²⁵ Questo precetto di Mosè parimenti a quello del _Sissith_ che doveva

applicarsi ai quattro angoli degli abiti, e dei _Tefilin_ che si

portavano al capo e al braccio sinistro tutto il giorno, e

attualmente nel tempo della preghiera mattutina, hanno uno scopo

solo: quello di mantenerci costantemente virtuosi impedendoci di

dimenticare neppure un istante la presenza di Dio, e il dovere che

abbiamo di non posporre all’interesse o ai diletti del senso i suoi

sacrosanti ordini di lealtà e di purezza. Quanti peccati e diremo

anche quanti delitti di meno avrebbe a deplorare la società qualora

tutti gli uomini si ricordassero sempre ed ovunque che all’occhio

di Dio nulla sfugge, e che per ripetere l’espressione di Davide,

«le più fitte tenebre sono per lui luminose come il giorno!». Il

timore di Dio purifica il cuore e lo fa forte contro le tentazioni.

Non ci pare fuori di posto il seguente racconto:

Un dottore stava per morire. I suoi discepoli che muti e tristi ne

circondavano il letto colsero un istante in cui pareva che i suoi

dolori gli concedessero una tregua, e lo pregarono di volerli

benedire. Voglia Dio, rispose il dottore, che il di lui timore sia

nei vostri animi tanto efficace, quanto è efficace il timore di un

uomo. A questa benedizione i discepoli fecero tali atti di stupore

che non poterono sfuggire al moribondo, il quale soggiunse: O figli

miei! Non vi paiano strane o prive di valore le mie parole. Ditemi

in grazia! Qual’è il pensiero che più preoccupa un uomo quando sta

per commettere un’azione riprovevole? Di non avere testimoni che

possano accusarlo; pensiero che fu espresso da Giobbe colle parole:

«e l’occhio del malfattore attende la notte dicendo fra se stesso:

non mi potrà scorgere occhio umano». Ora, se il timore di Dio

parlasse altrettanto forte nel suo pensiero si lascierebbe egli

trascinare al peccato?

Le porte si chiudevano con _sbarra_ o _chiavistello_ detto _beriahh_.

Quantunque nella Bibbia non si trovi una parola che si possa veramente

tradurre per _serratura_ poichè la parola _manùl_ derivando da _naál_

(_calzare_, _chiudere_), probabilmente voleva indicare non una serratura

ma un legaccio o una catena a cui si attaccava il _beriahh_; ciò

nullameno rileviamo da Giuseppe che esse erano conosciute.

Ed a parere nostro è probabilissima tale opinione, poichè nel racconto

della morte d’Eglone ucciso da Aód²⁶ si dice che i servi di questo

principe presero un _mafteahh_ (chiave), per aprire l’uscio che s’era

chiuso dietro di sè l’uccisore.

²⁶ Morto Giosuè e tutti i suoi coetanei, che erano stati testimoni dei

grandi fatti operati da Dio in favore di Israello; sorse una nuova

generazione la quale lasciandosi adescare dagli ignobili e sensuali

allettamenti dei riti del paganesimo, abbandonò prestamente la

legge di Mosè, e contrasse matrimonii con donne straniere.

In punizione della sua ingratitudine, Dio dava il suo popolo in

balìa delle nazioni che Giosuè non ebbe tempo di vincere, e che ne

facevano aspro governo. Ma quando angosciato e pentito, si

rivolgeva a Dio supplicandolo di perdono e di soccorso; egli allora

commovendosi alle sue miserie, inspirava qualche coraggioso

cittadino a farsi suo difensore.

