Tutto era lotta nella vita. Ella credeva dunque, quella pupattola, che

per essere onesta sarebbe più forte di lei? Scempiaggini! Il mondo, i

saloni, la legge, erano per le donne oneste; ma ella aveva l'amore,

aveva l'odio, e sopra tutto sè stessa. Tanto peggio per Jela. Perchè

cominciare la lotta lei, la più debole? E lotta dunque, ma a tutti

i momenti, sovra tutti i terreni, anche sul letto. Jela non sapeva

dunque che si può uccidere un uomo con un bacio, strappare un marito

ad una maglie, romperlo ed obliarlo, e che tutto il mondo riderebbe

della vedova? Ma la vedova non riderebbe ella pure? Questo dubbio

atrocemente depravato la ritenne, ma come la palla, che sfiorando

un ostacolo rimbalza e sorvola, risalì alla astrazione del duello

fra la donna onesta e la cortigiana, la fissazione di tutta la sua

vita. Ella era il campione della propria classe, l'ultima rimasta

nel circo fra i cadaveri delle compagne, cadute come tanti volgari

gladiatori, per riparare la sconfitta di tutte e strappare la ghirlanda

insanguinata dalle mani della vittoria. Non era già sicura? Non

poteva come Otriade moribondo, sublime superstite, scrivere già col

dito sanguinolento sullo scudo, come sulla propria lapide, la eroica

iscrizione: «Ho vinto»? Cleopatra non faceva uccidere ogni mattina gli

amanti d'ogni notte? Imperia non era stata la donna più adorata del suo

secolo, e il popolo riconoscente non le aveva scritto sul sepolcro,

a Roma, in Sant'Agostino, queste grandi parole: _Imperia, cortisana

romana_? Atene non aveva votata una statua a Frine per ringraziarla

di essersi mostrata nuda? Le cortigiane non avevano dunque sempre

perduto. Che importa se oggi i trionfi sarebbero stati senza ovazioni

e senza monumenti? a lei bastava di vincere: i veramente forti hanno

l'indifferenza dell'applauso.

E come un maniaco ripreso dalla idea fissa, vi si ingolfava sempre più,

accendendosi innanzi i razzi dei paradossi più colorati, cogliendosi

fra i piedi i fiori più sinistri della poesia boema. Si era arrestata

alla psiche, coll'abito rigettato sulle spalle e la camicia a mezzo il

seno. Le maniche, ancora gonfie, sembravano abbracciarle le ginocchia

nel dolore di un lungo gesto supplichevole, mentre ella si esaminava

minutamente nell'acquea opacità della lastra.

--Com'è bella quest'oggi!--esclamò Giustina, colpita dal fulgore della

sua fisonomia.--Il bagno è pronto.

--Hai aperto la finestra?

--Le pare? l'aria si raffredda a quest'ora.

--Aprila, e che il sole entri.

Giustina la credette ammattita.

--Ma il sole è già tramontato.

Ida rimase pensierosa, non aveva più fretta pel bagno. Si sedette sulla

poltrona, e chiamando Giustina la fece parlare qualche tempo del conte.

Giustina, che gli serbava rancore per l'alterigia delle sue maniere, lo

diceva antipatico, brutto anche come donna, malgrado la bianchezza e la

freschezza della sua pelle. Un uomo doveva essere un uomo.

--La sua superiorità consiste appunto nel non esserlo, ma allora non

può essere amato se non da una donna, che sia un uomo.

--Perchè?

--Tu non puoi capirlo, gli ibridi non si riproducono. Questa condanna

dipende forse dalla deformità delle loro nature, che si cercano per

distruggersi. Poichè la vita è una continuità, ogni eccezione non è

solubile che nella propria regola; due eccezioni, che s'incontrano,

sono insolubili e devono frantumarsi.

Giustina, incapace di comprendere il filosofismo oscuro di quelle

parole, la guardò stralunata, ma Ida si era già sprofondata nelle

proprie riflessioni; poi si riscosse con queste parole:

--Viene!

