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I MESI
*DELL’ANNO EBRAICO*
CON BREVI NOZIONI
DI
ARCHEOLOGIA BIBLICA
*LETTURE*
AD USO
_DELLA GIOVENTÙ ISRAELITICA_
PER
*BACHI FELICE*
RABBINO
TORINO
TIPOGRAFIA LOCATELLI E COMP.
_nel R. Albergo di Virtù._
1880.
ALLA SANTA MEMORIA
DI
SANSON LAZZARO _Rabbino_ E GÙTELA
MIEI GENITORI.
LETTERA.
_dell’Ecc.o Prof. Cav. _S. Ghiron_ Rabbino Maggiore_
————
*Egregio Signor Rabbino,*
_Con quella modestia, che La predistingue, La S. S. volle presentarmi la
Sua Opera_ «*I mesi dell’anno Ebraico*» _affine di avere il mio avviso
prima di pubblicarla. Io la lessi col maggior piacere, dacchè vi si
comprendono nozioni storiche ed archeologiche sulle nostre solennità che
indubbiamente si potranno leggere con grande utilità dalla gioventù
israelitica, al cui insegnamento Ella ha dedicata la vita intiera. Se di
vantaggio riescirebbe il di Lei lavoro in ogni tempo, opportunissimo mi
pare che dovrà tornare ai giorni che corrono, in cui con minor fervore
sono pur troppo coltivati gli studii sacri dai nostri giovanetti, mentre
tanto bisogno dovrebbero sentire di premunirsi contro tante irreligiose
tendenze._
_Faccio voti cordiali pertanto, affinchè il suo scritto, fatto di
pubblica ragione, Le ottenga quel premio, che non dovrebbe mai fallire a
chi dedica il suo tempo all’incremento della Virtù e della Fede: la
ricompensa celeste e la pubblica approvazione._ Umsà hhén vescéchel tóv
beené eloím veadám.
_Mi pregio di dichiararmi con predistinta considerazione_
_25 marzo 1880._
_Suo Devotissimo_
*S. GHIRON.*
LETTERA.
_dell’Ecc.o Dott. _M. Levi Ehrenreich_ Rabb. Magg.e_
————
Preg.mo Signore,
_Nel restituirle il lavoro sui_ *Mesi dell’anno israelitico* _non posso
a meno di porgerle le più sincere congratulazioni per essere riuscito a
condurre a termine un’opera molto pregevole, che arricchirà la nostra
letteratura d’un libro per molti rapporti assai commendevole._
_Mi piacque anzitutto l’idea d’insegnare ai nostri giovani la nostra
storia antica, le leggi, i riti e costumi sacri, prendendo occasione
dalle feste, dalle commemorazioni e sacre pratiche, come si susseguono
nei vari mesi dell’anno._
_Il suo libro mi piace inoltre, perchè attenendosi nell’esposizione
delle dottrine e delle leggi alla pura ed inesausta fonte della Santa
Scrittura, Ella non trascura di rendere all’antica Tradizione il
riguardo e l’omaggio che le è dovuto; mi piace infine, perchè destinato
ad erudire la nostra gioventù in ciò che nell’istruzione della medesima
deve occupare il primo posto, il suo libro è adorno di quei pregi che a
siffatti lavori non devono mancare, voglio dire la chiarezza, l’ordine,
forma attraente ed estensione e profondità d’insegnamenti proporzionati
allo scopo che veggo essere quello di far conoscere, apprezzare ed amare
ai giovani israeliti le nostre antichità, la nostra Religione e le sacre
pratiche che da essa traggono origine._
_Mi abbia, Egregio Signore, quale sono con distinta stima_
_23 ottobre 1879._
_Devot. Amico e Servo_
*M. LEVI EHRENREICH.*
INTRODUZIONE
*Ai buoni e cari fanciulli Israeliti.*
Col mio _libro di Morale pratica_, intesi proporre alla vostra
meditazione una raccolta di atti nobili e generosi narrati nella Bibbia
e nei libri Talmudici, dandovi altresì un saggio del sapere dei nostri
antichi Dottori, mediante svariati assiomi ed apoftemi morali
applicabili alle contingenze della vita domestica e sociale.
Quel mio lavoro fu assai modesto; ed ora un secondo ne intraprendo, e
per darvi ragione e di quello e di questo, vi dirò che mi vi indusse la
decadenza fra noi dello studio della lingua ebraica e relativa
letteratura. Un secolo addietro, lavori di gran lunga superiori ai miei,
ed i miei in conseguenza, sarebbero stati inutili e totalmente incurati;
ritenuto che non fossevi Israelita, che di poco si levasse dalla
mediocrità, a cui non fossero famigliari i libri talmudici, o per lo
meno le raccolte aneddotiche e morali da essi estratte e proposte a
studio scolastico.
Oggidì la bisogna corre assai diversa; la lingua sacra è più che
trascurata....; e se voi arrivate a leggere una lezione del Pentateuco,
anche senza capirne il senso, credete, o vi fanno credere, abbiate fatto
abbastanza per l’educazione vostra religiosa.
Egli è per questo motivo che noi preposti alla vostra educazione
sentiamo il bisogno, il dovere d’iniziarvi nelle cose giudaiche: di
farvi conoscere la storia del popolo nostro, i suoi usi, i suoi costumi,
i passi da lui fatti nel cammino delle scienze; affinchè cresciuti negli
anni, anzichè arrossire, come molti pur troppo fanno per insipienza, del
nome d’Israelita, possiate portare alta la fronte e dire e ripetere ai
nemici e disprezzatori del nome d’Israelita: Noi apparteniamo ad un
popolo il quale oltre di avere tenuta viva in terra la fiaccola del vero
religioso, di molti rami dello scibile fu iniziatore e di altri molti
coltivatore a nessuno fu secondo.
Il codice civile e criminale israelitico ha nulla ad invidiare al
romano, o a qualunque altro dei popoli i meglio inciviliti: ed anzi in
molti punti, massime nella parte criminale, li supera. In quanto ad
astronomia e medicina, nel medio evo ancora, allorchè il nome
d’Israelita era colpito d’immeritato obbrobrio, era affidata ad Ebrei la
salute di re e principi, e persino quella dei papi: e furono Ebrei
quelli che emendarono gli errori astronomici del calendario Giuliano, e
collaborarono alla compilazione delle tavole Alfonsine e calendario
Gregoriano.
Ma io m’accorgo di escire dal seminato e di essere già ito assai oltre
di quanto conveniva per la introduzione del modesto mio lavoro che
intitolo: _I mesi dell’anno Ebraico_; essendo mio scopo segnarvi i fatti
più memorabili avvenuti al popolo nostro in ciascun mese, e dei quali
come ne serbarono memoria i nostri maggiori, così conviene la serbiamo
noi. A complemento poi di questi fatti ho creduto bene di dare alcune
fra le più importanti nozioni di Archeologia biblica, distribuendole
alla fine di ciascun mese. Vi riescano utili queste letture e valgano ad
inspirarvi amore pel giudaismo, ed io mi terrò appieno compensato.
