stesso e dal sentimento confuso che Ida entrasse per qualche cosa nel
suo duello con Buondelmonti, sebbene percosso da quello sguardo non
la richiamò. Ida cercò un ferruccio sul lavabo, ed uscì. Il letto
era disordinato, ma la camera aveva la stessa fisonomia; solamente
due o tre piatti sopra il comodino, dal canto suo e sulla cassa,
ancora sucidi della cena, e due o tre bottiglie sturate tradivano il
passaggio di un'orgia. Li osservò, si richiamò tutta quella notte,
dovendosi confessare che era stata la più bella della sua vita.
Senonchè, invece di gioirne, se ne rattristò. Nella spossatezza ancora
sensuale di quell'ora non avrebbe mai voluto essersi incontrato con
quella donna, cui la sera seguente avrebbe forse ridesiderato con
una veemenza anche maggiore di passione, e che lo aveva amato in una
notte più che tutte le altre donne della sua vita nei lunghi mesi dei
loro capricci, ma non dandogli mai un bacio se non sulla cicatrice
di un morso. Il suo carattere, il genere della sua bellezza, la
stessa voluttuosità di Ida lo irritavano al punto, che finiva col
negarla. Se non le si fosse ostinato dietro così scioccamente, non si
sarebbe svegliato quel mattino sul suo letto per andare a un duello
con Buondelmonti. Ma Buondelmonti non era un amante di Ida? Avrebbe
quasi voluto crederlo per meglio disprezzarla, ma il pensiero che la
notte seguente Buondelmonti potesse essere al suo posto, dopo averlo
ucciso, gli dava un insopportabile raccapriccio. Perchè no ucciso? Il
duello era a primo sangue, però nessun colpo escluso; e Buondelmonti
insospettito poteva bene, abusando della propria abilità, passarlo fuor
fuori. In questo caso egli giurava di morire vendicato, rivelando prima
di morire l'abbiezione di quello spadaccino: ma il caso non perdeva
con questa consolazione gran cosa della propria tristezza. E perchè
tutto ciò? Perchè la contessa Ceri pagava Buondelmonti, lo zio pagava
Ida, egli aveva sposato Jela? Perchè la contessa amava Buondelmonti
e lo denunciava, Ida amava lui e gli tirava addosso un duello forse
mortale? perchè il duca scapolo senza altri figli che quei due nipoti,
i bastoni della sua vecchiaia, si spassava a torturarli, inebriandosi
ai dolori della loro falsa posizione, da lui stesso creata? Perchè
questa falsa e trista società? Quale equivalenza di nature, malgrado
le differenze irreducibili di classe! Jela sola era pura, ma talmente
insulsa, che la sua purezza aveva la volgarità del vetro fra quei falsi
brillanti. Forse a questa ora era desta aspettandolo: forse qualcuno
l'aveva messa in sospetto! Il duca n'era benissimo capace.
Ma alla sua volta egli lo scherniva da quel letto di seta.
Questo piccolo trionfo lo animò; poi la pendola suonò le otto e un
quarto, e Ida riapparve alla porta del gabinetto. Aveva il viso
più fresco e una calma glaciale: scostò il cortinaggio del letto,
ed allungandogli le due mani sul collo lo fissò con uno sguardo
inesprimibile.
--Addio!
Si raddrizzò, ed uscì per la porta del gabinetto nero. Giustina,
ritornata allora dal veglione colle tracce del baccano sul volto, le si
presentò all'istante.
--Introducetela,--Ida rispose con voce breve.
Il fuoco ardeva nel caminetto, Ida era in piedi. Jela, vestita
di grigio, col velo del cappellino ancora abbassato, entrò
precipitosamente. Tremava, non sapeva quello che fosse per dire o per
fare; forse la vedeva appena. Ida non si mosse, aveva ritrovato la sua
posa più scultoria, la testa indietro e le labbra strette; l'arruffio
dei capelli e la veste male abbottonata, sotto la quale si travedeva
quella camicia sanguinolenta, facevano credere chi si fosse alzata
allora per riceverla. Jela non si accorse di nulla, del calore del
caminetto, del colore della veste di Ida, del suo atteggiamento; sentì
solamente il freddo della sua faccia, e con un gesto eccessivamente
simpatico di timidezza:
--Enrico?!--le domandò, come se fossero ancora ai giorni della loro
amicizia.
