Ida, che stava per scoppiare a quella mancanza del suo frutto

prediletto, sorrise, e Giuseppe entrò coll'arrosto di bue affettato

in un piatto d'argento bislungo; lo depose sull'orlo del tavolo,

ritirandosi coll'indifferenza corretta di un cameriere, pel quale

le stravaganze dei padroni non hanno nulla di strano. Giustina era

uscita. Ida, colla testa sotto la mensola dell'Apollo, coperta da

quell'ampia veste, che su quel raso cupo aveva l'ardore d'una nuvola

accesa dal sole in fondo all'orizzonte marino, guardava i suoi due

nuovi camerieri con gioia insieme puerile e profonda. Il conte aveva

portato sul letto un piattello di paste, il duca una bottiglia di

rosolio chinato, e si erano entrambi seduti sulla sponda mangiando,

fingendo dimestichezze da servitori innamorati della padrona, mentre

ella li strapazzava fra uno scoppio di riso, prendendo certe arie di

testa di un'incantevole seduzione. Ma realmente non avevano fame; il

duca aveva mangiato al _club_, il conte, ancora agitato dalle scene

precedenti, conservava appena un appetito di ghiottoneria. Il letto

a molle, cogli spigoli fortemente imbottiti, cedeva lenemente verso

il mezzo avvicinandoli a Ida, che si affondava come sotto un mucchio

di rose, attirandoli colla gaiezza del sorriso e l'abbandono della

posa. In quella camera così severa, illuminata da una luce fioca, tra

que' mobili di trapassati, su quel letto imperiale rischiarato in

alto dalla casta nudità dell'Apollo, ella felice nella soave mitezza

della veste, una pasta fra i denti, era ancora una stranezza, la

maggiore e la più artistica. Una beatitudine trepida apriva loro tutti

i sensi, mentre scendevano il declivio capzioso del letto, respinti

dall'ombra e dalle punte di tutti quei mobili secolari verso quella

veste rosea, sotto il baldacchino bianco, come ad un ricovero di colori

dolci, incomprensibile ed incantevole, un nido, un immenso fiore, una

conchiglia, nella quale Ida metteva il suo pallore di perla, la sua

morbidezza di rosa, il suo odore di donna. Parlavano adagio, i sorrisi

filavano collo splendore illanguidito delle stelle, le parole avevano

come un tremolìo di petali, un fruscìo di trine. La fronte rivolta

verso Enrico, che teneva il vassoio in mano, Ida mangiava dei confetti

fondenti come falde di neve, una evaporazione di rosolio magicamente

congelata. Poi una carezza si diffuse sulla faccia della fanciulla, gli

occhi le si inumidirono, ed un bagliore azzurrognolo le scese lungo

i capelli, spegnendosi sul candore dell'origliere. Improvvisamente

le parve di essere davvero sul letto con lui, sola, prostrata in una

voluttà non ancora corrotta dall'abitudine. Il conte se ne accorse;

una ruina gli avvallò nell'anima, come se tutti gli ostacoli e le

resistenze di quella donna svanissero di un tratto, ed egli bello come

l'Apollo scendesse dalla mensola a capo del letto per sdraiarsele sul

seno, sotto quella nuvola di neve.

Ma non durò che un minuto. Ida si allungò per prendere un'altra pasta,

egli attirato invincibilmente da quel gesto le tese la mano. La

fanciulla la ritirò.

--Guardate, duca, se Enrico non pare proprio un cameriere innamorato:

versatemi dunque un bicchierino.

--Eccolo.

Se non che Ida si trasse sulla sponda e vi si allungò, obbligando il

conte a levarsi, mentre il duca accorreva col bicchierino dall'altra.

