--Voi conoscete troppo bene la teoria di Schopenhauer sull'amore,

perchè ve la ripeta, una fusione di Platone e di Darwin, dovuta forse

ad un genio altrettale. Se l'amore è un agguato tesoci dalla natura

per il mantenimento della razza, riunendo gli individui dispersi e

nell'azione armonica delle loro opposte qualità ottenendo così la

maggior perfezione nel nascituro, allora, mio caro, il matrimonio è la

ragione e l'adulterio è l'istinto; Hartmann direbbe: il matrimonio è

la coscienza, l'adulterio l'incosciente. Il matrimonio è la lega tra

le famiglie, la forma storica ed esterna, colla quale l'individuo si

svolge nella società; l'adulterio è la lega dei cuori, il genio della

razza, la forma, colla quale la natura corregge la vita nell'umanità.

Avete torto, mio caro maestro, di accettare per assiomi i teoremi della

morale corrente. Il Dio comune, lo ha detto Mommsen, non può essere il

Dio della storia: la moralità della natura, determinata dall'interesse

di tutta l'umanità non solo presente ma futura, non può essere quella

di un codice o di una religione. Sopprimete la selezione, e sopprimete

la vita, ma l'adulterio è la selezione naturale. Wallace ha constatato

che l'aristocrazia morrebbe in poche generazioni senza l'infusione del

sangue plebeo, ma l'infusione accade più spesso coll'adulterio che per

l'inscrizione di qualche famiglia popolana sul libro d'oro. Mio caro,

la scienza ha già disperse molte illusioni, smentite molte verità

religiose e morali, e tuttavia non è ancora che all'esordio del suo

grande discorso.

Savelli irritato da tutte quelle crudezze dette con brio così nervoso,

si sentiva nullameno superbo in cuore di essere stato il suo maestro;

mentre una malinconia quasi dolce gli faceva esaminare attentamente

quella splendida testa, che il mondo avrebbe considerato sempre con

disprezzo. Ida comprese il suo pensiero, e rispondendogli colla carezza

di un moto, interruppe bruscamente la dissertazione.

--Voi non mi credete,--esclamò--v'intenerite sul mio ingegno e sulla

mia forza, che sarà inutile al mondo e dannosa a me stessa. È la prima

volta che ne parliamo, ma non ne parlerei che con voi. La mia posizione

non è mai stata migliore di adesso, giacchè la morte del conte,

privando il duca di ogni avvenire di famiglia, lo consegna piedi e mani

legate al presente. Il suo presente sono io. Guardate, lo aspetto fra

poco. Egli viene per rinfacciarmi di aver ceduto al conte la notte, che

precedette il duello. Vedrete come lo riceverò.

A queste parole, pronunziate così freddamente. Savelli sussultò.

--Povero conte!--disse sbirciandola.

Ida non rispose.

--È finito ben tristamente.

--Noi tutti, che morremo senza lasciare un nome immortale,

finiremo così. La morte è triste,--ripetè con accento lugubre. Poi

rinfocandosi:--E che importa? La morte è la condanna di tutti i

piccoli, ma fra i piccoli vi sono i minimi, il conte era di questi, io

sono di quegli altri. Fidatevi, mio caro maestro, riescirò. Passata

la frontiera il contrabbandiere ridiventa galantuomo; entrando nel

matrimonio la cortigiana può ridivenire gentildonna. Anche ieri ho

ricevuta un'offerta.

--Di chi?--chiese premurosamente Savelli.

--Del capitano Buondelmonti. Ho risposto,--Ida lo prevenne vedendogli

fare un moto--che egli è un imbecille e non mi secchi altro. Essere la

moglie di un capitano, abitare due o tre camere ammobigliate, pranzare

alla trattoria, passare la sera al caffè... allora mi conveniva meglio

restare maestra, e non arrivare sin qui. Io non aspiro all'onestà:

rettorica! Quella del cuore si può averla in qualunque stato; quella

del fatto, se non ho altro amante che il duca perchè se il duca mi

mantiene, tutti i signori che sposano una donna povera la mantengono;

quella della leggo è la sola, ma è questione di procedura e non di

diritto. Io non aspiro alla famiglia, non ne ho e non ne voglio avere,

io basto a me stessa. Ma voglio l'aristocrazia, che dà i primi posti

nella battaglia della vita, la considerazione di un gran nome, che apre

tutte le porte, voglio la legittimità delle mie ricchezze, perchè è il

solo modo di spenderle bene nella società. Se fosse altrimenti non ci

penserei; ma non intendo che nessuna donna possa guardarmi dall'alto di

un privilegio, voglio essere pari colle prime. Allora mi batterò per la

conquista de' miei piaceri, e che le altre donne si difendano: sarà una

guerra epica e meschina, spietata ed amabile.

