¹⁷ Mosè distingue gli animali in _puri_ ed in _impuri_. Sono da lui

dichiarati puri quelli della cui carne ci è permesso di cibarci,

impuri tutti gli altri. In quanto agli uccelli Mosè non ci

somministra veruna indicazione per distinguere gli uni dagli altri,

ma specifica nominatamente egli stesso gli impuri quali: l’aquila,

il nibbio, il corvo, lo struzzo, il falcone, ecc.; in quanto ai

quadrupedi dichiara soltanto puri quelli forniti di unghia fessa e

che sono ruminanti: e in quanto ai pesci dichiara puri solamente

quelli che hanno pinne e squamme.

I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d’impiegare 120 anni

nella costruzione dell’arca, nell’intento che venendo egli interrogato

dell’uso a cui essa doveva servire; Noè predicesse loro la catastrofe

che pendeva sui loro capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s’uniformò

all’ordine di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni non

solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli empi quale pazzo, non

riceveva in ricambio che dileggi e scherni.

L’esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni allorchè entrato

nell’arca coi membri della propria sua famiglia, con tutte le specie di

animali e con grandi provviste di viveri, le acque cominciarono a

cadere.

L’arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per lo scolo delle

acque. Spalmata di pece dentro e fuori per meglio impedire all’acqua di

penetrarvi, essa misurava 300 braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30

di altezza. Non v’ha dubbio che o l’uomo antidiluviano aveva uno

sviluppo fisico proporzionato alla sua longevità¹⁸, e quindi assai

superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura all’arca

dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune. Altrimenti non

si saprebbe comprendere come un’arca di così ristrette proporzioni abbia

potuto contenere l’infinita varietà di animali che vi ebbero stanza, e

l’immensa provvigione di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza

ricorrere al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori per

appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno diciasettesimo di

Iiar quando le catteratte del cielo si aprirono; l’oceano furente uscì

dal proprio letto e si riversò sulla terra; e un vento impetuoso che

soffiò per 150 giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono

le cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l’arca di Noè

galleggiando sicura su quello sterminato oceano, portava nel suo seno i

pochi avanzi della creazione. La colomba messa fuori da Noè; e a lui

ritornata in sul far della sera portando in bocca una fresca foglia di

olivo, lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile

l’insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da questo fatto. Il

corvo, spedito prima, tristo ed ingrato, abbandonò il suo benefattore,

nè più ritornò nell’arca. La colomba innocente e pia vi faceva bensì

ritorno, ma con una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una

foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare al suo

ospite che per quanto ella fosse grata e sensibile ai benefizii che da

lui riceveva con un vitto abbondante e gratuito, ad ogni modo vi

preferiva di gran lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal

proprio lavoro.

¹⁸ Quantunque non sia nostra intenzione di entrare in disquisizioni

filosofiche o filologiche, che in questo lavoro sarebbero affatto

inopportune, tuttavia noi teniamo a dare nel modo più semplice e

breve, che per noi si possa, la ragione o la dilucidazione di

alcuni pochi fatti o precetti, che giudicati superficialmente

possono parere molto oscuri. Daremo ora pertanto alcuni

schiarimenti sul fatto della longevità, constatata dal Pentateuco,

di parecchi uomini antidiluviani e che fu oggetto di tante

controversie tra i dotti.

Il celebre Maimonide nel summentovato _Morè nebohhim_, dopo d’avere

dimostrato insussistente la teoria di quanti vollero sostenere, che

gli anni d’allora fossero di una durata assai più breve degli

attuali; stima che la longevità antidiluviana non fosse generale,

ma individuale ai pochi uomini nominati nel Pentateuco: e ciò per

divina parzialità verso di loro in premio del loro tenore di vita

morigerato e virtuoso.