--Sono oramai le cinque; badi, il bagno si agghiaccerà.

--Troppo tardi: hai pronta la veste? Allora prepara una di quelle

camice rosse e profumala, a momenti sarà qui.--E, quasi per darle

ragione, Giuseppe bussò in quel punto alla porta annunziando il conte

Alidosi.

Ida scattò in piedi.

--Presto!--esclamò con Giustina, scomparendo nell'attiguo

gabinetto:--introducetelo qui.

Il conte entrò: aveva inteso il fruscìo della veste di Ida, e rimase

un istante cogli occhi sull'uscio, dietro il quale era scomparsa.

La luce, che rasente i tetti opposti entrava per la finestra da un

lontano lembo di cielo, dava una dolce pallidezza a quella camera già

buia agli angoli e nobilmente severa. Le tappezzerie azzurre, piene di

riverberi nel giorno, si erano spente e i mobili imbruniti: solo la

psiche in un canto aveva ancora un chiarore vacuo ed abbagliante come

di un abisso, nel quale si fosse perduta l'immagine di Ida. Egli si

guardò attorno, poi venne a sedersi sulla poltrona rossa, appoggiata al

letto facendovi come una larga macchia di sangue. La sua stanchezza,

greve di un avvilimento malinconico, gli fece sembrare più bella

la castigata sontuosità di quella camera, così poco adatta per una

mantenuta; ma, arrovesciando la testa, si vide sopra una delle piccole

scimmie del letto, arrampicata in atto di salvarsi al minimo cenno, con

un sorriso così violentemente bianco sul suo grugnetto nero, che egli

vi s'incantò. Il suo pensiero, eccitato dalla femminile birberia di

quell'atteggiamento, le cercò un misterioso rapporto, una quantità di

significati come profumi che evaporassero dal letto di Ida e dessero

una voluttà di carni a quel sorriso di porcellana, una provocazione

di più a quella lubrica selvatichezza. Perchè rideva quella scimmia?

Rideva di Ida, o del duca? rideva di lui, che veniva in quel momento

da Ida a provare l'ultima scena drammatica di un amore da commedia?

Ma quel sorriso lo tentava in tale momento come un segreto; si alzò,

alzò la mano per afferrare quella scimmietta ai piedi, quando Ida lo

sorprese:

--La mia Mary!--esclamò avvicinandosi con una premura affettuosa, ed

imprimendole un moto ondulatorio sopra la testa del conte.

--Di che razza è?--questi chiese ironicamente.

--Mirikina: sono gli Asra delle scimmie, quelle che muoiono d'amore.

Ma il conte se ne distolse, raccontandole subito con una leggerezza

abbastanza coraggiosa come Buondelmonti al _club_, per una questione

di cavalli l'avesse insultato, e si dovessero battere al mattino. Lo

scontro sarebbe alla sciabola, nessun colpo escluso, ma a primo sangue.

--Ne uscirete quindi con una scalfittura.

--È probabile. Buondelmonti è una lama troppo celebre per potermi

uccidere. Domani mattina faremo colazione insieme. Veramente ho avuto

torto di trattargli così male Baiardo, ma egli non può aver sospettato

le mie allusioni.

--Non avete dunque paura?

--Oh!

--Ne avreste il diritto... Allora venite a chiedermi da pranzo per non

trovarvi colla contessa, la quale sapendo del duello vi farebbe forse

una scena? Ma e dopo pranzo? Questa notte?

--C'è tempo ancora.

--Mio Dio! come siete pallido!--proruppe improvvisamente,

appressandogli il volto.--Perchè negarlo? avete paura. Nelle donne il

coraggio è sempre brutto, a meno che non sia tragico. Vorrei vedervi

sul terreno contro quel Porthos di Buondelmonti.

--Ebbene! il duello è domattina alle dieci nel prato di S. Giacomo,

venite;--ripetè piccato da quella insistenza.

Ma Ida gli volse le spalle e andò lentamente a guardare dalla finestra.