Questi uomini vengono distinti col nome di _sciofethim_ (giudici)

quantunque fossero in fatto veri _dittatori_ nominati talvolta da

una sola tribù e talvolta da tutto il popolo intiero. Il primo di

tali _sciofethim_, che vinse Cussan re di Aram, fu certo Othniel il

figlio di Chenaz fratello minore di Caleb. Ma dopo quarant’anni di

pace, gli Ebrei ritornarono da capo ai loro traviamenti; e Dio

permise che fossero di nuovo angariati per diciotto anni da certo

Eglon re di Moab. In capo a questo tempo Iddio inspirò certo _Aód_

di salvare i suoi fratelli. Ed ecco come avvenne il fatto. Costui

fu incaricato di portare al re un presente, che probabilmente non

era altro che una quota di tributo. Compiuta la sua missione e

congedato il suo seguito, disse al re di avergli a confidare

qualcosa d’importanza. Il re fece allontanare immantinenti tutti i

suoi servitori, e scese dal trono. Convien sapere che il re era

assai pingue e Aód mancino. Quando questi due uomini si trovarono

di fronte, con un rapido movimento Aód estrasse un lungo coltello

che teneva celato dal lato destro, e lo conficcò sino al manico nel

ventre del re che cadde al suolo esanime. Aód uscì dalla camera

chiudendo l’uscio dietro di sè; e arrivato nel monte di Efraim

raccolse alcune migliaia di soldati: affrontò i Moabiti che presi

alla sprovvista e mancando di direzione, vennero trucidati in

numero di dieci mila. Questa vittoria apportò ottant’anni di pace.

I mattoni sono designati nella Sacra Scrittura col vocabolo _levenim_ da

_lavan_, bianco, perchè fatti di argilla bianca comunissima in Oriente.

È singolare che il procedimento di formare e cuocere i mattoni, sia

attualmente eguale alla breve descrizione dataci da Mosè nella Genesi.

I legni che venivano adoperati principalmente negli edifizii erano il

sicomoro, l’acacia, il palmizio, l’abete e l’olivo. Il cedro molto più

prezioso di tutti questi s’adoperava soltanto negli edifici sontuosi.

Nella descrizione della balaustrata fatta costrurre da Salomone, e che

dal suo palazzo conduceva al Tempio, si parla d’un legno detto

_almugghim_ o _algummim_. Isaia parla pure del legno _teascur_, tradotto

per _bosso_, ma che forse non era che una specie di cedro. Le case

d’_avorio_ di cui si parla nel libro dei Re e nelle profezie di Amos,

venivano così dette per la grande copia di lavori d’avorio che le

decoravano.

§ 6.—_Mobili._

Le nozioni che ci vengono somministrate dalla Bibbia relativamente ai

mobili sono assai scarse. Nella descrizione dei sacri arredi del

Tabernacolo non troviamo menzionati che gli specchi _maròd_ (fatti con

rame lucente), la tavola _sciulhhan_, le caldaie _assirod_, i bacini

_mizrecód_, le forchette _mizlegod_, le palette _mahhtod_, la lampada a

più becchi _menorà_, il bacile _kearà_, e la conca _chior_.

E così quando all’epoca dei re una signora di _Sunem_ propone al marito

di fare allestire una camera appartata pel profeta Eliseo, non troviamo

menzionata che una tavola, una menorà, una _mità_ (letto) e un _chissé_

(sedia). Ciò nullameno è indubitato che sino dai tempi di Abramo, i

ricchi dovevano avere mobili quali potevano venire suggeriti dal bisogno

e dal lusso, poichè le arti avevano già fatti progressi tali da

occuparsi in oggetti di puro lusso per ornamento muliebre quali

orecchini, anelli e smaniglie.

————

SIVAN (_Maggio-Giugno_)

Coll’intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi di cui noi

parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange le sue ritorte; con _mano

alta_ esce da quella terra che fu tanto inumana per lui, e si accinge a

conquistare il paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che

già avevano avuto in esso lunga dimora.

Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una educazione

religiosa, civile e politica atta ad illuminare la mente di ogni singolo

cittadino, e a fortificarne il cuore: onde quella stessa libertà, ch’è

il più caro tesoro dell’uomo, non degeneri in licenza alterando il

morale equilibrio della società e preparandole spensieratamente

disordine e rovina.

