dichiarati puri quelli della cui carne ci è permesso di cibarci,
impuri tutti gli altri. In quanto agli uccelli Mosè non ci
somministra veruna indicazione per distinguere gli uni dagli altri,
ma specifica nominatamente egli stesso gli impuri quali: l’aquila,
il nibbio, il corvo, lo struzzo, il falcone, ecc.; in quanto ai
quadrupedi dichiara soltanto puri quelli forniti di unghia fessa e
che sono ruminanti: e in quanto ai pesci dichiara puri solamente
quelli che hanno pinne e squamme.
I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d’impiegare 120 anni
nella costruzione dell’arca, nell’intento che venendo egli interrogato
dell’uso a cui essa doveva servire; Noè predicesse loro la catastrofe
che pendeva sui loro capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s’uniformò
all’ordine di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni non
solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli empi quale pazzo, non
riceveva in ricambio che dileggi e scherni.
L’esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni allorchè entrato
nell’arca coi membri della propria sua famiglia, con tutte le specie di
animali e con grandi provviste di viveri, le acque cominciarono a
cadere.
L’arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per lo scolo delle
acque. Spalmata di pece dentro e fuori per meglio impedire all’acqua di
penetrarvi, essa misurava 300 braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30
di altezza. Non v’ha dubbio che o l’uomo antidiluviano aveva uno
sviluppo fisico proporzionato alla sua longevità¹⁸, e quindi assai
superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura all’arca
dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune. Altrimenti non
si saprebbe comprendere come un’arca di così ristrette proporzioni abbia
potuto contenere l’infinita varietà di animali che vi ebbero stanza, e
l’immensa provvigione di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza
ricorrere al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori per
appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno diciasettesimo di
Iiar quando le catteratte del cielo si aprirono; l’oceano furente uscì
dal proprio letto e si riversò sulla terra; e un vento impetuoso che
soffiò per 150 giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono
le cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l’arca di Noè
galleggiando sicura su quello sterminato oceano, portava nel suo seno i
pochi avanzi della creazione. La colomba messa fuori da Noè; e a lui
ritornata in sul far della sera portando in bocca una fresca foglia di
olivo, lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile
l’insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da questo fatto. Il
corvo, spedito prima, tristo ed ingrato, abbandonò il suo benefattore,
nè più ritornò nell’arca. La colomba innocente e pia vi faceva bensì
ritorno, ma con una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una
foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare al suo
ospite che per quanto ella fosse grata e sensibile ai benefizii che da
lui riceveva con un vitto abbondante e gratuito, ad ogni modo vi
preferiva di gran lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal
proprio lavoro.
¹⁸ Quantunque non sia nostra intenzione di entrare in disquisizioni
filosofiche o filologiche, che in questo lavoro sarebbero affatto
inopportune, tuttavia noi teniamo a dare nel modo più semplice e
breve, che per noi si possa, la ragione o la dilucidazione di
alcuni pochi fatti o precetti, che giudicati superficialmente
possono parere molto oscuri. Daremo ora pertanto alcuni
schiarimenti sul fatto della longevità, constatata dal Pentateuco,
di parecchi uomini antidiluviani e che fu oggetto di tante
controversie tra i dotti.
Il celebre Maimonide nel summentovato _Morè nebohhim_, dopo d’avere
dimostrato insussistente la teoria di quanti vollero sostenere, che
gli anni d’allora fossero di una durata assai più breve degli
attuali; stima che la longevità antidiluviana non fosse generale,
ma individuale ai pochi uomini nominati nel Pentateuco: e ciò per
divina parzialità verso di loro in premio del loro tenore di vita
morigerato e virtuoso.