La sua veste verdecipresso, ricamata a catenelle di edera, un prodigio

d'imitazione, era così ampia che tutto il suo bel corpo vi scompariva

come certe statue dei vecchi parchi in un lembo di verzura. Se non che

i capelli, invece di starle attorcigliati col ciuffo classico sulla

nuca, consentendo la soave mollezza del collo, erano distesi sulle

tempia come quelli di una Madonna ed esalavano un odore lontano di

fieno. Si era addossata ad uno scuro, colle braccia lente.

Il conte Enrico le si appressò.

--Avete dunque paura per me?--le chiese incoraggito dalla sua

malinconia.

Ella non rispose.

--Vediamo,--seguitò appressandosi sino a toccarle col ginocchio la

veste e chinandosi a parlare sul collo:--dubitate che io muoia? Ma

Buondelmonti non sa che la contessa Ceri mi abbia mostrato quella

lettera; d'altronde, se l'avesse saputo, è talmente sciocco che mi

avrebbe provocato violentemente. Sono stato io a morderlo. Ieri sera

foste ben cattiva con me: vi appoggiavate sulla spalla del duca niente

altro che per farmi dispetto. Se volevate darmi lo spettacolo pungente

di ciò che potete essere per un uomo, ci siete riuscita. Questa notte

non mi è stato possibile dormire.

--A me pure.

--Mi amate dunque?

--No, forse vi desidero.

--È lo stesso.

--Fanciullo! l'amore può far morire di spasimo chi lo sente, mentre

il desiderio può fare uccidere chi l'ispira. Perchè mi avete trattata

così crudelmente quella notte al castello? Allora avrei potuto morire

per voi: forse non vi amavo, ma la vostra mostruosa bellezza mi aveva

sedotta a tal punto, odiavo così me stessa e la mia posizione, che

sarei morta volentieri. Voi mi disprezzaste, vi montaste la testa

di orgoglio credendo che sarei sempre ai vostri piedi a chiedere

quell'elemosina di amore; ma v'ingannaste, v'ingannaste malamente,

signor conte. Io ero infelice, odiavo. Nessuno al mondo aveva avuto una

parola dolce per me, ero cresciuta come una tigre nella gabbia, ma una

tigre che vedesse attraverso i ferri la bionda immensità del deserto

colle sue abbrucianti seduzioni. Un uomo, una donna, che mi fossero

venuti incontro, avrebbero potuto fare di me un altro essere, farmi

credere e farmi sopportare. Oggi è troppo tardi: nel mondo non si è mai

come la natura, ma bensì come la vita ci ha fatti.

--Siete dunque infelice?

--Non ve ne siete accorto e dite di amarmi! No, voi mi desiderate,

come vi desidero io, noi non possiamo amarci. Io vi oltrepasso senza

raggiungervi: siete inafferrabile, siete come un'ombra, che abbia tutti

i toni della carne colla leggerezza di un odore. Voi non siete nè

uomo nè donna; non siete qualcuno, che quando siete il conte Alidosi.

Allora la superbia della vostra fortuna vi rende adorabile e perverso:

diventate come l'upas, forse il fiore più bello e il più velenoso.

--Cosicchè mi odiate?--domandò, scosso suo malgrado dalla violenza di

quelle parole, ma col suo accento educato d'ironia:--Confesso che se vi

avessi conosciuta come...

--Non mi avreste amata più che non mi amiate adesso. E che

importa?--seguitò con un gesto superbo e nullameno malinconico:--Dal

primo giorno ci dichiarammo la guerra: voi vinceste contro di me una

battaglia terribile, la vostra prima notte di matrimonio, e io dovetti

abbandonare sul campo il mio onore di fanciulla e di donna. Sono

diventata una mantenuta, un animale che costa più di un cavallo, ma si

stima forse meno: e hanno torto. Napoleone ha detto che per vincere un

nemico bisogna stimarlo. Io vi debbo tutto questo: perchè vi credeste

il più bello e il più amato degli uomini ho dovuto perdere tutto; ma

la guerra non è terminata, e la mia rivincita non sarà forse meno

terribile della vostra vittoria.