Egli è per questo che quasi appena data la libertà al suo popolo, Iddio

stesso volle proclamare al suo cospetto, i principii fondamentali di

quel codice eterno che col mezzo del suo servo fedele, Mosè, intendeva

elargirgli.

Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.

Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall’Egitto, ed era

precisamente il giorno sesto di Sivan, quando frammezzo a spessa nuvola,

preceduto ed accompagnato da spaventoso fragore di tuoni e da terribili

lampi; Iddio stesso proclamava sul Sinai il Decalogo²⁷: compendio

religioso-morale non solo d’Israele, ma della intiera umanità;

inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi doveri che la

religione e la morale reclamano imperiosamente da ogni individuo. Il

solo primo di questi precetti ha un carattere tutt’affatto speciale

verso al popolo d’Israele; perchè con esso Iddio, si dichiara tale per

lui, per averlo tratto dalla schiavitù d’Egitto.

²⁷ Decalogo è voce greca, che significa _dieci parole_ ed è la esatta

traduzione dell’espressione ebraica _Ascered adevarim_ o _Ascered

adiberoth_. I nostri dottori sempre solleciti a valersi di

qualunque fatto da cui si potesse ricavare qualche morale

insegnamento, fecero rimarcare la predilezione che ha Dio pei

deboli e modesti dal fatto, che per dare la legge al suo popolo,

Egli scelse il Sinai ch’è una delle più basse montagne dell’Arabia.

Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con corporali

astinenze purificatrici del corpo e dello spirito, il popolo intiero,

uomini, donne e fanciulli furono testimonii di questo grande

avvenimento. «Domanda alle generazioni che furono, dice Mosè a Israele,

dall’una all’altra estremità della terra, dal dì che Dio pose l’uomo

sulla terra sino al giorno d’oggi, se mai abbia avuto luogo ciò che

successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un popolo intero

circondato da un fuoco avvampante ed abbia proposto direttamente a lui

le basi del suo patto!²⁸» È Dio stesso che col primo precetto abolisce

in massima ogni sorta di schiavitù²⁹ e di caste³⁰; proclama colla sua

Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti l’Assemblea di

Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse dall’Egitto da casa di

schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei), dice a questo proposito l’abate

Gúenée, nissuna di quelle ingiuriose distinzioni di casta stabilite

presso gli Egiziani ed i Romani; nè quell’oltraggiante disdegno d’un

ordine di cittadini per l’altro; nissuna di quelle barbare istituzioni

che altrove riuniscono _in una parte_ della nazione i privilegi e

l’autorità.... Tutto conduceva all’eguaglianza naturale». E D. Calmet

diceva a questo proposito: «Tutta la legge è nell’interesse della

nazione intiera, e non del tale o tal altro privato. Le distinzioni

sociali non possono essere basate che sull’utilità comune».

²⁸ In altro luogo si troveranno schiarimenti su questa espressione,

quantunque nel mese precedente a questo, abbiamo già riportato le

parole di un nostro illustre filosofo su tali espressioni bibliche,

che prese letteralmente parrebbero umanizzare Iddio, cosa questa

che sarebbe in perfetta contradizione collo spirito che informa

tutta la legislazione mosaica.

²⁹ Nelle nozioni archeologiche che daremo sulla famiglia saremo

necessariamente portati a parlare della schiavitù presso gli

antichi ebrei; e dalle nostre parole risulterà con evidenza che se

Mosè non l’abolì pienamente di fatto, ciò fu per una concessione a

certe idee o bisogni affatto temporanei come avvenne per la

poligamia e pei sacrifici: ma che tale concessione fu da lui

subordinata a tante restrizioni da renderne l’applicazione assai

più apparente che reale.

³⁰ Naturale conseguenza della unità della razza umana proclamata dal

Genesi e confermata dalle scoperte dei secoli posteriori. Perchè,

domandano i nostri dottori, fu creato un sol uomo ad essere padre

di tutte le generazioni della terra? Per darci due ammaestramenti.

