osservando tratto tratto il nipote, cui la commozione di quella scena
abbelliva singolarmente la fisonomia femminile.
--Dunque Jela non viene? Mi dispiace, perchè sono invitato da Ida: mi
aveva detto di cercarti, che si pranzerebbe assieme, ma tutto questo
chiasso me lo ha quasi fatto scordare.
--Le sette!--seguitò,--fra un quarto d'ora sarà tardi, in caso che
tu venga. Ma Ida è capace di non aspettarci, se tardiamo troppo;
stamattina era nervosa.--Ma, poichè il conte non rispondeva, si
rattenne e, guardandolo con la compassione di un uomo, cui la vita non
serberà mai le disaggradevolezze di simili posizioni, scosse la fronte.
Finalmente la marchesa apparve con Jela dietro. Era ancora così
vestita, si conosceva che aveva pianto. I suoi begli occhi, gonfi
dall'infiammazione delle lagrime, le davano su quella improvvisa
emaciazione del volto una commovente fisonomia di malata, che strinse
il cuore del conte. Se non che, malgrado tutte le raccomandazioni della
zia, la quale voleva condurla loro innanzi come un giudice, ella si
avanzava come una colpevole, atterrita dalla propria innocente simpatia
per Buondelmonti e dal sentimento di quel gran torto in faccia al
mondo. La sua inesperienza della vita non le permetteva di capire i
vantaggi di moglie ricca ed offesa, profittando di quel momento, forse
unico nella vita, per assicurarsi l'indipendenza.
Entrando si scontrò in un'occhiata con Enrico, e la tristezza della sua
faccia le fece sentire l'angoscia di un nuovo pianto negli occhi.
--Non ti sei ancora svestita, carina?--esclamò il duca, ammiccando con
la marchesa ed attirando Jela con un gesto.
--Son venuto ad invitarti per domenica: verrai con Enrico e la
marchesa. Sapete benissimo, marchesa, che me lo avete promesso, non
accetto scuse: d'altronde il pranzo è dato per Jela, che avrebbe
ragione di offendersi. Ci sarà pure la contessa Guelfi, la contessa
Ceri: guarda, inviterò pure Buondelmonti, che ti farà la corte, così ci
divertiremo colla contessa. Enrico, tu lo permetti, non è vero? Non sei
geloso? Poi Jela non crede che Buondelmonti sia bello.
Ella arrossì trepidando.
--È un bell'uomo, ma troppo soldato,--interloquì la marchesa.
--Antipatico! ma dal momento che si prende come un giuocattolo...
--Sei geloso! Marchesa, lo vedete, è geloso. Sai, Jela, ci divertiremo:
tu farai la civettuola, la contessa si metterà sulla faccia tutti
i suoi verdi più belli. Povera contessa, non vuol persuadersi
d'invecchiare, e che fra i veterani sono pochi i non invalidi.
Il conte Enrico, profittando della conversazione, si era avvicinato,
la marchesa aveva preso una mano di Jela e gliela stringeva
affettuosamente. La buona piega di quella scena la stupiva: quella
le pareva, non meno che a Jela, una soluzione incredibile. Quindi
profittando del destro scambiò un'occhiata col duca, quasi per
mostrargli come ella aveva saputo da sola accomodare subito le cose,
abbracciò Jela dandole un bacio sulla bocca:
--Sei contenta?
Poi, senza darle nemmeno il tempo di rispondere, si volse al
conte Enrico, che si disponeva ad accompagnarla fino alla porta
dell'appartamento. Ma appena furono soli, il duca mutò espressione, e
dalla porta, dietro la quale era scomparsa la marchesa, riconducendole
nel volto le pupille sembrò considerarla con simpatia malinconica.
--Come ti tratta!
--Io...
Egli ebbe un gesto superbo, come non preso da quella generosità.
--Sei un angelo! Buondelmonti avrebbe ragione d'innamorarsi.--Ma si
fermò, sentendo ritornare il conte Enrico.
--Dunque andiamo,--esclamò, facendosi d'un tratto frettoloso,--è già
tardi, ci aspetteranno. Mi scordavo di dirtelo, ti rubo Enrico questa
sera, ma te lo pagherò domenica. Siamo attesi, è un affare molto serio.
