Il conte si accorse di averla offesa, ma troppo preoccupato di sè

stesso e dal sentimento confuso che Ida entrasse per qualche cosa nel

suo duello con Buondelmonti, sebbene percosso da quello sguardo non

la richiamò. Ida cercò un ferruccio sul lavabo, ed uscì. Il letto

era disordinato, ma la camera aveva la stessa fisonomia; solamente

due o tre piatti sopra il comodino, dal canto suo e sulla cassa,

ancora sucidi della cena, e due o tre bottiglie sturate tradivano il

passaggio di un'orgia. Li osservò, si richiamò tutta quella notte,

dovendosi confessare che era stata la più bella della sua vita.

Senonchè, invece di gioirne, se ne rattristò. Nella spossatezza ancora

sensuale di quell'ora non avrebbe mai voluto essersi incontrato con

quella donna, cui la sera seguente avrebbe forse ridesiderato con

una veemenza anche maggiore di passione, e che lo aveva amato in una

notte più che tutte le altre donne della sua vita nei lunghi mesi dei

loro capricci, ma non dandogli mai un bacio se non sulla cicatrice

di un morso. Il suo carattere, il genere della sua bellezza, la

stessa voluttuosità di Ida lo irritavano al punto, che finiva col

negarla. Se non le si fosse ostinato dietro così scioccamente, non si

sarebbe svegliato quel mattino sul suo letto per andare a un duello

con Buondelmonti. Ma Buondelmonti non era un amante di Ida? Avrebbe

quasi voluto crederlo per meglio disprezzarla, ma il pensiero che la

notte seguente Buondelmonti potesse essere al suo posto, dopo averlo

ucciso, gli dava un insopportabile raccapriccio. Perchè no ucciso? Il

duello era a primo sangue, però nessun colpo escluso; e Buondelmonti

insospettito poteva bene, abusando della propria abilità, passarlo fuor

fuori. In questo caso egli giurava di morire vendicato, rivelando prima

di morire l'abbiezione di quello spadaccino: ma il caso non perdeva

con questa consolazione gran cosa della propria tristezza. E perchè

tutto ciò? Perchè la contessa Ceri pagava Buondelmonti, lo zio pagava

Ida, egli aveva sposato Jela? Perchè la contessa amava Buondelmonti

e lo denunciava, Ida amava lui e gli tirava addosso un duello forse

mortale? perchè il duca scapolo senza altri figli che quei due nipoti,

i bastoni della sua vecchiaia, si spassava a torturarli, inebriandosi

ai dolori della loro falsa posizione, da lui stesso creata? Perchè

questa falsa e trista società? Quale equivalenza di nature, malgrado

le differenze irreducibili di classe! Jela sola era pura, ma talmente

insulsa, che la sua purezza aveva la volgarità del vetro fra quei falsi

brillanti. Forse a questa ora era desta aspettandolo: forse qualcuno

l'aveva messa in sospetto! Il duca n'era benissimo capace.

Ma alla sua volta egli lo scherniva da quel letto di seta.

Questo piccolo trionfo lo animò; poi la pendola suonò le otto e un

quarto, e Ida riapparve alla porta del gabinetto. Aveva il viso

più fresco e una calma glaciale: scostò il cortinaggio del letto,

ed allungandogli le due mani sul collo lo fissò con uno sguardo

inesprimibile.

--Addio!

Si raddrizzò, ed uscì per la porta del gabinetto nero. Giustina,

ritornata allora dal veglione colle tracce del baccano sul volto, le si

presentò all'istante.

--Introducetela,--Ida rispose con voce breve.

Il fuoco ardeva nel caminetto, Ida era in piedi. Jela, vestita

di grigio, col velo del cappellino ancora abbassato, entrò

precipitosamente. Tremava, non sapeva quello che fosse per dire o per

fare; forse la vedeva appena. Ida non si mosse, aveva ritrovato la sua

posa più scultoria, la testa indietro e le labbra strette; l'arruffio

dei capelli e la veste male abbottonata, sotto la quale si travedeva

quella camicia sanguinolenta, facevano credere chi si fosse alzata

allora per riceverla. Jela non si accorse di nulla, del calore del

caminetto, del colore della veste di Ida, del suo atteggiamento; sentì

solamente il freddo della sua faccia, e con un gesto eccessivamente

simpatico di timidezza:

--Enrico?!--le domandò, come se fossero ancora ai giorni della loro

amicizia.

