inchiodato nel muro, dal quale sorgevano molti fiori appassiti, esaminò
molti ritratti in cento pose, di cento grandezze, in cento cornici, di
Ida in amazone, in veste da camera, scollacciata, in costume, e nessuno
gli piacque, e quel capriccio improvviso gli diventava una necessità,
che lo esilarava. Vi si ostinò, tornò a cercare, finchè voltandosi
vide il valletto, che lo osservava. Si sentiva allegro, la gioia lo
illuminava, gli pareva di ridiventare ragazzo alla prima avventura.
Il gabinetto aveva una misteriosità profumata, una curiosità di tutti
quegli oggetti coalizzati contro di lui. I quadri e le figurine
di Sassonia si ammiccavano nell'ombra, le porcellane rompevano in
scoppi di sorrisi rutilanti, il canarino, che aveva udita tutta la
conversazione sospeso fra le tende della finestra, lo seguiva colla
testina dorata, aspettando forse di coglierlo in fallo per gettargli
la sua beffa in un trillo. Ma il conte tornò alla poltrona, sulla
quale Ida lo aveva ricevuto, e scorgendo i libri sul tavolino di
lacca, li esaminò: un romanzo di Zola, un volume della _Psicologia_ di
Spencer, _De Virginitate_ di S. Ambrogio. Quest'ultimo lo fece ridere
addirittura, senonchè alzandolo vi scorse sotto un pugnale piccino come
uno spillone, colla lama lucida al pari del cristallo e il manico di
oro. Ida se ne serviva da tagliacarte. V'era un motto sulla lama:
--_Nulli parcit._--
Depose il libro e si tenne il pugnale.
--Bah!--mormorò nel pensiero,--_nulli parcit!_, come il «mai»: manìe di
tragedia, che finiscono in farsa.
III.
Jela era rimasta alla finestra, guardando la sera salire sulle
falde delle ultime colline. Dall'altezza del suo bel palazzo, sola
nell'appartamento, nella stanza oramai buia, il pensiero le si
oscurava malinconicamente come la campagna lontana, nella quale il
verde fanciullesco della primavera svaniva tra il vecchio grigio
del crepuscolo. Era un paesaggio smorto, diluito entro una nebbia
finissima, lacerata ancora dalla massa biancastra di una casa o dal
profilo sinistramente bruno di un albero. Poi la nebbia si ammucchiava
all'orizzonte, come sbuffata da un cratere invisibile, ed avvolgeva le
colline, mentre i campi, livellati sotto l'ombra, parevano allontanarsi
colla inclinazione uniforme di un lago pieno di una vegetazione
silenziosa.
Jela alzò gli occhi; quel sereno così freddo e deserto le fece male.
Colla mano guantata si strinse la capparella al seno, fece colla bocca
una moina delicata e seguitò a pensare. La sera, bagnandola nel proprio
umidore, la calmava in un'attonitaggine, che aveva la stessa incertezza
di quell'ombra. Colla nuca appoggiata allo spigolo della finestra e il
volto all'altezza del davanzale, senza un'attenzione per la strada,
dalla quale si alzava un sommesso rumore di passi, seguiva col grande
sguardo violetto quel digradamento della luce, digradando ella stessa
in un abbattimento muto, senza trapassi di resistenza nè vertigini di
cadute. Nella stanza il buio era così denso che lo specchio si era
spento. Quindi a poco a poco ella si assopì. Il rumore della strada si
era fatto più discreto, come di ombre vagolanti tra i fanali allineati
fin lontano rompendo il buio del selciato con certe pozzanghere di
chiarore, le quali rimbalzavano sui muri all'altezza più che di un
uomo; e al disopra l'ombra calava dai tetti, sospesa ancora sulla
strada, comprimendone l'altezza. La frescura troppo umida cominciava ad
avere delle vibrazioni, che le scendevano nelle carni, delle ondate,
che le si rompevano negli occhi. Poi un vento gelato la destò di
soprassalto, e Jela si trovò ancora dinanzi a Ida come due ore prima
nel salone della lotteria, fra un crocchio elegante, che la guardava
ironicamente. Jela tremava ancora, ma Ida conservava la stessa calma
teatrale, voltandole le spalle colla tranquillità di un avventore.