--E poi?

--E poi? nulla, una malattia che vi coglie, e la morte che vi calma.

Forse la meta, cui mi dirigo, non vale gli sforzi per toccarla, forse

tutta la nostra vita d'individui e la vita dell'umanità sono senza

valore, forse la finalità non esiste nell'universo, ne ho sempre

dubitato. Ma io lotto per vincere, vinco per lottare ancora.

--E se perderete?

--Alla vostra età avete il diritto della prudenza. La prudenza è una

virtù della debolezza: ma io non posso perdere.

--Non potete perdere?

--No, pensateci bene, io non ho nulla da perdere: ecco la mia forza.

Savelli colpito dalla verità di questa risposta, si arrestò, ma la

malinconia della sua faccia si era anche più irrigidita nella freddezza

di quella logica. Stava colla fronte, così dolce sotto i capelli

bianchi arricciati, china sopra una mano, mentre coll'altra disegnava

sul tappeto dei segni invisibili colla canna.

--Ebbene?--ella chiese indi a poco, attaccandolo nel suo silenzio.

--Non vi credo.

--Perchè?

--Allora dovreste avere il cuore nella schiena, come dice il proverbio.

--Appunto, ma voi conoscete troppo la storia naturale per non sapere

che le larve lo hanno così. Io sono la larva di una signora. Quando il

soldato si slancia all'assalto, dimandargli la pietà di un infermiere o

di un sacerdote sarebbe almeno ridicolo. Lasciatelo vincere, lasciate

che il suo orgoglio si calmi nella stanchezza della vittoria e la

veemenza della sua forza gli cada dinanzi senza incontrare un ostacolo,

e allora chiedetegli la sua ultima lena per aiutare i feriti, le sue

prime lagrime per i nemici morti. La vita è una guerra: non posso

essere generosa coi vinti se non sono prima miei prigionieri.

--La vita è una guerra, sia pure, ma perchè volete essere degli

agguati lungo le siepi delle strade, piuttosto che delle battaglie

nelle pianure illuminate dal sole?--egli rispose col medesimo accento

lirico.--Se la vostra energia vi spinge dove il pericolo è più grave

e le percosse più sonore, combattetele queste battaglie per tutti

coloro, cui la debolezza impedisce di essere soldati, come i Cimbri si

battevano dinanzi ai carri del loro campo pieno di donne e di bambini.

Perchè combattere contro l'umanità, invece di combattere per lei?

--Perchè l'individuo, per esistere, deve contrapporsi alla massa. La

sua grandezza non è che l'effetto di questa opposizione. Una goccia non

è una goccia che sola, nel mare non è più nulla.

--Ma questo può forse valere per Napoleone o per Carlo Marx, voi siete

una donna.

--Non ancora.

--Che cosa vi manca?

--Che una folla vaneggi per me come si entusiasma per un altro. La

forza di una donna è in proporzione degli appetiti che eccita, quella

di un uomo degli interessi che conduce.

--Sempre la vanità!

--Vi è forse qualche cosa, che non lo sia nella vita?

Ma Giustina entrò annunziando la visita del duca. Savelli intimidito si

levò subito.

--Gli hai detto che sono col maestro?--chiese Ida, trattenendolo collo

sguardo.

--No, signora.

--Allora passate nella mia camera,--proseguì in inglese per non essere

capita dalla cameriera.--Assisterete ad una mia battaglia campale,

ringraziatemi.--Ed alzandosi per drappeggiare più sapientemente una

piega dell'abito, gli strinse la mano.

Il duca entrò vestito a lutto, salutò con eleganza severa, e si

sedette sopra una poltroncina come chi venga per una conferenza. Ma

la sua freddezza aveva mal suo grado del broncio; Ida se ne accorse

immediatamente. Nella notte egli aveva combinato un disegno per

impadronirsi della fanciulla, minacciando di cacciarla brutalmente

sul lastrico, magari col soccorso della questura; naturalmente Ida,

mal preparata, perderebbe la testa, si raccomanderebbe, ed allora era

soggiogata. Ma l'aria disinvolta di Ida nel riceverlo, come se nulla

fosse accaduto o avessero ciarlato la sera innanzi, gli scompigliò

subito l'esordio. Il gabinetto era tiepido, Ida vestita di un abito,

che le guantava le spalle e il seno giù insino all'anche, s'affondava

nel raso della poltrona dentro un'ombra leggiera. Ella gli fe' un

complimento, egli rispose; poi, cedendo ancora alla negligenza del

proprio abbandono, Ida si distese sulla spalliera e gli disse a

bruciapelo:

--Dunque ci lasciamo fra poco.