Abrabanel, seguendo l’opinione del Nahhmanide, respinge questa

spiegazione. Ritiene invece generale la longevità negli uomini

antidiluviani, attribuendola: 1º Alla differenza degli alimenti di

cui si cibavano allora e che appartenevano esclusivamente al regno

vegetale; 2º alla vita morigerata e virtuosa delle prime

generazioni umane; 3º alla purezza e soavità dell’atmosfera

straordinariamente alterata e guastata dal diluvio e dalle morbose

esalazioni di tanti residui animali corrotti; 4º alla necessità di

popolare la terra con maggiore sollecitudine; e finalmente al

vantaggio che tale longevità procurava alle arti e alle scienze

appena nascenti, poichè moltiplicava gli ammaestramenti della

esperienza. In quanto al braccio che servì di misura per l’arca, lo

stesso Abrabanel opina che effettivamente fosse più lungo del

nostro, e che in media equivalesse a sei braccia di un uomo

pos-diluviano.

Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno prima, Noè e

tutti gli animali abbandonarono l’arca. Quali sensazioni di sgomento, di

stupore e di dolore non avrà provato quella famiglia ricalcando la

terra! Più nulla dava indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili

tutto era intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido

deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette ben presto il

sentimento del dovere.

Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti al Signore. Il

Signore gradì la manifestazione della sua riconoscenza, e gli promise

che mai più avrebbe mandato un diluvio a distruggere la terra. Poscia

benedisse lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l’uso di cibi

animali, loro proibiva formalmente il sangue¹⁹. Sono significanti le

parole colle quali condanna il suicidio, perchè prova non dubbia

dell’immortalità dell’anima, di cui ragioneremo più diffusamente

altrove, e che sono le seguenti:

¹⁹ «Però fortemente, dice altrove il Legislatore, tu devi astenerti

dal mangiare il sangue, perchè il sangue è elemento di vita: e tu

non devi mangiare la vita (ciò che dà la vita) colla carne. Non

devi mangiarlo, ma versarlo in terra come acqua. Non mangiarlo; e

così, facendo cosa grata al Signore sarai felice, e lo (saranno) i

figli tuoi dopo di te.

«Farommi poi rendere conto dell’omicidio che attenterete sulle vostre

stesse persone; farommene rendere conto dall’anima sua immortale²⁰».

²⁰ Vedi traduzione e commento Reggio, e Dizionario Lib. sul vocabolo

_hhaià_.

L’alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli sette comandi,

detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente i più ovii

principii della religione naturale. Eccoli quali ce li trasmise la

tradizione: 1º Non professare un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il

santo nome di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere

adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare i principii

fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un membro strappato o

tagliato ad un animale vivo.

Censimento del popolo.

Fu pure nel primo giorno di questo secondo mese che Mosè, dietro ordine

di Dio, invitava i capi delle dodici tribù d’Israele a fare il

censimento degli uomini atti alle armi; vale a dire dagli anni 20 in su.

Il risultato, esclusa la tribù di Levi, esente da pubblici carichi, fu

di 603550. Quarant’anni dopo, nelle pianure di Moab presso alle rive del

Giordano poco prima della sua morte, Mosè ordinò un secondo censimento

che diede un totale di 601730. Non farà meraviglia alcuna la diminuzione

nella cifra, se si considerano i disagi, le privazioni d’ogni specie

sofferte dal popolo per tutto quel lungo lasso di tempo; e più di tutto

per le mortalità che infierirono nel popolo per la deplorabile sedizione

di Corahh, pel fatto degli esploratori, e per l’adorazione di Baal Peór.

È antico assioma che la popolazione non aumenta che nella pace, nella

prosperità e nell’abbondanza di ogni cosa.

E posciacchè parliamo di censimenti, non crediamo fuori proposito

segnalare quello ordinato da Davide circa 500 anni dopo il summentovato.