Mi dispiace che pranzerai sola, ma infine la colpa non è mia; se non
era la marchesa, saremmo già al convegno: quella donna è un ostacolo
sempre. Sai, Jela, mi perdoni? Andiamo, Enrico.
E mentre Jela lo guardava cogli occhi attoniti, temendo di una qualche
minaccia in quell'abbandono, egli cercava di rianimare il conte.
Jela tremava senza ardire di negare o di cedere, incantandosi in una
indecisione, che prolungava la loro fretta simulata, mentre la paura
dell'isolamento a poco a poco la ripigliava. Prima lo aveva desiderato,
poi non avrebbe voluto per cosa al mondo restare sola colla propria
coscienza. Quindi un sospetto la sfiorò abbarbagliandola.
Il conte Enrico si era scosso, aveva trovato il cappello e si accostava
per stringerle la mano: ella gliela abbandonò rabbrividendo, ma quando
lo zio gliela serrò per la terza ed ultima volta, gli mise un tale
sguardo negli occhi, che egli fe' un gesto per rassicurarla.
--Impossibile!
Ed uscirono quasi correndo, mentre Jela, l'occhio e l'orecchio sulle
loro tracce, mormorava a bassa voce:
--Vanno da Ida!
Infatti era vero.
L'aria era pungente, la strada deserta.
--Non passa un _fiacre_,--disse il duca.
--Avete fretta?
--Io? per te. Sono otto giorni che Ida non ti riceve dopo averti
invitato per l'indomani: figurati come ti desidera! Dovresti
ringraziarmi della bontà.
Camminarono ancora in silenzio, poi il conte, che non voleva mostrarsi
interamente battuto, riannodò la conversazione. Il duca era in un
accesso di moralità, e stigmatizzava violentemente tutte quelle
feste di beneficenza, una nauseabonda affettazione democratica per
ingraziosirsi il popolo, il quale aveva il buon senso di non esserne
grato e di rispondere con insolenze a quella carità diventata una
pania di adulterii. Le signore, invece di assentirvi, avrebbero dovuto
far ancora l'elemosina alla porta dei loro palazzi come una volta,
un'elemosina, che aveva il doppio vantaggio di lasciare chi la donava e
chi la riceveva al loro posto.
--Noi, ai nostri tempi eravamo più coraggiosi; voi altri, che avete
fatto l'Italia e farete forse un giorno la repubblica, non osate
nemmeno di essere signori. Ne domandate sempre l'amnistia alla piazza,
o paolotti coi preti, o filantropi coi borghesi. Bah!--aggiunse
sogghignando:--Ida ha ragione, è più onesta delle signore: almeno ha il
coraggio di sè medesima.
Passò un fiacchero, vi salirono. Il duca seguitava a calcare sulla
bassezza dell'aristocrazia, la quale vuol farsi accettare dalla
borghesia e dal popolo, senza poter assimilarsi ciò che forma la loro
natura e garantisce loro l'avvenire; ma a poco a poco condannava
tutto il vizio, anche l'antico, perchè in fondo non vi si trovava un
gran vantaggio. La gentina aveva ragione, la famiglia era il più gran
trovato dello spirito umano; egli ci aveva pensato, poi l'orgoglio
dello scetticismo libertino lo aveva rattenuto. E la sua voce aveva un
accento così sincero, che finì per meravigliare il conte.
--Mi guardi? Se sono rimasto vedovo è la tua fortuna. Io mi lamento
perchè sono un vizioso fortunato: non è permesso che ai ricchi di
sentire veramente il vuoto delle ricchezze.
--Però non vi rinunciano.
--Troppo giusto!--ribattè colla sua stridente ironia:--Rinunciarvi
prima di conoscerle sarebbe una scempiaggine, dopo averle conosciute
cattive una malvagità.
Erano alla palazzina di Ida. Il valletto livreato in nero li introdusse
nel solito salotto, ma Giustina, la cameriera di confidenza, venne
loro incontro con aria desolata. La padrona, ritornata di un umore
massacrante dal passeggio, le aveva ingiunto di rimandar tutti,
anche il duca. Ella non l'aveva mai vista di un simile carattere: si
era chiusa nella propria camera senza lasciarsi nemmeno spogliare,
borbottando fra i denti, strapazzandola quasi ferocemente per avere
osato una piccola osservazione. Ma la fisonomia sbiadita di Giustina si
andava man mano rischiarando di una malvagia malizia in queste parole
strascicate leziosamente, come per osservarne meglio l'effetto sul
volto del duca.