Il duca trasalì.

--Io parto, non ve ne meravigliate. Forse quest'idea è passata pel

capo anche a voi. Abbiamo vissuto assieme otto mesi: è quanto basta

per conoscerci, e per non poterci forse più dimenticare. Mi ricorderò

sempre di voi, di tutto quello che vi devo. Non m'interrompete, duca.

Da un pezzo rivolgevo meco di farvi questo discorso senza trovarne

il coraggio, perchè voi siete entrato troppo profondamente nella mia

vita, e se oggi sono una donna, lo debbo a voi solo. Senza di voi sarei

una povera maestra di un qualche villaggio, vestita con un abito di

lanetta, cogli stivalini storti. È orribile. Le abitudini radicate si

mutano difficilmente, voi siete l'abitudine più bella della mia vita.

--Partite... sul serio?--domandò commosso da quell'accento, che era

quasi mesto nel tono pigro della sua sincerità, e spaventato da quella

risoluzione, che lo preveniva.

--Sul serio, le esigenze del mio disegno di vita mi spingono altrove.

Ascoltatemi. Il momento è abbastanza grave e noi siamo troppo

interessati nella questione per ingannarci scambievolmente; poi

sarebbe una viltà. Sono nata da una famiglia agiata, già in ruina al

mio ingresso nella vita: parto quindi dalla miseria e dal popolo per

mezzo alla società verso la ricchezza e l'aristocrazia. Non voglio

più soffrire nella vita nè disagi, nè umiliazioni: lo giurai a me

stessa, l'ho giurato un'altra volta sul cadavere di mia madre. O sarò

un giorno una signora, o morirò: io sono di coloro, che tengono le

promesse.

Il duca fece un atto.

--Capisco a che alludete... vi risponderò fra poco, così che mi darete

ragione. Sono rimasta abbastanza con voi, giacchè non potete sposarmi,

nè farmi ricca. Parto: andrò a Londra, a Parigi, a Nizza, a Ginevra,

non lo so, ma so essere dama, ed esaurendo tutte le mie risorse, posso

vivere due anni da gran signora. In due anni troverò qualcuno, che mi

sentirà bella e s'innamorerà. La gioventù della bellezza colla maturità

dello spirito e dell'esperienza è un'unione troppo rara, perchè vi si

resista. D'altronde io non posso perderla inutilmente qui, sebbene voi

mi amiate ancora un poco. Il mio debito ve l'ho quasi pagato; voi mi

avete dato il lusso, io vi ho reso la giovinezza. Siate giusto, mio

duca, non avete a lagnarvi di me. Io tengo le mie promesse.

--E Enrico?!--esclamò egli, che aspettava da dieci minuti di gettarle

questo nome nel discorso; ma la fanciulla non si scompose, ed aprendo

il castone del monile al braccio sinistro, mormorò:

--È vero, ecco il suo capello. Ho scritto a Lovito pregandolo di

restituirmelo, ed egli me lo ha portato, me ne ha fatto un regalo,

intendete bene,--insistè sottolineando le parole,--me lo ha reso per

nulla. Quando diventai la vostra mantenuta vi dissi che nessun uomo

avrebbe potuto sedurmi, e posso ripetervelo anche oggi. Una volta,

offesa mortalmente dal conte giurai che morrebbe, ma prima di morire

sarebbe il mio amante: ho tenuto la mia promessa.

--Cosicchè lo avete ucciso?--rispose con una insensibile ironia a

queste parole, che prendeva come una bravata teatrale fatta per dare

un colore alla scappata.

--Che importa il come? egli è morto. E adesso, poichè ci parliamo per

l'ultima volta, avete altro a rimproverarmi?

--Per l'ultima volta? via, scherzate.

