Allora il conte si diresse ad un ombrellino di porcellana mezzo aperto,

inchiodato nel muro, dal quale sorgevano molti fiori appassiti, esaminò

molti ritratti in cento pose, di cento grandezze, in cento cornici, di

Ida in amazone, in veste da camera, scollacciata, in costume, e nessuno

gli piacque, e quel capriccio improvviso gli diventava una necessità,

che lo esilarava. Vi si ostinò, tornò a cercare, finchè voltandosi

vide il valletto, che lo osservava. Si sentiva allegro, la gioia lo

illuminava, gli pareva di ridiventare ragazzo alla prima avventura.

Il gabinetto aveva una misteriosità profumata, una curiosità di tutti

quegli oggetti coalizzati contro di lui. I quadri e le figurine

di Sassonia si ammiccavano nell'ombra, le porcellane rompevano in

scoppi di sorrisi rutilanti, il canarino, che aveva udita tutta la

conversazione sospeso fra le tende della finestra, lo seguiva colla

testina dorata, aspettando forse di coglierlo in fallo per gettargli

la sua beffa in un trillo. Ma il conte tornò alla poltrona, sulla

quale Ida lo aveva ricevuto, e scorgendo i libri sul tavolino di

lacca, li esaminò: un romanzo di Zola, un volume della _Psicologia_ di

Spencer, _De Virginitate_ di S. Ambrogio. Quest'ultimo lo fece ridere

addirittura, senonchè alzandolo vi scorse sotto un pugnale piccino come

uno spillone, colla lama lucida al pari del cristallo e il manico di

oro. Ida se ne serviva da tagliacarte. V'era un motto sulla lama:

--_Nulli parcit._--

Depose il libro e si tenne il pugnale.

--Bah!--mormorò nel pensiero,--_nulli parcit!_, come il «mai»: manìe di

tragedia, che finiscono in farsa.

III.

Jela era rimasta alla finestra, guardando la sera salire sulle

falde delle ultime colline. Dall'altezza del suo bel palazzo, sola

nell'appartamento, nella stanza oramai buia, il pensiero le si

oscurava malinconicamente come la campagna lontana, nella quale il

verde fanciullesco della primavera svaniva tra il vecchio grigio

del crepuscolo. Era un paesaggio smorto, diluito entro una nebbia

finissima, lacerata ancora dalla massa biancastra di una casa o dal

profilo sinistramente bruno di un albero. Poi la nebbia si ammucchiava

all'orizzonte, come sbuffata da un cratere invisibile, ed avvolgeva le

colline, mentre i campi, livellati sotto l'ombra, parevano allontanarsi

colla inclinazione uniforme di un lago pieno di una vegetazione

silenziosa.

Jela alzò gli occhi; quel sereno così freddo e deserto le fece male.

Colla mano guantata si strinse la capparella al seno, fece colla bocca

una moina delicata e seguitò a pensare. La sera, bagnandola nel proprio

umidore, la calmava in un'attonitaggine, che aveva la stessa incertezza

di quell'ombra. Colla nuca appoggiata allo spigolo della finestra e il

volto all'altezza del davanzale, senza un'attenzione per la strada,

dalla quale si alzava un sommesso rumore di passi, seguiva col grande

sguardo violetto quel digradamento della luce, digradando ella stessa

in un abbattimento muto, senza trapassi di resistenza nè vertigini di

cadute. Nella stanza il buio era così denso che lo specchio si era

spento. Quindi a poco a poco ella si assopì. Il rumore della strada si

era fatto più discreto, come di ombre vagolanti tra i fanali allineati

fin lontano rompendo il buio del selciato con certe pozzanghere di

chiarore, le quali rimbalzavano sui muri all'altezza più che di un

uomo; e al disopra l'ombra calava dai tetti, sospesa ancora sulla

strada, comprimendone l'altezza. La frescura troppo umida cominciava ad

avere delle vibrazioni, che le scendevano nelle carni, delle ondate,

che le si rompevano negli occhi. Poi un vento gelato la destò di

soprassalto, e Jela si trovò ancora dinanzi a Ida come due ore prima

nel salone della lotteria, fra un crocchio elegante, che la guardava

ironicamente. Jela tremava ancora, ma Ida conservava la stessa calma

teatrale, voltandole le spalle colla tranquillità di un avventore.