Dopo le tante guerre sostenute per la conquista del paese che Dio aveva

promesso al suo popolo, Davide sedendo finalmente tranquillo e sicuro

sul suo trono; inviò il suo fedele generale Gioab per tutto il regno,

onde conoscere il numero totale degli uomini atti alle armi che risultò

di 1300000: fatto che dimostra evidentemente come la monarchia d’Israele

fosse allora la più possente dell’Asia. Ma il precipuo intendimento che

ci fece citare questo fatto, non fu quello di dare il numero dei soldati

di cui Davide poteva disporre o segnalarne la conseguente prosperità del

popolo; ma per dilucidare il luttuoso avvenimento che contristò Davide e

Israele in tale occasione. Fatto il censimento pel quale si impiegarono

9 mesi e 20 giorni, una terribile pestilenza infierì nel popolo

d’Israele miettendo in brevissimo tempo ottanta mila vittime. Lo storico

sacro, lascia supporre che tale avvenimento fosse un castigo mandato

appunto da Dio in causa del fatto censimento. Ma perchè ricorrere al

sovrannaturale quando si tratta di un fatto che si spiega naturalmente

con tanta facilità? Per adempire all’incarico avuto, Gioab e i suoi

coadiutori si stabilivano sicuramente nei capi luoghi di provincia, ove

dovevano convenire tutti i capi di famiglia. Anche ammettendo che non si

trasandassero, cosa abbastanza difficile, i precetti d’igiene, pure una

tale agglomerazione d’individui in paesi tanto caldi, non può recare

meraviglia che abbia favorito lo sviluppo di qualche malattia

contaggiosa; come non può recare meraviglia che costernato alla notizia

che la pestilenza si avvicinava alla Capitale, Davide propiziasse Dio

onde vi mettesse un termine accusando se stesso il solo autore di tante

sventure.

Conviene pure notare che alla narrazione del censimento, lo stesso

storico fa precedere quale spiegazione l’avvertenza che Dio era adirato

contro Israele per motivi che però non palesa, e che fu Davide stesso

che scelse la pestilenza a preferenza della carestia o della rotta in

guerra; onde, come disse egli, cadere nelle mani di Dio misericordioso,

anzichè in quelle degli uomini. Ad ogni modo i due censimenti del popolo

fatti eseguire da Mosè, per ordine espresso di Dio, dimostrano

insussistente l’opinione che sia proibito di numerare il popolo sotto

pena di pestilenza²¹.

²¹ Il su citato Abrabanel con chiare e convincentissime ragioni

sostiene e dimostra la verità della su espressa opinione contro le

argomentazioni di parecchi altri commentatori, i quali s’appoggiano

oltre al fatto di Davide al primo paragrafo della lezione di _Chi

tissà_, e col quale si obbligano i futuri numerandi del popolo a

versare un mezzo siclo d’argento al tesoro del Tempio quale offerta

di espiazione.

Fondazione e inaugurazione del Tempio di Salomone.

Un altro fatto della più alta importanza successe in questo mese. Resisi

tributarii i più potenti popoli vicini, sin dagli ultimi anni del regno

di Davide, Israele godeva di tutta quella prosperità materiale e morale,

che può essere raggiunta da un popolo i cui destini sono confidati ad un

re, che alla gloria delle armi seppe unire una sapiente amministrazione

e una prudente politica. La Bibbia ci attesta che la pubblica ricchezza

era salita a tale grado, che al tempo di Salomone l’argento aveva quasi

perduto e pregio e valore. Davide che ad un animo religiosissimo univa

le qualità di valentissimo musico e di altissimo poeta, non ancora

soddisfatto delle lodevolissime disposizioni per le quali circondò di

decoro e di ordine il Culto divino; manifestava un giorno al profeta

Nathan il suo ardente desiderio di fabbricare una Casa degna del Dio

d’Israele.

Ma Dio non gli permise d’incarnare il suo pensiero nobilissimo;

inquantocchè le sue mani avessero versato molto sangue. Ed era giusto.

Il Tempio che è legame di pace, di amore e di concordia tra Dio e l’uomo

e tra l’uomo e l’uomo; il Tempio ch’è quel sacro luogo ove il nostro

cuore sollevandosi a Dio mercè la preghiera s’inspira alla virtù, alla

carità, alla purezza; non poteva essere l’opera di un re conquistatore,

per quanto le guerre da lui intraprese avessero un fine nobilissimo: la

redenzione del patrio suolo e la grandezza del proprio popolo.