Abrabanel, seguendo l’opinione del Nahhmanide, respinge questa
spiegazione. Ritiene invece generale la longevità negli uomini
antidiluviani, attribuendola: 1º Alla differenza degli alimenti di
cui si cibavano allora e che appartenevano esclusivamente al regno
vegetale; 2º alla vita morigerata e virtuosa delle prime
generazioni umane; 3º alla purezza e soavità dell’atmosfera
straordinariamente alterata e guastata dal diluvio e dalle morbose
esalazioni di tanti residui animali corrotti; 4º alla necessità di
popolare la terra con maggiore sollecitudine; e finalmente al
vantaggio che tale longevità procurava alle arti e alle scienze
appena nascenti, poichè moltiplicava gli ammaestramenti della
esperienza. In quanto al braccio che servì di misura per l’arca, lo
stesso Abrabanel opina che effettivamente fosse più lungo del
nostro, e che in media equivalesse a sei braccia di un uomo
pos-diluviano.
Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno prima, Noè e
tutti gli animali abbandonarono l’arca. Quali sensazioni di sgomento, di
stupore e di dolore non avrà provato quella famiglia ricalcando la
terra! Più nulla dava indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili
tutto era intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido
deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette ben presto il
sentimento del dovere.
Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti al Signore. Il
Signore gradì la manifestazione della sua riconoscenza, e gli promise
che mai più avrebbe mandato un diluvio a distruggere la terra. Poscia
benedisse lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l’uso di cibi
animali, loro proibiva formalmente il sangue¹⁹. Sono significanti le
parole colle quali condanna il suicidio, perchè prova non dubbia
dell’immortalità dell’anima, di cui ragioneremo più diffusamente
altrove, e che sono le seguenti:
¹⁹ «Però fortemente, dice altrove il Legislatore, tu devi astenerti
dal mangiare il sangue, perchè il sangue è elemento di vita: e tu
non devi mangiare la vita (ciò che dà la vita) colla carne. Non
devi mangiarlo, ma versarlo in terra come acqua. Non mangiarlo; e
così, facendo cosa grata al Signore sarai felice, e lo (saranno) i
figli tuoi dopo di te.
«Farommi poi rendere conto dell’omicidio che attenterete sulle vostre
stesse persone; farommene rendere conto dall’anima sua immortale²⁰».
²⁰ Vedi traduzione e commento Reggio, e Dizionario Lib. sul vocabolo
_hhaià_.
L’alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli sette comandi,
detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente i più ovii
principii della religione naturale. Eccoli quali ce li trasmise la
tradizione: 1º Non professare un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il
santo nome di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere
adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare i principii
fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un membro strappato o
tagliato ad un animale vivo.
Censimento del popolo.
Fu pure nel primo giorno di questo secondo mese che Mosè, dietro ordine
di Dio, invitava i capi delle dodici tribù d’Israele a fare il
censimento degli uomini atti alle armi; vale a dire dagli anni 20 in su.
Il risultato, esclusa la tribù di Levi, esente da pubblici carichi, fu
di 603550. Quarant’anni dopo, nelle pianure di Moab presso alle rive del
Giordano poco prima della sua morte, Mosè ordinò un secondo censimento
che diede un totale di 601730. Non farà meraviglia alcuna la diminuzione
nella cifra, se si considerano i disagi, le privazioni d’ogni specie
sofferte dal popolo per tutto quel lungo lasso di tempo; e più di tutto
per le mortalità che infierirono nel popolo per la deplorabile sedizione
di Corahh, pel fatto degli esploratori, e per l’adorazione di Baal Peór.
È antico assioma che la popolazione non aumenta che nella pace, nella
prosperità e nell’abbondanza di ogni cosa.
E posciacchè parliamo di censimenti, non crediamo fuori proposito
segnalare quello ordinato da Davide circa 500 anni dopo il summentovato.