Il primo è che chi uccide un uomo è come distruggesse un mondo, e

chi salva un uomo è come salvasse un mondo; il secondo è per

mantenere la pace fra l’umana società, affinchè una generazione non

possa dire all’altra: «il padre mio fu più grande del tuo».

Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare idoli, di non fare

immagini nè figure di qualunque oggetto esistente nel cielo, nella terra

e nelle acque; poichè egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui

figli sino alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza coi

suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono in ogni

tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della Bibbia. Il Dio di Mosè

partecipa dunque a tutte le umane passioni? Sente gelosia, serba

rancore, prova il bisogno di vendetta? Nè basta ancora che punisce i

figli per le colpe dei loro padri e dei loro avi?—Eppure niente di più

erroneo di questo ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare

immagini, che per le impressioni portate seco dall’Egitto e per

l’esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati sarebbero stati

immancabilmente condotti ad adorarle; Iddio proclama una verità

naturale, un fatto che si rinnova ogni giorno³¹. Daltronde la Bibbia

intiera protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni

esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce ai

giudici onde non si lascino influenzare da verun sentimento di debolezza

verso il potente, di commiserazione verso il povero ecc.; troviamo la

seguente raccomandazione: «Non saranno fatti morire i padri per i figli

nè i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è

inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge le

seguenti parole agli abitanti della terra d’Israele: «Che andate voi

ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono l’agresto e i denti dei

figli sono allegati? L’uomo giusto vivrà; se il figlio è tristo, quel

figlio morrà; se il figlio d’un uomo tristo non imita il padre vivrà

sicuramente. La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità

dell’empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà dalla sua

probità e commetterà inique azioni, egli perirà a cagione di quelle. E

quando l’empio si ritira dalle malvagità che commetteva e pratica

giustizia ed umanità, egli si procura la vita».

³¹ La infinita misericordia di Dio si è rivelata, mediante questo

testo all’umanità nel più sublime dei suoi aspetti. Niuna mente

umana avrebbe potuto concepire ed esprimere la distinzione tra gli

effetti del bene e quelli del male. Appena, adesso, dopo il tesoro

raccolto di secolari minutissime osservazioni fisiologiche, morali

e metafisiche, la scienza umana è giunta a constatare la verità di

questa Bibblica dottrina, che, cioè, i risultati delle opere

malvagie cessano prestamente alla terza e quarta generazione che vi

perduri, perchè il male distrugge sè medesimo, ma il bene reca

frutti perpetui che non cessano per volgere di secoli, e

determinano il perfezionamento umano e la umana felicità.

_Mortara._ _La Religione Israelitica_, pag. 160.

Nel libro dei re vediamo l’adozione pratica di questa equa disposizione.

Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito

colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente

considerazione: «E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi

a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio:

«Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il

solo colpevole subirà la morte».

Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per

cose vane. Quel santo nome che ci richiama alla mente quell’Essere

infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia;

non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per

motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi

si può maggiore.

Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria della

creazione del mondo. Conviene però avvertire che la santificazione del

sabbato non consiste unicamente nel riposo fisico, che anzi questo non

deve servire se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e la

nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e l’istruzione.

Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo il corpo

necessita di un giorno di riposo, così l’anima dopo i pensieri che la

tennero più che occupata, diremo quasi totalmente assorbita, negli

interessi materiali per tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di

riposo, onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare la

cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali. È questo

appunto il doppio benefico fine dell’instituzione del sabbato, assai

bene definito dai nostri dottori colle parole: _hhassì l’Adonai_ (metà a

Dio per l’istruzione religioso-morale) _vehhassì lachem_ (e metà a voi

pel riposo del corpo e pei leciti passatempi).

Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia e quindi

universali per tutti gli uomini. Onora tuo padre e tua madre; non

commettere omicidio; non commettere adulterio; non rubare; non attestare

il falso; non desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.

Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia tutti gli altri.