Però per la sua predilezione per quest’uomo che fece tanto bene ad

Israele, e che a fronte di alcune colpe da lui commesse aveva un cuore

pio e santo, pieno di nobili e generose aspirazioni; Dio lo assicurava

per bocca dello stesso profeta che suo figlio Salomone avrebbe

effettuato il suo pio divisamento. Non erano infatti trascorsi che

quattro anni dalla sua morte, quando nel secondo giorno di questo stesso

mese di Iiar, Salomone valendosi degl’immensi tesori lasciatigli a tale

uopo dal padre, pose le fondamenta del tempio i cui lavori ebbero la

durata di sette anni e mezzo.

La festa inaugurale fatta dopo la solennità di Sucoth fu di una

splendidezza affatto eccezionale. Vennero sacrificati 22000 buoi e

120000 pecore²². Immensa fu la gioia del popolo che in quel grandioso,

ricchissimo ed imponente edificio, oltre al vedere soddisfatto un suo

lungo desiderio religioso, vedeva una prova palmare della sua grandezza

e potenza e la consacrazione della sua unità religiosa e politica.

²² Si vedrà più lungi che dopo di avere lasciato all’altare e ai

sacerdoti la parte ad essi assegnata dalla legge sui sacrifizii; il

resto, cioè il più, serviva ad alimentare le turbe.

La preghiera fatta da Salomone in tale occasione è degnissima di nota.

Cominciò a ringraziare Iddio di tanti favori accordati al padre suo, e

di quello poi insigne di avere reso lui stesso degno di dedicargli

quella Casa; enumerò le diverse contingenze che avrebbero potuto

condurre gli individui e il popolo intiero a versare la piena del loro

dolore in quella Casa, da dove sarebbero usciti immancabilmente col

cuore confortato; e finalmente con un sentimento di tolleranza

tutt’altro che comune alle idee generali di quei tempi, così soggiunse:

«E anche lo straniero non appartenente al tuo popolo che venisse a

supplicarti in questa Casa, deh o Dio! ascolta la sua preghiera e compi

i suoi voti; cosicchè tutte le nazioni, quanto il tuo popolo Israele,

siano portati ad adorarti dalla cognizione della tua potenza e della tua

bontà».

ANTICHITÀ DOMESTICHE

Abitazioni degli antichi Ebrei.

Fra le nozioni delle antichità sacre, le più importanti a conoscersi

sono, a nostro avviso, quelle che riguardano la composizione della

famiglia, le basi su cui essa era fondata e i reciproci rapporti che ne

univano i componenti. Però sia per l’importanza che hanno le abitazioni

sull’igiene e sui costumi della famiglia stessa, e sia perchè la

cognizione delle medesime serve per comprendere parecchie descrizioni

degli autori sacri; crediamo indispensabile farvi appunto precedere un

breve cenno sulle primitive abitazioni degli uomini: vale a dire sulle

caverne, sulle capanne e sulle tende, per poscia parlare dei villaggi,

delle città e delle case.

§ 1.—_Delle Caverne._

In sulle rive del mare Rosso e del golfo Persico, nelle montagne

dell’Armenia come nelle isole Baleari e nell’isola di Malta, alcuni

popoli non avevano altra dimora che antri scavati nel sasso onde furono

detti _Trogloditi_, parola che deriva dal greco e che significa: «quelli

che s’ascondono nelle caverne²³». Le montagne dell’Arabia, della Giudea

e della Fenicia, erano in gran parte piene di tali sorta di caverne; che

per essere molto ampie potevano dar ricetto a buon numero di persone.

Maundrel nel suo _Voyage de Jerusalem_ (pag. 198) ci da la descrizione

d’una caverna scoperta nei dintorni di Sidone, e tanto ampia da essere

divisa in circa dugento camere ciascuna di dodici piedi in quadrato. E

la Bibbia ci porge anch’essa parecchi esempi di tali abitazioni: È in

una caverna che Loth si rifugiò colle figlie onde scampare all’eccidio

di Sodoma; è in una caverna che si rifugiarono i cinque re inseguiti dai

soldati di Giosuè dopo la totale disfatta dei loro eserciti; sono pure

caverne le abitazioni che si procurarono gli Ebrei angariati ed oppressi

dai Madianiti affine di salvare sè stessi e nascondere i raccolti dei

loro campi; e finalmente è in una caverna ove Davide riparò coi suoi

quattrocento soldati per isfuggire dalle mani di Saulle. Queste caverne

dopo d’avere servito di usuali abitazioni e di rifugio ai perseguitati,

divennero in processo di tempo depositi di morti, e asilo dei ladri.

