applicarsi ai quattro angoli degli abiti, e dei _Tefilin_ che si
portavano al capo e al braccio sinistro tutto il giorno, e
attualmente nel tempo della preghiera mattutina, hanno uno scopo
solo: quello di mantenerci costantemente virtuosi impedendoci di
dimenticare neppure un istante la presenza di Dio, e il dovere che
abbiamo di non posporre all’interesse o ai diletti del senso i suoi
sacrosanti ordini di lealtà e di purezza. Quanti peccati e diremo
anche quanti delitti di meno avrebbe a deplorare la società qualora
tutti gli uomini si ricordassero sempre ed ovunque che all’occhio
di Dio nulla sfugge, e che per ripetere l’espressione di Davide,
«le più fitte tenebre sono per lui luminose come il giorno!». Il
timore di Dio purifica il cuore e lo fa forte contro le tentazioni.
Non ci pare fuori di posto il seguente racconto:
Un dottore stava per morire. I suoi discepoli che muti e tristi ne
circondavano il letto colsero un istante in cui pareva che i suoi
dolori gli concedessero una tregua, e lo pregarono di volerli
benedire. Voglia Dio, rispose il dottore, che il di lui timore sia
nei vostri animi tanto efficace, quanto è efficace il timore di un
uomo. A questa benedizione i discepoli fecero tali atti di stupore
che non poterono sfuggire al moribondo, il quale soggiunse: O figli
miei! Non vi paiano strane o prive di valore le mie parole. Ditemi
in grazia! Qual’è il pensiero che più preoccupa un uomo quando sta
per commettere un’azione riprovevole? Di non avere testimoni che
possano accusarlo; pensiero che fu espresso da Giobbe colle parole:
«e l’occhio del malfattore attende la notte dicendo fra se stesso:
non mi potrà scorgere occhio umano». Ora, se il timore di Dio
parlasse altrettanto forte nel suo pensiero si lascierebbe egli
trascinare al peccato?
Le porte si chiudevano con _sbarra_ o _chiavistello_ detto _beriahh_.
Quantunque nella Bibbia non si trovi una parola che si possa veramente
tradurre per _serratura_ poichè la parola _manùl_ derivando da _naál_
(_calzare_, _chiudere_), probabilmente voleva indicare non una serratura
ma un legaccio o una catena a cui si attaccava il _beriahh_; ciò
nullameno rileviamo da Giuseppe che esse erano conosciute.
Ed a parere nostro è probabilissima tale opinione, poichè nel racconto
della morte d’Eglone ucciso da Aód²⁶ si dice che i servi di questo
principe presero un _mafteahh_ (chiave), per aprire l’uscio che s’era
chiuso dietro di sè l’uccisore.
²⁶ Morto Giosuè e tutti i suoi coetanei, che erano stati testimoni dei
grandi fatti operati da Dio in favore di Israello; sorse una nuova
generazione la quale lasciandosi adescare dagli ignobili e sensuali
allettamenti dei riti del paganesimo, abbandonò prestamente la
legge di Mosè, e contrasse matrimonii con donne straniere.
In punizione della sua ingratitudine, Dio dava il suo popolo in
balìa delle nazioni che Giosuè non ebbe tempo di vincere, e che ne
facevano aspro governo. Ma quando angosciato e pentito, si
rivolgeva a Dio supplicandolo di perdono e di soccorso; egli allora
commovendosi alle sue miserie, inspirava qualche coraggioso
cittadino a farsi suo difensore.