Il desiderio delle cose altrui, l’avidità di possederle è la principale

sorgente di tutti i misfatti. Non rivolgiamo mai la nostra bramosia su

qualsiasi oggetto che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei

nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la nostra

possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre passioni e non

lasciamole mai sortire dai limiti consentiti dall’onestà e dal dovere;

contentiamoci dello stato in cui ci pose la Provvidenza: e collo spirito

calmo, col cuore soddisfatto riconosceremo allora la profonda sapienza

che dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero ricco

colui che è contento del proprio stato».

Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione che venne

instituita la festa del _mathan torà_ (proclamazione della legge) o

_savuod_ (delle settimane), perchè accade sette settimane dopo il primo

giorno di Pasqua. S’intitola pure, _iom abicurim_ (giorno delle

primizie): poichè in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di

grazie per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa

stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato nella

festa di Pasqua.

Società domestica presso gli antichi ebrei.

§ 1.—_Matrimonio._

«Corrotti i costumi, dice un giudizioso autore³², non v’ha più famiglia,

non affetti domestici, non più pace e confidenza nel commercio della

vita; ma solamente mistero e perfidia sotto il medesimo tetto paterno».

Il matrimonio quale venne stabilito da Dio all’aurora del mondo, era

naturalmente contrario ad ogni specie di disordine e di licenza: pure,

malgrado il diluvio, la corruzione generale fece di bel nuovo sì rapidi

progressi, che al tempo di Mosè non solamente si commettevano laidezze

brutali, ma gli atti più osceni erano divenuti presso molti popoli parte

essenziale del loro culto religioso.

³² _G. S. Cellèrier_, _Esprit de la legislations Mosaïque_.

Temendo Mosè che il popolo ch’egli voleva _santo_ e _modello_ a tutti

gli altri tanto per civile e religiosa sapienza quanto per la purezza

dei costumi, si lasciasse sedurre dallo esempio dei popoli vicini, non

lasciò intentato nissun mezzo onde premunirlo contro la corruttella e la

licenza dei costumi. Statuì il maggior riparo alla seduzione, prescrisse

severissime pene per l’oltraggio al pudore, per l’infedeltà delle mogli

e l’adulterio dei mariti. In più luoghi poi non cessa di ricordare che

la distruzione totale dei Cananei, comandata da Dio, era appunto la

punizione delle loro stomachevoli e laide azioni per le quali la terra

stessa contaminata e polluta, ne li rigettava dal suo seno.

La monogamia, ovverosia l’unione di un solo uomo con una sola donna, è

l’instituzione primitiva del matrimonio. Lamech fu il primo che

contravvenne a questa disposizione sposandosi a due donne Adà e Sillà.

Quantunque Mosè non abbia abolito di fatto la poligamia, sia perchè vi

trovò un ostacolo nel clima per cui quell’uso si era generalizzato (e

dura tuttavia oggigiorno in quelle contrade), e sia per non dare accesso

ad altri mali maggiori; nulladimeno ne dimostrò le fastidiose

conseguenze con esempi pratici, e tentò di impedirla con savie

disposizioni.

Egli ricordò: 1º che la monogamia era d’instituzione divina e che Noè e

i suoi tre figli, i patriarchi³³, Giuseppe, lui stesso³⁴ ed Aronne suo

fratello, erano monogami; 2º espose i disordini, le contese, le

dissenzioni che spesso provengono dalla poligamia; 3º proibì ai monarchi

futuri la grande copia di mogli onde «non abbiano a corrompere i loro

cuori».

³³ Se Abramo tolse Agar, ciò fu per consiglio della stessa sua moglie

Sara oltremodo addolorata di non avere prole; e se Giacobbe ebbe

quattro mogli ciò è da attribuirsi intieramente alle circostanze

speciali che ne lo obbligarono.