--No, inginocchiatevi qui tutti e due: prenderò quello che voglio. Voi

per il primo, conte, qui al cuscino, ma tenete il piatto alto; voi,

duca, lì. Una volta le dame erano servite in ginocchio dai più grandi

cavalieri; allungate dunque il piatto, Enrico, mio bel paggio. Avete

visto quell'adorabile quadretto, _I favoriti della duchessa_? È un

paggetto di sedici anni, lungo, esile, che tiene sulle ginocchia il

muso di un levriero, mentre guarda un falchetto, che gli stride sopra

una specie di leggìo. Ah!--s'interruppe:--e il thè? Aspettate che

suono, non vi movete.

Ed afferrò il cordone del campanello sotto il baldacchino.

--È un quadretto adorabile,--ella seguitò:--il paggio vi somiglia

quasi, Enrico; voi, duca, sarete il falco. Siete un po' più spennato,

ma, per quanto realistica, l'arte non è mai tutta la realtà. Io sono

la duchessa, che nel quadro non si vede, ma si indovina, una duchessa

focosa e insensibile, che ha dei capricci d'usignuolo e delle carezze

da tigre.

Giuseppe e Giustina, che entravano in quel punto, meravigliati dei due

in ginocchioni come due ragazzi ascoltando la lezione della maestra,

frenarono a fatica una risata. Il conte li sentì e n'ebbe un insulto di

malessere, che gli fe' tremare il piatto nelle mani.

--Non abbassate dunque il piatto così, mi costringerete a cacciarvi,

se mi sciupate il mio quadro. Io sono la duchessa, come ne esistevano

qualche secolo fa, e ora non se ne trovano più; voi, duca, il falco,

voi, Enrico, il paggio. E il veltro bianco? Sarà Jela. Siete i miei

favoriti,--proseguiva con uno stridore di lama nella voce,--più umili

dei miei domestici, che posso insultare ad ogni capriccio, perchè

io vi ho regalato tutte le mie bassezze di donna per potervi amare

senza pericolo. Oh! come siete vili!--esclamò,--voi gli ultimi di

un'aristocrazia, che ha fatto le crociate. Come siete vili!

E scoppiando in una risata sonora, quasi avesse sino allora declamato

uno squarcio di commedia, li guardava torcendosi sul letto nelle

convulsioni di una gioia così vera e nullameno così inesplicabile, che

il duca ed il conte ne rimasero intontiti. Questi accennò di alzarsi.

--Che! che!--intervenne Ida imperiosamente.--Preparate il thè,

Giuseppe; tu, Giustina, butta qualche pastiglia sul fuoco.

Giustina si avanzò subito per pigliare una piccola scatola sul tavolo

da notte presso il conte. Il suo volto slavato aveva un'espressione

contenta di sarcasmo guardando la padrona.

--Che te ne pare?--le disse Ida famigliarmente.

--Signor duca, badi, ha rovesciato mezzo il bicchierino sulla coperta.

--Vuoi tu il resto?

--Offritele dunque una pasta, Enrico.

--Signor conte, stia comodo, la prenderò sopra la sua testa. Grazie,

signor duca.

E padrona e cameriera si divertivano di quei due gran signori, due dei

nomi più belli d'Italia, in ginocchio davanti a loro nate dal popolo,

col vecchio rancore del popolo nel cuore. Ma ella saltò dal letto e,

chiamandoli a piccoli stridi, andò a sedersi sulla cassa davanti alla

tavola, obbligando il conte a sedersele presso.

--Verrete al veglione, domani sera?--gli domandava poggiandogli una

mano sulla spalla, mentre si faceva mettere un confetto in bocca dal

duca.

--Senza dubbio.

--Non ci mancate. Io sarò mascherata: un costume originale, lo vedrete.

Conte, voi ci sarete in palco con Jela.

--Ma scenderò: ho sempre il mio domino, faremo un diavolìo sino al

mattino.

--Fino al mattino? Ma allora andatevene, voglio dormire questa notte:

andatevene, a domani sera.

--Andiamo, zio.

--Oh no! non vi ho detto che voglio dormire,--ribattè Ida,

abbandonandosi sulla spalla del duca. Questi la cinse con un braccio.