--Si figuri che ha minacciato di cacciarmi via,--seguitò, appoggiandosi
famigliarmente alla spalliera della poltrona.
--Non ti ha detto che cos'ha?
--Glielo avrei chiesto!
--Ma non ha pranzato?
--Ha detto che suonerà. È nella sua camera.
Il duca non aggiunse altro. Evidentemente non ardiva di rompere la
consegna. Giustina, che non si era nemmeno voltata verso il conte,
si accomodava con affettazione una piega dell'abito, un ricco avanzo
della padrona. Il duca taceva, il conte in piedi, esasperato da quel
tono della cameriera, stentava a frenarsi. Tutta la collera, calmata
dall'aria fredda della notte, gli riavvampava nella coscienza; sentiva
di esser preso a gabbo.
--Ma perchè non ordinate a quella scema di annunziarci?--rispose in
francese al duca, che aveva scambiato seco uno sguardo furtivo. Il duca
non pareva più quello, la vecchiezza lo aveva ripreso con tutte le sue
tremule diffidenze.
--Sei pazzo!
Il conte, che si sentiva soffocare, accennò di andarsene, ma il duca
si alzò, lo trasse alla finestra, e sempre in francese, a bassa voce,
come se Giustina, che non ne sapeva un ette, potesse capirli, seguitò
a spiegargli minuziosamente come la posizione non fosse delle più
facili. Ida, furibonda per quella scena della lotteria mal riuscita,
ne teneva loro il broncio colla solita logica delle donne, ma era
tale da rimandarli. Purtroppo egli aveva dovuto accorgersi in cento
altre occasioni come Ida mettesse una speciale vanità nella propria
indipendenza. Ora non v'era forse che un solo mezzo di eludere la
consegna.
--Prova tu: va innanzi con Giustina. È abbastanza strano che tu venga
da lei questa sera a domandarle da pranzo: Ida capisce, si mette a
ridere, e tutto è accomodato.
--Ma è quasi una viltà!
--Ecco la borghesia: un signore non si avvilisce mai con una donna, che
paga. Finezze di spirito!
Il conte titubava.
--Se no, io la conosco, ci tocca uscire, e questa volta diventiamo
ridicoli sul serio.
Giustina appoggiata coll'anca alla poltrona nell'atteggiamento di
un garzone di caffè, li ascoltava, indovinando senza intenderli ed
aspettando, uno de' suoi piaceri favoriti, che il duca agli estremi la
consultasse umilmente.
--Introduci il conte, io l'aspetterò qui,--le disse.
--Uhm!--fe' squadrandolo con diffidenza.
--Introducetemi,--questi ripetè seccamente.
Giustina senza affrettarsi fissò ancora il duca, dondolando la testa
come per dire che accettava, ma tutto sarebbe inutile. Il duca rimase
aspettando. Quello che aveva detto al conte sul carattere inflessibile
di Ida, purtroppo lo pensava sinceramente; ma l'idea di servirsi di
lui, dopo lo scandalo del giorno, per vincere il capriccio bizzoso
della fanciulla, gli parve uno scherzo così trionfante, un'abilità così
inimitabile, che se ne compiacque.
--È strano!--mormorava, parendogli di attendere da un pezzo. Poi
si fermò dinanzi ad una litografia del _Pollice Verso_ del Gérôme,
si voltò due o tre volte verso la porta, si risedette, tornò ad
alzarsi.--Che cosa le dirà quello sciocco? Eppure è così facile!--Ma
riflettendovi bene, non gli veniva lo scherzo per far sorridere Ida,
mentre le parole del conte: «è quasi una viltà» gli tornavano agli
orecchi. Finalmente intese il rumore di un passo femminile; era
Giustina.
--Venga, venga,--esclamò ridendo:--sono tutti e due seduti sulla sponda
del letto.
--Oh!--gridò, correndole incontro con uno slancio giovanile, poi si
fermò:--Ha scritto anche oggi?
--Il capitano? scrive tutti i giorni, la signora ha gettato la lettera
senza neppure aprirla, deve essere sul camino.