--Così mi dite un'imbecillità ed un'insolenza, mentre dovreste

conoscermi abbastanza per credermi il coraggio di tutte le risoluzioni,

anche le ragionevoli. E impossibile che io non parta, e subito. È una

triste partenza verso un mondo non da scoprire, ma nel quale insinuarsi

di frodo, il giorno la notte, deludendo le guardie ed arrischiando

tutto per tutto. Credete che non ci abbia pensato? Se in due anni non

conquisto un nome, ricasco nella miseria, non troverò più un altro uomo

buono ed amabile come voi, e allora la miseria sarà la morte. Nullameno

il non partire è anche più pericoloso. Se perdo la mia freschezza di

donna e di novizia nella galanteria legittima delle mie pari, non potrò

mai più trovare uno che mi sposi, e diventando una signora passare alla

galanteria illegittima. Dividiamoci quindi amici: che io abbia almeno

un cuore nel mondo sul quale contare, e un anno nella vita di cui

compiacermi.

E tacque in una mestizia intenerita, quasi perdendosi fra le tristi

difficoltà del loro distacco. Era abbandonata sulla poltrona, la testa

sopra una spalla, senza guardarlo nemmeno, offrendosi un'ultima volta

nel ricordo delle loro notti più dolci, della prima, quando vibrante di

follia, colla veemenza della lunga corsa nei muscoli, gli aveva urlato

nelle braccia in una suprema convulsione di vergine. Tutto il rancore

del duca svanì. Le spiegazioni brutali di quello stato, invece di

irritarlo col loro avaro egoismo, l'impietosirono, costringendolo ad

ammirare un'altra volta la forza di quella fanciulla a vent'anni, che

non aveva neppure bisogno di essere bella per diventare irresistibile.

Dopo Ida nessun'altra gli sarebbe più sopportabile, poichè conosceva

fin troppo la ignobile nullità di tutte le mantenute. Ida sola

sapeva essere donna e dare un profumo di buon gusto ai più piccoli

particolari della loro relazione. Con lei non correvano mercati, e

pur mungendogli somme ingenti aveva sempre l'aria di concedere un

favore coll'accettare un regalo. Questo era un segreto, una magia, la

perfezione incomprensibile delle sue maniere. Ida non era mai stata la

sua mantenuta, quantunque egli lo dicesse talvolta per iattanza, bensì

la sua amante, altera e dissoluta come una principessa.

Ma allora sentì mortalmente l'orrore di perderla, e si vide vecchio

nel fondo del proprio palazzo, non uscendone più, non andando più nei

circoli e nei saloni. Oggi non v'entrava se non perchè Ida lo manteneva

ancora vivo, attirandogli i sarcasmi delle signore e l'invidia degli

eleganti. Per lei aveva ancora dello spirito, dei motti, dava il tono

alle follie, troneggiava, era il principe di quella gran vita mondana,

che aveva sempre fatta e sempre sognata. Quindi si umiliò seco medesimo

di aver solamente pensato ad una minaccia di abbandonarla, mentre non

aveva ancora fatto se non pochissimo per lei, e le doveva, vita per

vita, secondo la frase di Ida, un lusso da regina, che oltraggiasse

tutte le signore. Questa idea lo esaltò come l'ultimo atto, il gran

finale della sua esistenza di libertino. Egli non morrebbe, non

invecchierebbe più, sempre con Ida al fianco, poichè nessun uomo

potrebbe disputargliela offrendole maggiori vantaggi di lui, duca e

milionario senza eredi.

Ida si era riscossa: egli le appressò la poltroncina e, prendendole

una mano, colla voce più insinuante, a volta a volta scherzosa e

supplichevole, disse che ella non partirebbe, che non la lascerebbe

partire, dovesse magari ricorrere al prefetto suo amico e farla

arrestare per ladra.

--Per ladra, sì, l'ho trovato! mi avete rubato il cuore, tutto. Adesso

dovrete tenermi, perchè non voglio che mi rendiate, e poi rendermi

a chi? Avete torto, nessuno vi amerà mai più di me. Non lo dite più

di partire, è una crudeltà ed un'insensatezza. Qui, lasciatemelo

sperare,--aggiungeva modestamente,--non mancherete di nulla, io sarò

tutto per voi, farò tutto quello che vorrete. Voi stessa l'avete pur

detto, non potete lagnarvi di me.

--E non mi lagno, amico mio. Voi siete stato buono, generoso con me;

nessun altro sarebbe stato così, ma a nessun altro patto io sarei

rimasta con lui.

--Avete ragione.