Si arrestò. Una collera cupa le fumava in fondo all'anima, in faccia

a quel tramonto di sole e a tutta quell'ombra, che dalle strade della

città saliva come un fumo ad annebbiare le trasparenze aeree. La

sua voce piena di sonorità lontane aveva degli stridori di vento e

degli echi cavernosi, quando non guardandogli più in viso allungava

gli sguardi davanti a sè stessa, come dentro ad un paesaggio

fantasmagorico, sulle orme di una apparizione fuggente. In quel momento

il suo passato la riafferrava con una stretta di cadavere risorto,

ancora spaventato della morte.

--È un triste tramonto,--osservò mostrandoglielo con un'occhiata.

--Triste?

--Il tramonto lo è sempre, perchè nel tramonto non vi è mai la speranza

del mattino. Ognuno pare l'ultimo: guardatelo.

--L'ultimo per me?

--Fors'anco: Buondelmonti può uccidervi, non fate l'eroe, Enrico. Voi

siete un vile, giacchè avete sposato Jela per la sua dote, mi avete

rifiutata una volta per la paura di Jela o di suo padre. Odiate vostro

zio, che vi schernisce, e lo accarezzate per la speranza dell'eredità:

odiate me, che ve la scemo, e mi fate la corte malgrado le mie

insolenze, malgrado il mio odio, perchè io vi odio, Enrico. Voi avete

paura di domani, e siete venuto da me, perchè vi siete detto: Ida è

donna, si commuoverà al pericolo che corro, mi inviterà questa notte.

--È vero, ho sperato...

--Vi siete ingannato. Non ho paura, potrei assistere al duello e

vedervi fracassare la testa senza impallidire. Jela avrebbe paura, ma

più paura ancora che dolore. Ella non vi ama più, siete solo come me

nella vita, voi mantenuto dalla moglie, io dal duca. La partita è pari.

Il vostro duello non è con Buondelmonti, ma fra me e voi: ebbene...

--Ebbene!--proruppe finalmente,--ciò vuol dire, che voi avete detto a

Buondelmonti come io vi abbia mostrato quella lettera.

--Potrebbe darsi,--replicò alteramente.

Il conte indietreggiò di un passo come davanti ad un nemico

implacabile, che, avendolo tratto finalmente ad un agguato, si cavasse

all'improvviso la maschera per vederlo meglio morire. Gli pareva di

comprendere tutto, la sua ostinazione nell'innamorarlo, tutto quello

studio di lusso e di seduzioni, la rovina del duca in pochi anni, gli

scaldali con Jela, la rivelazione a Buondelmonti per avventarglielo

contro ad un dato momento. Ida si era senza dubbio intesa con colui.

Fu come una visione istantanea, una certezza mortale di una minaccia

creduta fino allora romantica, la quale lo colpiva come una piattonata

di sciabola sul petto pittandogli un gran freddo nelle carni. Egli

non aveva taciuto fino allora se non credendo quella scena l'ultima

resistenza di Ida, a secco di argomenti contro di lui e torturandolo

col passato per sottrargli il proprio presente.

--Dunque,--ella riprese, alzando sprezzantemente le spalle e dando in

una stridula risata,--vedete che vi ho fatto paura, mio bell'eroe. Via,

non ve la farò più, ma,--proseguiva con una moina indescrivibile,--vi

farò ammazzare egualmente, giacchè stanotte starete meco e domattina

non avrete più la forza di una parata. Accettate? Accettate?--insistè,

vedendo che stentava a rimettersi.--Povero Enrico! Come sono ingiusta

con voi! Ma perchè far pompa di coraggio, quando è così semplice avere

paura? Credete dunque che il coraggio sia una qualità di prim'ordine?

Vi batterete, porterete il braccio al collo per otto giorni, e

passerete per un'eroe dopo un duello con Buondelmonti.

--Ma se morirò?--la interruppe con una tristezza di paura finta eppure

vera.