--Vedi bene che scaccia te solo: veramente è presto, non sono che le

dieci. Ma se vuol dormire dopo...

--Dopo?!--rispose il conte con una inflessione di scherno,

impallidendo, mentre Ida lo guardava cogli occhi socchiusi come nel

languore del sonno.

--Andate al _club_?--gli chiese stancamente, tendendogli la mano.--Se

ci vedete Buondelmonti favorite di dirgli che accetto: domattina alle

dieci.

--Un appuntamento?

--Sì, voglio provare il suo bel cavallo prima di comprarlo. Così mi

risparmierete di scrivergli: egli è così sciocco, che sarebbe capace di

mostrare la mia lettera, vantandosene.

Il conte titubava ancora, non avendo in tutta la sera potuto ricordarle

la promessa dell'ultima volta. Ma il duca col busto stecchito per

sostenere il peso di Ida, che gli si aggravava addosso di tutta la

persona, le aveva preso una mano e gliela sbatteva sul tavolo col

vezzo dei bambini; e vi era tanta naturalezza nel loro gruppo, che

si sarebbero detti due sposi. Il conte sentì un turbine di polvere

passargli sugli occhi, ma volle dominarsi; salutò lo zio, strinse la

mano a Ida.

--Buona notte.

--A rivederci, conte, grazie. Siete gentile quanto bello! Jela vi

aspetterà.

--Rammentatele il mio invito per domenica. Povera piccina!--intervenne

il duca.

--Non dubitate.

--Arrivederci, conte.

Quando fu uscito, Ida sempre colla testa sulla spalla del duca, rimase

pensierosa; una tristezza le si stese sulla fronte, mentre gli occhi le

si irrigidivano e la ruga verticale della fronte le si contraeva.

--A che cosa pensi?--le chiese il duca dopo qualche momento.

--Ad Enrico.

--È innamorato di te. Povero ragazzo!

--Povero ragazzo!--ripetè lentamente.

IV.

Alla vigilia di compiere il lungo e feroce disegno Ida si sentiva come

stanca. La notte non aveva dormito. Nella insonnia, che le rendeva

aspro perfino il contatto levigato delle lenzuola, i suoi nervi avevano

una sensibilità così sospettosa, che il duca si era affrettato ad

andarsene senza nemmeno interrogarla su quello specioso appuntamento

con Buondelmonti. D'altronde si proponeva di spiarlo. Ida, seduta al

lavabo, lo aveva veduto partire, come chi si affretti sotto un uragano

imminente. Una rilassatezza greve l'abbatteva sulla poltrona, dandole

certi moti pigri, certi gesti prolungati, i quali stupivano Giustina,

usa tutte le mattine ad una brevità piuttosto secca di comandi.

Si era appena attorcigliate le trecce sulla nuca, aveva infilata

un'ampia veste da camera di lana col cappuccio, bianca come la tonaca

di un domenicano, poi era passata nel gabinetto nero ordinandovi

il fuoco. Fuori il mattino raggiava. Un enorme sorriso, vibrante,

ostinato, inondava cielo e terra, ravvoltolandoli come in un velo

immenso di una trasparenza abbagliante, colle pagliette accese e le

pieghe in fiamme. Ida aveva detto a Giustina di abbassare una metà

della tenda, di voltare il dosso della poltrona alla finestra, e

vi si era allungata. Giustina indifferente a quella preoccupazione

della padrona, era ritornata poco dopo colla macchinetta in argento

per il caffè; ma Ida le aveva levato gli occhi in volto, rispondendo

bruscamente:

--No.

--Allora mi ritiro.

L'altra non aveva replicato.

Teneva i piedi sulla piccola balaustra di bronzo, la testa sulla

spalliera, la lunga veste ammassata sul tappeto come un veltro bianco.