NOZIONI PRELIMINARI
DIVISIONE DEL TEMPO
§ 1.—*Stagioni.*
A differenza degli Europei che divisero l’anno in quattro stagioni, gli
Orientali usavano dividerlo in sei parti che noi distingueremo col
titolo di _epoche_, poichè pare che tale divisione fosse stata addottata
anche presso gli antichi ebrei. Probabilmente essi la fondavano sopra un
versetto del Pentateuco che ora noi andremo a citare. Dopo il diluvio,
quando Dio strinse l’alleanza con Noè e gli promise che non avrebbe più
mandato il diluvio a distruggere la terra, perchè la tentazione del
cuore umano è cattiva dalla sua gioventù; soggiunse: «Per tutta la
durata della terra la seminagione (_I_) e la mietitura (_II_), l’inverno
(_III_), e l’estate (_IV_), la primavera (_V_) e l’autunno (_VI_), il
giorno e la notte non cesseranno».
Esaminiamo dunque brevemente queste sei epoche dell’anno ebraico.
L’epoca prima, quella della mietitura, comincia alla metà di aprile per
finire alla metà di giugno (secondo e terzo mese dell’anno ebraico). Per
tutto questo tempo il cielo ordinariamente è sereno; ma ai primi giorni
d’aprile l’aria comincia a farsi calda.
L’epoca seconda è la stagione dei frutti e dura dalla metà di giugno
alla metà di agosto (quarto e quinto mese). Il calore comincia ad
ingagliardire tanto che gli abitanti dormono spesso sui terrazzi¹ a
cielo scoperto.
¹ In Oriente, come diremo altrove, le case erano ordinariamente e
sono tuttavia in gran parte di un sol piano oltre il piano terreno;
e sono coperte non da tetti a tegole come da noi, ma bensì da
terrazzi di cui spiegheremo l’uso a suo tempo.
L’epoca terza, segna il tempo del gran caldo che si fa sentire eccessivo
dalla metà di agosto alla metà di ottobre (6º e 7º mese), e per la sua
ardenza i ruscelli si asciugano e la terra si screpola. Le pioggie sono
bensì rarissime dalla metà di aprile alla metà di settembre, ma in
compenso cade abbondante la rugiada a ristorare la campagna.
L’epoca quarta è quella della seminagione, e dura dalla metà di ottobre
fino alla metà di dicembre (8º e 9º mese). La temperatura è varia;
sopravvengono pioggie, brine, nebbie, ecc. Il più spesso verso la fine
d’ottobre cominciano a cadere le prime pioggie d’autunno, indicate nella
Bibbia col nome di _iorè_ e tanto necessarie ai campi per la
germolazione del seminato.
L’epoca quinta segna l’inverno, e comincia alla metà di dicembre per
finire alla metà di febbraio (10º e 11º mese). La neve cade talvolta
anche nel piano, ma è raro che duri un giorno intiero, ed il ghiaccio
sempre sottilissimo si strugge ai primi raggi del sole. I lampi, il
tuono e la grandine vengono molto frequenti. Verso la fine di gennaio, i
prati cominciano ad abbellirsi di fiori, i maggesi inverdiscono, gli
alberi si rivestono di foglie.
L’epoca sesta, che corre dalla metà di febbraio alla metà di aprile
(mesi 12º e 1º), è la stagione del freddo. La temperatura che nel
principio di quest’epoca si mantiene tuttavia freddetta va riscaldandosi
a gradi. Nel principio del mese di aprile cadono le ultime pioggie
indicate nella Bibbia col nome di _malcosc_, per le quali si facevano
pubbliche preghiere e voti ardenti, essendo esse assai necessarie per la
fecondazione dei campi.
§ 2.—L’anno.
Non è probabile che i primi uomini abbiano determinato la durata
dell’anno e regolatone il corso secondo il cammino del sole; imperocchè
sarebbero loro bisognate cognizioni astronomiche, che solamente più
tardi potettero acquistare; epperò è molto più verosimile che essi
abbiano preso per norma la state e il maturare dei frutti della terra.
Osservando infatti che la state e la maturità dei frutti ritornavano,
nei principii, dopo dodici lunazioni circa, composero l’anno di dodici
mesi lunari, onde nelle età primitive l’anno ebbe solamente 354 giorni.
Ma come dopo un certo numero d’anni così computati, lo stesso mese aveva
finito per ricondurre stagioni opposte, si sentì la necessità di
conciliare l’anno lunare col solare. Difatti dalla narrazione della
grande catastrofe diluviana si rileva come fosse già stabilito l’anno di
dodici mesi a giorni 30 caduno. Mosè prescrisse agli Ebrei l’anno
lunare: ma affinchè fosse sempre in armonia col solare, comandò di
offerire a Dio nel secondo giorno di Pasqua, vale a dire nel giorno
sedicesimo dopo la neomenia del mese di Nissan, un manipolo di spighe
mature (_ómer_): così se le messi non erano ancora giunte a maturanza i
sacerdoti dovevano aggiungere un mese. Questa cosa dovevano farla quasi
ogni tre anni, giacchè gli undici giorni di differenza che passano
annualmente tra l’anno lunare e il solare, componevano in tre anni più
di un mese intiero. Questo mese aggiunto si chiamava _Veadar_.
Gli Ebrei avevano un doppio cominciamento d’anno, il sacro
d’instituzione mosaica, secondo cui regolavano le feste, i digiuni e
tutto quanto si riferiva alla religione; ed il civile, d’instituzione
rabbinica, e di cui si valevano per gli affari e le cronache civili.
L’anno sacro cominciava in primavera alla neomenia del mese di _nissan_,
l’anno civile cominciava in autunno alla neomenia del mese di _tisrì_.
§ 3.—Del giorno e del mese.
Sulla durata del giorno furono e sono varie le usanze dei diversi
popoli. I Babilonesi contavano i loro giorni da un levare all’altro del
sole; gli italiani all’incontro da un cadere ad un altro; gli Ebrei
invece da un tramonto ad un altro del sole. Lo spazio d’un giorno
intiero, cioè di 24 ore, viene designato nella Bibbia colle parole:
_sera_ e _mattina_ oppure _meèrev ad èrev_ (da una sera all’altra).
Un’indicazione affatto naturale divide il giorno in tre parti, vale a
dire il mattino, quando il sole nel suo mo movimento apparente, s’alza
sopra l’orizzonte; il mezzodì, quando il sole giunto alla maggiore
altezza è a metà del suo corso; la sera quando esso tramonta e si cela
al nostro sguardo. Sono appunto questi i tre tempi del giorno in cui il
fedele Israelita deve volgere il suo pensiero e la sua adorazione a Dio.