--Mio Dio! non sarete il primo; ma, Enrico, non vi avvilite a questo

punto. Dimenticate dunque che discendete dalle crociate? Venite qui,

mio povero bambino: per provarvi che è stato uno scherzo vi darò un

bacio sulla fronte. Vi basta? Vi ripeterò che siete ancora più donna

che bambino.

Ed accompagnando la parola col gesto gli aperse le braccia,

sorridendogli invitevolmente come ad un fantolino.

--Provate dunque se sono una donna.

--Davvero?

--Sì.

--Pensateci, Enrico; la prova potrebb'essere al disopra delle vostre

forze. Voi non siete un uomo.

Egli rispose con un sogghigno.

--Lo volete?--ripetè, ridivenendo torva nel viso a quella sua

resistenza inaspettata.

Quindi parve titubare, cercando un pensiero sotto lo sprone di quel

sorriso lubrico a un tempo e vanitoso. Lo trovò; e cacciandosi

risolutamente sotto il baldacchino del letto, diè una forte strappata

al campanello. Il conte, sorpreso di quanto accadrebbe e ancora

commosso di tutte quelle minacce smentite e ripetute, si sentiva mano

mano più mal sicuro in quella camera e con quella donna nascosta dietro

il cortinaggio come per preparargli un tranello. Infatti ella ne uscì

guardando alla porta del gabinetto: la porta si aperse, si presentò

Giustina:

--Giustina, venite qui,--le ordinò seccamente: poi riavvicinandosi al

conte, col volto illividito ancora più dal verde funereo della veste:

--Provate,--gli disse coll'accento di un supremo disprezzo, gettandogli

quella donna con un'occhiata, come si gitta un soldo a un mendico.

--Oh!--egli mormorò spalancando gli occhi e vacillando dalla meraviglia.

--È una donna... le darò mille lire. Per la prova che invocate basta

una cameriera. Giustina!--s'interruppe ripetendo quel gesto, mentre

il conte la guardava ancora stupefatto.--Ma voi non avete nemmeno

l'onnipotenza della brutalità, non siete un uomo, ve lo aveva pur detto

che siete vile. I fiori di campo, perchè resistono al vento, si credono

la forza di una quercia, e una zampa di pecora basta a schiacciarli.

Bisogna avere il calore del simum nel sangue, le tempeste dell'oceano

nel cuore e la serenità del cielo nel pensiero per essere un uomo:

allora si affascina e si soggioga. Ogni uomo è un imperatore, ma gli

imperatori si contano sulle dita. Andate, andate pure, Giustina,--le

si rivolse, vedendola trattenuta nella curiosità di quel discorso e

allontanandola con un'imperiosità, che finì di atterrare il conte.

Poi ella tornò a quello scuro della finestra, e vi si appoggiò.

L'ombra oscillava a onde sempre più dense sui tetti come un vapore

che ne fumasse, oscurando la volta alta dell'azzurro. Sulle case di

contro la gamma stridula dei colori, acquetatasi nel lividore della

sera, era sparita sotto la scorie dei tetti, come sotto un immenso

mantello lacerato ed imporrito disteso su tutta la città. La strada

era stretta, il palazzo opposto bruno e screpolato. Ida taceva. Il suo

cuore aveva ancora dei sussulti, dei rumori, che si andavano smorzando;