--Il conte Enrico!--ripetè l'altra con una vibrazione metallica.
--Dov'è?
Ida non rispose, lasciò che Jela la guardasse ancora supplicando,
poi colla stessa rigidezza andò alla porta della camera e l'aperse
in modo da restarvi riparata dietro il battente. Jela la seguì
istintivamente, ma si arrestò, vedendo che ella si fermava contro il
muro nella immobilità di una statua. Ebbe un fremito: vedeva già un
lembo della camera, il tappeto turchino, sul quale posava la grande
cassa intagliata, il lavabo nero a magnifiche forniture di argento, la
poltrona di raso rosso, un angolo di lusso antico, più aristocratico
ancora che quello del proprio palazzo. Un profumo insensibile di alcova
usciva dalla porta, un tepore della notte, che l'aria del giorno non
aveva ancora alterato: notò un piatto sulla cassa, una bottiglia col
collo inargentato; sentì la ricchezza delle grandi tende, che cascavano
sino sul tappeto, velando colla loro trasparenza la luce già velata da
tutto quell'azzurro; fece ancora due passi e scorse un angolo della
coperta, travide una figura della volta, un guerriero in sottanino
rosso, colla sciabola dorata. Ma Ida, cui ella sfiorava colla veste,
ebbe un tremito, e i loro volti si urtarono; Jela fu respinta, chinò il
capo, avanzò l'ultimo passo gettando un piccolo grido.
Il conte Enrico, che si era risollevato sui cuscini, ne cacciò un altro
riconoscendola.
--Voi qui...
--Uscite!--esclamò subito dopo:--bisogna essere ben imbecilli...
Uscite: assolutamente lo voglio.
Ma in quel momento Ida si presentò nel vano della porta, colle braccia
incrociate sul seno e un sorriso immobile sulle labbra, osservando
la loro confusione. Egli sussultò, Jela si volse d'istinto, e allora
finalmente comprese. Vacillò, mosse un passo verso la sorella, ma
l'occhio le corse irresistibilmente ad Enrico, e vedendolo colla
fronte ardente di rossore, la fisonomia vergognosa malgrado lo sdegno,
s'intese mancare. Ida le aveva sedotto il marito, e per dargliene
colla propria vendetta una prova umiliante, l'aveva con quel bugiardo
biglietto attirata nella propria camera. Il suo cuore si rivoltò:
poi subito dopo, sotto quella mano, che li piegava, i due sposi si
toccarono, in quella camera di Ida, nella quale l'aria della notte
aveva ancora la nausea leggiera di una voluttà digerita.
Ida non si muoveva.
--Ma uscite dunque!--urlò Enrico a Jela, dibattendosi sotto lo sguardo
fermo di Ida e riaccovacciandosi nel letto quasi per sottrarvisi. Jela
restò sola. La sua piccola anima troppo debole per quella scena si
scombuiò. Non capì più bene perchè Enrico fosse in quel letto, perchè a
due passi da lei, su quella cassa intagliata vi fossero gli avanzi di
una cena, perchè ella medesima fosse venuta in quella camera sulla fede
di un biglietto terribile ed oscuro, che la cameriera le aveva portato
ad un'ora insolita; ma provò come una difficoltà di respiro, un bisogno
subitaneo ed infrenabile di uscire e di essere fuori. In quella
camera, che non aveva mai veduta, l'abito grigio le diventava nero, si
sentiva soffocare; non respirava più l'aria solita. Ebbe uno sforzo
inconscio per rimettersi, indietreggiò, rialzò il capo e, intontita,
col suo passo elegante, venne verso la sorella.
Il conte le spiava stupefatto. Ida tremò: Jela sembrava non vederla,
ma quando le fu addosso, poichè le sbarrava la porta, si guardarono.
Tutto il duello si riassumeva in quell'attacco. Jela non camminava più
e l'altra era ferma ancora. La veste di edera coll'ampio panneggiamento
dava una fosca grandiosità al disordine della sua figura bianca di una
pallidezza gessosa: ma Jela fece un passo addietro e, afferrandosi con
un gesto risoluto le sottane in pugno, come per non lordarle col suo
contatto, proseguì. Ida, che aveva vibrato quasi sotto una forte scossa
elettrica a quel gesto, rinculò lentamente senza rivolgersi, si ripiegò
sul battente aperto, colle pupille sempre premute nel suo volto,
dilatate in uno sforzo di visione. Era orribile, era pazza. Jela aveva
già dovuto abbassare le proprie, ed ebbe un gran brivido di paura; ma
quando fu nel mezzo della porta, che il conte non scorgeva più Ida,
questa le si chinò sulla faccia, e con voce che non aveva più nulla di
umano:
--Salutatelo per l'ultima volta,--le disse.