Però, come fanno ancora tuttodì gli Arabi, gli Ebrei dividevano il
giorno in sei parti ineguali, ed erano: 1º _sciahhar_ (ricercare,
considerare quanto ne circonda) l’aurora; 2º _boker_ (riconoscimento
degli oggetti) mattino; 3º _hhom aiom_ (riscaldamento del giorno) le ore
prossime al meriggio; 4º _ssahoraïm_ (le due luci) il tempo medio del
giorno, cioè il fine della prima metà e il principio della seconda; 5º
_ruahh aiom_ l’ora del vento (che nelle contrade Orientali spira ogni
giorno) sul cadere del giorno; 6º _érev_ (confusione) sera. Il tempo che
comincia col tramontare del sole e finisce al momento che le tenebre
coprono la terra, viene pure detto: _ben-aarbaim_, e la notte viene
designata col nome di _laila_.
Quantunque non trovisi menzione delle ore, come l’intendiamo noi, nè nei
libri santi, nè negli scritti caldaici² tuttavia è probabile che gli
ebrei conoscessero la divisione del giorno in 24 ore; e ciò lo possiamo
argomentare dal quadrante d’Ezechia diviso in gradi _maalód_, e dalla
cognizione che avevano gli Egiziani delle clessidre, inventate, dicevano
essi, da Mercurio.
² Le parole _saà_ e _sanhtà_ interpretate nei libri rabbinici per
_ora_, probabilmente non furono in principio adoperate se non nel
senso di _momento_, _istante_, derivando esse dal verbo _saà_ che
vale: gettare uno sguardo.
Trovasi la parola _regan_ per significare il minuto.
La settimana veniva indicata col nome _ssavuan_ (giro di sette giorni da
_ssevan_, _ssivñhà_). I giorni non avevano nomi peculiari, ma
s’indicavano numericamente 1º, 2º, 3º ecc. Essendo il sabbato il dì
principale della settimana, perciò si dava anche alla settimana intiera
il nome di sabbato.
Oltre le settimane di sette giorni si avevano ancora: 1º Le ebdòmade di
settimane, cioè i quarantanove giorni che correvano dalla festa di
Pasqua alla festa di _Savuód_; 2º Le ebdòmade d’anni, dei quali il
settimo si chiamava anno sabbatico _senad assemità_; 3º Le ebdòmade di
anni sabbatici, cioè i periodi di quarantanove anni chiusi dall’anno del
giubileo _iovel_, che cadeva nell’anno cinquantesimo. Lo storico
Giuseppe Flavio fa anche menzione di un periodo di dodici anni
giubilari, cioè di seicento anni: ma i libri santi non parlano in verun
modo di tale divisione.
Non v’ha dubbio che le varie fasi della luna abbiano fornito occasione
ai primi uomini di determinare i mesi. Quando videro che dopo ventinove
giorni e mezzo la luna ricominciava la sua carriera, era cosa naturale
che, mossi da tale regolarità, avvertissero questo periodo di tempo, in
cui poscia inchiusero il mese. Difatti i vocaboli ebraici adoperati ad
indicare il mese sono: _ierahh_ (da _iareahh_ luna); _hhodess_ (da
_hhadass_ nuovo ovvero novilunio).
I mesi, tranne pochissimi, venivano anch’essi indicati numericamente 1º,
2º ecc. Durante la schiavitù babilonese gli ebrei adottarono i nomi dei
mesi babilonesi e i nomi degli angeli³. I mesi stabilmente prescritti
colla compilazione del Talmud sono i 13 seguenti: 1º _Nissan_ indicato
nel Pentateuco col nome di _abib_ (maturazione); 2º _Iiar_ (_ziv_
bellezza, decoro per l’abbondanza dei frutti e dei fiori); 3º _Ssivan_;
4º _Thamuz_; 5º _Ab_; 6º _Elul_; 7º _Tisrì_ designato nella Bibbia col
nome di _ierahh aedanim_⁴; 8º _Merhhasvan_ (bul); 9º _Chisslev_; 10º
_Theved_; 11º _Ssevath_; 12º _Adar_; 13º _Veadar_ o _Adar_ secondo.
³ Prima della schiavitù babilonese non si trova nei libri santi
veruna menzione di nomi speciali dati ad angeli, ma bensì il nome
generico di _malach_ adoperato indistintamente per significare:
_angelo_, _messaggiere_, _inviato_. Difatti con questo vocabolo
troviamo designati i messaggieri che Giacobbe inviò ad incontrare
il fratello Esaù; l’angelo che impedì ad Abramo di sacrificare il
figlio Isacco; l’uomo apparso a Gedeone per consigliarlo ed
incoraggiarlo a prendere le armi per liberare la sua patria gemente
sotto l’oppressione straniera; Mosè redentore d’Israele; gli uomini
mandati da Mosè al re di Edom ecc. Invece in Daniele, che scrisse
all’epoca della schiavitù Babilonese, gli angeli assumono nomi
proprii: Michæl che sta alla destra dell’Eterno, Gabriele che sta
alla sinistra di lui, Raffaele, Uriele ecc.; e Schammaele, e Sàtana
quali angeli cattivi.
⁴ Questo vocabolo viene dai commentatori diversamente interpretato,
perchè, come vedremo in seguito, ricorrono in tale mese gli
anniversarii di parecchi fatti importantissimi: quali quello della
creazione del mondo, quello della nascita dei patriarchi, quello
della nascita di Samuele ecc. Però il suo significato più probabile
e letterale è la sua derivazione dalla radice _adà_ venire, essendo
il mese in cui si raccoglievano nei granai tutte le specie dei
prodotti campestri. (Lib. vocabolo _Edan_).
NISSAN (_Marzo-Aprile_).
Come s’apre splendido e nobile l’anno ebraico! Con quanta ragione Mosè
potè rivolgere al popolo che stava per redimere le seguenti parole:
«Questo mese è a voi il capo dei mesi: il primo sia per voi dei mesi
dell’anno»; poichè fu in esso che quello stesso popolo scosse il lungo
giogo di dura oppressione, cominciò ad avere vita politica, ad essere
nazione. Riassumiamo questo principale avvenimento della storia del
nostro popolo.