Dopo le tante guerre sostenute per la conquista del paese che Dio aveva
promesso al suo popolo, Davide sedendo finalmente tranquillo e sicuro
sul suo trono; inviò il suo fedele generale Gioab per tutto il regno,
onde conoscere il numero totale degli uomini atti alle armi che risultò
di 1300000: fatto che dimostra evidentemente come la monarchia d’Israele
fosse allora la più possente dell’Asia. Ma il precipuo intendimento che
ci fece citare questo fatto, non fu quello di dare il numero dei soldati
di cui Davide poteva disporre o segnalarne la conseguente prosperità del
popolo; ma per dilucidare il luttuoso avvenimento che contristò Davide e
Israele in tale occasione. Fatto il censimento pel quale si impiegarono
9 mesi e 20 giorni, una terribile pestilenza infierì nel popolo
d’Israele miettendo in brevissimo tempo ottanta mila vittime. Lo storico
sacro, lascia supporre che tale avvenimento fosse un castigo mandato
appunto da Dio in causa del fatto censimento. Ma perchè ricorrere al
sovrannaturale quando si tratta di un fatto che si spiega naturalmente
con tanta facilità? Per adempire all’incarico avuto, Gioab e i suoi
coadiutori si stabilivano sicuramente nei capi luoghi di provincia, ove
dovevano convenire tutti i capi di famiglia. Anche ammettendo che non si
trasandassero, cosa abbastanza difficile, i precetti d’igiene, pure una
tale agglomerazione d’individui in paesi tanto caldi, non può recare
meraviglia che abbia favorito lo sviluppo di qualche malattia
contaggiosa; come non può recare meraviglia che costernato alla notizia
che la pestilenza si avvicinava alla Capitale, Davide propiziasse Dio
onde vi mettesse un termine accusando se stesso il solo autore di tante
sventure.
Conviene pure notare che alla narrazione del censimento, lo stesso
storico fa precedere quale spiegazione l’avvertenza che Dio era adirato
contro Israele per motivi che però non palesa, e che fu Davide stesso
che scelse la pestilenza a preferenza della carestia o della rotta in
guerra; onde, come disse egli, cadere nelle mani di Dio misericordioso,
anzichè in quelle degli uomini. Ad ogni modo i due censimenti del popolo
fatti eseguire da Mosè, per ordine espresso di Dio, dimostrano
insussistente l’opinione che sia proibito di numerare il popolo sotto
pena di pestilenza²¹.
²¹ Il su citato Abrabanel con chiare e convincentissime ragioni
sostiene e dimostra la verità della su espressa opinione contro le
argomentazioni di parecchi altri commentatori, i quali s’appoggiano
oltre al fatto di Davide al primo paragrafo della lezione di _Chi
tissà_, e col quale si obbligano i futuri numerandi del popolo a
versare un mezzo siclo d’argento al tesoro del Tempio quale offerta
di espiazione.
Fondazione e inaugurazione del Tempio di Salomone.
Un altro fatto della più alta importanza successe in questo mese. Resisi
tributarii i più potenti popoli vicini, sin dagli ultimi anni del regno
di Davide, Israele godeva di tutta quella prosperità materiale e morale,
che può essere raggiunta da un popolo i cui destini sono confidati ad un
re, che alla gloria delle armi seppe unire una sapiente amministrazione
e una prudente politica. La Bibbia ci attesta che la pubblica ricchezza
era salita a tale grado, che al tempo di Salomone l’argento aveva quasi
perduto e pregio e valore. Davide che ad un animo religiosissimo univa
le qualità di valentissimo musico e di altissimo poeta, non ancora
soddisfatto delle lodevolissime disposizioni per le quali circondò di
decoro e di ordine il Culto divino; manifestava un giorno al profeta
Nathan il suo ardente desiderio di fabbricare una Casa degna del Dio
d’Israele.
Ma Dio non gli permise d’incarnare il suo pensiero nobilissimo;
inquantocchè le sue mani avessero versato molto sangue. Ed era giusto.
Il Tempio che è legame di pace, di amore e di concordia tra Dio e l’uomo
e tra l’uomo e l’uomo; il Tempio ch’è quel sacro luogo ove il nostro
cuore sollevandosi a Dio mercè la preghiera s’inspira alla virtù, alla
carità, alla purezza; non poteva essere l’opera di un re conquistatore,
per quanto le guerre da lui intraprese avessero un fine nobilissimo: la
redenzione del patrio suolo e la grandezza del proprio popolo.