Jela, spaventata ancor più dall'espressione di quel volto che dal suono
di quelle parole, che non aveva comprese, allungò un passo per fuggire.
--Sarò più gentile di voi al castello di Valdiffusa,--esclamò Ida,
chiudendo la porta della camera e passandole innanzi per aprire l'altra
del gabinetto:--uscite, signora contessa Alidosi, ma ora siamo pari.
E in piedi, colla maniglia in mano, la fronte alta nella prepotenza
del comando, le impose con un gesto di andarsene, mentre il seno
le palpitava quasi voluttuosamente e i suoi denti di giovane lupo
gittavano attraverso le labbra rosse le bianche minacce di una fame di
belva.
VI.
Otto giorni dopo Ida era nel gabinetto nero con Savelli.
Il duello fra il conte Alidosi e il capitano Buondelmonti, a rovescio
di ogni predizione, era riuscito fatale: il conte Enrico, con la testa
aperta da un terribile fendente, fu ricondotto già morto al palazzo. I
padrini, inorriditi al gran colpo, non avevano nemmeno avuto il tempo
di prevederlo, poichè il capitano si batteva colla negligenza più
affettata: quindi era avvenuto un incontro. Il conte era caduto colla
faccia innanzi, lungo disteso come un albero.
Arrivando sul terreno era così disfatto, che Lovito, il suo padrino,
dovette chiedergli se si sentiva male; il conte aveva avuto un pallido
sorriso, e gli aveva risposto raccontando la nottata con Ida. Lovito ne
lo aveva rimproverato, ma nel mettersi in guardia il conte gli aveva
detto:
--Mi ammazzerà,--con un accento così sicuro, che Lovito stesso,
malgrado il suo noto coraggio e la esperienza di simili scontri, ne era
rimasto grave.
Il conte aveva lo sguardo spaventato.
Appena partita Jela si era vestito frettolosamente cercando di Ida, ma
Giustina col suo cattivo sorriso gli aveva risposto che la padrona era
uscita colla signora contessa.
--Assieme?
--Non credo, signor conte.
--E non ha detto nulla?
--Doveva forse lasciarmi detto qualche cosa per lei?--ribattè colla sua
insolente famigliarità.
Quell'assenza inesplicabile finiva per atterrarlo. Adesso capiva tutto,
il suo disegno lento ed infernale, l'ultimo agguato teso alla contessa
con una ferocia assolutamente femminile; e tuttavia quei trasporti
appassionati della notte, gli ultimi sguardi appena scesa da letto,
quello supremo traversando la camera per introdurvi Jela, solenne come
un addio di un moribondo a un moribondo, gli contraddicevano quella
tetra persuasione. Finì di vestirsi, si pettinò coi pettini e le
scopette di Ida, compì febbrilmente la propria toeletta, seccato anche
per la convenienza del duello di non potersi mutare la camicia. In quel
momento, così gualcita dalle carezze di Ida, gli era odiosa. Si gettò
sulle spalle un mantello alla Talma secondo l'ultima moda, e uscì.
Giustina gli aperse la porta.
--Tieni,--le disse, togliendosi di dito un piccolo brillante, per non
cercarsi qualche scudo nel portafogli. Era un anello regalatogli dalla
contessa Ceri.
Se ne accorse dopo, e un triste sorriso gli passò nella mente.
Ida, nascosta dietro un uscio dell'anticamera, lo vide partire, e
corse immediatamente alla finestra. Non era meno pallida di lui, ma
la stessa feroce esaltazione le fiammeggiava ancora nello sguardo.
Giustina la vide poco dopo fare un gesto teatrale e rivolgersi colla
faccia fremente; il conte non aveva alzato nemmeno una volta gli occhi,
allontanandosi da quella casa fatale.
--Va a battersi?--chiese Giustina.
--Sì, ma la contessa può passare dalla sarta ad ordinare l'abito di
lutto prima di ritornare a palazzo. Stupido!
--Davvero?