Dopo ventidue anni dacchè Giacobbe piangeva perduto il suo amato
Giuseppe, appena lo sa vivo spinto dall’ardente desiderio di
abbracciarlo ancora una volta prima di morire, non esita neppure un
istante ad aderire all’invito di lui, e portasi in Egitto con tutta la
sua famiglia composta di settanta persone. Passato poco meno d’un
secolo, e morto Giuseppe e tutti i suoi fratelli, sorge a re d’Egitto un
uomo, che agitato dalla paura e guidato da una politica iniqua, infrange
ogni legge di lealtà; e dimentico degli immensi benefizii fatti da
Giuseppe all’Egitto, a quella famiglia venuta colà ad ospitare
fiduciosa, e fattasi in quel frattempo un popolo numeroso, impose
dapprima enormi gravami e poscia nell’intento di estinguerla totalmente
decretò: che ogni neonato maschio di essa, venisse violentemente
strappato dalle braccia materne e affogato nel Nilo. Ma se Dio pei suoi
imperscrutabili disegni permetteva che questa famiglia scelta a ricevere
e spandere la sua eterna volontà fra tutte le nazioni della terra, fosse
nei suoi primordi oppressa da dura schiavitù, vegliava nullameno su
d’essa con particolare affetto.
Ad una madre, Iochebed figlia di Levi, non resse il cuore di lasciarsi
strappare il suo nato dagli sgherri di Faraone. Le riuscì di
nasconderlo. Ma non potendo celarlo oltre a tre mesi, lo espose alle
rive del Nilo fidente nel divino aiuto, e quasi presaga di quanto doveva
succedere. Iddio, che con segni straordinarii, come ci afferma la
tradizione, aveva palesato la grandezza avvenire di quel bambino sino
dal suo nascere, dispose che raccolto dalla figlia di Faraone e da
quella, stupita dalla sua maravigliosa bellezza, addottato a figlio e
chiamato Mosè; venisse condotto alla reggia e quivi educato dai
sacerdoti d’Osiride in tutta la scienza del paese.
Però nè le seduzioni della sapienza, nè quelle della Corte, fecero
dimenticare a Mosè i suoi fratelli oppressi. Dopo luminose vittorie, che
a capo degli stessi Egizii che avevano dovuto proclamarlo loro capitano,
ottenne sugli Etiopi che avevano invaso e volevano sottomettere
l’Egitto⁵; egli ebbe a provare la più nera ingratitudine. Esigliato per
essersi levato in difesa di un suo fratello ingiustamente maltrattato da
uno di quegli aguzzini, che strumenti di tirannia, pare che si facciano
una legge e trovino una dolce voluttà nell’aspreggiare vilmente i miseri
pazienti sottoposti ai loro ordini; dovette riparare in Madian ove trovò
cortese ospitalità presso un certo Ietro sacerdote di quel paese e del
quale ne sposò poscia la figlia Zéfora.
⁵ Nelle sue antichità giudaiche, Giuseppe Flavio racconta alcune
curiose particolarità su Mosè, che noi crediamo utile di riportare
compendiandole; poichè nel Pentateuco si riscontrano effettivamente
nella vita di Mosè certe lacune o allusioni a fatti che non vennero
in esso registrati, perchè onninamente personali al suo autore e
non richiesti da nissun vero interesse storico.
Dopo di avere quindi descritto le doti fisiche di cui Mosè era
ornato e dettolo di una bellezza mirabile e divina, nota che la sua
intelligenza era talmente sviluppata e superiore alla sua età, che
la sua madre addottiva Thermutis, che i nostri dottori cambiarono
in Bitià, presa per lui di un’affezione talmente viva, all’età di
tre anni lo presentò al proprio padre onde volesse dichiararlo suo
erede presuntivo qualora non fosse favorito di prole maschile.
Espone in seguito come gli Egiziani atterriti da un’invasione di
Etiopi furono costretti a nominare Mosè loro capitano, malgrado le
vivissime opposizioni di molti suoi nemici e particolarmente di
quelle che gli venivano fatte dai Sacerdoti; i quali invidiosi
della sua straordinaria sapienza paventavano che la corona dei
Faraoni dovesse veramente cingere la fronte di uno straniero. Mosè
preso dunque il comando diede battaglia ai nemici del suo re, li
ruppe completamente: anzi assediò e prese Saba (Méroé) loro
capitale, e sposò Tharbis (forse la donna mora, _Cussid_, accennata
nel Pentateuco e che diede motivo a mormorazioni contro Mosè per
parte di Aronne e Marianna?) figlia del re che erasi perdutamente
invaghita di lui.
Racconta poscia un breve episodio il quale quantunque concordi nel
fondo coll’esposizione fattane pure dai nostri dottori, ciò non
pertanto diversificando nei particolari, noi crediamo bene di
attenerci a questa seconda: e tanto maggiormente perchè essa serve
a dare una ragione plausibile di un difetto organico di Mosè. Ecco
il fatto:
Un giorno che Faraone teneva nelle sue ginocchia il bambino Mosè,
questi gli tolse la corona dal capo e se la cinse egli stesso. I
maghi di Faraone, che avevano già in lui pronosticato un futuro
salvatore d’Israele, dissero a Faraone: «Bada che costui non abbia
ad essere il tuo nemico e rivale: mandalo a morte».
Ietro, presente a quel barbaro consiglio, s’interpose a favore del
bambino, dimostrando che il solo lucicare delle pietre preziose lo
avevano allettato ad afferrare la corona; e per meglio persuadere i
suoi opponenti propose la seguente prova: «Si presenti, disse egli,
a questo bambino un bacile con sopravi la corona e una brace
ardente; e si esperimenti se è la vivacità della luce o un interno
presentimento di futura grandezza che lo abbia spinto a
quell’atto.»—La prova è accettata: il bambino ha davanti agli occhi
una brace lucidissima e una corona. Senza esitare egli stende la
mano alla corona; ma un angelo scende dal cielo gli sospinge la
mano a dar di piglio alla brace.
Il bambino mette un grido, porta alla bocca la mano e il fuoco, la
lingua ne fu scottata, rimase balbuziente, ma fu salvo.
Nella solitudine del deserto di Sinai presso cui pascolava le pecore
dello suocero, invigorendo il suo nobile e magnanimo cuore maturò il
sublime proposito di tornare in libertà i suoi fratelli e di farne un
popolo segnalato fra le nazioni. Certo dell’appoggio divino che nel
roveto ardente vinceva le estreme sue riluttanze, inspirate dalla sua
modestia e dalla gravezza dell’incarico che stava per assumersi⁶, va in
Egitto: e col fratello Aronne arringa il popolo d’Israele, e lo persuade
che il Dio giusto e forte dei suoi padri conobbe i suoi dolori, vide
l’angoscia del suo animo; e lo trarrà da quella vita di avvilimento e di
patimenti e lo condurrà in una terra beata promessa ad Abramo, Isacco e
Giacobbe, e da loro già abitata. Portatosi poscia al cospetto di Faraone
gli domanda la libertà del popolo primogenito di Dio in nome di
quell’Essere che fu, è, e sarà⁷. Faraone con un’alterigia dissennata,
non si soddisfa di rispondere con un rifiuto dicendo di non avere
cognizione di tale Iddio; ma con una iniqua disposizione impone sul
popolo un nuovo gravame, attribuendo la domanda fatta da Mosè unica
conseguenza della loro pigrizia. Ma coll’opera di mirabili prodigi,
detti le dieci piaghe d’Egitto, Mosè rende manifesta a tutto l’Egitto la
onnipotenza del vero Iddio, e libera Israele arricchito delle spoglie
dei suoi oppressori⁸ che prima eransi arricchiti del suo lavoro di oltre
due secoli⁹.