Ella che si era recata così gioiosa alla lotteria! Aveva indossato il

nuovo abito di saia turchina, un costume immaginato colla contessa

Guelfi, con una casacca da uomo che le serrava la vita incrociandosi

sul petto, e quattro tasche piene di sigari e di sigarette. Poi aveva

nascosto i capelli biondi sotto un cappellino tondo, birichino,

colla fibbia di acciaio e la penna: un colletto dritto e largo

acconsentiva tutta la delicata mollezza del suo collo, e intorno

ad esso svolazzavano due grandi capi di una sciarpa turchina; la

gonnella stretta a pieghe e rattenuta sul fianco sinistro da un gancio

d'argento, cadeva sugli stivaletti bianchi, alti, che disegnavano due

piedi e due caviglie adorabili. Una correggia a bandoliera reggeva

tutta la sua piccola bottega di sigari e di fiammiferi. Jela era una

tabaccaia e girava su e giù per il salone della lotteria festonato, la

notte illuminato da tre grandi lampadari a gocce di cristallo, che

s'accendevano come tre bracieri dalle fiammelle multicolori, dandogli

un'aria da teatro, con tutta la gente che lo riempiva aggruppata

intorno ai banchi delle venditrici, le più belle signore, rivaleggianti

di grazia e di lusso, di avventure e di avventori.

Jela, che non si sentiva forte a spirito, aveva scelto quel piccolo

commercio e vi era stata fortunatissima. La sigaraia entusiasmava.

Entrava avvolta in una capparella quasi bianca, un'audacia di

fanciulla, che il successo aveva giustificato, e che con quella

pettinatura e quel costume la rendeva singolarmente vivace. La sua

fisonomia forse troppo delicata e signorile assumeva una grazia

popolana, una piccola energia di scappata, con un ardore roseo sulle

guance, un'ilarità cristallina negli occhi. Non sapeva che ridere,

sorridere, inchinarsi, ma le sue mani erano così piccine quando

offrivano un sigaro, era così piacevole fermarsele innanzi e cacciarle

a soqquadro la piccola bottega, che pochi vi resistevano. I suoi

incassi facevano disperare le compagne, mentre la contessa Guelfi, che

non era stata accettata fra le venditrici, ne gongolava, appropriandosi

i due terzi del trionfo.

Jela era fuori di sè, si divertiva, si perdeva. Tutti i giovani più

belli e alla moda le si serravano intorno in un cerchio mobile:

riceveva un complimento ad ogni sigaro, i desiderii le si accendevano

innanzi colla spontaneità dei fiammiferi, forse non durando di più, ma

con una luce egualmente gaia e senza infiammare l'atmosfera. Ormai non

parlava più di altro a casa, collo zio, colla zia, aveva sempre qualche

aneddoto da raccontare, qualche piccola difficoltà superata, qualche

audacia indovinata o cansata; poi sorrideva arrovesciando il capo con

quella sua grazia di angelo monello. Solamente fra quei lumi, i fiori,

le minime botteghe delle venditrici, quella folla educata e chiassosa,

un incanagliamento aristocratico di un buon gusto forse equivoco ma

pieno di acri profumi e di sapori carnali, ogni tratto il rosso delle

gote le si smorzava ed un impaccio la investiva per tutta la persona

incontrandosi nel capitano Buondelmonti, il più colossale e nullameno

il più bel soldato del proprio reggimento; il quale la guardava con una

sfacciataggine incredibile, ma di cui ella sola si accorgeva.

Sulle prime le era dispiaciuto questa specie di predominio brutale,

poi lo aveva cercato involontariamente. Aveva tanto inteso a dire che

Buondelmonti era il più bell'ufficiale della città, uno spadaccino e

un donnaiuolo terribile, che la sua piccola immaginazione se ne era

riscaldata. Lo sbirciava con un'ammirazione paurosa, non osando nemmeno

dirsi tutto su quell'uomo, che avrebbe potuto sollevarla per giuoco sul

palmo della mano.

Ma Buondelmonti, che si era accorto della buona impressione, le

faceva la corte comprando qualche sigaro, che pagava sempre venti

lire, e permettendosi spesso di accompagnarla in giro scherzosamente.