Questi uomini vengono distinti col nome di _sciofethim_ (giudici)
quantunque fossero in fatto veri _dittatori_ nominati talvolta da
una sola tribù e talvolta da tutto il popolo intiero. Il primo di
tali _sciofethim_, che vinse Cussan re di Aram, fu certo Othniel il
figlio di Chenaz fratello minore di Caleb. Ma dopo quarant’anni di
pace, gli Ebrei ritornarono da capo ai loro traviamenti; e Dio
permise che fossero di nuovo angariati per diciotto anni da certo
Eglon re di Moab. In capo a questo tempo Iddio inspirò certo _Aód_
di salvare i suoi fratelli. Ed ecco come avvenne il fatto. Costui
fu incaricato di portare al re un presente, che probabilmente non
era altro che una quota di tributo. Compiuta la sua missione e
congedato il suo seguito, disse al re di avergli a confidare
qualcosa d’importanza. Il re fece allontanare immantinenti tutti i
suoi servitori, e scese dal trono. Convien sapere che il re era
assai pingue e Aód mancino. Quando questi due uomini si trovarono
di fronte, con un rapido movimento Aód estrasse un lungo coltello
che teneva celato dal lato destro, e lo conficcò sino al manico nel
ventre del re che cadde al suolo esanime. Aód uscì dalla camera
chiudendo l’uscio dietro di sè; e arrivato nel monte di Efraim
raccolse alcune migliaia di soldati: affrontò i Moabiti che presi
alla sprovvista e mancando di direzione, vennero trucidati in
numero di dieci mila. Questa vittoria apportò ottant’anni di pace.
I mattoni sono designati nella Sacra Scrittura col vocabolo _levenim_ da
_lavan_, bianco, perchè fatti di argilla bianca comunissima in Oriente.
È singolare che il procedimento di formare e cuocere i mattoni, sia
attualmente eguale alla breve descrizione dataci da Mosè nella Genesi.
I legni che venivano adoperati principalmente negli edifizii erano il
sicomoro, l’acacia, il palmizio, l’abete e l’olivo. Il cedro molto più
prezioso di tutti questi s’adoperava soltanto negli edifici sontuosi.
Nella descrizione della balaustrata fatta costrurre da Salomone, e che
dal suo palazzo conduceva al Tempio, si parla d’un legno detto
_almugghim_ o _algummim_. Isaia parla pure del legno _teascur_, tradotto
per _bosso_, ma che forse non era che una specie di cedro. Le case
d’_avorio_ di cui si parla nel libro dei Re e nelle profezie di Amos,
venivano così dette per la grande copia di lavori d’avorio che le
decoravano.
§ 6.—_Mobili._
Le nozioni che ci vengono somministrate dalla Bibbia relativamente ai
mobili sono assai scarse. Nella descrizione dei sacri arredi del
Tabernacolo non troviamo menzionati che gli specchi _maròd_ (fatti con
rame lucente), la tavola _sciulhhan_, le caldaie _assirod_, i bacini
_mizrecód_, le forchette _mizlegod_, le palette _mahhtod_, la lampada a
più becchi _menorà_, il bacile _kearà_, e la conca _chior_.
E così quando all’epoca dei re una signora di _Sunem_ propone al marito
di fare allestire una camera appartata pel profeta Eliseo, non troviamo
menzionata che una tavola, una menorà, una _mità_ (letto) e un _chissé_
(sedia). Ciò nullameno è indubitato che sino dai tempi di Abramo, i
ricchi dovevano avere mobili quali potevano venire suggeriti dal bisogno
e dal lusso, poichè le arti avevano già fatti progressi tali da
occuparsi in oggetti di puro lusso per ornamento muliebre quali
orecchini, anelli e smaniglie.
————
SIVAN (_Maggio-Giugno_)
Coll’intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi di cui noi
parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange le sue ritorte; con _mano
alta_ esce da quella terra che fu tanto inumana per lui, e si accinge a
conquistare il paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che
già avevano avuto in esso lunga dimora.
Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una educazione
religiosa, civile e politica atta ad illuminare la mente di ogni singolo
cittadino, e a fortificarne il cuore: onde quella stessa libertà, ch’è
il più caro tesoro dell’uomo, non degeneri in licenza alterando il
morale equilibrio della società e preparandole spensieratamente
disordine e rovina.