Le fiamme, lingueggiando sulla lastra nera, avevano una purità così

diafana, che le illuminava i pensieri nella mente. Le pareva di vederli

ondeggiare, storcersi ad ogni alito, risolversi nel guizzo di un colore

e riapparire ancora avventando scintille come i fanciulli gettano un

grido. Per qualche tempo quel giuoco l'interessò. Il casimiro della

sua veste bianca scaldandosi al riverbero della fiamma si marezzava di

bagliori metallici, che le salivano per le gambe e le si spegnevano

sulla faccia. Ma in quel placarsi dei nervi un turbamento le si

elevava dalla coscienza colla inesorabilità di un'ombra e la confusione

di una tempesta. Era una melanconia, una scontentezza, un rimorso forse

mille volte respinto, ricacciato nell'abisso, e che ne usciva sporgendo

la testa di spettro. Ella lo conosceva. Sentiva questo rimescolamento

della coscienza, la sua vita passata risalirle intorno, distendendosele

sotto lo sguardo, dalla elegante veste bianca sino lontano, con una

sconsolata miseria di landa. E la percorreva avanzando per quella

vuota prospettiva, riconoscendone alcuni lembi, ritrovando molte orme,

circondata da un silenzio, che sembrava accrescere la nettezza della

visione. Rivedeva il suo villaggio in una vita spettrale, la gente

che si muoveva, lavorava senza mai alzare la testa, senza barattare

una parola, come tanti automi, che si spostassero adagio con una

felicità meccanica. Lo rivedeva in una precisione di sogno, poi la

città, l'istituto, la sua camera, il suo vestito nero, il lutto della

sua giovinezza insanguinata dalla ecatombe di tanti desiderii, smorta

dalla insonnia di tante notti; ella sempre sola in una pensierosità di

prigioniero, e poi il villaggio ancora, ma in una luce più slavata,

in un crepuscolo autunnale. La lebbra de' muri si era inverdita,

l'orto più piccolo aveva una vacuità di deserto, mentre il villaggio

si allontanava in un murmure lontano e il crepuscolo lasciava cadere

una cenere fina ed intirizzente fino dentro alla camera, dalla quale

ella guardava intontita attraverso i vetri, colla sensazione fissa di

quella cenere, che pioveva sempre, lontano, in fondo all'orizzonte, da

ogni lato, soffocando ogni rumore, annegando ogni forma, aumentando

ciecamente, mutamente.

Quindi rivedeva il castello di Valdiffusa fra un anfiteatro di

verzura, col bosco delle elci, umido e severo. Un uccello zufolava il

ritornello di una canzone, i monti avevano una monotonia grandiosa,

un silenzio pieno di fremiti e di sussurri. Ella era vestita ancora

di nero, ma la coscienza le si era allargata come quella valle, colla

forte tranquillità delle elci e la semplicità bruna e feconda del

bosco. E una apparizione fantastica la investiva con un riso perlato,

che batteva tutti gli echi, e tutti gli echi rispondevano sgranando

le loro note cristalline fra uno stormire di alberi, un pigolìo di

uccellini, un crepitare di bottoni, mentre Jela ancora bambina, le

sottane e i capelli al vento, le correva incontro fra un raggio di

sole, che l'ardeva sollevandola e gliela lasciava cadere sul petto con

un abbandono di viola, che piega il capo.

Si amavano. Jela era tutta carezze, il castello prestava la sua vastità

per i loro giuochi, la sua libertà, i suoi cavalli, Febo baio colla

criniera che Ida aveva tante volte intrecciata di cordelle azzurre.

Quindi correvano, folleggiavano; ma Ida si vedeva pur sempre innanzi

una distesa, un deserto dietro quei monti, oltre tutto quel verde,

che si perdeva in fondo, nel chiaro, nella nebbia e, avvicinandosele

talvolta sino al petto del cavallo, svaniva poi all'improvviso.