--Il conte Enrico!--ripetè l'altra con una vibrazione metallica.

--Dov'è?

Ida non rispose, lasciò che Jela la guardasse ancora supplicando,

poi colla stessa rigidezza andò alla porta della camera e l'aperse

in modo da restarvi riparata dietro il battente. Jela la seguì

istintivamente, ma si arrestò, vedendo che ella si fermava contro il

muro nella immobilità di una statua. Ebbe un fremito: vedeva già un

lembo della camera, il tappeto turchino, sul quale posava la grande

cassa intagliata, il lavabo nero a magnifiche forniture di argento, la

poltrona di raso rosso, un angolo di lusso antico, più aristocratico

ancora che quello del proprio palazzo. Un profumo insensibile di alcova

usciva dalla porta, un tepore della notte, che l'aria del giorno non

aveva ancora alterato: notò un piatto sulla cassa, una bottiglia col

collo inargentato; sentì la ricchezza delle grandi tende, che cascavano

sino sul tappeto, velando colla loro trasparenza la luce già velata da

tutto quell'azzurro; fece ancora due passi e scorse un angolo della

coperta, travide una figura della volta, un guerriero in sottanino

rosso, colla sciabola dorata. Ma Ida, cui ella sfiorava colla veste,

ebbe un tremito, e i loro volti si urtarono; Jela fu respinta, chinò il

capo, avanzò l'ultimo passo gettando un piccolo grido.

Il conte Enrico, che si era risollevato sui cuscini, ne cacciò un altro

riconoscendola.

--Voi qui...

--Uscite!--esclamò subito dopo:--bisogna essere ben imbecilli...

Uscite: assolutamente lo voglio.

Ma in quel momento Ida si presentò nel vano della porta, colle braccia

incrociate sul seno e un sorriso immobile sulle labbra, osservando

la loro confusione. Egli sussultò, Jela si volse d'istinto, e allora

finalmente comprese. Vacillò, mosse un passo verso la sorella, ma

l'occhio le corse irresistibilmente ad Enrico, e vedendolo colla

fronte ardente di rossore, la fisonomia vergognosa malgrado lo sdegno,

s'intese mancare. Ida le aveva sedotto il marito, e per dargliene

colla propria vendetta una prova umiliante, l'aveva con quel bugiardo

biglietto attirata nella propria camera. Il suo cuore si rivoltò:

poi subito dopo, sotto quella mano, che li piegava, i due sposi si

toccarono, in quella camera di Ida, nella quale l'aria della notte

aveva ancora la nausea leggiera di una voluttà digerita.

Ida non si muoveva.

--Ma uscite dunque!--urlò Enrico a Jela, dibattendosi sotto lo sguardo

fermo di Ida e riaccovacciandosi nel letto quasi per sottrarvisi. Jela

restò sola. La sua piccola anima troppo debole per quella scena si

scombuiò. Non capì più bene perchè Enrico fosse in quel letto, perchè a

due passi da lei, su quella cassa intagliata vi fossero gli avanzi di

una cena, perchè ella medesima fosse venuta in quella camera sulla fede

di un biglietto terribile ed oscuro, che la cameriera le aveva portato

ad un'ora insolita; ma provò come una difficoltà di respiro, un bisogno

subitaneo ed infrenabile di uscire e di essere fuori. In quella

camera, che non aveva mai veduta, l'abito grigio le diventava nero, si

sentiva soffocare; non respirava più l'aria solita. Ebbe uno sforzo

inconscio per rimettersi, indietreggiò, rialzò il capo e, intontita,

col suo passo elegante, venne verso la sorella.

Il conte le spiava stupefatto. Ida tremò: Jela sembrava non vederla,

ma quando le fu addosso, poichè le sbarrava la porta, si guardarono.

Tutto il duello si riassumeva in quell'attacco. Jela non camminava più

e l'altra era ferma ancora. La veste di edera coll'ampio panneggiamento

dava una fosca grandiosità al disordine della sua figura bianca di una

pallidezza gessosa: ma Jela fece un passo addietro e, afferrandosi con

un gesto risoluto le sottane in pugno, come per non lordarle col suo

contatto, proseguì. Ida, che aveva vibrato quasi sotto una forte scossa

elettrica a quel gesto, rinculò lentamente senza rivolgersi, si ripiegò

sul battente aperto, colle pupille sempre premute nel suo volto,

dilatate in uno sforzo di visione. Era orribile, era pazza. Jela aveva

già dovuto abbassare le proprie, ed ebbe un gran brivido di paura; ma

quando fu nel mezzo della porta, che il conte non scorgeva più Ida,

questa le si chinò sulla faccia, e con voce che non aveva più nulla di

umano:

--Salutatelo per l'ultima volta,--le disse.