Egli è per questo che quasi appena data la libertà al suo popolo, Iddio
stesso volle proclamare al suo cospetto, i principii fondamentali di
quel codice eterno che col mezzo del suo servo fedele, Mosè, intendeva
elargirgli.
Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.
Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall’Egitto, ed era
precisamente il giorno sesto di Sivan, quando frammezzo a spessa nuvola,
preceduto ed accompagnato da spaventoso fragore di tuoni e da terribili
lampi; Iddio stesso proclamava sul Sinai il Decalogo²⁷: compendio
religioso-morale non solo d’Israele, ma della intiera umanità;
inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi doveri che la
religione e la morale reclamano imperiosamente da ogni individuo. Il
solo primo di questi precetti ha un carattere tutt’affatto speciale
verso al popolo d’Israele; perchè con esso Iddio, si dichiara tale per
lui, per averlo tratto dalla schiavitù d’Egitto.
²⁷ Decalogo è voce greca, che significa _dieci parole_ ed è la esatta
traduzione dell’espressione ebraica _Ascered adevarim_ o _Ascered
adiberoth_. I nostri dottori sempre solleciti a valersi di
qualunque fatto da cui si potesse ricavare qualche morale
insegnamento, fecero rimarcare la predilezione che ha Dio pei
deboli e modesti dal fatto, che per dare la legge al suo popolo,
Egli scelse il Sinai ch’è una delle più basse montagne dell’Arabia.
Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con corporali
astinenze purificatrici del corpo e dello spirito, il popolo intiero,
uomini, donne e fanciulli furono testimonii di questo grande
avvenimento. «Domanda alle generazioni che furono, dice Mosè a Israele,
dall’una all’altra estremità della terra, dal dì che Dio pose l’uomo
sulla terra sino al giorno d’oggi, se mai abbia avuto luogo ciò che
successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un popolo intero
circondato da un fuoco avvampante ed abbia proposto direttamente a lui
le basi del suo patto!²⁸» È Dio stesso che col primo precetto abolisce
in massima ogni sorta di schiavitù²⁹ e di caste³⁰; proclama colla sua
Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti l’Assemblea di
Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse dall’Egitto da casa di
schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei), dice a questo proposito l’abate
Gúenée, nissuna di quelle ingiuriose distinzioni di casta stabilite
presso gli Egiziani ed i Romani; nè quell’oltraggiante disdegno d’un
ordine di cittadini per l’altro; nissuna di quelle barbare istituzioni
che altrove riuniscono _in una parte_ della nazione i privilegi e
l’autorità.... Tutto conduceva all’eguaglianza naturale». E D. Calmet
diceva a questo proposito: «Tutta la legge è nell’interesse della
nazione intiera, e non del tale o tal altro privato. Le distinzioni
sociali non possono essere basate che sull’utilità comune».
²⁸ In altro luogo si troveranno schiarimenti su questa espressione,
quantunque nel mese precedente a questo, abbiamo già riportato le
parole di un nostro illustre filosofo su tali espressioni bibliche,
che prese letteralmente parrebbero umanizzare Iddio, cosa questa
che sarebbe in perfetta contradizione collo spirito che informa
tutta la legislazione mosaica.
²⁹ Nelle nozioni archeologiche che daremo sulla famiglia saremo
necessariamente portati a parlare della schiavitù presso gli
antichi ebrei; e dalle nostre parole risulterà con evidenza che se
Mosè non l’abolì pienamente di fatto, ciò fu per una concessione a
certe idee o bisogni affatto temporanei come avvenne per la
poligamia e pei sacrifici: ma che tale concessione fu da lui
subordinata a tante restrizioni da renderne l’applicazione assai
più apparente che reale.
³⁰ Naturale conseguenza della unità della razza umana proclamata dal
Genesi e confermata dalle scoperte dei secoli posteriori. Perchè,
domandano i nostri dottori, fu creato un sol uomo ad essere padre
di tutte le generazioni della terra? Per darci due ammaestramenti.