²³ Il vocabolo ebraico _Hhorì_ (libero) è indubitatamente adoperato

per indicare una tribù _Troglodita_ inquantocchè la radice di

questa parola sia _hhor_ che significa: _foro_, _caverna_.

§ 2.—_Le Capanne._

Per utili che fossero le caverne, presentavano però inconvenienti per

molti riguardi; il principale dei quali era la difficoltà di ridurle

accomodate ai bisogni della vita. Per questo motivo esse dovettero ben

presto venire sostituite dalle capanne _sucoth_, le quali vennero

riconosciute tanto comode e vantaggiose in quei paesi caldi, che non

andarono affatto in disuso anche quando l’arte ebbe inventate abitazioni

più perfette e più sicure.

§ 3.—_Le Tende._

Per l’inconveniente che presentavano le capanne di non potere essere

trasportate con facilità dalle popolazioni nomade, si dovette ben presto

pensare a sostituirvi le tende _hóel_, che serbando l’identica forma

della capanna, presentavano il vantaggio di essere trasportabili.

Primieramente le tende venivano fatte con pelli d’animali, ma poscia

s’impiegarono per esse tessuti di lana o di tela che stendevansi su

pertiche, tenacemente conficcate al suolo col _iadéth_ (cavicchio),

affinchè potessero resistere all’impeto del vento. Quantunque la S.

Scrittura ci faccia sapere che i patriarchi vivevano in tende, ci

fornisce però pochissime nozioni su tal sorta di dimore. Dalle

descrizioni che alcuni viaggiatori moderni ci fanno delle tende degli

Arabi, che da quanto si può presumere sono modellate su quelle dei più

antichi loro padri, pare che le grandi tende fossero divise in tre

parti: La prima parte che si trova alla stessa entrata è occupata dagli

schiavi; la seconda è assegnata agli uomini; e la terza che ne forma il

fondo, è riserbata alle donne. Quest’ultima parte è detta dagli arabi

_alcobbah_, che indubbiamente corrisponde al vocabolo _kubbà_ ebraico

adoperato nel Pentateuco per designare la camera cubicolare. L’abitudine

e l’amore alla indipendenza d’una vita errante e campestre, aveva reso

tanto famigliare agli antichi questa maniera di vivere sotto le tende,

che la continuarono ancora molti secoli dopo che l’arte aveva inventate

le case. Così fece Abramo quando entrò nella terra di Canaan quantunque

il paese fosse pieno di città; così fece Giacobbe al suo ritorno dalla

Mesopotamia presso la città di Salem; così fecero gli Ebrei in Gàlgala

dopo entrati nella terra promessa; e così fanno oggigiorno diversi

popoli dell’Oriente.

§ 4.—_Villaggi e Città._

Essendo gli uomini socievoli per natura, non appena si moltiplicarono

sulla terra dovettero provare un prepotente bisogno di abitare a poca

distanza gli uni dagli altri, per potere più facilmente prestarsi mutuo

soccorso nei loro reciproci bisogni. «O la società o la morte», disse il

leggendario Onì.

La Bibbia ci somministra la prova di questo bisogno umano soddisfatto da

Caino stesso, il quale fabbricò una città _ir_ o _kirià_ che chiamò

_hhanoch_ dal nome del figlio. Subito dopo il diluvio, gli uomini si

occuparono nuovamente a edificare diverse città fra le quali _Ressen_ la

grande, che stava in mezzo alle altre due città Ninive e Cálahh.

Le descrizioni dei viaggi fatti dai patriarchi nella Palestina e

nell’Egitto, ci fanno persuasi che esistevano in quei paesi molte città

governate da capi detti _melech_ re, _aluf_ duce dominante, _nascì_

principe.