Il duca raggiò.
--Sai, servimi sempre così,--disse pigliandole scherzosamente un
pezzo di guancia tra l'indice ed il medio:--sei una bella ragazza!--E
leggero, col passo di vent'anni, il volto ilare, entrò spalancando
l'uscio nella camera di Ida.
--Giuseppe e madama di Putifar!--proruppe allegramente baciandole la
mano,--vi sorprendo, sciagurati.
--Debbo invitarvi a pranzo anche stasera?--ella chiese dopo un istante.
--È un'elemosina.
--Già, nell'elemosina vi è sempre uno che si abbassa,--e il suo sguardo
cadde sul conte, che trasalì; ma si levò di scatto e chiamò:
--Giustina! il pranzo? sono le otto; è incredibile come si sia mal
serviti. Apparecchia su quel tavolo; non è vero, signori, che si sta
meglio qui che nel salotto? Ma sollecita, questi signori hanno fame.--E
si girò verso il conte, prendendogli di mano il libro, col quale
l'aveva sorpresa sul letto, e che egli non aveva ancora aperto.
--Che cosa leggevate?--domandò il duca, che conosceva le tendenze
letterarie della fanciulla, per lusingarla.
--Un libro di Lewes, splendido. Ha ragione: nulla è più facile che
drammatizzare un fatto, nulla più difficile e diverso che concepirlo
dramma. Victor Hugo drammatizza sempre, eppure è un genio. L'arte
moderna non ha che tre drammi sublimi: l'_Amleto_ di Shakespeare, il
_Tristano e Isotta_ di Wagner e _La Faute de l'Abbé Mouret_ di Zola.
Farò un dramma anch'io.
--Per il teatro? Musica o poesia?--domandò il conte con una leggera
inflessione di scherno.
--Nè l'uno nè l'altro. Non lo farò per il teatro, ma in teatro. A
proposito, è per domenica l'ultimo veglione?
Giustina rientrava in quel momento col valletto per apparecchiare la
cena. Ida tornò a sedersi sulla sponda del letto, presso il conte,
col duca ai piedi semicoricato sulla pelliccia d'ermellino. La camera
alta, illuminata da due candelabri di bronzo a tre branche, si
assopiva in un raccoglimento severo. I muri parati di stoffa azzurra,
incorniciata da liste di bronzo inverdito, si alzavano in un'ombra
nera fino al cornicione della volta, pieno di dorature e di arabeschi
come la cornice di un immenso quadro, nel quale si scorgeva appena il
sottanino rosso di un guerriero, qualche elmo, una bianchezza femminile
perduta in una bruma di tramonto, in alto, fra una nuvola greve. Era
una camera di palazzo antico, più vasta di un salone moderno, occupata
la maggior parte da un letto di ebano incrostato d'avorio. La sua
testiera, lavorata prodigiosamente, saliva riunendosi in una mensola
da tabernacolo, con un'apoteosi di arte e di ricchezza. L'ebano aveva
perduto il lucido, l'avorio si era ingiallito, ma dalla mensola, come
dall'altezza di un trono, un piccolo Apollo di marmo sfolgorava di
un candore immortale sotto un baldacchino di trine drappeggiate a
minime pieghe, che lo raccoglievano come sotto una cappella cristiana
dal lusso minuzioso e femminile. Una lampada antica di bronzo doveva
ardergli tutta la notte dinanzi. E un'immensa coperta marezzata, dai
bagliori cilestri, si arrovesciava dal letto, coprendone il lavoro
meraviglioso con una frangia a ghiande alternativamente bronzee
ed azzurre sino sul tappeto di una tinta bruna come le pareti.