Ella che si era recata così gioiosa alla lotteria! Aveva indossato il
nuovo abito di saia turchina, un costume immaginato colla contessa
Guelfi, con una casacca da uomo che le serrava la vita incrociandosi
sul petto, e quattro tasche piene di sigari e di sigarette. Poi aveva
nascosto i capelli biondi sotto un cappellino tondo, birichino,
colla fibbia di acciaio e la penna: un colletto dritto e largo
acconsentiva tutta la delicata mollezza del suo collo, e intorno
ad esso svolazzavano due grandi capi di una sciarpa turchina; la
gonnella stretta a pieghe e rattenuta sul fianco sinistro da un gancio
d'argento, cadeva sugli stivaletti bianchi, alti, che disegnavano due
piedi e due caviglie adorabili. Una correggia a bandoliera reggeva
tutta la sua piccola bottega di sigari e di fiammiferi. Jela era una
tabaccaia e girava su e giù per il salone della lotteria festonato, la
notte illuminato da tre grandi lampadari a gocce di cristallo, che
s'accendevano come tre bracieri dalle fiammelle multicolori, dandogli
un'aria da teatro, con tutta la gente che lo riempiva aggruppata
intorno ai banchi delle venditrici, le più belle signore, rivaleggianti
di grazia e di lusso, di avventure e di avventori.
Jela, che non si sentiva forte a spirito, aveva scelto quel piccolo
commercio e vi era stata fortunatissima. La sigaraia entusiasmava.
Entrava avvolta in una capparella quasi bianca, un'audacia di
fanciulla, che il successo aveva giustificato, e che con quella
pettinatura e quel costume la rendeva singolarmente vivace. La sua
fisonomia forse troppo delicata e signorile assumeva una grazia
popolana, una piccola energia di scappata, con un ardore roseo sulle
guance, un'ilarità cristallina negli occhi. Non sapeva che ridere,
sorridere, inchinarsi, ma le sue mani erano così piccine quando
offrivano un sigaro, era così piacevole fermarsele innanzi e cacciarle
a soqquadro la piccola bottega, che pochi vi resistevano. I suoi
incassi facevano disperare le compagne, mentre la contessa Guelfi, che
non era stata accettata fra le venditrici, ne gongolava, appropriandosi
i due terzi del trionfo.
Jela era fuori di sè, si divertiva, si perdeva. Tutti i giovani più
belli e alla moda le si serravano intorno in un cerchio mobile:
riceveva un complimento ad ogni sigaro, i desiderii le si accendevano
innanzi colla spontaneità dei fiammiferi, forse non durando di più, ma
con una luce egualmente gaia e senza infiammare l'atmosfera. Ormai non
parlava più di altro a casa, collo zio, colla zia, aveva sempre qualche
aneddoto da raccontare, qualche piccola difficoltà superata, qualche
audacia indovinata o cansata; poi sorrideva arrovesciando il capo con
quella sua grazia di angelo monello. Solamente fra quei lumi, i fiori,
le minime botteghe delle venditrici, quella folla educata e chiassosa,
un incanagliamento aristocratico di un buon gusto forse equivoco ma
pieno di acri profumi e di sapori carnali, ogni tratto il rosso delle
gote le si smorzava ed un impaccio la investiva per tutta la persona
incontrandosi nel capitano Buondelmonti, il più colossale e nullameno
il più bel soldato del proprio reggimento; il quale la guardava con una
sfacciataggine incredibile, ma di cui ella sola si accorgeva.
Sulle prime le era dispiaciuto questa specie di predominio brutale,
poi lo aveva cercato involontariamente. Aveva tanto inteso a dire che
Buondelmonti era il più bell'ufficiale della città, uno spadaccino e
un donnaiuolo terribile, che la sua piccola immaginazione se ne era
riscaldata. Lo sbirciava con un'ammirazione paurosa, non osando nemmeno
dirsi tutto su quell'uomo, che avrebbe potuto sollevarla per giuoco sul
palmo della mano.
Ma Buondelmonti, che si era accorto della buona impressione, le
faceva la corte comprando qualche sigaro, che pagava sempre venti
lire, e permettendosi spesso di accompagnarla in giro scherzosamente.
Allora Jela si sentiva ancora più rimpicciolire, con una paura piena
di soavità e una incertezza di moti e di parole fra quella gente,
che la fermava ad ogni passo e alla quale bisognava pur rispondere,
mentre ella cercava di farlo palpitando di vanità appena le paresse
di aver trovato una risposta o avanzato un passo più presto. Se non
che Buondelmonti, troppo guasto dall'abitudine delle donne facili per
capire la grazia di quell'armeggìo, insisteva forse meno per capriccio
galante che per la compiacenza di essere preferito dalla contessina
Alidosi, una delle più grandi signore della città.
