nascita. Così si

rileva da diversi passi della Genesi. Però in seguito il nome si

imponeva ai figli maschi all’atto della circoncisione, e si solennizzava

tal giorno con un banchetto e con altri segni di giubilo: costume che si

segue ancora oggigiorno ovunque.

Dio comandò ad Abramo di circoncidere ogni fanciullo maschio nel giorno

ottavo dopo la sua nascita. Pertanto, la circoncisione, specie di

suggello impresso sulla stessa nostra carne, era ed è destinata a

distinguere il popolo d’Israele da ogni altra nazione e a ricordargli

continuamente il patto conchiuso tra lui e Dio. Ma a questo motivo

principale bisogna aggiungerne altri di minor importanza, quali

sarebbero la preservazione di alcune malattie spesso mortali nei paesi

caldi.

Nulla determina la legge nè sul ministro, nè sullo strumento della

circoncisione. Zèfora moglie di Mosè, vedendo in pericolo la vita del

marito nel loro viaggio verso l’Egitto per la trascuranza⁴⁴ di tale

precetto, ella stessa circoncide suo figlio con una pietra affilata. Ed

è pure con un tale strumento che appena passato il Giordano, Giosuè fece

circoncidere tutti i maschi nati nei quarantanni che Israele errò nel

deserto e che non vennero circoncisi. Secondo il Talmud è il padre

stesso che dovrebbe circoncidere il figlio: ma richiedendosi per tale

operazione speciali cognizioni e perizia, per schivare quei pericoli che

potrebbero risultarne pel circonciso, essa viene praticata o da

chirurghi o da persone che vi si dedicano dopo fatti gli studi

necessari.

⁴⁴ Questa trascuranza non provenne sicuramente che dalla fretta di

Mosè di adempire al mandato che ebbe da Dio di portarsi da Faraone

o dal timore che il bambino avesse a correre qualche pericolo nel

viaggio.

Fra tutti i popoli antichi il padre poteva trasferire i diritti di

primogenitura, che erano immensi, su qualunque dei suoi figli. Mosè

tolse ai padri questo diritto che era indubitabilmente fonte di

ingiustizie, di discordie, e di delitti; e limitò il diritto del

primogenito a una doppia parte nella eredità paterna sui fratelli. Il

primogenito era pure l’erede presuntivo del trono paterno, quantunque la

legge lasciasse in facoltà del padre di destinare qualunque altro figlio

a suo successore.

§ 7.—_Educazione._

Gli studi dovevano avere per oggetto peculiarissimo la cognizione della

legge di Dio: che secondo il Legislatore era per Israele un titolo di

sapienza e di prudenza al cospetto delle nazioni, e la unica e

immancabile sorgente della sua materiale e morale grandezza e felicità.

I principi ed i grandi pare che avessero in casa maestri che educavano

ed istruivano i loro fanciulli sotto i loro proprii occhi. In origine

oltre alla legge di Dio, ai doveri e ai diritti del cittadino,

l’educazione tendeva probabilmente all’agricoltura e alla guardia del

gregge: ma coll’estendersi e prosperare del regno, i fanciulli venivano

generalmente pure istruiti nelle arti, nei mestieri e nelle scienze.

Nella Scrittura e nei libri posteriori non si scorge che vi fossero

Scuole propriamente dette, prima della dipendenza politica degli Ebrei

ai Romani (esclusa quella dei profeti che era diggià fiorente all’epoca

di Samuele); poichè il primo che ne abbia instituito fu il figlio di

Gamlà, la cui memoria ci fu perciò tramandata dai nostri dottori

fregiata dal titolo di benemerito dell’istruzione.

Prima d’allora era il padre stesso che impartiva l’istruzione religiosa

ai suoi figli, uniformandosi al precetto Mosaico che nel Semanh (che è

un sublime compendio delle verità della nostra Religione) costituisce il

padre maestro dei suoi figli: «Sulle cose ch’io ti comando oggi, dice

egli, ragionane ai figli tuoi nello stare in casa, nello andare per la

via, nel coricarti e nello alzarti».

Vi erano pure (nei sabbati) pubbliche accademie, ma il loro scopo era

unicamente quello di trattare materie religiose e morali pel bene dello

stato in generale.

L’educazione delle ragazze variava naturalmente secondo la condizione e

la qualità delle persone. Erano però anche esse istrutte nella legge e

nella letteratura, come ci attestano le ammirabili cantiche di Debora e

di Anna. Però venivano precipuamente ammaestrate in ogni cura domestica.