Ida parve meravigliata di quel dubbio, Giustina scossa da quegli
accenti sinistri si guardò in dito l'anello.
Tutta la città fu commossa dal triste caso, Buondelmonti ne sembrò
desolatissimo. Appena vide vacillare il conte, gettò la sciabola e si
slanciò per rattenerlo, ma non lo potè: lo raccolse col cranio spaccato
dalla sommità della fronte sino alla nuca, poichè sentendosi forse
sopra il colpo, invece di pararlo il conte aveva piegato istintivamente
la testa. Buondelmonti lo prese fra le braccia come un bambino,
mentre due grosse lagrime gli nuotavano silenziosamente negli occhi;
poi dovette allontanarsi su Baiardo, che la sua ordinanza teneva a
mano poco lungi. Allora un orribile problema si aggravò sui padrini,
come trasportare il cadavere del conte e dare a Jela la spaventevole
notizia. Lovito esitava, il colonnello, che aveva assistito
Buondelmonti, propose di condurre il cadavere presso il duca: quegli
era più forte.
--Povero ragazzo! perchè cacciarsi contro Buondelmonti? È la migliore
lama dell'esercito.
--Voi sorridete, colonnello?
--Non vi siete mai accorto che Buondelmonti faceva la corte alla
contessa? Ma Buondelmonti è perduto. I morti talvolta sono più tremendi
dei vivi.
--Credete dunque che la contessa ami Buondelmonti?
--Crederlo adesso sarebbe un'insolenza,--rispose il colonnello con un
tono leggero.
Ma tornarono ad occuparsi del cadavere, discussero, poi, essendo
venuti a piedi, Lovito si offerse di andare in cerca di una carrozza.
Il cadavere era steso sul terreno presso una pozzanghera di sangue,
la faccia e i capelli insudiciati. I padrini fumavano per darsi un
contegno, ma il medico, che si era appressato ancora al morto per
riosservargli la ferita:
--Oh!--esclamò indi a poco con un accento, che li fece tutti
rivolgere:--un capello nero!--e scostandogli violentemente il colletto,
proruppe più forte:--un morso, certamente di donna, fresco!
Tutti si erano avvicinati, ed esaminarono il capello fine, lungo come
le due braccia, che il dottore apriva colla faccia illuminata da una
vanità d'indiscrezione.
--Ecco perchè era così debole questa mattina: non vi è nulla più
micidiale dell'erotismo. Avrà voluto farsi vedere da una donna alla
vigilia di un duello,--proseguì, indirizzandosi al colonnello sopra un
tono di famigliarità:--come se il coraggio bastasse... Sono imprudenze,
che si pagano spesso colla vita.
Ma tutti facevano ressa intorno a quel capello, senza occuparsi delle
sue osservazioni. La contessa Alidosi era bionda, la contessa Guelfi,
sua amica, pure bionda.
--Se qualcuno conosce la donna, le si può rendere il suo capello,--egli
seguitò, contento di tutte quelle curiosità da lui solo destate.--Ah!
ecco il signor Lovito, egli forse ne saprà qualche cosa.
Infatti Lovito arrivava colla testa fuori da un _brougham_: il
fiaccheraio frustava come un pazzo.
--Osservate questo capello,--gli si fece incontro il medico:--il conte
l'aveva sulla testa proprio dove è caduta la sciabola. È lungo quasi un
metro e mezzo.
Lovito pensieroso lo esaminò e tese la mano per prenderlo. Tutti gli
si stringevano attorno solleticati dalla sua aria preoccupata, che
prometteva qualche rivelazione.
--Lo conoscete?
--Si.
--Di chi è?
--Me lo concedete, dottore?--gli si rivolse senza rispondere.--Grazie!
lo sapevo.
--Ah! di chi è?
--Un secreto!
--Allora bisogna dirlo,--intervenne il colonnello colla sua ironia:--in
molti sarà impossibile che qualcuno non lo tenga.
--Anche il principe di Atella forse lo riconoscerebbe. Volete saperlo?
È di una donna, che mi ha respinto: non posso dire di più.
--E che sperate,--riprese amichevolmente il colonnello,--di prenderla
una seconda volta a questo laccio?
--Chissà?
--Già,--concluse filosoficamente il dottore,--tutto il male non vien
per nuocere.