--Credete che non soffra, io, che non ho trovato che voi nella vita,

che vi ho concesso tutte le mie primizie? Lo sapete: vi è un uomo in

ogni vita di donna, che ella non può dimenticare; vi e un momento nella

nostra vita femminile, unico come quello della nascita e della morte.

Io soffro, amico mio, ma voi non potete chiedermi di più: Dio domandava

solamente le primizie ad Abele. Lasciatemi partire.

--No, no,--l'interrompeva, scuotendole la mano, già con le lagrime agli

occhi:--non intendo e non voglio.

--Eppure dovrete essere ragionevole. Forse non mi amate quanto credete,

subite un'illusione per me. Lasciatemi andare; se fra sei mesi non mi

avrete dimenticata, vi prometto di tornare, potendo.

--No, no,--ripeteva ostinatamente:--non parliamone più, o me ne vado.

È una malvagità. Venivo per confortarmi, ho tanto sofferto, ho avuto

tante noie in questi otto giorni, Jela che si è ammalata, ma ora sta

meglio... ed ecco che mi trattate peggio degli altri. Dovreste già

avermi invitato a pranzo e dato un bacio.

--V'invito.

--E il bacio?

--Dopo... ma siamo intesi.

Questa volta le si inginocchiò improvvisamente davanti, le cinse con un

braccio la vita, e guardandole in faccia con una passione così vera,

che cessava quasi di essere ridicola:

--Che sia l'ultima volta,--le disse,--o mi farete impazzire. Eppure

vi deve costare tanto poco l'essere buona!--Ma non potè seguitare,

gli mancò la voce e, nascondendole il viso in grembo come un bambino,

soffocò a stento un singhiozzo. Ida fremè: un lampo di orgoglio

le bruciò negli occhi neri, come un lampo di saetta in fondo alla

notte: si lasciò il duca in grembo per un istante, poi chinandosi

improvvisamente gli prese la fronte tinta di nero fra le mani, e gli

diede un bacio quasi figliale.

--Per oggi non parliamone più. Via, rimettetevi: se sapeste come vi

sono grata del vostro dispiacere! Fa tanto bene nella vita l'essere

amati. V'invito a pranzo.

--Siamo soli?

--Oh! a proposito, aspettate: c'è anche Savelli, me lo ero

dimenticato. Sta nel mio gabinetto, traducendomi un passo di Sofocle,

che mi ha fatto quasi impazzire. Povero Savelli, tanto buono! Non ho

che voi due ad amarmi, ma il suo amore è più puro del vostro,--aggiunse

col suo sorriso ammaliatore.

Il duca ancora sconvolto, ma radiante, sorrise.

--Aspettate,--ella ripetè già in piedi: venne ad aprire la porta,

riempiendola prudentemente di tutta sè stessa.

--Savelli! Savelli!--gli urlò sul viso, come lo chiamasse dal

gabinetto, poi cacciandoselo innanzi per la camera, che il duca

non potesse vederlo, lo condusse alla finestra.--E così avete

tradotto?--seguitava ad alta voce per dargli il tempo di rimettersi,

mentre egli la guardava con due grandi occhi spalancati.

Ma Ida, che vide il duca entrare nella camera, spinse Savelli per un

braccio sotto la tenda, e piantandoglisi superbamente dinanzi:

--Mi credete adesso?--dimandò con un sorriso d'impazienza.

Savelli era pensieroso; attese un istante, poi sulla sua faccia, ancora

abbattuta, passò una luce soave.

--La maternità è una riconciliazione, poichè riproducendo la vita la si

accetta; voi un giorno sarete madre,--disse lentamente.

--No.

--È difficile amare, ma è altrettanto difficile non amare; ricordatevi

questo passo di Anacreonte.

--No,--ella ruggì soffocatamente, impennandosi sotto queste due

verità senza trovare una risposta: ma d'improvviso alzò una mano,

ed afferrandogliene un'altra, come per una violenta solennità di

giuramento:

--A che cosa credete voi nella vita?--domandò.

--A tutto.

Ella si arrestò ancora, spianò la fronte, e colla calma di un deserto

nella voce rispose lentamente:

--E io solamente a me stessa.

* * * * * *

NOTE DEL TRASCRITTORE

--Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

--A pag. 178 sull'originale è riportato erroneamente l'intestazione del

capitolo V.; corretto in capitolo IV.

--Il libro originale risulta mancante dell'indice. Prodotto ed inserito

a cura del trascrittore.

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