poi quelle tenebre l'assopirono e vi si obliò. Tutta quella violenza

di torrente si era calmata come nella vastità di una laguna. Allora,

in quella solitudine bruna, l'immaginazione del deserto la riprese,

una paura di perdervisi collo sguardo esterrefatto, coll'oppressione

sempre più soffocante, che le grandi uniformità della natura aggravano

sulla coscienza. Un arcano sentimento di piccolezza le veniva da quella

sconfinata monotonia, nella quale non era nemmeno un punto. Quindi il

ricordo dell'ultima agitazione le palpitò ancora dinanzi al pensiero

immobile, come se in fondo a quel vuoto orizzonte un lembo superstite

di nuvola compiesse di svaporare, mentre uno scoramento di naufrago

che non lotta più, una tristezza di areonauta perduto per il rado

azzurro del cielo le cadevano sull'anima. Ma a poco a poco il suo

cuore tornò a battere. Qualche memoria si risollevava stancamente e

ricadeva nell'ultima convulsione di una parola invano conservata, nella

suprema amarezza di un dolore abbandonato e che non poteva morire di

abbandono. Aveva un freddo di sonno nel corpo, un malessere di sogno

nell'anima. La gelata resistenza del cristallo nella fronte le dava

dei brividi quasi sonori, mentre l'ombra della strada, sempre più

fitta, la respingeva dentro la camera. Stava ancora così appoggiata a

quello scuro, colle lagrime negli occhi e nell'anima una trepidazione

inesprimibile, alla quale sarebbe bastato forse il soffio di una parola

o il moto di un pensiero per prorompere in singhiozzi.

Il conte le si avvicinò sommessamente, e, passandole un braccio alla

cintura, le diè un bacio sui capelli.

--Mi perdonate?

Ella gli abbandonò la testa sulla testa. La strada buia non mandava

più alla finestra che un incerto bagliore di gas ad illuminare la

bianchezza delle loro fronti così giovani e così pure. Ida gli

appoggiava tutta una gota sui capelli, premendo sulla loro finezza con

una voluttà intenerita, mentre egli le aveva messo una spalla sotto la

spalla sorreggendola, in modo da farle perdere l'equilibrio. L'ombra

discreta e leggera li avvolgeva fino ai volti, annegati dentro quel

barlume dei vetri.

--Ida...--egli sussurrò, sforzandosi di rivolgerle il capo per darle un

altro bacio.

Ella si rizzò mollemente.

--Vai a letto.

--E tu?

--Pss,--fe' guardandolo con un'occhiata piena di crepuscoli, e

respingendolo verso la poltrona diventata bruna in quell'ombra: poi si

torse nuovamente alla finestra e vi restò in una fissazione sonnambula.

Sentiva Enrico spogliarsi febbrilmente gittando gli abiti sul tappeto,

mentre il pensiero le fuggiva invece sempre più lontano, ritirandosi

da quella attesa voluttuosa come da una musica piena di frasi acute

tra una irritante lentezza di accordi. Quel bacio del conte le stirava

ancora i capelli con una carezzevole mordacità di spuma, e dagli ultimi

ricci sotto la nuca le grondavano giù per il collo le gocce periate

dei primi brividi. La notte incominciava. Il buio aveva una soavità

indicibile, un silenzio di felicità; non si vedeva più nulla. Le

catenelle dell'edera, abbarbicatelesi sul seno e intorno alle gambe con

una tenacità egoistica di passione, la facevano vacillare; le trecce

le si slacciavano sulla testa arrovesciandogliela, costringendola

a guardare in alto, come dietro il sibilo di un'ora fuggiasca dal

paradiso. Una tacita complicità saliva dalla strada deserta e,

filtrando per i vetri opachi, si addensava nell'ombra della camera

piena di un'aspettazione voluttuosa e discreta. I mobili parevano

essersi ritirati nel buio, mentre il letto solo rimaneva dentro quella

nuvola rischiarata insensibilmente nel mezzo dal candore divino

dell'Apollo. Ella si rivolse, si sentiva il collo gonfio e battere i

polsi.

--Ida...--chiamò il conte, scivolando sulla levigatezza delle lenzuola

ed agitando la coperta con uno spasimo di felicità, mentre l'acre

dolcezza di quel freddo gli entrava nelle carni.

Ella gli venne innanzi sotto il baldacchino; il conte le prese una

mano, ma non trovò cosa dire:

--Come è buono il tuo letto!--esclamò finalmente, dandole un bacio e

tirandola per un braccio per farla sedere. Poi intrecciandole le dita

sulla cintura, appena fu seduta, ed appressandole la testa al grembo:

--Come sei grassa!--le diceva a piccoli stridi femminili;--avresti

dovuto vestirti da turca: hai un seno da sultana.