Poi tornarono alla serietà della situazione; fecero caricare il
cadavere nella carrozza del fiaccheraio, Lovito e il medico vi
montarono, gli altri si allontanarono. Fortunatamente, passando davanti
al palazzo Alidosi, seppero che la contessa era partita in carrozza
colla marchesa di Renzuno: allora salirono. Il duca, avvertito dal
colonnello, recò la notizia alle due donne. Fu uno scoppio di pianto;
ma quando Jela intese che l'uccisore era Buondelmonti, cacciò un grido
e svenne. La marchesa, sebbene piangendo dirottamente, volle subito
tutto il racconto del duello, vi fe' molte osservazioni e conchiuse che
Enrico aveva avuto torto a non parare un colpo di testa.
Il duca indispettito si lasciò sfuggire un gesto.
--Un colpo di testa si fa più facilmente che non si pari.
Ma la marchesa non capì nemmeno, assalita immediatamente dalla
preoccupazione dei funerali, i quali nella sua idea dovevano essere un
trionfo. Naturalmente ella doveva pensare a tutto in quel frangente,
perchè gli altri vi perdevano la testa, e tutelare il decoro della
famiglia, prevedere e provvedere. Il suo orgasmo di attività diventava
una febbre.
--La marchesa Brancaleoni non avrà avuto tanti fiori nell'appartamento
per la sua gran festa. Avvisate il vostro giardiniere, mandatemelo
sulle due: sarò di ritorno, in ogni caso mi aspetterà. È un'immensa
disgrazia. Jela starà qui: telegrafate al conte Alberto che venga
subito a prenderla.
Il duca pareva attonito.
--A che pensate adesso? è tempo d'agire.
--L'unico erede! non abbiamo più nipote!
--Ah! è vero! ma bisogna pure occuparsene, finchè si hanno. Povero
Enrico!--e un insulto di lagrime le strinse la gola.--Vedete, non mi
posso frenare. Mi vedranno piangere in istrada: è una sconvenienza.
E intanto che la marchesa col cuore grosso e la testa tumultuante
scendeva lo scalone del proprio palazzo, stordendo il dolore in quella
furia, il duca rimasto solo si sprofondava in una tetra meditazione.
Quella morte inaspettata gli pareva impossibile, un sogno. Come mai
egli non aveva saputo nulla del duello? Quale ne era stata l'origine?
Certamente la questione del cavallo aveva servito da pretesto ad Enrico
per insultare Buondelmonti, col quale Ida si compiaceva, presente lui
medesimo, ad irritarlo, perchè Enrico era innamorato di Ida. Invano,
per nascondere una sconfitta, il conte lo aveva sempre negato, mentre
l'amava per ripicco senza poterla mai sedurre, giacchè in ultima
analisi Ida non era fedele che al duca. Che ne penserebbe Ida? odiava
ella davvero il conte Enrico, o era un semplice dispetto di vanità,
che inveleniva tutte le loro conversazioni? Ma Enrico non pertanto era
morto. Quindi egli si ricordava la sua invidia mal celata dell'ultima
notte, quando Ida fingendo di voler dormire per il veglione lo aveva
scacciato, e i suoi primi successi al castello di Valdiffusa, poi tutte
le scene, nelle quali Ida primeggiava sempre vincendo tutti, servendosi
di tutti. Non aveva contemporaneamente tenuto in iscacco lui stesso,
Enrico, il conte Alberto e Jela? Ida era davvero una donna, e bisognava
essere un uomo ben forte per incatenarle il carattere riottoso. Ma il
pensiero gli fuggiva pur sempre alla morte di Enrico, un giovane ancora
nella primavera, che molti uomini invidiavano e le signore dicevano
così amabile. Povera Jela! un'altra infelice, che adorava il marito
innamorato morto, veramente morto, di un'altra.
Erano due ragazzi. Perchè Jela così ricca aveva sposato Enrico troppo
giovane, rovinato, senza un briciolo di cervello e di posizione nel
mondo? Egli non se lo spiegava. Bisognava proprio che il conte Alberto
non volesse occuparsi di nulla e trovasse tutto bene, per concedere
l'unica figlia ad un uomo simile. Egli aveva chiesto la mano di Jela
per il nipote, ma, fosse stato il padre, si sarebbe ben guardato di
acconsentirgliela. Enrico non aveva altra speranza che l'eredità dello
zio, il duca stesso lo diceva dappertutto, sebbene a malincuore, poichè
quel diritto del nipote lo metteva come sotto la dipendenza di un
Mentore ragazzo. Infatti il conte gli aveva più d'una volta infitta
nelle carni la punta di un'osservazione sul lusso eccessivo di Ida.