Jela, spaventata ancor più dall'espressione di quel volto che dal suono

di quelle parole, che non aveva comprese, allungò un passo per fuggire.

--Sarò più gentile di voi al castello di Valdiffusa,--esclamò Ida,

chiudendo la porta della camera e passandole innanzi per aprire l'altra

del gabinetto:--uscite, signora contessa Alidosi, ma ora siamo pari.

E in piedi, colla maniglia in mano, la fronte alta nella prepotenza

del comando, le impose con un gesto di andarsene, mentre il seno

le palpitava quasi voluttuosamente e i suoi denti di giovane lupo

gittavano attraverso le labbra rosse le bianche minacce di una fame di

belva.

VI.

Otto giorni dopo Ida era nel gabinetto nero con Savelli.

Il duello fra il conte Alidosi e il capitano Buondelmonti, a rovescio

di ogni predizione, era riuscito fatale: il conte Enrico, con la testa

aperta da un terribile fendente, fu ricondotto già morto al palazzo. I

padrini, inorriditi al gran colpo, non avevano nemmeno avuto il tempo

di prevederlo, poichè il capitano si batteva colla negligenza più

affettata: quindi era avvenuto un incontro. Il conte era caduto colla

faccia innanzi, lungo disteso come un albero.

Arrivando sul terreno era così disfatto, che Lovito, il suo padrino,

dovette chiedergli se si sentiva male; il conte aveva avuto un pallido

sorriso, e gli aveva risposto raccontando la nottata con Ida. Lovito ne

lo aveva rimproverato, ma nel mettersi in guardia il conte gli aveva

detto:

--Mi ammazzerà,--con un accento così sicuro, che Lovito stesso,

malgrado il suo noto coraggio e la esperienza di simili scontri, ne era

rimasto grave.

Il conte aveva lo sguardo spaventato.

Appena partita Jela si era vestito frettolosamente cercando di Ida, ma

Giustina col suo cattivo sorriso gli aveva risposto che la padrona era

uscita colla signora contessa.

--Assieme?

--Non credo, signor conte.

--E non ha detto nulla?

--Doveva forse lasciarmi detto qualche cosa per lei?--ribattè colla sua

insolente famigliarità.

Quell'assenza inesplicabile finiva per atterrarlo. Adesso capiva tutto,

il suo disegno lento ed infernale, l'ultimo agguato teso alla contessa

con una ferocia assolutamente femminile; e tuttavia quei trasporti

appassionati della notte, gli ultimi sguardi appena scesa da letto,

quello supremo traversando la camera per introdurvi Jela, solenne come

un addio di un moribondo a un moribondo, gli contraddicevano quella

tetra persuasione. Finì di vestirsi, si pettinò coi pettini e le

scopette di Ida, compì febbrilmente la propria toeletta, seccato anche

per la convenienza del duello di non potersi mutare la camicia. In quel

momento, così gualcita dalle carezze di Ida, gli era odiosa. Si gettò

sulle spalle un mantello alla Talma secondo l'ultima moda, e uscì.

Giustina gli aperse la porta.

--Tieni,--le disse, togliendosi di dito un piccolo brillante, per non

cercarsi qualche scudo nel portafogli. Era un anello regalatogli dalla

contessa Ceri.

Se ne accorse dopo, e un triste sorriso gli passò nella mente.

Ida, nascosta dietro un uscio dell'anticamera, lo vide partire, e

corse immediatamente alla finestra. Non era meno pallida di lui, ma

la stessa feroce esaltazione le fiammeggiava ancora nello sguardo.

Giustina la vide poco dopo fare un gesto teatrale e rivolgersi colla

faccia fremente; il conte non aveva alzato nemmeno una volta gli occhi,

allontanandosi da quella casa fatale.

--Va a battersi?--chiese Giustina.

--Sì, ma la contessa può passare dalla sarta ad ordinare l'abito di

lutto prima di ritornare a palazzo. Stupido!

--Davvero?