--Convenite però che è bella,--gli aveva detto la contessa Ceri, la
quale vendeva i liquori nel caffè della lotteria, e colla quale si
andava raccomodando.
--Per ora non posso: conoscete il mio modo di giudicare le donne.
--Quale?--calcò la contessa, che lo sapeva benissimo:--dopo una rottura?
--Sarebbe esigere troppo.
La contessa aveva trovato quel motto da caserma spiritoso, ma Jela,
che sapeva della loro relazione, aveva provato il morso di un dispetto
vedendoli assieme.
Quel giorno Jela era anche più gaia. Aveva girellato per gli
scompartimenti delle venditrici sempre seguita da un gruppo di
giovanotti, interessandosi a quelle piccole vendite così assurde di
prezzo e talvolta, ma rado, così preziose di brio. Benchè la luce
s'oscurasse nel salone, non si erano ancora accesi i lampadari, e
quell'ora crepuscolare metteva nelle botteghe quasi una verità di
chioschi lungo una strada, quando il giorno cade e la gente si rarefà.
Le venditrici in piedi o sedute, usando dimestichezze deliziose,
levavano ogni tratto una voce d'incanto e ridevano sonoramente,
sorvegliandosi con occhiate scintillanti, facendosi più belle con
uno sforzo di vanità a piacere. Quindi si udivano gli scoppi del
bersaglietto dove una signora caricava ed offriva le pistole, i fiori
olezzavano, il trillo nasale di una tromba da bambino dominava per
un istante lo schiamazzo, poi lo schiamazzo cresceva, una ressa
momentanea l'animava, perchè il pubblico a quell'ora non era più che di
eleganti, una minoranza nella quale tutti si conoscevano. Molte mani si
alzavano per ghermire un giuocattolo, e le risa stormivano con tinnii
cristallini fra le note in falsetto, le parole tronche, le esclamazioni
prolungate: ricominciavano da ogni lato nell'ombra, sprizzando fra la
luce, di banco in banco, mescendosi, alzandosi, rumoreggiando, per
ricadere in una cascata di zampilli, sparpagliarsi con un volo leggero
di libellule, raggrupparsi ancora e risorgere.
Jela colla capparella bianca sulle spalle e la cassetta al collo
girava nella folla, presa fra quella allegria, che le ricordava certe
chiassate al convento, sorridendo di felicità quando vendeva dieci
franchi uno zolfino e metteva la mano nel borsello ricamato delle sue
grandi cifre in argento e la corona di contessa, per lasciarvi ricadere
il denaro. Il borsellino già gonfio le batteva sopra un fianco. La
marchesa di Renzuno, che a forza di istanze aveva dovuto accompagnarla
quel giorno, rubandosi ad un altro comitato di beneficenza, il
quale le dava una pena infinita per la inerzia degli uomini e la
indisciplinatezza delle signore, osservava tratto tratto la folla,
congratulandosene seco medesima come di un proprio affare.
--Mio Dio! marchesa, rovinate il mio piccolo commercio: mi avete
mangiato tre fragole,--esclamò la baronessa De Angelis, una bella
bruna, grassotta, vestita con buon gusto pretenzioso, vedendole
prendere distrattamente un'altra fragola dal panierino di filigrana.
--Ah! è vero, carina.
--Settantacinque franchi di meno: non ne ho più che otto. Perchè non
comprate piuttosto quest'uccellino del paradiso? Cento lire.
La vecchia marchesa sorrise.
--Guardate Buondelmonti,--esclamò l'altra,--si accosta alla contessina
Alidosi.
--Le fa la corte, ma Jela ha altro da pensare, si diverte troppo.
Infatti Buondelmonti pareva volersele riavvicinare. Ella se ne accorse,
e vedendogli il sigaro ormai ridotto ad un mozzicone:
--Un altro?--fe' mostrandogli un lungo sigaro Virginia con un gesto
confidenziale.
--Fra poco,--e dovette voltarsi perchè un amico lo chiamava, ma si
rivoltò nuovamente. Ida appariva sulla porta spalancata del salone.