⁶ Nelle riluttanze spiegate da Mosè nell’Oreb, quando a più riprese
cercò di sottrarsi a tale missione altissima, giustificando il suo
rifiuto colla tardità di sua favella, dice a Dio: «anche da quando
tu parlasti al tuo servo». In tali parole i nostri Dottori
trovarono una prova che già precedentemente a quell’avvenimento
Iddio aveva parlato a Mosè su tale proposito.
⁷ La rivelazione, che contiene tutta la filosofia, e più che la
filosofia, così espresse la definizione di Dio: «Io sono colui che
sono». Definizione stupenda, che quando fu promulgata non sarebbe
potuta essere trovata dal discorso degli uomini, e che
congiuntamente alle altre dottrine dei libri mosaici, non potendo
aversi per un parto naturale di quei tempi, accusa un’origine
divina.
_Gioberti_, _Teorica del Sopran._
⁸ Nel nostro libro di Morale pratica, pag. 89, abbiamo inserito una
quistione storico-politica ricavata dal Talmud e suscitatasi tra
gli Ebrei e gli Egiziani all’epoca in cui Alessandro Magno vinto
Dario re di Persia aveva esteso il suo dominio in gran parte
dell’Asia e dell’Egitto, e la quale serve a spiegare questo fatto
che da troppi scrittori venne preso a pretesto di ignobili accuse e
basse insinuazioni contro l’onestà di carattere del popolo nostro.
⁹ L’Egitto fioriva da antichissimo d’una prosperità materiale, e
consideravasi come il paese della ricchezza e della scienza. Colà
viaggiò Abramo spintovi dalla carestia; e i libri sacri, come vanto
della sapienza di Salomone, dicono che vinceva quella degli
Orientali e degli Egizii.
_C. Cantù_, _Docum. alla sua St. Un._
Pare essere destino dei tiranni di non volere o potere mai cedere alla
ragione acciecati dalle loro prave passioni. Cuocendo al Faraone di
avere permesso a tanti uomini di sottrarsi al suo giogo, e non potendo
comportare che quel popolo che per tanti anni aveva dovuto curvare il
capo alla sua verga se ne andasse libero; raccoglie in fretta il suo
esercito e si pone ed inseguirlo, onde ritornarlo di nuovo alla sua
soggezione. Ma allora appunto lo aspettava una terribile punizione che
tardi o tosto colpisce sempre l’ostinato ed inumano oppressore. Breve
strada disgiunge l’Istmo di Suez dalla terra che Dio aveva promessa agli
Ebrei; ma siccome questi avrebbero incontrato prontamente i Filistini, e
siccome il dovere subito combatterli avrebbe in essi risuscitato il
desiderio di tornare in Egitto, perchè una secolare schiavitù ne aveva
avvilito il cuore e domato il coraggio, Mosè fece loro prendere la via
del deserto.
È assai difficile il precisare oggi le posizioni, a cagione dei grandi
cambiamenti che una lunga serie di secoli, fece subire alle spiaggie del
Mare Rosso. La prima tappa fu fatta in un luogo detto _Sucoth_ (tende)
probabilmente a causa delle tende colà rizzate; la seconda ad _Etan_.
Però affine d’ingannare il re d’Egitto, facendogli credere di essersi
smarrito in quelle inospiti e sconosciute solitudini, Mosè fece
accampare il popolo con una marcia retrograda tra _Migdol_ e il mare
dirimpetto a _Baal-Sefon_.
Era il sesto giorno dall’uscita d’Egitto, e il popolo alzando gli occhi
videsi vicino la formidabile oste di Faraone. Smarrito, grida al suo
conduttore: «Ecchè! non eranvi forse sepolcri in Egitto, che ci
conducesti a perire in questo deserto? Perchè ne traesti dall’Egitto?»
Mosè, avvisato da Dio del grande fatto che stava per succedere, li
conforta con queste parole: «Non temete! Oggi per l’ultima volta voi
vedrete gli Egizii. È l’Eterno che combatterà in vostra difesa». Sorge
l’alba del settimo giorno, e dietro l’ordine di Dio, Mosè batte colla
sua verga i procellosi flutti del mare: ed oh prodigio! le acque si
dividono, e schiudono nel loro seno un ampio passaggio ad Israele che
lieto vi si precipita, onde frapporre il mare tra sè e l’inimico.
Acciecato dal desiderio di vendetta, Faraone ordina al suo esercito
d’inseguire i fuggenti, che già toccavano l’altra sponda. I soldati
accortisi, ma troppo tardi, dell’estremo pericolo che loro sovrastava
affannosamente gridavano: «Fuggiamo, fuggiamo da Israele, poichè Iddio
combatte per lui contro l’Egitto». Intanto Israele esce festosamente dal
mare, e Mosè batte di nuovo colla sua verga le acque, le quali con
immenso fragore ripigliano il loro corso ordinario, e seppelliscono nei
loro abissi quegli ostinati oppressori. Un sublime cantico, la lirica
più antica giunta insino a noi, venne composto da Mosè; e
coll’accompagnamento di strumenti musicali venne cantato dal popolo ad
onore di quel Dio, che si dimostrò tanto buono e potente in suo favore.
Ecco il grande avvenimento che diede origine alla instituzione della
festa di Pasqua o delle azzime _Pessahh_ o _hhag amassod_, che noi
celebriamo nel plenilunio di Nissan, cioè dai 15 ai 22 di questo mese.
La doppia denominazione con cui viene designata questa festa avviene da
ciò, che colla parola _Pessahh_ (che significa _transito_, _salto_) si
vuole commemorare l’incolumità serbata ai primogeniti ebrei quando
l’angelo di Dio uscendo per l’Egitto ad uccidere indistintamente i
primogeniti degli uomini e delle bestie, _saltava_ le abitazioni degli
Ebrei frammischiate a quelle degli Egiziani; e coll’altra denominazione
di _hhag amassod_ si vuole ricordare il comando dato da Mosè, e
costantemente quanto scrupolosamente osservato dal popolo ebreo, di
cibarsi d’azzime per tutto il tempo della sua durata.