Ida parve meravigliata di quel dubbio, Giustina scossa da quegli

accenti sinistri si guardò in dito l'anello.

Tutta la città fu commossa dal triste caso, Buondelmonti ne sembrò

desolatissimo. Appena vide vacillare il conte, gettò la sciabola e si

slanciò per rattenerlo, ma non lo potè: lo raccolse col cranio spaccato

dalla sommità della fronte sino alla nuca, poichè sentendosi forse

sopra il colpo, invece di pararlo il conte aveva piegato istintivamente

la testa. Buondelmonti lo prese fra le braccia come un bambino,

mentre due grosse lagrime gli nuotavano silenziosamente negli occhi;

poi dovette allontanarsi su Baiardo, che la sua ordinanza teneva a

mano poco lungi. Allora un orribile problema si aggravò sui padrini,

come trasportare il cadavere del conte e dare a Jela la spaventevole

notizia. Lovito esitava, il colonnello, che aveva assistito

Buondelmonti, propose di condurre il cadavere presso il duca: quegli

era più forte.

--Povero ragazzo! perchè cacciarsi contro Buondelmonti? È la migliore

lama dell'esercito.

--Voi sorridete, colonnello?

--Non vi siete mai accorto che Buondelmonti faceva la corte alla

contessa? Ma Buondelmonti è perduto. I morti talvolta sono più tremendi

dei vivi.

--Credete dunque che la contessa ami Buondelmonti?

--Crederlo adesso sarebbe un'insolenza,--rispose il colonnello con un

tono leggero.

Ma tornarono ad occuparsi del cadavere, discussero, poi, essendo

venuti a piedi, Lovito si offerse di andare in cerca di una carrozza.

Il cadavere era steso sul terreno presso una pozzanghera di sangue,

la faccia e i capelli insudiciati. I padrini fumavano per darsi un

contegno, ma il medico, che si era appressato ancora al morto per

riosservargli la ferita:

--Oh!--esclamò indi a poco con un accento, che li fece tutti

rivolgere:--un capello nero!--e scostandogli violentemente il colletto,

proruppe più forte:--un morso, certamente di donna, fresco!

Tutti si erano avvicinati, ed esaminarono il capello fine, lungo come

le due braccia, che il dottore apriva colla faccia illuminata da una

vanità d'indiscrezione.

--Ecco perchè era così debole questa mattina: non vi è nulla più

micidiale dell'erotismo. Avrà voluto farsi vedere da una donna alla

vigilia di un duello,--proseguì, indirizzandosi al colonnello sopra un

tono di famigliarità:--come se il coraggio bastasse... Sono imprudenze,

che si pagano spesso colla vita.

Ma tutti facevano ressa intorno a quel capello, senza occuparsi delle

sue osservazioni. La contessa Alidosi era bionda, la contessa Guelfi,

sua amica, pure bionda.

--Se qualcuno conosce la donna, le si può rendere il suo capello,--egli

seguitò, contento di tutte quelle curiosità da lui solo destate.--Ah!

ecco il signor Lovito, egli forse ne saprà qualche cosa.

Infatti Lovito arrivava colla testa fuori da un _brougham_: il

fiaccheraio frustava come un pazzo.

--Osservate questo capello,--gli si fece incontro il medico:--il conte

l'aveva sulla testa proprio dove è caduta la sciabola. È lungo quasi un

metro e mezzo.

Lovito pensieroso lo esaminò e tese la mano per prenderlo. Tutti gli

si stringevano attorno solleticati dalla sua aria preoccupata, che

prometteva qualche rivelazione.

--Lo conoscete?

--Si.

--Di chi è?

--Me lo concedete, dottore?--gli si rivolse senza rispondere.--Grazie!

lo sapevo.

--Ah! di chi è?

--Un secreto!

--Allora bisogna dirlo,--intervenne il colonnello colla sua ironia:--in

molti sarà impossibile che qualcuno non lo tenga.

--Anche il principe di Atella forse lo riconoscerebbe. Volete saperlo?

È di una donna, che mi ha respinto: non posso dire di più.

--E che sperate,--riprese amichevolmente il colonnello,--di prenderla

una seconda volta a questo laccio?

--Chissà?

--Già,--concluse filosoficamente il dottore,--tutto il male non vien

per nuocere.