Gli esploratori andati a visitare la terra di Canaan assicurarono il

popolo d’Israele di avere trovate città assai grandi e fortificate;

prima di passare il Giordano le tribù di Gad e di Ruben edificarono

città e fortezze a difesa delle loro famiglie che lasciarono al di qua

di quel fiume.

Non mancavano sicuramente i villaggi o borgate distinti col nome di

_migrasc_, _hhavà_, _chefar_.

Le città principali venivano possibilmente edificate su qualche altura,

e spesso cinte da doppio e triplice ordine di mura. Il muro principale

detto _hhomà_ era munito di tratto in tratto da alte torri, e aveva

davanti un fosso profondo, oltre al quale era l’antimuro detto _hhel_.

Innanzi alle porte della città e talvolta anche nell’interno d’essa,

esistevano piazze _rehhovód_, che servivano tanto ai pubblici mercati,

quanto a luogo di residenza dei magistrati per l’amministrazione della

giustizia. Mancando allora le botteghe, si capirà facilmente che le

mercanzie si tenevano esposte all’aperto sotto tende o capanne.

§ 5.—_Le Case._

All’ingresso degli Ebrei nella Palestina pare che trovassero le case

_baiith_ tutte di un solo piano, sormontante da un terrazzo che serviva

non solamente per passeggiare e respirare aria più pura, ma ancora per

farvi i pasti e passarvi le notti della state. Egli è per questo motivo

che il legislatore ebreo, sollecito e tenero del bene del suo popolo,

non trascurando neanche le cose di minor conto trattandosi di evitare

loro un qualche pericolo, aveva imposto con prudente ordinazione di

guernire l’orlo del tetto di un muricciuolo o parapetto _maaké_ alto

abbastanza per impedire le cadute. In processo di tempo gli Ebrei

seppero fabbricarsi case ampie e alte particolarmente nelle grandi

città, e decorarle non solamente con molto buon gusto ma con molto

sfarzo, come avremo a convincercene quando discorreremo delle arti

coltivate dai medesimi.

In quanto alla disposizione degli appartamenti, sembra che la maggior

parte delle case grandi e ricche avessero quattro ale o divisioni

formanti un cortile quadrato detto _toch abaiith_ (corte interiore), e

precedute da un cortile esterno detto _hhasser_, destinato a ricevere le

persone che ordinariamente non venivano ammesse nell’interno della casa.

È molto probabile che il quartiere delle donne fosse collocato nella

parte la più remota, poichè quando Davide volle significare come si

manifesti la benedizione di Dio su d’un uomo pio, si servì della

seguente espressione poetica:

«La tua moglie sarà quale feconda vite _beüarchethè bethécha_ (nella

estremità della tua casa). I tuoi figli saranno quali giovani piante

d’olivo, intorno al tuo desco»—Dalle profezie di Amos e di Geremia, si

ricava che i ricchi avevano appartamenti distinti per l’estate e per

l’inverno.

Il primo che abbia parlato di cucina propriamente detta, è il profeta

Ezechiele.

Tanto le città quanto le case avevano porte _sáar_²⁴ di una o di due

imposte. La porta formata di un’imposta sola si diceva _deleth_, e

quella formata di due imposte _delathaim_. L’architrave si chiamava

_mascof_ e gli stipiti _mezuzoth_. Certo si sa per insegnamento ricevuto

sino dai più teneri anni, che questa parola fu traslativamente

appropriata ad indicare un piccolo rotolo di carta pecora, rinchiusa in

una canna o vetro, e contenente i due primi paragrafi del _Schemanh_ e

che si pone nello stipite dell’uscio delle case dal lato diritto di chi

vi entra. Sul di dietro di questa pergamena sta scritta la parola

_sciaddaï_ che deriva dalla radice _sad_ mammella, e viene tradotta in

italiano per: prima causa d’ogni cosa, onnipotente, provvidente²⁵.

²⁴ Questo vocabolo indica spesso il vuoto della porta e talora anche

la città intiera o i cittadini o i magistrati suoi. Così il

vocabolo _pedahh_ che preso da taluni nel senso dell’uscio, non ne

indica che l’ingresso o il limitare.

I mesi dell'anno ebraico · 第 2 / 19 段