Il primo è che chi uccide un uomo è come distruggesse un mondo, e
chi salva un uomo è come salvasse un mondo; il secondo è per
mantenere la pace fra l’umana società, affinchè una generazione non
possa dire all’altra: «il padre mio fu più grande del tuo».
Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare idoli, di non fare
immagini nè figure di qualunque oggetto esistente nel cielo, nella terra
e nelle acque; poichè egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui
figli sino alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza coi
suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono in ogni
tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della Bibbia. Il Dio di Mosè
partecipa dunque a tutte le umane passioni? Sente gelosia, serba
rancore, prova il bisogno di vendetta? Nè basta ancora che punisce i
figli per le colpe dei loro padri e dei loro avi?—Eppure niente di più
erroneo di questo ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare
immagini, che per le impressioni portate seco dall’Egitto e per
l’esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati sarebbero stati
immancabilmente condotti ad adorarle; Iddio proclama una verità
naturale, un fatto che si rinnova ogni giorno³¹. Daltronde la Bibbia
intiera protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni
esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce ai
giudici onde non si lascino influenzare da verun sentimento di debolezza
verso il potente, di commiserazione verso il povero ecc.; troviamo la
seguente raccomandazione: «Non saranno fatti morire i padri per i figli
nè i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è
inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge le
seguenti parole agli abitanti della terra d’Israele: «Che andate voi
ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono l’agresto e i denti dei
figli sono allegati? L’uomo giusto vivrà; se il figlio è tristo, quel
figlio morrà; se il figlio d’un uomo tristo non imita il padre vivrà
sicuramente. La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità
dell’empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà dalla sua
probità e commetterà inique azioni, egli perirà a cagione di quelle. E
quando l’empio si ritira dalle malvagità che commetteva e pratica
giustizia ed umanità, egli si procura la vita».
³¹ La infinita misericordia di Dio si è rivelata, mediante questo
testo all’umanità nel più sublime dei suoi aspetti. Niuna mente
umana avrebbe potuto concepire ed esprimere la distinzione tra gli
effetti del bene e quelli del male. Appena, adesso, dopo il tesoro
raccolto di secolari minutissime osservazioni fisiologiche, morali
e metafisiche, la scienza umana è giunta a constatare la verità di
questa Bibblica dottrina, che, cioè, i risultati delle opere
malvagie cessano prestamente alla terza e quarta generazione che vi
perduri, perchè il male distrugge sè medesimo, ma il bene reca
frutti perpetui che non cessano per volgere di secoli, e
determinano il perfezionamento umano e la umana felicità.
_Mortara._ _La Religione Israelitica_, pag. 160.
Nel libro dei re vediamo l’adozione pratica di questa equa disposizione.
Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito
colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente
considerazione: «E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi
a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio:
«Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il
solo colpevole subirà la morte».
Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per
cose vane. Quel santo nome che ci richiama alla mente quell’Essere
infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia;
non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per
motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi
si può maggiore.
Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria della
creazione del mondo. Conviene però avvertire che la santificazione del
sabbato non consiste unicamente nel riposo fisico, che anzi questo non
deve servire se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e la
nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e l’istruzione.
Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo il corpo
necessita di un giorno di riposo, così l’anima dopo i pensieri che la
tennero più che occupata, diremo quasi totalmente assorbita, negli
interessi materiali per tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di
riposo, onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare la
cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali. È questo
appunto il doppio benefico fine dell’instituzione del sabbato, assai
bene definito dai nostri dottori colle parole: _hhassì l’Adonai_ (metà a
Dio per l’istruzione religioso-morale) _vehhassì lachem_ (e metà a voi
pel riposo del corpo e pei leciti passatempi).
Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia e quindi
universali per tutti gli uomini. Onora tuo padre e tua madre; non
commettere omicidio; non commettere adulterio; non rubare; non attestare
il falso; non desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.
Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia tutti gli altri.
Il desiderio delle cose altrui, l’avidità di possederle è la principale
sorgente di tutti i misfatti. Non rivolgiamo mai la nostra bramosia su
qualsiasi oggetto che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei
nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la nostra
possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre passioni e non
lasciamole mai sortire dai limiti consentiti dall’onestà e dal dovere;
contentiamoci dello stato in cui ci pose la Provvidenza: e collo spirito
calmo, col cuore soddisfatto riconosceremo allora la profonda sapienza
che dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero ricco
colui che è contento del proprio stato».
Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione che venne
instituita la festa del _mathan torà_ (proclamazione della legge) o
_savuod_ (delle settimane), perchè accade sette settimane dopo il primo
giorno di Pasqua. S’intitola pure, _iom abicurim_ (giorno delle
primizie): poichè in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di
grazie per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa
stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato nella
festa di Pasqua.
Società domestica presso gli antichi ebrei.
§ 1.—_Matrimonio._
«Corrotti i costumi, dice un giudizioso autore³², non v’ha più famiglia,
non affetti domestici, non più pace e confidenza nel commercio della
vita; ma solamente mistero e perfidia sotto il medesimo tetto paterno».
Il matrimonio quale venne stabilito da Dio all’aurora del mondo, era
naturalmente contrario ad ogni specie di disordine e di licenza: pure,
malgrado il diluvio, la corruzione generale fece di bel nuovo sì rapidi
progressi, che al tempo di Mosè non solamente si commettevano laidezze
brutali, ma gli atti più osceni erano divenuti presso molti popoli parte
essenziale del loro culto religioso.
³² _G. S. Cellèrier_, _Esprit de la legislations Mosaïque_.
Temendo Mosè che il popolo ch’egli voleva _santo_ e _modello_ a tutti
gli altri tanto per civile e religiosa sapienza quanto per la purezza
dei costumi, si lasciasse sedurre dallo esempio dei popoli vicini, non
lasciò intentato nissun mezzo onde premunirlo contro la corruttella e la
licenza dei costumi. Statuì il maggior riparo alla seduzione, prescrisse
severissime pene per l’oltraggio al pudore, per l’infedeltà delle mogli
e l’adulterio dei mariti. In più luoghi poi non cessa di ricordare che
la distruzione totale dei Cananei, comandata da Dio, era appunto la
punizione delle loro stomachevoli e laide azioni per le quali la terra
stessa contaminata e polluta, ne li rigettava dal suo seno.
La monogamia, ovverosia l’unione di un solo uomo con una sola donna, è
l’instituzione primitiva del matrimonio. Lamech fu il primo che
contravvenne a questa disposizione sposandosi a due donne Adà e Sillà.
Quantunque Mosè non abbia abolito di fatto la poligamia, sia perchè vi
trovò un ostacolo nel clima per cui quell’uso si era generalizzato (e
dura tuttavia oggigiorno in quelle contrade), e sia per non dare accesso
ad altri mali maggiori; nulladimeno ne dimostrò le fastidiose
conseguenze con esempi pratici, e tentò di impedirla con savie
disposizioni.
Egli ricordò: 1º che la monogamia era d’instituzione divina e che Noè e
i suoi tre figli, i patriarchi³³, Giuseppe, lui stesso³⁴ ed Aronne suo
fratello, erano monogami; 2º espose i disordini, le contese, le
dissenzioni che spesso provengono dalla poligamia; 3º proibì ai monarchi
futuri la grande copia di mogli onde «non abbiano a corrompere i loro
cuori».
³³ Se Abramo tolse Agar, ciò fu per consiglio della stessa sua moglie
Sara oltremodo addolorata di non avere prole; e se Giacobbe ebbe
quattro mogli ciò è da attribuirsi intieramente alle circostanze
speciali che ne lo obbligarono.