Perchè mai odiava tanto il conte Enrico? Non lo aveva amato, o almeno

ne dubitava, perchè quella passione le scendeva più dalla testa che

non le salisse dal cuore. Le pareva bello, benchè non lo fosse; un

grazioso biondo meschino, un marito per Jela. Ella se ne accorgeva,

se ne era subito accorta, ma una segreta attrazione di battaglie la

trascinava verso quel gracile aristocratico, che le veniva incontro

dal mondo tanto sognato, con un sorriso di superiorità insuperabile

sulle labbra. L'odio accumulato negli studi e nelle ultime miserie le

si ridestava in fondo all'anima, mentre coi sensi ancora ammaliati

e col più cinico scetticismo della ragione ella spremeva come una

raffinatezza lasciva da quella sua mostruosa bellezza. Ella avrebbe

voluto soggiogarlo come il povero Rocco, travolgerlo nella fiumana dei

propri impeti, per abbandonarlo forse sdegnosamente sopra un greto

sassoso; ma il conte le passava vicino senza sentire la sua eccellenza,

giudicandola una povera maestra. Quindi ella così malata di orgoglio

piegava sotto quella indifferenza di un aristocratico. Poi si ricordava

come il conte l'avesse presa alla stessa pania che ella il duca: si

ripeteva le parole, le risposte, i ripicchi delle loro conversazioni,

nelle quali ella aveva quasi sempre la peggio; si rammentava quella

osservazione di Stendhal su Rousseau, che la superbia del genio non

è mai tanto forte da soffocare l'umiliazione della nascita, Rousseau

piangente di orgoglio perchè un principe imbecille gli aveva offerto

il braccio: osservazione, colla quale ella si era sferzata mille volte

nella violenza dei propri dispetti.

Evidentemente ella non aveva nè spirito nè ingegno. L'albagia, colla

quale credendosi una Sand trattava la gente, era ancora una ridicolezza

di più nella sua vita già così falsa; la sua abilità nel maneggio degli

uomini una pretenzione, che il fato aveva rudemente schiaffeggiata. E

uno scoramento afflitto, quasi dolce, l'invadeva. Si era creduta un

poeta, una scrittrice, odiata, ammirata, fischiata da tutto un popolo,

e non era stato nulla: non aveva salito nemmeno il primo gradino della

scala; era una ragazza uscita dall'istituto, come tanti ragazzi escono

dal liceo, con qualche brandello di idee ed una deformità d'istruzione.

S'era creduta una donna non bella, ma irresistibile, e il primo

contino l'aveva battuta, e se il duca, un vecchio rimbecillito, non

l'avesse raccolta, la raccoglieva forse la questura; si era creduta

la elevatezza, la finezza di una dama, ed ecco che, contrariamente

a tutti i suoi piani, era lo scandalo della città, tutti parlavano

sprezzantemente di lei, che commetteva scene di una audacia sguaiata

siccome l'ultima con Jela nel salone della lotteria, senza trovare

nemmeno una risposta veramente spiritosa per demolire quel simulacro di

donna.

Ella s'inabissava sempre più. Col corpo rilassato, depresso nella

voluttà dei bambini, che si schiacciano sotto un gran peso, osservava

le brace del camino bruciare con una soavità di piccole fiamme, piene

di colori gemmei, sotto il velo della cenere, bruciato anch'esso e

tagliuzzato sui tizzoni, che ne sembravano involuti. Diventando la

mantenuta del duca di Rivola ella si era tracciato tutto un abile piano

di vita; vendicarsi del conte innamorandolo, ma rimanere nascosta,

invisibile, finchè avendo accumulato un piccolo patrimonio potesse

partire quindi per Parigi o per Londra alla ricerca di un marito. Lo

aveva seguito fedelmente nella parte finanziaria, malgrado la ricchezza

dell'appartamento, nel quale erano passate tutte le sue economie, ma

donde avrebbe sempre potuto ritirarle, aveva disteso in proprio nome

le scritture di locazione; faceva ella stessa tutti i contratti, si

ordinava le carrozze, si comprava i cavalli. Il cocchiere non conosceva

che lei, e non avrebbe attaccato una carrozza ad un comando del duca.