Allora Jela si sentiva ancora più rimpicciolire, con una paura piena

di soavità e una incertezza di moti e di parole fra quella gente,

che la fermava ad ogni passo e alla quale bisognava pur rispondere,

mentre ella cercava di farlo palpitando di vanità appena le paresse

di aver trovato una risposta o avanzato un passo più presto. Se non

che Buondelmonti, troppo guasto dall'abitudine delle donne facili per

capire la grazia di quell'armeggìo, insisteva forse meno per capriccio

galante che per la compiacenza di essere preferito dalla contessina

Alidosi, una delle più grandi signore della città.

--Convenite però che è bella,--gli aveva detto la contessa Ceri, la

quale vendeva i liquori nel caffè della lotteria, e colla quale si

andava raccomodando.

--Per ora non posso: conoscete il mio modo di giudicare le donne.

--Quale?--calcò la contessa, che lo sapeva benissimo:--dopo una rottura?

--Sarebbe esigere troppo.

La contessa aveva trovato quel motto da caserma spiritoso, ma Jela,

che sapeva della loro relazione, aveva provato il morso di un dispetto

vedendoli assieme.

Quel giorno Jela era anche più gaia. Aveva girellato per gli

scompartimenti delle venditrici sempre seguita da un gruppo di

giovanotti, interessandosi a quelle piccole vendite così assurde di

prezzo e talvolta, ma rado, così preziose di brio. Benchè la luce

s'oscurasse nel salone, non si erano ancora accesi i lampadari, e

quell'ora crepuscolare metteva nelle botteghe quasi una verità di

chioschi lungo una strada, quando il giorno cade e la gente si rarefà.

Le venditrici in piedi o sedute, usando dimestichezze deliziose,

levavano ogni tratto una voce d'incanto e ridevano sonoramente,

sorvegliandosi con occhiate scintillanti, facendosi più belle con

uno sforzo di vanità a piacere. Quindi si udivano gli scoppi del

bersaglietto dove una signora caricava ed offriva le pistole, i fiori

olezzavano, il trillo nasale di una tromba da bambino dominava per

un istante lo schiamazzo, poi lo schiamazzo cresceva, una ressa

momentanea l'animava, perchè il pubblico a quell'ora non era più che di

eleganti, una minoranza nella quale tutti si conoscevano. Molte mani si

alzavano per ghermire un giuocattolo, e le risa stormivano con tinnii

cristallini fra le note in falsetto, le parole tronche, le esclamazioni

prolungate: ricominciavano da ogni lato nell'ombra, sprizzando fra la

luce, di banco in banco, mescendosi, alzandosi, rumoreggiando, per

ricadere in una cascata di zampilli, sparpagliarsi con un volo leggero

di libellule, raggrupparsi ancora e risorgere.

Jela colla capparella bianca sulle spalle e la cassetta al collo

girava nella folla, presa fra quella allegria, che le ricordava certe

chiassate al convento, sorridendo di felicità quando vendeva dieci

franchi uno zolfino e metteva la mano nel borsello ricamato delle sue

grandi cifre in argento e la corona di contessa, per lasciarvi ricadere

il denaro. Il borsellino già gonfio le batteva sopra un fianco. La

marchesa di Renzuno, che a forza di istanze aveva dovuto accompagnarla

quel giorno, rubandosi ad un altro comitato di beneficenza, il

quale le dava una pena infinita per la inerzia degli uomini e la

indisciplinatezza delle signore, osservava tratto tratto la folla,

congratulandosene seco medesima come di un proprio affare.

--Mio Dio! marchesa, rovinate il mio piccolo commercio: mi avete

mangiato tre fragole,--esclamò la baronessa De Angelis, una bella

bruna, grassotta, vestita con buon gusto pretenzioso, vedendole

prendere distrattamente un'altra fragola dal panierino di filigrana.

--Ah! è vero, carina.

--Settantacinque franchi di meno: non ne ho più che otto. Perchè non

comprate piuttosto quest'uccellino del paradiso? Cento lire.

La vecchia marchesa sorrise.

--Guardate Buondelmonti,--esclamò l'altra,--si accosta alla contessina

Alidosi.

--Le fa la corte, ma Jela ha altro da pensare, si diverte troppo.

Infatti Buondelmonti pareva volersele riavvicinare. Ella se ne accorse,

e vedendogli il sigaro ormai ridotto ad un mozzicone:

--Un altro?--fe' mostrandogli un lungo sigaro Virginia con un gesto

confidenziale.

--Fra poco,--e dovette voltarsi perchè un amico lo chiamava, ma si

rivoltò nuovamente. Ida appariva sulla porta spalancata del salone.