Quantunque sia forse cosa superflua, pure ricordiamo, che lo scopo di
questa ordinazione fu quello di volere commemorare il pane
_dell’afflizione_ che mangiarono gli Ebrei nella loro precipitosa uscita
dall’Egitto; inquantochè fu talmente forte lo spavento provato da
Faraone e da tutti gli Egiziani, vedendo istantaneamente cadere esanimi
i loro primogeniti, e non trovarsi casa ove non vi fossero morti; che
raccoltisi frettolosamente presso Mosè ed Aronne li stimolarono, li
obbligarono ad allontanarsi immediatamente dal loro paese, pregandoli
pure a volerli benedire prima della partenza, onde non avessero ad
incontrare anch’essi la sorte dei loro primogeniti. Gli Ebrei dovettero
pertanto caricarsi sulle spalle la pasta che con prudente disposizione
Mosè aveva fatta loro preparare pel viaggio, e farla cuocere con
sollecitudine in focaccie non fermentate appena fuori della città.
E qui cade acconcia una osservazione. Tanto questa solennità come quelle
di _Savuóth_ e di _Sucóth_, noi le prolunghiamo di un giorno oltre al
numero fissato da Mosè, e in opposizione a quanto anco attualmente si
segue in Gerusalemme. Ecco il motivo di tale differenza. In Gerusalemme
ove risiedeva il Sinedrio che formava il Senato della nazione, e di cui
noi parleremo in seguito, si stabiliva il primo giorno del mese dietro
le deposizioni di testimonii irrecusabili di avere veduto la luna nuova:
e di questa decisione se ne rendevano partecipi le provincie con fuochi
accesi convenzionalmente sopra certe montagne. Ma dopo la distruzione
del Tempio e il trasporto del _Beth Din_ in Iabnè, sul dubbio che
l’annunzio del vero primo giorno del mese arrivasse in tempo nei luoghi
lontani, si decise che si prolungasse di un giorno la festa; e la Pasqua
si festeggiava nei dì 15 e 16 per cui il 7º e 8º giorno della festa
venivano a cadere nei dì 21 e 22 del mese. Questo giorno fu chiamato il
_iom tov scenì scel galuiod_ (secondo giorno festivo della dispersione).
E quantunque sia ora impossibile il cadere nell’errore che si temeva dai
nostri antenati, nullameno si persiste a seguire tale uso quasi
universalmente.
Inaugurazione del Tabernacolo.
Fu pure nel primo giorno di questo mese nel secondo anno dall’uscita
d’Egitto, che fu inaugurato il tabernacolo fatto fabbricare da Mosè nel
deserto. Noi ommettiamo la descrizione di tale solennità, sia perchè
essa riescirebbe troppo lunga e sia per essere cosa di mediocre
importanza storica. Nelle nozioni di Archeologia, avremo però occasione
di parlare del pregio artistico di quei lavori. Non dobbiamo però
passare sotto silenzio, essere stato tale l’entusiasmo del popolo
nell’offrire preziosi oggetti per erigere ed arredare quella prima casa
d’orazione consacrata al vero Iddio; che Mosè fu costretto «a fare
passare una voce nell’accampamento onde raccomandarne l’astensione,
essendone già provvisto oltre al bisogno». I direttori dei lavori furono
due artisti di genio designati da Dio stesso, e che si chiamavano
Bessalel e Oliab.
Sollevazione del popolo.
Essendo destino dell’umanità che al bene debba trovarsi sempre mescolato
il male, in maggiore o minore proporzione, dopo i due fatti precedenti
di cui uno glorioso e l’altro onorevole pel popolo nostro; noi siamo
costretti di presentare ai nostri lettori un fatto deplorevole sia per
se stesso e sia per le sue conseguenze, avvenuto nel deserto di
Sin.—Poco tempo dopo la morte di Marianna, sorella di Mosè, venendo a
mancare l’acqua¹⁰, il popolo si sollevò contro Mosè rimproverandolo di
averlo tratto dall’Egitto per condurlo in luoghi ove difettava persino
l’acqua. Come sempre, Mosè si rivolse a Dio: e neppure questa volta gli
venne meno il suo soccorso in favore di quel popolo protervo, che
malgrado tanti miracoli, ad ogni minimo ostacolo che incontrava, perdeva
ogni fiducia nella provvidenza. Mosè ed Aronne fecero radunare il popolo
presso una rupe indicata da Dio, e dalla quale sgorgò un rivo d’acqua
limpidissima. Ma in questo fatto i due grandi personaggi commisero tale
atto di mancanza verso Dio, (atto che noi avremo occasione di dilucidare
in seguito), che furono anch’essi condannati a morire nel deserto.
¹⁰ Dissero i nostri Dottori che il sasso prodigioso che forniva acqua
al popolo nel deserto era merito speciale di Marianna: per cui essa
morta, cessò il prodigio.
Passaggio del Giordano.
Ultimo fatto importante successo in questo mese fu il passaggio del
Giordano. Il Giordano era quel fiume che separava i paesi di Sihhon e Og
dalla terra santa. Morto Mosè dopo d’avere combattuto e vinto i re di
quei due paesi, perchè si rifiutarono a concedergli il chiesto passaggio
attraverso ai loro stati, e concessone il territorio in eredità alle due
tribù di Gad e di Ruben e alla metà della tribù di Manasse¹¹, Iddio
avvertì Giosuè, che nella stessa guisa che il mar Rosso aveva aperto un
varco asciutto al popolo d’Israele, altrettanto avrebbe fatto il
Giordano. Quel giorno memorando fu il decimo del mese di Nissan, epoca
in cui il fiume era straordinariamente ingrossato. Giosuè ordinò ai
sacerdoti portatori dell’Arca santa di porsi alla testa del popolo per
passare il Giordano, e appena i loro piedi ne toccarono le acque, queste
arrestarono immediatamente il loro corso impetuoso, si ammucchiarono ai
due lati, ed aprirono al popolo un libero passaggio. Ad eternare la
memoria di quel fatto che, unito ai tanti altri prodigi operati da Dio
in favore d’Israele, finì per gettare lo spavento nel cuore degli
abitanti di Canaan, Giosuè fece innalzare nel Ghilgal un monumento di
dodici pietre levate appositamente dal letto del Giordano, e rispondenti
alle dodici tribù d’Israele.
¹¹ Furono gli stessi componenti le suddette tribù che trovandosi
possessori di numerose greggie, e riconoscendo come quel paese
presentava grassi pascoli, pregarono Mosè di concederglielo loro in
eredità. Mosè aderì alla loro domanda colla condizione che tutti
gli uomini atti alle armi passassero il Giordano, e aiutassero i
loro fratelli a conquistare la terra che Dio aveva loro promessa.
Questa condizione fu scrupolosamente osservata. Fabbricate fortezze
a difesa delle loro donne e dei loro figli, tutti gli adulti si
portarono col resto del popolo al di là del Giordano; e non
ritornarono in seno alle loro famiglie se non quando vennero
congedati e benedetti da Giosuè stesso, dopo le vittorie da lui
riportate sui 31 re che dovette combattere.