In quel disordine apparente di vita teneva la propria casa con una

regolarità meticolosa, voleva sapere e conoscere tutto, pagava poco i

servitori e li trattava alteramente. Sebbene prodiga per natura, si era

fatta avara, rivendeva quasi tutti gli abiti vecchi, discuteva seco

medesima la più piccola spesa. Una volta il duca, pregato dal prefetto,

le aveva chiesto di presentarle Laura, la mantenuta fuggita poi con

un impiegato; ma Ida era entrata in una collera così violenta che il

duca, in fondo felice del rifiuto, le aveva regalato per placarla quel

magnifico lavabo.

Viveva sempre sola: sulle prime non aveva voluto nemmeno la carrozza,

poi il lusso l'aveva ubbriacata e si era mostrata qualche volta, più

spesso, assiduamente, ai teatri e ai passeggi, cacciando Jela ed Enrico

con una ostinazione demente. Così la grande città, che doveva ignorarla

e che ella aveva scelto per il teatro della prima campagna, ripeteva

per tutte le bocche il suo nome, interessandosi più a lei che non alle

più ricche signore, alle mantenute più troneggianti. Ma nonostante

tutta la cecità del suo odio e le lusinghe vanitose, quella impura

celebrità l'angustiava per l'avvenire. Quindi un dispetto doloroso le

peggiorava quella solitudine senza amici tranne il povero Savelli,

non praticando che il duca, non ricevendo che il conte; molti signori

le avevano fatto la corte, ma non aveva accettata se non quella di

Buondelmonti. Ida pensava a tutto ciò, al nulla della vita, che si

era figurata così splendida e rumorosa quando fanciulla all'istituto

leggeva i primi romanzi ed osservava le piccole celebrità provinciali

del vizio; quindi la sua anima, misantropa malgrado la bramosia

insaziabile d'impero, si raggomitolava in sè medesima, divorando come

un alimento la propria acerba malinconia. A che pro tanto armeggio?

tanti sogni? tanti sacrifici? tante lotte? Il mondo le sfuggiva: appena

qualche scioperato la conosceva e voltava la testa incontrandola; la

gente passava oltre, forse anco la nominavano, ma come si legge un

avviso sulla quarta pagina di un giornale. Allora avrebbe voluto essere

un uomo. Poi il pensiero di Jela, della quale trovava spesso il nome

nelle cronache dei giornali, le entrava nelle carni come un pungolo,

quando la sera, d'inverno, accanto al fuoco, sola con un libro o un

sigaro fra i denti, guardava tratto tratto la pendola avanzare con

una lentezza disperante. A poco a poco l'isolamento la spaventava; ma

quando entrava Savelli o il conte, come in faccia ad un avversario, col

fioretto in pugno, rialzava la fronte e ritornava l'Ida eccentrica ma

forte, con tutte le seduzioni della donna e le brutalità dell'uomo.

Fuori il mattino raggiava. Il cielo ampio e profondo aveva una

limpidezza estiva, che lo dilatava. Malgrado la mezza tenda abbassata,

il salotto se ne riempiva come di una sonorità, che scuoteva tutti

i mobili ed animava di una vita tiepida quella tappezzeria a fondo

marino, dove i colori sembravano dormire sopra una vegetazione

naufragata. Dai mobili neri, che si squarciavano alla superficie sotto

l'acuta pressione di un raggio, una polvere impalpabile, bionda, si

sollevava sino ai vetri chiusi della finestra coll'apparenza di un

muro diafano e tremulo, sul quale scendessero entrando i fantasmi

del giorno. E il salotto perdeva in quella luce la espressione di

tetraggine concentrata per una severità mondana ed elegante, che la

veste bianca di Ida esilarava ancora colla sua stridente bianchezza,

come un gran pizzo sul bruno castigato di una signora.