I primi che la videro, si guardarono meravigliati, ma ella si avanzò

lentamente, cercando Jela coll'occhio. Era sola, certamente venuta in

carrozza, con quel lungo abito a coda.

Jela, che la scorse quasi subito, si morse le labbra. L'abito color

di foglia morta con una leggera guarnizione di foglie secche, rimaste

come fra le pieghe della sottana, sapientemente traversate da una

increspatura che le disegnava i ginocchi colla vivezza di un colpo

di vento, era un capolavoro. La sua figura alta vi si allungava

ancora sotto un cappotto grigio, chiuso sul petto e col largo bavero

ribattuto, sul quale si attorcigliava il velo bruno del cappellino

carico di foglie secche. Era più smorta del consueto, con un'aria più

nobile, di una bella tristezza mondana, che la faceva rassomigliare

ad un autunno, come lo rappresentano i giornali illustrati. In quei

primi giorni della primavera Jela vi comprese una delle solite antitesi

favorite di Ida. Il gruppo dei giovani, che la circondava, sussurrò,

la marchesa di Renzuno occupata colla baronessa De Angelis non se ne

avvide, ma due o tre altre venditrici si sentirono battere il cuore. Il

loro istinto di donna le avvertiva di una scena.

Ida s'inoltrava; colpì l'aspettazione destata dalla sua presenza e

venne dritto a Jela, che si era fermata inconsciamente nel mezzo di

quel crocchio per ricevere l'attacco. Oramai tutti la spiavano. Jela

ebbe un brivido, le parve di riconoscere in quel volto la fisonomia

tragicamente sconvolta della sua prima notte di matrimonio, quando

colla veste di raso nero come le penne dell'aquila, e con una stessa

furia stava per rapirle il marito. La fantasia le si abbuiò, si sentì

una paura serpere nelle vene colla fredda viscosità di una biscia:

poi un palpito violento la scosse. Vide che salutava Buondelmonti, il

quale ne rimase impacciato e contento fra quelle signore, e che le si

appressava. Il suo abito di seta troppo lungo aveva dei sibili sottili,

le scorse una foglia secca sospesa per il gambo, che sembrava staccarsi

ad ogni passo, le esaminò il taglio del cappotto, le parve che Ida

fosse cresciuta.

Si erano in faccia.

Ida fece ancora due o tre passi, il gruppo si era aperto stringendosi

dietro Jela. Ella fu quasi per voltarsi invocando la marchesa, ma era

troppo tardi; e come tutto cospirasse contro di lei, si trovavano

dirimpetto ad un finestrone, che fasciava tutto quel crocchio in un

lembo biancastro di luce. Ida le si fermò dinanzi, quindi cercandosi il

portasigarette nella tasca del cappotto:

--Una scatola di fiammiferi,--chiese colla sua voce vellutata,

accennandogliela del dito. Il guanto era colore di foglia secca,

un'altra foglia le era caduta dal cappellino sulle spalle.

Jela tremava. Quella domanda così semplice le si prolungava

all'orecchio col fragore di una cascata, assordante e diffuso. Le

teneva gli occhi bassi all'altezza del seno, incantati nel luccichio di

un bottone. Passò del tempo o le parve; poi sentì la gente sussurrare

intorno, che forse non erano trascorsi tre secondi, e prendendo la

scatola, alzò la mano, alzò gli occhi.

--Quanto?--seguitò Ida affrontandola.

--Per voi due soldi.

Fu uno scoppio di fulmine. Tutti sussultarono, ma nessuno parlò. Ida

ricevette il fendente sul petto, ma non si mosse, la guardò colla

stessa lentezza, poi cercando nel portasigarette ne trasse un bono,

lo spiegò, era da mille lire, glielo porse. Jela lo accettò senza

capire. Cominciava già a perdere la testa, sorpresa dalla soggezione

di lei, che riceveva nel volto bianco come la cima di uno scoglio

tutte quelle occhiate ostili. Era rimasta col bono nella mano aperta

improvvidamente, non sapendo come o che cosa fare. Tutta la sua

paura era risorta, non si ricordava più di nulla, con una sensazione

soffocante della gente, che la serrava in un cerchio di curiosità

malevole. Poi colla mano stessa, nella quale teneva il bono, cercò

macchinalmente il borsello, ma Ida ebbe un gesto.

--Il resto per i poveri.

Ella si scosse. Senza comprendere seguitò a trarre dei biglietti di

banca, guardandoli, che non potevano giungere a mille lire.