ARCHEOLOGIA BIBLICA
Della Palestina.
§ 1.—_Limiti, montagne e fertilità della Palestina._
La Palestina è una piccola contrada della Siria in Asia. La parola
Palestina, presa nel suo senso ristretto, significa il paese dei
Filistini o Filistei, che stendesi lungo il mare mediterraneo da Gazza
al sud, fino a Lidda, al nord. In un senso più esteso, s’applica a tutto
il paese di Canaan detto anche terra promessa o terra d’Israele, situata
fra il mediterraneo, chiamato nella Bibbia _iam agadol_ (mare grande),
il mare morto _iam amelahh_, ed il Giordano.
Quando Abramo entrò nel paese di Canaan, lo trovò abitato da dieci
popoli che traevano il loro nome dagli undici figli di Chanaam figlio di
Hham.
La Palestina è paese montuoso; due catene di montagne l’una al di qua
del Giordano, l’altra al di là di questo fiume, stendonvisi per traverso
dalla Siria all’Arabia, e sono interrotte da molti piani.
Le principali montagne della Palestina sono:
1º Il _Libano_, che si compone di due catene nel cui mezzo sta la gran
valle detta dagli antichi _Celesiria_. Egli è su questa montagna che una
volta crescevano in abbondanza i magnifici cedri tanto celebrati nella
storia, e più particolarmente nella Sacra Scrittura.
2º Il _Carmelo_, catena di monti coperti da boschi di quercie e di
abeti. Le valli che vi stanno frammezzo ombreggiate da lauri ed olivi ed
irrigate da molti ruscelli, formano un paese deliziosissimo¹².
¹² Un viaggiatore così termina la sua breve descrizione delle valli
del Carmelo nella _Revue britannique_: «Codesto quadro, malgrado la
sua tristezza, non risponde all’idea che si fa della desolante
sterilità della Palestina. Alla ricchezza della vegetazione si può
giudicare che se questa terra fosse coltivata con cura, essa
sarebbe come altra volta il giardino del Signore».
3º Il _Thaborre_, monte rotondo e sublime nella Galilea. Fu su questo
monte che la profetessa Debora levatasi, come Ella stessa dice nel suo
stupendo canto, a madre d’Israele, eccitò _Barak_ a raccogliere un dieci
mila uomini della tribù di Naftali e di Zebulun; e messasi ella stessa
alla loro testa sfidò e vinse Sissera generale del re Iavin che da
vent’anni opprimeva Israele.
4º Le _montagne d’Israele_ dette anche _monti di Efraim_, catena aspra
ed ineguale che sta in faccia alle montagne di Giuda, il cui suolo
invece è molto fertile. Nel Deuteronomio ed in Giosuè si fa menzione dei
monti _Ebal_ e _Garizim_, posti l’uno al nord, l’altro al mezzodì di
Sichem.
A queste montagne bisogna riferire il famoso monte _Moria_ ove Abramo
erasi portato per sacrificare l’unico suo figlio, ed ove Salomone fece
erigere il più maestoso Tempio, che l’uomo abbia innalzato ad onore
dell’unico vero Iddio; e il monte _Sion_ ove era la città di Davide.
5º _Le montagne di Galaad_, poste al di là del Giordano. A questa lunga
catena appartiene il monte Nebo ove salì Mosè per contemplare la terra
promessa avendogliene Dio impedito, colla morte, di entrarvi. Il Sinai e
l’Oreb, il primo famoso perchè fu su d’esso che Dio proclamò il
Decalogo: il secondo perchè fu su d’esso che Dio apparve a Mosè nel
roveto ardente, e lo decise alla grande impresa della redenzione
d’Israele; si trovano nell’Arabia Petrea fuori della Palestina.
Capitale del regno sotto Davide e Salomone, del regno di Giuda dopo il
distacco delle dieci tribù dalla dinastia davidica, e di tutto il lungo
periodo che durò il secondo Tempio, fu Gerusalemme. Più avanti si
troverà la descrizione di questa città cotanto celebrata nella storia e
la descrizione del tempio di Salomone. Non taceremo che vi furono alcuni
scrittori, i quali, giudicando lo stato antico della Palestina da quello
che presenta attualmente, dissero: che Mosè ingannò gli Ebrei quando
promise loro un paese «colante latte e miele, e prodigiosamente fornito
di ogni cosa per trarre la vita in continua abbondanza»; per poi dare
loro un paese montuoso ed arido. Ma così non è: poichè, oltre alla
storia biblica che ad ogni passo ci fa fede della prodigiosa fertilità
di quel paese, come proveremo innanzi, abbiamo pure la testimonianza
degli storici profani, quali Ecateo contemporaneo di Alessandro il
Grande, Tacito, Ammiano, Marcellino e Plinio.
Se ora quel paese è sterile, ne sono causa le devastazioni successive
dei Babilonesi, Egiziani, Sirii, Romani, Saraceni, Arabi¹³, ecc. e
l’attuale mancanza di coltura.
¹³ Gerusalemme fu presa e saccheggiata 17 volte, dice Chateaubriand:
nessun’altra città provò simile sorte.... Quella contrada divenuta
preda del ferro e del fuoco, i campi inculti perdettero la
fertilità ecc.
_Itineraire_, tom. 2.
§ 2.—_Dell’agricoltura e suoi Strumenti._
La pastorizia e l’agricoltura, furono i due rami d’industria ai quali
primamente si dedicarono gli uomini, chiamativi dalla necessità di
soddisfare i materiali loro bisogni. Iddio pose Adamo nell’Eden, non
perchè vi conducesse una vita di contemplazione oziosa, ma affinchè _lo
custodisse e lo lavorasse_. I due figli che egli procreò dopo il suo
fallo, si dedicarono appunto uno alla pastorizia, l’altro
all’agricoltura: e all’agricoltura troviamo dedicato Noè appena uscito
dall’arca. Desiderando Mosè che il suo popolo si dedicasse
particolarmente all’agricoltura, la favorì in tutti i modi. Nel corso di
questo lavoro, noi avremo occasione di parlare di parecchie sue
opportune e savissime disposizioni prese a tale riguardo, fra le quali
primeggiano quella della partizione del territorio nazionale, e quella
dell’anno sabbatico. Riserbandoci di esaminare i diversi motivi che
dettarono queste due disposizioni, diremo intanto che la prima tendeva a
riparare diverse piaghe dell’agricoltura che si possono riassumere nelle
tre seguenti: 1º Le grandi proprietà, che in mano di uomini potenti e
sensuali sono cariche di sontuosi edifizi, di eleganti giardini, di
deliziosi boschetti. 2º Il continuo succedersi dei coloni. La mancanza
di una cognizione vera ed esatta del terreno che si deve coltivare ha
un’importanza massima sul successo dei ricolti. 3º Le spese e i lavori
ai quali si è spesso obbligati per migliorare il terreno, e a cui
difficilmente vi si assoggetta, colui a cui manca la sicurezza di un
lungo possesso.