Poi tornarono alla serietà della situazione; fecero caricare il

cadavere nella carrozza del fiaccheraio, Lovito e il medico vi

montarono, gli altri si allontanarono. Fortunatamente, passando davanti

al palazzo Alidosi, seppero che la contessa era partita in carrozza

colla marchesa di Renzuno: allora salirono. Il duca, avvertito dal

colonnello, recò la notizia alle due donne. Fu uno scoppio di pianto;

ma quando Jela intese che l'uccisore era Buondelmonti, cacciò un grido

e svenne. La marchesa, sebbene piangendo dirottamente, volle subito

tutto il racconto del duello, vi fe' molte osservazioni e conchiuse che

Enrico aveva avuto torto a non parare un colpo di testa.

Il duca indispettito si lasciò sfuggire un gesto.

--Un colpo di testa si fa più facilmente che non si pari.

Ma la marchesa non capì nemmeno, assalita immediatamente dalla

preoccupazione dei funerali, i quali nella sua idea dovevano essere un

trionfo. Naturalmente ella doveva pensare a tutto in quel frangente,

perchè gli altri vi perdevano la testa, e tutelare il decoro della

famiglia, prevedere e provvedere. Il suo orgasmo di attività diventava

una febbre.

--La marchesa Brancaleoni non avrà avuto tanti fiori nell'appartamento

per la sua gran festa. Avvisate il vostro giardiniere, mandatemelo

sulle due: sarò di ritorno, in ogni caso mi aspetterà. È un'immensa

disgrazia. Jela starà qui: telegrafate al conte Alberto che venga

subito a prenderla.

Il duca pareva attonito.

--A che pensate adesso? è tempo d'agire.

--L'unico erede! non abbiamo più nipote!

--Ah! è vero! ma bisogna pure occuparsene, finchè si hanno. Povero

Enrico!--e un insulto di lagrime le strinse la gola.--Vedete, non mi

posso frenare. Mi vedranno piangere in istrada: è una sconvenienza.

E intanto che la marchesa col cuore grosso e la testa tumultuante

scendeva lo scalone del proprio palazzo, stordendo il dolore in quella

furia, il duca rimasto solo si sprofondava in una tetra meditazione.

Quella morte inaspettata gli pareva impossibile, un sogno. Come mai

egli non aveva saputo nulla del duello? Quale ne era stata l'origine?

Certamente la questione del cavallo aveva servito da pretesto ad Enrico

per insultare Buondelmonti, col quale Ida si compiaceva, presente lui

medesimo, ad irritarlo, perchè Enrico era innamorato di Ida. Invano,

per nascondere una sconfitta, il conte lo aveva sempre negato, mentre

l'amava per ripicco senza poterla mai sedurre, giacchè in ultima

analisi Ida non era fedele che al duca. Che ne penserebbe Ida? odiava

ella davvero il conte Enrico, o era un semplice dispetto di vanità,

che inveleniva tutte le loro conversazioni? Ma Enrico non pertanto era

morto. Quindi egli si ricordava la sua invidia mal celata dell'ultima

notte, quando Ida fingendo di voler dormire per il veglione lo aveva

scacciato, e i suoi primi successi al castello di Valdiffusa, poi tutte

le scene, nelle quali Ida primeggiava sempre vincendo tutti, servendosi

di tutti. Non aveva contemporaneamente tenuto in iscacco lui stesso,

Enrico, il conte Alberto e Jela? Ida era davvero una donna, e bisognava

essere un uomo ben forte per incatenarle il carattere riottoso. Ma il

pensiero gli fuggiva pur sempre alla morte di Enrico, un giovane ancora

nella primavera, che molti uomini invidiavano e le signore dicevano

così amabile. Povera Jela! un'altra infelice, che adorava il marito

innamorato morto, veramente morto, di un'altra.

Erano due ragazzi. Perchè Jela così ricca aveva sposato Enrico troppo

giovane, rovinato, senza un briciolo di cervello e di posizione nel

mondo? Egli non se lo spiegava. Bisognava proprio che il conte Alberto

non volesse occuparsi di nulla e trovasse tutto bene, per concedere

l'unica figlia ad un uomo simile. Egli aveva chiesto la mano di Jela

per il nipote, ma, fosse stato il padre, si sarebbe ben guardato di

acconsentirgliela. Enrico non aveva altra speranza che l'eredità dello

zio, il duca stesso lo diceva dappertutto, sebbene a malincuore, poichè

quel diritto del nipote lo metteva come sotto la dipendenza di un

Mentore ragazzo. Infatti il conte gli aveva più d'una volta infitta

nelle carni la punta di un'osservazione sul lusso eccessivo di Ida.