³⁴ Un passo del Pentateuco piuttosto oscuro lascierebbe supporre che
precedentemente a Zeffora Mosè avesse sposato una donna mora
_Cussid_. Più avanti nella vita di Mosè si troverà qualche
schiarimento su questo fatto.
Da parecchi passi della scrittura si raccoglie che la richiesta in
matrimonio era fatta dal padre stesso del giovine. È Abramo che manda
Eliezer a chiedere Rebecca in moglie ad Isacco suo figlio. Sansone
avendo vista in Timnà una ragazza Filistea che gli piacque, ne rese
consapevoli i proprii genitori; e li pregò a volersi portare colà e
richiederla per lui in moglie.
Tra gli sponsali _eresc_, e la ceremonia delle nozze vi correvano per lo
più, secondo quanto insegnano i Rabbini, sei mesi od un anno.
Quest’opinione si fonda sulle parole che Labano rispose ad Eliezer dopo
la conclusione degli sponsali tra la sua sorella Rebecca ed Isacco.
Insistendo quegli per l’immediata partenza, Labano gli rispose: «Stia la
ragazza presso di noi un anno o dieci mesi e poscia se ne andrà».
Checchè ne sia, il matrimonio avevasi per conchiuso dal dì degli
sponsali. Egli è perciò che qualora il fidanzato, dopo gli sponsali, si
fosse rifiutato di contrarre matrimonio definitivo, era obbligato di
dare lettera di divorzio alla sua fidanzata; e se per altra parte la
fidanzata fosse caduta in fallo con altr’uomo, veniva trattata siccome
adultera. La ragazza, raggiunta la sua età maggiorenne, 12 anni³⁵, non
poteva in niun modo venire obbligata ad accettare uno sposo suo
malgrado, e a sua istanza i tribunali annullavano qualunque impegno
preso da suo padre anticipatamente. L’unico caso in cui la fanciulla non
godeva piena libertà di sposarsi a chi meglio le talentava, era quando
mancando di fratelli essa veniva dichiarata l’ereditiera del patrimonio
paterno; perchè in questo caso la sua scelta doveva cadere su un giovine
della stessa tribù, alla quale apparteneva ella stessa.
³⁵ È quasi superfluo che noi facciamo riflettere che in quel clima
caldissimo lo sviluppo fisico dell’uomo era, ed è, assai più
precoce che nei nostri paesi.
Da principio la celebrazione del matrimonio non era considerata che
quale contratto puramente civile, epperciò spoglio di qualunque
ceremonia religiosa. Il padre o il più autorevole dei parenti impalmava
i giovani sposi, impartiva loro la benedizione nuziale, ed invocava su
loro i favori divini. Ai giorni nostri è il rabbino quello che
ordinariamente benedice la giovine coppia, e legge l’atto del contratto
redatto in lingua rabbinica (ebraico-caldaica)³⁶ scritto sopra un foglio
di pergamena e da consegnarsi poscia al padre della sposa.
³⁶ La formula di cotest’atto detto _chedubà_ (scrittura) è certamente
dei tempi dei Talmudisti. Pensiamo non essere fuori di posto il
darne qui la traduzione.
Il giorno..... della settimana, alli..... del mese... dell’anno...
dalla creazione del mondo, in questa città..... posta presso al
fiume..... Isacco figlio di..... disse a Rebecca figlia di..... sii
mia sposa secondo la legge di Mosè e di Israele. E io prometto di
provvedere ai tuoi materiali bisogni secondo l’uso dei mariti
ebrei, che condegnamente provvedono i necessari alimenti ed
indumenti alle loro mogli. Oltre a ciò ti prometto l’amicizia
coniugale cosa comune a tutti i popoli della terra. Rebecca
consente a divenire moglie d’Isacco e gli porta in dote la
somma..... alla quale lo sposo aggiunge la somma... onde essa abbia
in totale..... Questa dote e donazione lo sposo garantisce e
assicura sui suoi beni presenti e futuri. E noi testimoni
accertiamo ecc.