Gli strumenti che in principio si adoperavano per arare i campi,
dovettero essere molto semplici, consistendo probabilmente in soli
bastoni aguzzi. Nel Deuteronomio si parla d’uno strumento, con cui gli
ebrei dovevano fare un buco nel terreno fuori del campo pei loro bisogni
naturali; e questo arnese detto _Iathed_ probabilmente era una specie di
vanga o di pala che serviva anche ai lavori di terra. Però nel primo
libro di Samuele si fa menzione di vari strumenti aratorii, quali sono:
_mahharesced_ vomere, _eth_ zappone, _kardom_ scure, _mahharesciâ_
sarchiello. Il _malmed_ era lo stimolo dei buoi.
§ 3.—_Suoi Prodotti._
Sono menzionati nella Bibbia i seguenti cereali: _dagan_ grano, _hhittà_
frumento, _nisman dohhan_ miglio, _cussémed_ spelta, _seorà_ orzo.
I legumi od erbaggi venivano detti con nome generico _jarak_ (da _ierek_
verde) od _oróth_. Erano tali: il _pol_ fava, gli _adascím_ lenti, i
_kisciuím_ cetriuoli, gli _abbatihhím_ poponi, i _bessalím_ cipolle, il
_hassir_ porro, lo _scum_ aglio.
S’incontrano pure i nomi di parecchi fiori e di molte specie di alberi
fruttiferi ed infruttiferi. Lo _sciuscian_ viene interpretato pel
giglio, la _hhabasseleth_ per rosa. Il vocabolo _dudaim_, col quale si
sottintende il frutto della mandrágola, probabilmente era qualche fiore
d’amore derivando dal vocabolo _dud_. Il _karkom_ indica lo zafferano,
la _laanà_, l’assenzio, e l’_ezov_ trovandosi spesso contrapposto
all’_erez_, cedro, fa credere che fosse una pianta piccolissima.
Fra gli alberi fruttiferi sono nominati il _thappuahh_ melo, il _thamar_
palmizio, il _rimon_ melagrano, il _theenà_ fico, il _zaid_ olivo, il
_sciacked_ o _luz_ mandorlo, e l’_egoz_ noce.
La vite _ghefen_ fu in ogni tempo coltivata con grandissima cura. Molte
viti avevano il loro ceppo abbastanza alto perchè si potesse starvi
sotto comodamente, onde la frase che s’incontra spesso nella scrittura:
_essere assiso sotto la sua vite e sotto il suo fico_, per significare
il godimento di una vita fortunata e tranquilla.
————
IIAR (_Aprile-Maggio_).
«Ed il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo in terra e ne ebbe il cuore
addolorato¹⁴». Con queste parole, premesse alla narrazione del diluvio
universale, Mosè fece manifesto il corruccio provato da Dio nel
riconoscere come quella creatura fatta a sua immagine e somiglianza
s’ingolfasse in ogni sorta di brutture; contaminasse nel fango di
ignobili passioni la sua anima immortale; e costringesse Lui, il sommo
bene e la somma misericordia, a dovere usare il massimo rigore
annientandola¹⁵.
¹⁴ Il Celeberrimo Maimonide nel suo _Morè nebohhim_ dimostra
luminosamente come questa e tantissime altre consimili espressioni
bibliche quali: _il braccio dell’Eterno_; _odorò Iddio_; _discese
Iddio per vedere_, non intendano di materializzare Iddio in nissun
modo; ma siano adoperate esclusivamente per addattarsi al nostro
intendimento. La parola dell’uomo si trova impotente a esprimere
convenientemente gli ineffabili attributi di Dio, e le
inesplicabili vie per le quali si conduce colla umanità; per darne
un’idea si è costretti a servirsi delle espressioni con cui si
rappresentano le cose materiali e i loro attributi.
Non possiamo astenerci di rapportare il seguente aneddoto Talmudico
relativo al soggetto di cui stiamo intrattenendoci:
Un ateo s’imbattè un giorno in un Rabbino e gli disse: «Nella
vostra legge si nega la previdenza al vostro Dio: poichè nel fatto
del diluvio sta scritto: «e il suo cuore ne fu addolorato» Perchè
creare l’uomo per poscia pentirsene e addolorarsene?».
«Mio caro, rispose il dotto rabbino: Non fosti mai
padre?»—«Si»—«Ebbene! non sapevi che tuo figlio dovrà sostenere
fatiche e dolori per poscia morire? Perchè il procreasti e
festeggiasti la sua nascita?»—«Penso e spero che potrà anche essere
felice, darmi care soddisfazioni ed essere il sostegno e il
conforto di mia vecchiaia»—«Così Iddio che creò l’uomo per la
felicità, ritiene che mercè la carità e la giustizia, potrà
raggiungere quella mêta assegnatagli malgrado la veemenza delle sue
passioni che spesso lo fanno deviare dalla virtù e dalla
rettitudine».
¹⁵ Anche nel castigo meritato dai tristi geme la divina misericordia.
Dissero i nostri Dottori che quando gli Egiziani stavano per essere
sommersi nel mare Rosso gli angeli intuonarono il cantico. «Come!
disse Iddio, le mie creature affogano nel mare e voi intuonate il
cantico!».
Nella universale corruzione un uomo solo, Noè¹⁶, seppe mantenersi giusto
e pio: e il Signore lo destinò a ripopolare la terra. Gli ordinò quindi
di fabbricarsi un’arca ove riparare colla moglie, coi figli, e colle
nuore, e con una coppia di ogni specie di animali, fatta eccezione pei
quadrupedi ed uccelli puri¹⁷, dei quali doveva accoglierne sette coppie.
¹⁶ Si ricava dalla Bibbia che i nomi imposti in quei tempi ai bambini
si riferivano o a qualche speciale incidente occorso alla madre
prima o all’atto dello sgravio; o valevano a rappresentare qualcosa
relativa al bambino stesso; o servivano a commemorare qualche
luttuosa circostanza pubblica o privata o la speranza di vedere
compiuto qualche desiderio. Egli è per questo che la nascita di
quel bambino avvenuta in tempi assai tristi fu salutata dal padre,
Lemehh, augurando agli uomini un più lieto e riposato vivere,
epperció chiamò il suo nome _Noahh_ (da _nahhà_ riposare o da
_nahham_ consolare) con dire: Questi ci sarà di conforto, in mezzo
al nostro lavoro, ed al travaglio delle nostre mani, proveniente
dal terreno che il Signore ha maledetto».