Ma Enrico era morto. Morire! Uscendo dal palazzo della marchesa corse

difilato da Ida. Ella era in casa, ma non volle riceverlo. Giustina

piena di misteri e di precauzioni, non gli spiegò nulla: egli se ne

ritornò desolato. La sera ripassò nuovamente, e seppe che Savelli era

stato chiamato. Giustina diceva che la morte del conte aveva gittata

la sua padrona in una crisi, che aveva pianto dirottamente. Allora il

duca le scrisse un biglietto supplicandola di riceverlo, ed attese la

risposta in anticamera. Giustina glielo riportò; Ida vi aveva scritto a

piedi queste sole parole:

«Mi sento male: ogni scossa mi sarebbe insopportabile, vi riceverò

venerdì».

Ancora tre giorni. Il duca ebbe pena a non piangere, tutta la forza

del suo scetticismo l'abbandonava nell'abbandono momentaneo di quella

donna. Senza di lei perdeva il suo carattere di uomo e non era più che

uno zio, un nonno, un passato ancora in piedi, ma come le rovine. Quei

tre giorni furono eterni. Nè i funerali, nè l'anfanamento sempre più

rumoroso della marchesa, che aveva finito per scordarsi il proprio

dolore nello studio di consolare quello degli altri, nè la visita di

Jela abbattuta nell'amarezza di un rimorso immaginario, nè l'incontro

col conte Alberto, accorso prestamente al castello di Valdiffusa, e col

quale si erano analizzati a vicenda la sincerità della loro tristezza,

nulla era riuscito ad accorciarli. Ma i tre giorni passarono, e Ida non

volle ancora riceverlo. Allora fu atterrato, stette altri due dì senza

uscire dal palazzo, concentrato in un avvilimento, che lo invecchiava

di un anno ad ogni ora. Poi intese la storia del capello nero, che

correva già deformata per tutti i circoli, e straziato da un supremo

sospetto corse da Ida, interrogò Giustina, la quale sedotta più dalle

lusinghe che dalle minacce, gli confessò tutto.

--E Buondelmonti?

--Quegli fu ricevuto per benino; quando entrai col caffè aveva un'aria

da can frustato.

Ma il duca non lo avrebbe mai creduto. Questo ultimo tradimento del

nipote strappò la maschera al suo dolore. Quel serpentello era dunque

stato schiacciato! Se Buondelmonti fosse stato presente in quel punto,

si sarebbe alzato per stringergli la mano. Egli era dunque vecchio,

vecchio senza presa! Ida lo accettava per spremergli il denaro di

tutto quel lusso e fuggirsene un giorno o l'altro con un uomo più

giovane, altrettanto ricco, al quale avrebbe parlato di lui con quel

suo terribile sarcasmo, che gli piaceva tanto. Allora gli parve che

Ida fosse la donna più adorabile, e che tutti i grandi eleganti se la

disputassero ora che, traendola dalla miseria di maestra, ne aveva

fatto una Signora dalle Camelie.

Ma improvvisamente, nel timore di essere sorpreso con Giustina a

complottare contro di lei, si alzò. Giustina, colpita dalla umiliazione

della sua figura, si aspettava invece uno scoppio di risentimento.

--Bada di non dir nulla,--le si raccomandò.--Ti manderò domani il

libretto della cassa di risparmio, ma te ne prego,--aggiunse con un

accento quasi supplichevole:---che Ida non sappia nulla della tua

confidenza.

La mattina seguente, sulle undici, Ida vestita di un abito di casimiro

grigio ferro, semplice come un abito da viaggio, chiacchierava con

Savelli. Il vecchio maestro aveva l'aria sconcertata.

--No, avete torto con lui, non da questo punto di vista si può capire

qualche cosa. Hartmann ha torto quando afferma che l'uomo è poligamo

e la donna monogama, poichè così si confondono le esigenze della

maternità colla tendenza del sesso. Anche l'uomo sarebbe monogamo,

nella forma più alta raggiunta dalla famiglia, secondo il suo stesso

argomento per la monogamia della donna.--E la fanciulla, che avea

pronunciato con visibile compiacenza questi termini tecnici, proseguì

incalorendosi.

No: Romanzo · 第 23 / 24 段