Però per la sua predilezione per quest’uomo che fece tanto bene ad
Israele, e che a fronte di alcune colpe da lui commesse aveva un cuore
pio e santo, pieno di nobili e generose aspirazioni; Dio lo assicurava
per bocca dello stesso profeta che suo figlio Salomone avrebbe
effettuato il suo pio divisamento. Non erano infatti trascorsi che
quattro anni dalla sua morte, quando nel secondo giorno di questo stesso
mese di Iiar, Salomone valendosi degl’immensi tesori lasciatigli a tale
uopo dal padre, pose le fondamenta del tempio i cui lavori ebbero la
durata di sette anni e mezzo.
La festa inaugurale fatta dopo la solennità di Sucoth fu di una
splendidezza affatto eccezionale. Vennero sacrificati 22000 buoi e
120000 pecore²². Immensa fu la gioia del popolo che in quel grandioso,
ricchissimo ed imponente edificio, oltre al vedere soddisfatto un suo
lungo desiderio religioso, vedeva una prova palmare della sua grandezza
e potenza e la consacrazione della sua unità religiosa e politica.
²² Si vedrà più lungi che dopo di avere lasciato all’altare e ai
sacerdoti la parte ad essi assegnata dalla legge sui sacrifizii; il
resto, cioè il più, serviva ad alimentare le turbe.
La preghiera fatta da Salomone in tale occasione è degnissima di nota.
Cominciò a ringraziare Iddio di tanti favori accordati al padre suo, e
di quello poi insigne di avere reso lui stesso degno di dedicargli
quella Casa; enumerò le diverse contingenze che avrebbero potuto
condurre gli individui e il popolo intiero a versare la piena del loro
dolore in quella Casa, da dove sarebbero usciti immancabilmente col
cuore confortato; e finalmente con un sentimento di tolleranza
tutt’altro che comune alle idee generali di quei tempi, così soggiunse:
«E anche lo straniero non appartenente al tuo popolo che venisse a
supplicarti in questa Casa, deh o Dio! ascolta la sua preghiera e compi
i suoi voti; cosicchè tutte le nazioni, quanto il tuo popolo Israele,
siano portati ad adorarti dalla cognizione della tua potenza e della tua
bontà».
ANTICHITÀ DOMESTICHE
Abitazioni degli antichi Ebrei.
Fra le nozioni delle antichità sacre, le più importanti a conoscersi
sono, a nostro avviso, quelle che riguardano la composizione della
famiglia, le basi su cui essa era fondata e i reciproci rapporti che ne
univano i componenti. Però sia per l’importanza che hanno le abitazioni
sull’igiene e sui costumi della famiglia stessa, e sia perchè la
cognizione delle medesime serve per comprendere parecchie descrizioni
degli autori sacri; crediamo indispensabile farvi appunto precedere un
breve cenno sulle primitive abitazioni degli uomini: vale a dire sulle
caverne, sulle capanne e sulle tende, per poscia parlare dei villaggi,
delle città e delle case.
§ 1.—_Delle Caverne._
In sulle rive del mare Rosso e del golfo Persico, nelle montagne
dell’Armenia come nelle isole Baleari e nell’isola di Malta, alcuni
popoli non avevano altra dimora che antri scavati nel sasso onde furono
detti _Trogloditi_, parola che deriva dal greco e che significa: «quelli
che s’ascondono nelle caverne²³». Le montagne dell’Arabia, della Giudea
e della Fenicia, erano in gran parte piene di tali sorta di caverne; che
per essere molto ampie potevano dar ricetto a buon numero di persone.
Maundrel nel suo _Voyage de Jerusalem_ (pag. 198) ci da la descrizione
d’una caverna scoperta nei dintorni di Sidone, e tanto ampia da essere
divisa in circa dugento camere ciascuna di dodici piedi in quadrato. E
la Bibbia ci porge anch’essa parecchi esempi di tali abitazioni: È in
una caverna che Loth si rifugiò colle figlie onde scampare all’eccidio
di Sodoma; è in una caverna che si rifugiarono i cinque re inseguiti dai
soldati di Giosuè dopo la totale disfatta dei loro eserciti; sono pure
caverne le abitazioni che si procurarono gli Ebrei angariati ed oppressi
dai Madianiti affine di salvare sè stessi e nascondere i raccolti dei
loro campi; e finalmente è in una caverna ove Davide riparò coi suoi
quattrocento soldati per isfuggire dalle mani di Saulle. Queste caverne
dopo d’avere servito di usuali abitazioni e di rifugio ai perseguitati,
divennero in processo di tempo depositi di morti, e asilo dei ladri.