Il letto era posto sopra un gradino; a' suoi piedi, secondo il
costume campagnuolo, una vecchia cassa di quercia intagliata sopra
un piedestallo di panno turchino, con una grande chiave cesellata
nella toppa e il coperchio aspro di un paesaggio, al quale gli anni
avevano dato qua e là una lucentezza metallica, sembrava trattenergli
le onde seriche; mentre ai fianchi, dal lato di Ida, una pelliccia
di ermellino, ad orlo di seta cerula, conservava sulla innocente
candidezza le orme leggiere della donna, e dall'altro una pelle di
leone, colla testa fra le zampe, si stirava sul tappeto le unghie
dorate con una vivezza di brace. Il leone aveva una pantofola da uomo
in velluto cremisi sulla testa. Un camino di marmo nero, carico di
ninnoli e difeso da una saracinesca di ottone, in faccia alla grande
cassa intagliata, spiegava una pompa di incrostazioni a colori gemmei,
pieni di fosforescenze e di bagliori. Tutti gli altri mobili, il
piccolo armadio con due figure rilevate nei medaglioni dello sportello,
e i due canterani a lato del camino, erano antichi, in quercia, a
placche di acciaio annerito. Una psiche enorme metteva nell'angolo un
chiarore notturno di lago; una lunga ottomana di raso rosso, davanti
al lavabo in marmo nero a forniture di argento cesellato, accendeva in
quel crepuscolo marino una vampa sanguigna d'incendio, mentre l'ombra
vellutata di quell'azzurro si addensava con una mollezza di fumo,
chiazzata dalla bianchezza degli origlieri ricamati in cilestro del
nome di Ida, drappeggiandosi lungo i cortinaggi chiusi, ritraendosi
ai solchi delle candele su per le pareti e sui mobili, addolcendo
quella ricchezza quasi austera malgrado le bizzarrie moderne della gran
mantenuta.
Ida adorava quella camera, che le costava un tesoro ed era il suo
capolavoro, poichè vi aveva tutto discusso e curato dalle piccole
scansie, a fianco del letto, in corno ed avorio, alle scimmie di
Norimberga, grandi e piccine, che si arrampicavano per tutti i cordoni
del baldacchino sino dentro a guardare l'Apollo colla adorabile
brutalità del loro grugnetto lascivo. Una scimmia, la più grossa, si
chiamava Mynos. Nel camino agonizzavano poche brace dietro la grata
d'ottone, a saracinesca, agitando una iridescenza di sorrisi sui
nicchi del marmo. La camera, tenuta con uno studio eccessivo, prendeva
dal lusso femminile del talamo il proprio sesso, poichè nessun altro
oggetto, nessun oblio di vita o di toeletta vi tradiva la donna. Era
bene la camera di Ida colle crudezze logiche del suo pensiero e la
maschile fantasia della vanità, il suo primo sogno realizzato, quando
l'abitudine dell'opulenza non gliene aveva ancora calmata l'ingordigia.
Ogni mobile vi rappresentava la ricchezza potente di un'aristocrazia,
che sa di essere imperitura e si fa una barriera del proprio lusso
al lusso provvisorio dei borghesi; ma ella li aveva comprati un po'
dappertutto, pagandoli a un prezzo assurdo, sapendo che sarebbero
sempre una ricchezza. Ida non conosceva ancora la gracile eleganza e
la effimera pomposità del lusso moderno; d'altronde lo detestava. I
suoi ninnoli, i sopramobili erano capi artistici, copie in marmo o in
bronzo: non accettava nè maioliche nè porcellane, fasto di rigattieri;
aveva appena fatto grazia a quelle scimmie per l'antitesi heiniana
di circondarne il suo Apollo greco, urtando così il primo e l'ultimo
termine della fisonomia umana. Ma le contraddizioni del suo carattere
scoppiavano qua e là in quell'ammobigliamento, cui la filosofia di Poe
non era estranea; all'Apollo pagano, che sostituiva la Madonna a capo
del letto, sublime nella serenità della propria bellezza, contrastava
sopra il camino con una bellezza più ineffabile un _Ecce Homo_ del
Guercino con i capelli biondi come l'oro ed il viso stravolto dalla
passione; mentre sotto di esso un puttino di marmo, tutto moderno, un
birichino in brandelli, le mani strette al seno dal freddo, stringeva
pure il _revolver_ preferito di Ida colla canna a rabeschi dorati,
il calcio d'avorio e la sua cifra in oro. Nessun profumo di alcova,
nessuna mollezza sensuale temperava quella sontuosità di mobili ad
angoli retti, con modanature così taglienti, che bisognava sfiorarli
guardingamente.