--Non ne ho...

--Dei poveri?--la interruppe vivamente.--Allora per voi, per i poveri

di spirito.

E le volse le spalle. Jela non si ricordava più di altro, solamente

di aver pianto due grosse lagrime fra quella gente, che si agitava

in un mormorio di risa soffocate; poi aveva incontrato lo sguardo di

Buondelmonti, e la vergogna dell'umiliazione era stata così forte che

ne era quasi svenuta. Ida aveva fatto un mezzo giro nel salone senza

fermarsi a nessun banco. Quindi anche Jela se n'era andata colla

marchesa di Renzuno, come passando attraverso una siepe di spini, che

le entravano nelle carni.

Adesso non pensava quasi più, sentendo il freddo di una grande

irreparabilità agghiacciarle tutta la vita. Un dolore, che non osava

di lagnarsi, le si aggrondava nell'anima, mentre cogli occhi fisi

nella sera vedeva ancora il bel capitano con un sorriso involontario

sulle labbra scambiare con Ida una rapida occhiata d'intelligenza,

e rispondere poi agli amici, che gli si accalcavano intorno. La sua

piccola testa di gigante si piegava con una compiacenza piena di

discrezione, parlando certamente di lei, senza nascondere l'ilarità

degli occhi, più insolente di tutto il rumore sommesso e beffardo di

quella folla.

Vi pensava, v'era sempre più incantata. Non si rammentava che la

marchesa l'aveva lasciata in quella camera, uscendone a furia per

cercare il conte o il duca e ricondurglieli, perchè s'intendessero

su quel vituperio. Ella si era seduta alla finestra guardando di

fuori, ma non vedeva che il capitano. Le pareva più bello e più

grande. In quell'abbattimento la sua forza l'attirava come un rifugio:

quell'uomo non potrebbe mai essere sopraffatto. Il suo volto angoloso,

malgrado la rotondità piuttosto grossa di tutto il corpo, aveva un

vigore di arditezza, che incuteva ed ammaliava. Il suo petto era

così vasto che due donne avrebbero potuto cadervi e non tremare.

Senza pensare alle conseguenze di quello scandalo, che le avrebbe

attirato chissà per quanto tempo una ressa di malignità velenose,

ella cedeva all'avvilimento di sentirsi sola, abbandonata da tutti in

un mondo, che si rideva della sua gracilità, mentre sembrava qualche

volta applaudirla per coglierla forse meglio in fallo ed aggiungere

l'ingiustizia di una condanna all'ingiustizia di quella ironia.

Il cielo si era fatto più scuro, la campagna affondata nelle tenebre

mandava verso la città un roco sussurro di morente. Jela si alzò dal

davanzale, e tutta quell'ombra della strada le fece paura; quindi per

sottrarsi quasi ad un altro pericolo fuggì fanciullescamente nella

propria camera.

Infatti la marchesa, il duca di Rivola e il conte entravano poco dopo

nel gabinetto dei ritratti. La marchesa aveva già narrato tutta la

scena, precipitando, con una collera di gesti e di voce, che dava

tratto tratto alle sue parole una sonorità stridente e squarrata. Ma

drammatizzando il racconto vi si accaniva mano mano. Pareva quasi che

invece di narrarlo lo apprendesse, e le difficoltà della ritirata con

Jela attraverso tutte le signore, che si stringevano loro intorno per

aumentare a forza di moine l'importanza già grossa dello scandalo, la

traversassero ancora di fremiti ghiacciati. Era stato un lungo orrore,

un vituperio, un abbominio senza esempio, il quale non finirebbe più

con grande contentezza di tutte le borghesi e dei dissoluti presenti,

cui la marchesa aveva già letto sul volto tutte le più bugiarde

dicerie. Quindi la sua testa di aristocratica, infiammandosi di

sdegno, parlava a scatti, con gesti angolosi di pupattola meccanica che

si disloghi, mentre un compiacimento nervoso le faceva prolungare il

racconto attraverso quel silenzio degli altri due.

--È un orrore,--concluse infine riattaccandosi al duca.