²³ Il vocabolo ebraico _Hhorì_ (libero) è indubitatamente adoperato
per indicare una tribù _Troglodita_ inquantocchè la radice di
questa parola sia _hhor_ che significa: _foro_, _caverna_.
§ 2.—_Le Capanne._
Per utili che fossero le caverne, presentavano però inconvenienti per
molti riguardi; il principale dei quali era la difficoltà di ridurle
accomodate ai bisogni della vita. Per questo motivo esse dovettero ben
presto venire sostituite dalle capanne _sucoth_, le quali vennero
riconosciute tanto comode e vantaggiose in quei paesi caldi, che non
andarono affatto in disuso anche quando l’arte ebbe inventate abitazioni
più perfette e più sicure.
§ 3.—_Le Tende._
Per l’inconveniente che presentavano le capanne di non potere essere
trasportate con facilità dalle popolazioni nomade, si dovette ben presto
pensare a sostituirvi le tende _hóel_, che serbando l’identica forma
della capanna, presentavano il vantaggio di essere trasportabili.
Primieramente le tende venivano fatte con pelli d’animali, ma poscia
s’impiegarono per esse tessuti di lana o di tela che stendevansi su
pertiche, tenacemente conficcate al suolo col _iadéth_ (cavicchio),
affinchè potessero resistere all’impeto del vento. Quantunque la S.
Scrittura ci faccia sapere che i patriarchi vivevano in tende, ci
fornisce però pochissime nozioni su tal sorta di dimore. Dalle
descrizioni che alcuni viaggiatori moderni ci fanno delle tende degli
Arabi, che da quanto si può presumere sono modellate su quelle dei più
antichi loro padri, pare che le grandi tende fossero divise in tre
parti: La prima parte che si trova alla stessa entrata è occupata dagli
schiavi; la seconda è assegnata agli uomini; e la terza che ne forma il
fondo, è riserbata alle donne. Quest’ultima parte è detta dagli arabi
_alcobbah_, che indubbiamente corrisponde al vocabolo _kubbà_ ebraico
adoperato nel Pentateuco per designare la camera cubicolare. L’abitudine
e l’amore alla indipendenza d’una vita errante e campestre, aveva reso
tanto famigliare agli antichi questa maniera di vivere sotto le tende,
che la continuarono ancora molti secoli dopo che l’arte aveva inventate
le case. Così fece Abramo quando entrò nella terra di Canaan quantunque
il paese fosse pieno di città; così fece Giacobbe al suo ritorno dalla
Mesopotamia presso la città di Salem; così fecero gli Ebrei in Gàlgala
dopo entrati nella terra promessa; e così fanno oggigiorno diversi
popoli dell’Oriente.
§ 4.—_Villaggi e Città._
Essendo gli uomini socievoli per natura, non appena si moltiplicarono
sulla terra dovettero provare un prepotente bisogno di abitare a poca
distanza gli uni dagli altri, per potere più facilmente prestarsi mutuo
soccorso nei loro reciproci bisogni. «O la società o la morte», disse il
leggendario Onì.
La Bibbia ci somministra la prova di questo bisogno umano soddisfatto da
Caino stesso, il quale fabbricò una città _ir_ o _kirià_ che chiamò
_hhanoch_ dal nome del figlio. Subito dopo il diluvio, gli uomini si
occuparono nuovamente a edificare diverse città fra le quali _Ressen_ la
grande, che stava in mezzo alle altre due città Ninive e Cálahh.
Le descrizioni dei viaggi fatti dai patriarchi nella Palestina e
nell’Egitto, ci fanno persuasi che esistevano in quei paesi molte città
governate da capi detti _melech_ re, _aluf_ duce dominante, _nascì_
principe.