Ida era sempre in quella posa, domandandosi perchè odiasse tanto

il conte Enrico. Nessuno al posto di lui avrebbe agito altrimenti,

quindi ella, offendendosene, non era meno perversa che pazza. Era

colpa del conte se ella odiava tutti i signori, ed egli era nato

nella loro classe? Il conte era troppo piccino, troppo insulso, per

sceglierlo a rappresentante espiatorio della propria gente. Perchè

dunque sacrificare tutto a questa vendetta contro Jela, colla quale

aveva dei debiti irredimibili di riconoscenza, e che ella sentiva così

bambina e così buona? Ida non trovava la risposta. Aveva un tormento

di febbre nelle vene, una malvagità fredda nella coscienza. E però un

rimorso, nel quale si acuiva un rammarico di sconfitta, le penetrava

sempre più innanzi, attraverso le barriere rovesciate di tutte quelle

recriminazioni. Anche il povero Rocco era morto per lei; ella aveva

ricevuta la notizia della morte del padre, aveva veduta morire la mamma

senza la più lieve stretta di dolore, la più fuggevole incertezza di

affetto. Chi era per sottrarsi così alle leggi della natura? E tutta la

sua spavalda superiorità l'aveva condotta ad una prostituzione. Fango

e sangue: il giorno, nel quale la rovina di quell'effimero edificio di

vizi e di lusso le traesse il pianto dall'anima, la sua vita avrebbe

trovato l'ultimo termine. Ella non aveva mai pianto, poichè le lagrime

dell'ira sono come le gocce di sangue, che colano da una ferita.

E colla memoria vaneggiante nelle rappresentazioni del passato

rivedeva Rocco, l'ingegnere, la mamma, che la guardavano con una

spaventata attonitaggine, quasi aspettando di vederla piangere: e

allora, irrigidendosi come tante altre volte, rispondeva alla desolata

insistenza della loro attesa colla crudele caparbietà di una sfida:

--No.

Era iniqua, ma non importa: non voleva rimorsi, erano una viltà.

Storici e poeti mentivano: Nerone non ne aveva provato, o se pure,

tanto peggio per lui. Il rimorso è il dubbio de' ribelli, ma ella non

si era mai ribellata, perchè non aveva mai servito, era nata libera,

era ingenua. Il doppio senso di questa parola la fece sorridere.

Andrebbe fino in fondo; poichè aveva torto e la sua vita si trascinava

sopra una falsa strada, non le dispiaceva di schiacciare qualcuno nel

proprio sbaraglio. Ma non voleva rimorsi. Se la notte aveva sofferto

d'insonnia, ciò dipendeva forse da qualche disordine di stomaco: era

troppo forte per queste debolezze, per deporre le armi a battaglia

omai vinta. La notte seguente dormirebbe: le insonnie dei colpevoli

non accadevano che in teatro, vecchia rettorica, buona per la plebe e

per i pedanti. Nulla rassomiglia più al sonno di un galantuomo che il

sonno di un delinquente: Despine l'aveva affermato giustamente. Quindi,

colla esaltazione teatrale de' suoi momenti critici, si accovacciava

nella reità di quell'agguato, assaporandone una squisitezza di ferocia.

Rivedeva l'ingegnere negli ultimi giorni, la mamma negli ultimi

momenti, Rocco nelle ultime notti, tutti questi vinti, e ripeteva come

una provocazione la parola scritta sulla loro sola lapide: _Forsan_. La

sua vita era infelice: perchè quella degli altri non lo sarebbe? Che

importavano nel mondo la vita di Ida o quella del conte?

Ma ella l'avrebbe forse amato, se i loro due destini non si fossero

urtati al primo incontro. Fuggendo dal castello di Valdiffusa Ida non

era sicura di diventare la mantenuta del duca: e se questi l'avesse

ospitata la notte per iscacciarla il mattino? In quel momento, con

quella veste bianca, in quel gabinetto nero, Ida si diceva che sarebbe

morta piuttosto. Ma non poteva perdonargli l'angoscia in quell'ora di

fuga, mentre egli forse ne rideva asciugando coi baci le lagrime di

Jela. A ciascuno la propria volta: _vae victis!_ Era la sua divisa.

No: Romanzo · 第 20 / 24 段