Egli aveva sorriso deplorando l'accaduto, ma trovandovi alcuni lati

comici con una leggerezza così naturale e perversa, che la marchesa

aveva dovuto pur riderne: poi la questione si era spostata. I

particolari su Ida si moltiplicavano, il duca scherzava, dandosi delle

occhiate furtive nello specchio, giudicando le signore della lotteria

uno stormo di civette poco belle e poco dame. Tutte non pensavano che

a sfoggiare, a regalarsi a qualcuno: era una ruina, una depravazione

tutta moderna. La beneficenza serviva di pretesto, giacchè tutte

quelle signore, che mettevano bottega per vendere dello spirito, non

sarebbero mai riuscite a mettere insieme la lotteria. Il duca guardava

la marchesa.

--Già siete voi, mia cara marchesa, la cagione di tutto: siete l'anima

della nostra aristocrazia; senza di voi non saprebbero nemmeno dare un

pranzo.

E il suo accento aveva una grande sicurezza di ammirazione. Ma ad un

tratto si rivolse:

--Jela non è che una bambina: tu dovresti, Enrico, impedirle certe

scene. Non ha la più meschina esperienza del mondo.

Se non che la marchesa l'aveva nuovamente interrotto, rimproverandogli

Ida, rimproverando il conte, le signore della lotteria, sdegnandosi di

tutto il mondo, che andava male, ripetendo ancora alcune circostanze

della scena preparata così malignamente da Ida, ma con tanto poco

spirito nella sua risposta finale. La piccina l'avrebbe battuta se non

si fosse smarrita subito dopo.

--Questo poi non lo credo.

--Perchè siete un libertino.

--Non lo crede nemmeno Enrico, che Jela la possa battere. È stato

battuto lui stesso.

Il conte, che quella conversazione irritava, ferito nell'amor proprio

dall'insulto di Ida alla contessa, alzò sdegnosamente le spalle. Si

rinfacciava la sciocchezza di essersele ostinato dietro, frustato

assiduamente dallo zio, che andava smussando con lei il proprio

patrimonio, la sua eredità di un giorno, respinto invincibilmente da

Ida con una dichiarazione di amore. Sulle prime non era stato che un

capriccio di svogliato, poi l'umiliazione lo aveva acceso, e ora la

cortigiana, dopo averlo deriso nel proprio salotto, gli entrava in

casa e gli schiaffeggiava la moglie. L'altro rideva di quella sua

falsa posizione di nipote arricchito dalla dote della moglie e che

la lasciava vilipendere dalla mantenuta dello zio; mentre la zia

invece non se ne era incollerita che per mescolarsi ancora nelle sue

faccende, e comandargli in casa una volta di più. Ma ambedue in quel

momento parevano non sospettare nemmeno della sua presenza; il duca

parlava di Ida, la marchesa gli rallentava le confidenze con un battito

degli occhi lustri, lasciando l'accidente disgustoso della lotteria

allontanarsi a poco a poco nella conversazione come un semplice

aneddoto senza interesse personale. Poi la marchesa si risovvenne

improvvisamente di Jela, e andò ella stessa a cercarla nella sua

camera.

--Aspettateci qui,--disse, ridivenendo contegnosa.

Il conte Enrico in piedi, colla mano dimenticata sopra un album aperto

macchinalmente, la guardò appena. Una corrente di tristi pensieri lo

travolgeva. Perchè Ida aveva fatto quella scena? Che cosa ne pensava

il mondo? Perchè il duca e la marchesa, i primi a riderne malgrado

gli obblighi mondani della parentela e del nome, v'intervenivano

così dispoticamente per umiliarlo un'altra volta, ed egli doveva

assoggettarvisi colla stupida docilità di uno scolaretto? Come era

rimasta Jela? Ne scriverebbe al padre? Si rimprovererebbe di averlo

sposato? Gli rinfaccerebbe almeno nel proprio pensiero i due milioni

di dote, poichè Jela non era più innamorata di lui e sapeva del

suo capriccio per Ida? Lo temeva. Malgrado tutte le promesse della

notte, Ida non lo aveva ricevuto, invece di una sorpresa di amore

preparandogli quello scandalo turpe. Ma dunque l'odiava? E allora

come poteva mentire a tal punto, con tanta ostinazione di odio?

Quindi i suoi complimenti convulsi quando gli diceva in faccia: come

siete bello! gli passavano all'orecchio colla sonorità perlata di un

riso nel silenzio di quel gabinetto coi ritratti degli avi allineati

lungo le pareti in un'ombra come di sepolcro, che lo guardavano

coll'indifferenza della loro posa e della loro superiorità, come il

duca.

No: Romanzo · 第 18 / 24 段