I primi che la videro, si guardarono meravigliati, ma ella si avanzò
lentamente, cercando Jela coll'occhio. Era sola, certamente venuta in
carrozza, con quel lungo abito a coda.
Jela, che la scorse quasi subito, si morse le labbra. L'abito color
di foglia morta con una leggera guarnizione di foglie secche, rimaste
come fra le pieghe della sottana, sapientemente traversate da una
increspatura che le disegnava i ginocchi colla vivezza di un colpo
di vento, era un capolavoro. La sua figura alta vi si allungava
ancora sotto un cappotto grigio, chiuso sul petto e col largo bavero
ribattuto, sul quale si attorcigliava il velo bruno del cappellino
carico di foglie secche. Era più smorta del consueto, con un'aria più
nobile, di una bella tristezza mondana, che la faceva rassomigliare
ad un autunno, come lo rappresentano i giornali illustrati. In quei
primi giorni della primavera Jela vi comprese una delle solite antitesi
favorite di Ida. Il gruppo dei giovani, che la circondava, sussurrò,
la marchesa di Renzuno occupata colla baronessa De Angelis non se ne
avvide, ma due o tre altre venditrici si sentirono battere il cuore. Il
loro istinto di donna le avvertiva di una scena.
Ida s'inoltrava; colpì l'aspettazione destata dalla sua presenza e
venne dritto a Jela, che si era fermata inconsciamente nel mezzo di
quel crocchio per ricevere l'attacco. Oramai tutti la spiavano. Jela
ebbe un brivido, le parve di riconoscere in quel volto la fisonomia
tragicamente sconvolta della sua prima notte di matrimonio, quando
colla veste di raso nero come le penne dell'aquila, e con una stessa
furia stava per rapirle il marito. La fantasia le si abbuiò, si sentì
una paura serpere nelle vene colla fredda viscosità di una biscia:
poi un palpito violento la scosse. Vide che salutava Buondelmonti, il
quale ne rimase impacciato e contento fra quelle signore, e che le si
appressava. Il suo abito di seta troppo lungo aveva dei sibili sottili,
le scorse una foglia secca sospesa per il gambo, che sembrava staccarsi
ad ogni passo, le esaminò il taglio del cappotto, le parve che Ida
fosse cresciuta.
Si erano in faccia.
Ida fece ancora due o tre passi, il gruppo si era aperto stringendosi
dietro Jela. Ella fu quasi per voltarsi invocando la marchesa, ma era
troppo tardi; e come tutto cospirasse contro di lei, si trovavano
dirimpetto ad un finestrone, che fasciava tutto quel crocchio in un
lembo biancastro di luce. Ida le si fermò dinanzi, quindi cercandosi il
portasigarette nella tasca del cappotto:
--Una scatola di fiammiferi,--chiese colla sua voce vellutata,
accennandogliela del dito. Il guanto era colore di foglia secca,
un'altra foglia le era caduta dal cappellino sulle spalle.
Jela tremava. Quella domanda così semplice le si prolungava
all'orecchio col fragore di una cascata, assordante e diffuso. Le
teneva gli occhi bassi all'altezza del seno, incantati nel luccichio di
un bottone. Passò del tempo o le parve; poi sentì la gente sussurrare
intorno, che forse non erano trascorsi tre secondi, e prendendo la
scatola, alzò la mano, alzò gli occhi.
--Quanto?--seguitò Ida affrontandola.
--Per voi due soldi.
Fu uno scoppio di fulmine. Tutti sussultarono, ma nessuno parlò. Ida
ricevette il fendente sul petto, ma non si mosse, la guardò colla
stessa lentezza, poi cercando nel portasigarette ne trasse un bono,
lo spiegò, era da mille lire, glielo porse. Jela lo accettò senza
capire. Cominciava già a perdere la testa, sorpresa dalla soggezione
di lei, che riceveva nel volto bianco come la cima di uno scoglio
tutte quelle occhiate ostili. Era rimasta col bono nella mano aperta
improvvidamente, non sapendo come o che cosa fare. Tutta la sua
paura era risorta, non si ricordava più di nulla, con una sensazione
soffocante della gente, che la serrava in un cerchio di curiosità
malevole. Poi colla mano stessa, nella quale teneva il bono, cercò
macchinalmente il borsello, ma Ida ebbe un gesto.
--Il resto per i poveri.
Ella si scosse. Senza comprendere seguitò a trarre dei biglietti di
banca, guardandoli, che non potevano giungere a mille lire.