Quanto potente fosse il sentimento della dignità che la educazione

inspirava alle ragazze, e quale la purezza dei loro costumi possiamo

argomentarlo dalle parole che Thamàr figlia di Davide rivolge al

fratello Amnon che tentava di indurla a cosa disonesta: «Deh! o fratel

mio non farmi ingiuria che tali cose non s’usano in Israele. Deh! non

volere commettere una tale ignominia. Ove potrò io nascondere la mia

vergogna? E tu potrai soffrire di venir considerato tanto vile in

Israele?» Nè avrebbe potuto succedere diversamente quando la legge

ordinava che una donna maritata convinta d’impudicizia prima delle sue

nozze, venisse lapidata innanzi la porta della casa paterna per la

colpa, dice la legge, «di aver fatto cosa laida in Israele.» Quale

terribile minaccia si fa con tale disposizione alle ragazze, ma alle

madri specialmente onde agli ammaestramenti e agli esempi accoppiassero

un’indefessa ed oculata sorveglianza! Anche le ragazze di famiglie

agiate non isdegnavano di occuparsi in ogni sorta di lavori campestri;

poichè il Pentateuco ci rappresenta Rachele, Lia e le figlie di Ietro

conducenti le greggie al pascolo colle loro secchie sulle spalle.

§ 8.—_Schiavi._

«In niun luogo, dice uno scrittore cristiano, gli schiavi furono

trattati così umanamente come presso gli ebrei». In principio la virtù

dei patriarchi rese loro sempre sopportabile e dolce il dispotismo che

avevano sopra di essi; e poi Mosè si occupò con tanta sollecitudine

della sorte loro, che la saviezza dei suoi precetti doveva impedire

assolutamente anco ai supposti cattivi padroni di abusare del proprio

potere. La dolcezza delle disposizioni Mosaiche verso gli schiavi,

risplende meglio qualora noi ci facciamo a paragonarla all’inumanità

colla quale venivano trattati quegli infelici, non diremo in quei tempi

di universale ignoranza e barbarie, ma presso quei popoli che in tempi

più prossimi a noi levarono di sè tanta alta fama, vogliamo dire i Greci

ed i Romani. Presso costoro gli schiavi erano considerati meno dei

bruti, e col consenso della legge venivano massacrati per semplice

passatempo, dati pascolo alle fiere dei loro circhi, e gettati pascolo a

certi pesci carnivori, quali le murenne, che si allevavano in appositi

serbatoi, onde riescissero più graditi ai palati di quegli inumani

Sardanapali. È triste, e quasi ripugna il dirlo, ma è storia. Dame

romane dimentiche di ogni elementare principio di quella delicata bontà

che forma il più bel pregio del loro sesso, e divenute insensibili agli

strazii delle loro vittime; percuotevano a sangue le loro schiave per la

menoma negligenza usata nella disposizione della loro teletta: e i seni

di quelle sventurate servivano a ricettacolo degli aghi e degli spilli

dei loro lavori, o dei loro abbigliamenti! Ma lasciamo queste tetre

descrizioni che rattristano il cuore; e ritornando al nostro proposito,

esaminiamo alcune di quelle disposizioni.

La legge dichiarava reo di omicidio quel padrone che in seguito a

percosse causava la morte a un suo schiavo: e bastava il mutilarlo anche

di un dente o di un occhio solo perchè venisse dichiarato libero. Come

il padrone, lo schiavo fruiva del riposo sabbatico. Non solamente era

proibito di molestare o consegnare al padrone quello schiavo che per i

maltrattamenti sofferti fossesi indotto a ricoverarsi presso di loro in

cerca di un asilo, ma si doveva permettergli di prendere stanza in

quella città che sarebbe stata di suo piacimento.

E si noti che queste ordinazioni sono tutte relative agli schiavi non

ebrei, perchè riguardo a questi ultimi il nome di schiavi è affatto

improprio, poichè la loro condizione era tanto mite, tanti doveri di

umanità e di delicati riguardi erano imposti al padrone verso di loro,

da inspirare ai nostri dottori il seguente adagio: «Colui che si prende

un domestico, da a sè stesso un padrone».

Esaminata partitamente la costituzione della famiglia ebraica, ci piace

aggiungere alcune considerazioni generali sullo spirito delle

ordinazioni che la reggevano.

Presso tutte le nazioni antiche la donna era considerata quale oggetto

di sensuali diletti, e sempre schiava del padre o del marito. La sua

condizione era tutt’altro ohe invidiabile persino presso i Romani e i

Greci, tanto celebrati nella storia per civile sapienza e per politica

grandezza. La patria potestà poi non aveva limiti. Il padre era padrone

assoluto dei suoi figli: poteva incarcerarli, venderli od ucciderli

qualunque fosse la loro età e il loro grado. Pensiamo ora noi quale

moralità, quale confidenza e dolcezza in tale consorzio di schiavi

sottomessi all’autorità e al capriccio d’un padrone che la certezza

dell’impunità, l’altrui esempio, e l’abitudine del comando potevano

rendere ciecamente feroce.

I mesi dell'anno ebraico · 第 4 / 19 段