Ma Enrico era morto. Morire! Uscendo dal palazzo della marchesa corse
difilato da Ida. Ella era in casa, ma non volle riceverlo. Giustina
piena di misteri e di precauzioni, non gli spiegò nulla: egli se ne
ritornò desolato. La sera ripassò nuovamente, e seppe che Savelli era
stato chiamato. Giustina diceva che la morte del conte aveva gittata
la sua padrona in una crisi, che aveva pianto dirottamente. Allora il
duca le scrisse un biglietto supplicandola di riceverlo, ed attese la
risposta in anticamera. Giustina glielo riportò; Ida vi aveva scritto a
piedi queste sole parole:
«Mi sento male: ogni scossa mi sarebbe insopportabile, vi riceverò
venerdì».
Ancora tre giorni. Il duca ebbe pena a non piangere, tutta la forza
del suo scetticismo l'abbandonava nell'abbandono momentaneo di quella
donna. Senza di lei perdeva il suo carattere di uomo e non era più che
uno zio, un nonno, un passato ancora in piedi, ma come le rovine. Quei
tre giorni furono eterni. Nè i funerali, nè l'anfanamento sempre più
rumoroso della marchesa, che aveva finito per scordarsi il proprio
dolore nello studio di consolare quello degli altri, nè la visita di
Jela abbattuta nell'amarezza di un rimorso immaginario, nè l'incontro
col conte Alberto, accorso prestamente al castello di Valdiffusa, e col
quale si erano analizzati a vicenda la sincerità della loro tristezza,
nulla era riuscito ad accorciarli. Ma i tre giorni passarono, e Ida non
volle ancora riceverlo. Allora fu atterrato, stette altri due dì senza
uscire dal palazzo, concentrato in un avvilimento, che lo invecchiava
di un anno ad ogni ora. Poi intese la storia del capello nero, che
correva già deformata per tutti i circoli, e straziato da un supremo
sospetto corse da Ida, interrogò Giustina, la quale sedotta più dalle
lusinghe che dalle minacce, gli confessò tutto.
--E Buondelmonti?
--Quegli fu ricevuto per benino; quando entrai col caffè aveva un'aria
da can frustato.
Ma il duca non lo avrebbe mai creduto. Questo ultimo tradimento del
nipote strappò la maschera al suo dolore. Quel serpentello era dunque
stato schiacciato! Se Buondelmonti fosse stato presente in quel punto,
si sarebbe alzato per stringergli la mano. Egli era dunque vecchio,
vecchio senza presa! Ida lo accettava per spremergli il denaro di
tutto quel lusso e fuggirsene un giorno o l'altro con un uomo più
giovane, altrettanto ricco, al quale avrebbe parlato di lui con quel
suo terribile sarcasmo, che gli piaceva tanto. Allora gli parve che
Ida fosse la donna più adorabile, e che tutti i grandi eleganti se la
disputassero ora che, traendola dalla miseria di maestra, ne aveva
fatto una Signora dalle Camelie.
Ma improvvisamente, nel timore di essere sorpreso con Giustina a
complottare contro di lei, si alzò. Giustina, colpita dalla umiliazione
della sua figura, si aspettava invece uno scoppio di risentimento.
--Bada di non dir nulla,--le si raccomandò.--Ti manderò domani il
libretto della cassa di risparmio, ma te ne prego,--aggiunse con un
accento quasi supplichevole:---che Ida non sappia nulla della tua
confidenza.
La mattina seguente, sulle undici, Ida vestita di un abito di casimiro
grigio ferro, semplice come un abito da viaggio, chiacchierava con
Savelli. Il vecchio maestro aveva l'aria sconcertata.
--No, avete torto con lui, non da questo punto di vista si può capire
qualche cosa. Hartmann ha torto quando afferma che l'uomo è poligamo
e la donna monogama, poichè così si confondono le esigenze della
maternità colla tendenza del sesso. Anche l'uomo sarebbe monogamo,
nella forma più alta raggiunta dalla famiglia, secondo il suo stesso
argomento per la monogamia della donna.--E la fanciulla, che avea
pronunciato con visibile compiacenza questi termini tecnici, proseguì
incalorendosi.