Ida celiava, Giustina e il valletto avevano apparecchiata la cena sopra
il piccolo tavolo, miracolosamente intarsiato, fra la grande cassa ed
il camino, ed aspettavano un cenno della padrona per servirla. Ma ella
pareva essersene dimenticata, con un piede abbandonato nelle mani del
duca e la testa quasi sulle spalle di Enrico, mentre la lunga veste da
camera, rosea a trine bianche, di una leggerezza di nuvola e di una
trasparenza quasi aerea, stava come per gonfiarsi ad ogni suo atto e
sfiorare i volti di quei due uomini, che obliavano i loro rancori in un
incanto di desiderio.
Ma in un impeto di risa Ida cadde rovescioni sul letto, il conte le
passò una mano sotto la cintura.
--Ritirate quella zampa, cattivo gatto.
--Bianco,--esclamò il duca.
--Che? i gatti bianchi cogli occhi cilestri sono sordi, lo ha scoperto
Haensinger. Poi i vostri occhi hanno la limpidità cristallina dei
gatti, che morranno di tisi;--ma invece di sollevarsi ella gli si
aggravava sulla mano col seno gonfio della sonorità di un riso
voluttuoso. In quell'atteggiamento il piede, che il duca le teneva tra
le palme, le si alzò scoprendo la caviglia rosea fra la nebbia rosea
della veste. Il duca si levò ginocchioni, il conte Enrico le si curvò
sul collo, tutti e tre ridendo nel riso scabro di quella scena; ma
ella, che rideva più forte, a un tratto puntò la testa nel mezzo del
letto e, ordinando loro di aiutarla, arrivò a distendervisi, adagiando
il capo sull'origliere.
--Ho fame, volete servirmi, conte? Ma vi farete prestare i guanti di
filo da Giuseppe; voi duca sarete lo scalco.
Malgrado la sua serietà di domestico ben educato, Giuseppe non potè
trattenere una smorfia quando il conte gli chiese i guanti; questi se
li mise, e chiamando il duca tutto ilare di quella follia, si fermarono
davanti al tavolo. Il pranzo era di un'incredibilità capricciosa. Un
enorme mazzo di fiori entro un vaso di argento massiccio, pieno di
figure annerite dal tempo e sformate dalle ammaccature, occupava più
che mezza la tavola, avvolgendola in un profumo di viole, che le gaggie
disseminatevi come tanti occhi di falco fra quegli occhietti cilestri,
irritavano con un'acrità di pimento. Il mazzo rotondo e convesso,
allungava tutta la sua ombra sul tavolo, che ne restava bruno malgrado
la frizzante candidezza della tovaglia. I bicchieri in cristallo di
Boemia e i piatti in cristallo di rocca si discernevano appena nella
loro bianca limpidezza, mentre le piccole forchette d'oro, fra tutto
quel bianco pieno di iridi e di bagliori, avevano la dolce ricchezza
di una ciocca di capelli biondi sulle spalle nude di una donna. Non
v'erano che tre posti, uno in mezzo sulla cassa, e gli altri ai due
lati. Alcuni barattoli dalle forme bizzarre si addossavano ad un
compostiere guarnito di frutta rare, ananassi, fichi d'India, aranci di
Singapore, perine montanare a grappoli, grosse come le nocciuole di un
rosario, pesche di una biondezza femminile e con un sorriso di carni
brinate, frammezzo a molte frutta candite dalla viscosità granulosa
e gelata di cadavere. Tutto il pranzo si componeva di dolci e di
paste, ammassate sopra un piatto enorme d'argento, entro un cerchio di
bottiglie di liquori, nere come una cintura di piccoli cipressi intorno
a una piramide sepolcrale. E lì presso una conca antica di Sèvres,
smagliantemente colorata, pareva una barca piena di _sandwichs_, tutto
il carico pesante di quel pranzo.
Il conte e il duca, che non avevano badato ai preparativi, esclamarono.
Essi avevano fame, quel pranzo era un'indegnità da parte di Ida, e non
l'avrebbero servita; in nessuna casa del mondo si pranzava così. Ma Ida
esclamò più di loro, perchè vi doveva essere un arrosto qualunque, un
rifreddo e delle fragole.
--Delle fragole non ce ne sono che per noi,--disse il duca, osservando
sul tavolino.
--Dove?--ripetè il conte seguendo il suo sguardo.
Ida aveva sollevato il capo curiosamente.
--Ma dove le cerchi, Enrico? non le vedi sulle labbra di Ida?