³⁴ Un passo del Pentateuco piuttosto oscuro lascierebbe supporre che

precedentemente a Zeffora Mosè avesse sposato una donna mora

_Cussid_. Più avanti nella vita di Mosè si troverà qualche

schiarimento su questo fatto.

Da parecchi passi della scrittura si raccoglie che la richiesta in

matrimonio era fatta dal padre stesso del giovine. È Abramo che manda

Eliezer a chiedere Rebecca in moglie ad Isacco suo figlio. Sansone

avendo vista in Timnà una ragazza Filistea che gli piacque, ne rese

consapevoli i proprii genitori; e li pregò a volersi portare colà e

richiederla per lui in moglie.

Tra gli sponsali _eresc_, e la ceremonia delle nozze vi correvano per lo

più, secondo quanto insegnano i Rabbini, sei mesi od un anno.

Quest’opinione si fonda sulle parole che Labano rispose ad Eliezer dopo

la conclusione degli sponsali tra la sua sorella Rebecca ed Isacco.

Insistendo quegli per l’immediata partenza, Labano gli rispose: «Stia la

ragazza presso di noi un anno o dieci mesi e poscia se ne andrà».

Checchè ne sia, il matrimonio avevasi per conchiuso dal dì degli

sponsali. Egli è perciò che qualora il fidanzato, dopo gli sponsali, si

fosse rifiutato di contrarre matrimonio definitivo, era obbligato di

dare lettera di divorzio alla sua fidanzata; e se per altra parte la

fidanzata fosse caduta in fallo con altr’uomo, veniva trattata siccome

adultera. La ragazza, raggiunta la sua età maggiorenne, 12 anni³⁵, non

poteva in niun modo venire obbligata ad accettare uno sposo suo

malgrado, e a sua istanza i tribunali annullavano qualunque impegno

preso da suo padre anticipatamente. L’unico caso in cui la fanciulla non

godeva piena libertà di sposarsi a chi meglio le talentava, era quando

mancando di fratelli essa veniva dichiarata l’ereditiera del patrimonio

paterno; perchè in questo caso la sua scelta doveva cadere su un giovine

della stessa tribù, alla quale apparteneva ella stessa.

³⁵ È quasi superfluo che noi facciamo riflettere che in quel clima

caldissimo lo sviluppo fisico dell’uomo era, ed è, assai più

precoce che nei nostri paesi.

Da principio la celebrazione del matrimonio non era considerata che

quale contratto puramente civile, epperciò spoglio di qualunque

ceremonia religiosa. Il padre o il più autorevole dei parenti impalmava

i giovani sposi, impartiva loro la benedizione nuziale, ed invocava su

loro i favori divini. Ai giorni nostri è il rabbino quello che

ordinariamente benedice la giovine coppia, e legge l’atto del contratto

redatto in lingua rabbinica (ebraico-caldaica)³⁶ scritto sopra un foglio

di pergamena e da consegnarsi poscia al padre della sposa.

³⁶ La formula di cotest’atto detto _chedubà_ (scrittura) è certamente

dei tempi dei Talmudisti. Pensiamo non essere fuori di posto il

darne qui la traduzione.

Il giorno..... della settimana, alli..... del mese... dell’anno...

dalla creazione del mondo, in questa città..... posta presso al

fiume..... Isacco figlio di..... disse a Rebecca figlia di..... sii

mia sposa secondo la legge di Mosè e di Israele. E io prometto di

provvedere ai tuoi materiali bisogni secondo l’uso dei mariti

ebrei, che condegnamente provvedono i necessari alimenti ed

indumenti alle loro mogli. Oltre a ciò ti prometto l’amicizia

coniugale cosa comune a tutti i popoli della terra. Rebecca

consente a divenire moglie d’Isacco e gli porta in dote la

somma..... alla quale lo sposo aggiunge la somma... onde essa abbia

in totale..... Questa dote e donazione lo sposo garantisce e

assicura sui suoi beni presenti e futuri. E noi testimoni

accertiamo ecc.

I mesi dell'anno ebraico · 第 3 / 19 段