--Non ne ho...
--Dei poveri?--la interruppe vivamente.--Allora per voi, per i poveri
di spirito.
E le volse le spalle. Jela non si ricordava più di altro, solamente
di aver pianto due grosse lagrime fra quella gente, che si agitava
in un mormorio di risa soffocate; poi aveva incontrato lo sguardo di
Buondelmonti, e la vergogna dell'umiliazione era stata così forte che
ne era quasi svenuta. Ida aveva fatto un mezzo giro nel salone senza
fermarsi a nessun banco. Quindi anche Jela se n'era andata colla
marchesa di Renzuno, come passando attraverso una siepe di spini, che
le entravano nelle carni.
Adesso non pensava quasi più, sentendo il freddo di una grande
irreparabilità agghiacciarle tutta la vita. Un dolore, che non osava
di lagnarsi, le si aggrondava nell'anima, mentre cogli occhi fisi
nella sera vedeva ancora il bel capitano con un sorriso involontario
sulle labbra scambiare con Ida una rapida occhiata d'intelligenza,
e rispondere poi agli amici, che gli si accalcavano intorno. La sua
piccola testa di gigante si piegava con una compiacenza piena di
discrezione, parlando certamente di lei, senza nascondere l'ilarità
degli occhi, più insolente di tutto il rumore sommesso e beffardo di
quella folla.
Vi pensava, v'era sempre più incantata. Non si rammentava che la
marchesa l'aveva lasciata in quella camera, uscendone a furia per
cercare il conte o il duca e ricondurglieli, perchè s'intendessero
su quel vituperio. Ella si era seduta alla finestra guardando di
fuori, ma non vedeva che il capitano. Le pareva più bello e più
grande. In quell'abbattimento la sua forza l'attirava come un rifugio:
quell'uomo non potrebbe mai essere sopraffatto. Il suo volto angoloso,
malgrado la rotondità piuttosto grossa di tutto il corpo, aveva un
vigore di arditezza, che incuteva ed ammaliava. Il suo petto era
così vasto che due donne avrebbero potuto cadervi e non tremare.
Senza pensare alle conseguenze di quello scandalo, che le avrebbe
attirato chissà per quanto tempo una ressa di malignità velenose,
ella cedeva all'avvilimento di sentirsi sola, abbandonata da tutti in
un mondo, che si rideva della sua gracilità, mentre sembrava qualche
volta applaudirla per coglierla forse meglio in fallo ed aggiungere
l'ingiustizia di una condanna all'ingiustizia di quella ironia.
Il cielo si era fatto più scuro, la campagna affondata nelle tenebre
mandava verso la città un roco sussurro di morente. Jela si alzò dal
davanzale, e tutta quell'ombra della strada le fece paura; quindi per
sottrarsi quasi ad un altro pericolo fuggì fanciullescamente nella
propria camera.
Infatti la marchesa, il duca di Rivola e il conte entravano poco dopo
nel gabinetto dei ritratti. La marchesa aveva già narrato tutta la
scena, precipitando, con una collera di gesti e di voce, che dava
tratto tratto alle sue parole una sonorità stridente e squarrata. Ma
drammatizzando il racconto vi si accaniva mano mano. Pareva quasi che
invece di narrarlo lo apprendesse, e le difficoltà della ritirata con
Jela attraverso tutte le signore, che si stringevano loro intorno per
aumentare a forza di moine l'importanza già grossa dello scandalo, la
traversassero ancora di fremiti ghiacciati. Era stato un lungo orrore,
un vituperio, un abbominio senza esempio, il quale non finirebbe più
con grande contentezza di tutte le borghesi e dei dissoluti presenti,
cui la marchesa aveva già letto sul volto tutte le più bugiarde
dicerie. Quindi la sua testa di aristocratica, infiammandosi di
sdegno, parlava a scatti, con gesti angolosi di pupattola meccanica che
si disloghi, mentre un compiacimento nervoso le faceva prolungare il
racconto attraverso quel silenzio degli altri due.
--È un orrore,--concluse infine riattaccandosi al duca.