Ella si scosse, e con voce trasognata rispose stranamente:

--Lo sai perchè i seni vi piacciono tanto così? perchè promettono molto

latte al bambino, che nascerà. Tu non ci pensavi.

In quel punto la piccola pendola sul comodino suonò le sette.

--L'ora del mio pranzo,--egli proruppe.--Jela mi aspetterà.

--Ah!--gridò Ida scattando in piedi:--ora vengo,--e prendendo dal

comodino un zolfanello l'accese, andò verso la piccola scansia

all'altro lato, prese un foglio di carta, trovò una busta, una matita,

e scrisse:

«Vostro marito si batte alle nove col capitano Buondelmonti, si farà

ammazzare; io sola posso salvarlo.

IDA».

Piegò la lettera, la mise nella busta, l'ingommò. Nel mezzo della

busta, invece di una cifra, il motto tedesco di Moltke: «pensare prima,

osare poi» si arrotolava come un serpente dalle scaglie iridate. Il

grosso zolfanello da notte si spense, Ida scrisse l'indirizzo al buio.

--Che cosa fai?

--Comincio.

--Che cosa?

--Mi spoglio.

--Ida...

Ma ebbe appena il tempo di ripetere il nome, che ella era già sul letto

incollandogli le labbra colle labbra.

Poco dopo Giustina, che entrava dalla porta del gabinetto nero con un

doppiere in mano per annunziare il pranzo, si fermò attonita sulla

soglia vedendoli già a letto. Il conte Enrico levò la testa.

--La signora è servita--ella disse ad alta voce, imitando la voce di

Giuseppe nel pronunciare quelle parole sacramentali. Ma Ida storse il

capo, e col suo accento più calmo:

--Servirete la cena nel gabinetto, pigliate questa lettera, la

farete recapitare domattina alle otto, nè più tardi, nè più presto.

Urgentissima: andate.

Quando Giustina fu uscita, rimasero soli tutta la notte.

Alle otto circa del mattino, mentre il conte assopitosi un istante

aveva chiuso gli occhi, Ida scivolò chetamente dal letto. Era smorta,

cogli occhi gonfi, con quella camicia rossa, che la rendeva ancora più

pallida. La notte era stata tempestosa. Infilò i piccoli sandali di

corno, ma afferrava appunto la veste, ancora gonfia sul tappeto come vi

era caduta, che al suo fruscìo il conte si riscosse.

--È dunque tardi!--esclamò con un gesto di spavento.

--Oramai le otto, puoi riposarti ancora: l'appuntamento coi padrini non

è che alle nove.

Però egli si era levato sentoni. Era più abbattuto, ma molto più

bello, colla pelle fresca e le labbra rosse come un melograno. Ella si

ravviò i capelli, finì di abbottonarsi la veste facendo il giro del

letto col suo passo più pigro, venne all'altra sponda e gli si sedette

così vicino che con un gomito gli toccava il ginocchio. Il conte

l'avvertì appena. Stava quasi seduto, colle mani sul ventre al disopra

delle coperte, in uno sbalordimento, al quale la contrazione della

bocca dava un significato di desolazione. Ella gli contemplò un istante

il disordine dei capelli biondi, nei quali le tracce delle proprie dita

erano ancora visibili, e le ammaccature della camicia inamidata, senza

più un solo bottoncino d'oro, che gli scopriva un petto delicato quanto

quello di una donna.

--Enrico,--mormorò finalmente, aspettando in una carezza l'ultima

effusione di quella notte innamorata; ma il conte le volse appena lo

sguardo con una meraviglia quasi di malcontento.

--Enrico! ella ripetè con voce ancora più soave e una sommissione piena

di incertezze.

--E già tardi: dovrò alzarmi,--rispose oppresso dal ricordo di tutte

quelle minacce della sera, che gli cadevano come una grandine di sassi

sulle memorie palpitanti della notte.

--Se non avete altro pensiero, potete aspettare mezz'ora,--ribattè

l'altra alzandosi e gittandogli un'ultima occhiata.

No: Romanzo · 第 22 / 24 段