Gli esploratori andati a visitare la terra di Canaan assicurarono il
popolo d’Israele di avere trovate città assai grandi e fortificate;
prima di passare il Giordano le tribù di Gad e di Ruben edificarono
città e fortezze a difesa delle loro famiglie che lasciarono al di qua
di quel fiume.
Non mancavano sicuramente i villaggi o borgate distinti col nome di
_migrasc_, _hhavà_, _chefar_.
Le città principali venivano possibilmente edificate su qualche altura,
e spesso cinte da doppio e triplice ordine di mura. Il muro principale
detto _hhomà_ era munito di tratto in tratto da alte torri, e aveva
davanti un fosso profondo, oltre al quale era l’antimuro detto _hhel_.
Innanzi alle porte della città e talvolta anche nell’interno d’essa,
esistevano piazze _rehhovód_, che servivano tanto ai pubblici mercati,
quanto a luogo di residenza dei magistrati per l’amministrazione della
giustizia. Mancando allora le botteghe, si capirà facilmente che le
mercanzie si tenevano esposte all’aperto sotto tende o capanne.
§ 5.—_Le Case._
All’ingresso degli Ebrei nella Palestina pare che trovassero le case
_baiith_ tutte di un solo piano, sormontante da un terrazzo che serviva
non solamente per passeggiare e respirare aria più pura, ma ancora per
farvi i pasti e passarvi le notti della state. Egli è per questo motivo
che il legislatore ebreo, sollecito e tenero del bene del suo popolo,
non trascurando neanche le cose di minor conto trattandosi di evitare
loro un qualche pericolo, aveva imposto con prudente ordinazione di
guernire l’orlo del tetto di un muricciuolo o parapetto _maaké_ alto
abbastanza per impedire le cadute. In processo di tempo gli Ebrei
seppero fabbricarsi case ampie e alte particolarmente nelle grandi
città, e decorarle non solamente con molto buon gusto ma con molto
sfarzo, come avremo a convincercene quando discorreremo delle arti
coltivate dai medesimi.
In quanto alla disposizione degli appartamenti, sembra che la maggior
parte delle case grandi e ricche avessero quattro ale o divisioni
formanti un cortile quadrato detto _toch abaiith_ (corte interiore), e
precedute da un cortile esterno detto _hhasser_, destinato a ricevere le
persone che ordinariamente non venivano ammesse nell’interno della casa.
È molto probabile che il quartiere delle donne fosse collocato nella
parte la più remota, poichè quando Davide volle significare come si
manifesti la benedizione di Dio su d’un uomo pio, si servì della
seguente espressione poetica:
«La tua moglie sarà quale feconda vite _beüarchethè bethécha_ (nella
estremità della tua casa). I tuoi figli saranno quali giovani piante
d’olivo, intorno al tuo desco»—Dalle profezie di Amos e di Geremia, si
ricava che i ricchi avevano appartamenti distinti per l’estate e per
l’inverno.
Il primo che abbia parlato di cucina propriamente detta, è il profeta
Ezechiele.
Tanto le città quanto le case avevano porte _sáar_²⁴ di una o di due
imposte. La porta formata di un’imposta sola si diceva _deleth_, e
quella formata di due imposte _delathaim_. L’architrave si chiamava
_mascof_ e gli stipiti _mezuzoth_. Certo si sa per insegnamento ricevuto
sino dai più teneri anni, che questa parola fu traslativamente
appropriata ad indicare un piccolo rotolo di carta pecora, rinchiusa in
una canna o vetro, e contenente i due primi paragrafi del _Schemanh_ e
che si pone nello stipite dell’uscio delle case dal lato diritto di chi
vi entra. Sul di dietro di questa pergamena sta scritta la parola
_sciaddaï_ che deriva dalla radice _sad_ mammella, e viene tradotta in
italiano per: prima causa d’ogni cosa, onnipotente, provvidente²⁵.
²⁴ Questo vocabolo indica spesso il vuoto della porta e talora anche
la città intiera o i cittadini o i magistrati suoi. Così il
vocabolo _pedahh_ che preso da taluni nel senso dell’uscio, non ne
indica che l’ingresso o il limitare.