Egli aveva sorriso deplorando l'accaduto, ma trovandovi alcuni lati
comici con una leggerezza così naturale e perversa, che la marchesa
aveva dovuto pur riderne: poi la questione si era spostata. I
particolari su Ida si moltiplicavano, il duca scherzava, dandosi delle
occhiate furtive nello specchio, giudicando le signore della lotteria
uno stormo di civette poco belle e poco dame. Tutte non pensavano che
a sfoggiare, a regalarsi a qualcuno: era una ruina, una depravazione
tutta moderna. La beneficenza serviva di pretesto, giacchè tutte
quelle signore, che mettevano bottega per vendere dello spirito, non
sarebbero mai riuscite a mettere insieme la lotteria. Il duca guardava
la marchesa.
--Già siete voi, mia cara marchesa, la cagione di tutto: siete l'anima
della nostra aristocrazia; senza di voi non saprebbero nemmeno dare un
pranzo.
E il suo accento aveva una grande sicurezza di ammirazione. Ma ad un
tratto si rivolse:
--Jela non è che una bambina: tu dovresti, Enrico, impedirle certe
scene. Non ha la più meschina esperienza del mondo.
Se non che la marchesa l'aveva nuovamente interrotto, rimproverandogli
Ida, rimproverando il conte, le signore della lotteria, sdegnandosi di
tutto il mondo, che andava male, ripetendo ancora alcune circostanze
della scena preparata così malignamente da Ida, ma con tanto poco
spirito nella sua risposta finale. La piccina l'avrebbe battuta se non
si fosse smarrita subito dopo.
--Questo poi non lo credo.
--Perchè siete un libertino.
--Non lo crede nemmeno Enrico, che Jela la possa battere. È stato
battuto lui stesso.
Il conte, che quella conversazione irritava, ferito nell'amor proprio
dall'insulto di Ida alla contessa, alzò sdegnosamente le spalle. Si
rinfacciava la sciocchezza di essersele ostinato dietro, frustato
assiduamente dallo zio, che andava smussando con lei il proprio
patrimonio, la sua eredità di un giorno, respinto invincibilmente da
Ida con una dichiarazione di amore. Sulle prime non era stato che un
capriccio di svogliato, poi l'umiliazione lo aveva acceso, e ora la
cortigiana, dopo averlo deriso nel proprio salotto, gli entrava in
casa e gli schiaffeggiava la moglie. L'altro rideva di quella sua
falsa posizione di nipote arricchito dalla dote della moglie e che
la lasciava vilipendere dalla mantenuta dello zio; mentre la zia
invece non se ne era incollerita che per mescolarsi ancora nelle sue
faccende, e comandargli in casa una volta di più. Ma ambedue in quel
momento parevano non sospettare nemmeno della sua presenza; il duca
parlava di Ida, la marchesa gli rallentava le confidenze con un battito
degli occhi lustri, lasciando l'accidente disgustoso della lotteria
allontanarsi a poco a poco nella conversazione come un semplice
aneddoto senza interesse personale. Poi la marchesa si risovvenne
improvvisamente di Jela, e andò ella stessa a cercarla nella sua
camera.
--Aspettateci qui,--disse, ridivenendo contegnosa.
Il conte Enrico in piedi, colla mano dimenticata sopra un album aperto
macchinalmente, la guardò appena. Una corrente di tristi pensieri lo
travolgeva. Perchè Ida aveva fatto quella scena? Che cosa ne pensava
il mondo? Perchè il duca e la marchesa, i primi a riderne malgrado
gli obblighi mondani della parentela e del nome, v'intervenivano
così dispoticamente per umiliarlo un'altra volta, ed egli doveva
assoggettarvisi colla stupida docilità di uno scolaretto? Come era
rimasta Jela? Ne scriverebbe al padre? Si rimprovererebbe di averlo
sposato? Gli rinfaccerebbe almeno nel proprio pensiero i due milioni
di dote, poichè Jela non era più innamorata di lui e sapeva del
suo capriccio per Ida? Lo temeva. Malgrado tutte le promesse della
notte, Ida non lo aveva ricevuto, invece di una sorpresa di amore
preparandogli quello scandalo turpe. Ma dunque l'odiava? E allora
come poteva mentire a tal punto, con tanta ostinazione di odio?
Quindi i suoi complimenti convulsi quando gli diceva in faccia: come
siete bello! gli passavano all'orecchio colla sonorità perlata di un
riso nel silenzio di quel gabinetto coi ritratti degli avi allineati
lungo le pareti in un'ombra come di sepolcro, che lo guardavano
coll'indifferenza della loro posa e della loro superiorità, come il
duca.