--Mi volete dunque costringere a scappare come la povera Laura?

Buona notte, mio caro; domani v'invito a pranzo. Ho Savelli, non

mancate,--gli disse voltandogli le spalle, senza preoccuparsi punto del

suo viso confuso e collerico.

Ma il duca aveva l'abitudine di quei cattivi trattamenti. Erano poche

le sere che Ida lo ricevesse di buon umore e gli permettesse di

passare la notte nel proprio appartamento, perchè ella aveva subito

compreso come per dominarlo bisognasse torgli ogni supremazia morale.

Con un'abile manovra, e stringendolo sempre nel dilemma o di tacere

subendo, o rispondere brutalmente (ed egli sapeva che Ida lo avrebbe

piantato con quella audace indifferenza dell'avvenire mille volte

provata), gli aveva tolto il coraggio della più piccola rimostranza.

Come accade spesso a coloro, che sposano la propria serva, egli era lo

schiavo della propria mantenuta; ma Ida aveva il tatto di non spingere

troppo oltre la tirannia, e in faccia ad altri affettava talora una

sommissione piena di blandizie, la quale gli lusingava tutti gl'istinti

di uomo e di signore. Poi lo aveva persuaso di non ingannarlo. Il

duca, che piegava sempre sotto la sua volontà, si era fatta un'idea

bizzarra della forza di quella donna, nella quale sentiva qualche cosa

di terribile, una risoluzione, un dramma nascosto, che la rendeva

inaccessibile a tutte le debolezze delle sue pari. Questa stranezza

di apparenza teatrale metteva come un'acrità di mostarda nel sapore

carnale della loro relazione.

Gli pareva di non amarla; infatti cogli amici, al _club_, e col nipote

parlava di Ida come di una delle sue tante mantenute; ma diceva: è

l'ultima; e questa parola involontaria gli gelava spesso il sorriso

libertino sulle labbra. Quella donna era diventata l'imperioso, il

vitale bisogno della sua vecchiaia, giacchè lo divertiva, lo esaltava,

lo rifaceva giovane con un solo gesto, con una risposta impreveduta.

Ma vi era dell'astuzia in quella magia, perchè, bistrattandolo come

amico, non gli faceva mai sentire di essere vecchio; quindi dopo averlo

schiacciato colla superiorità dell'ingegno o del carattere, fingeva poi

di soccombere nelle sue braccia, soffocata dal suo vigore di maschio,

inebriata dal suo dispotismo di uomo. Ella che lo avrebbe scagliato

nella parete colla stessa forza della Brunhilde dei _Nibelungi_,

aveva allora delle umiltà trepidanti, dei rispetti di bambina e di

schiava: era sfinita, dimandava grazia col corpo scultoreamente

estenuato, lo sguardo velato e nullameno aperto ad una riconoscenza

piena di ammirazione. Il duca che si sentiva abbagliare dalla morbida

bianchezza di quel corpo, con tutti i profumi che gli entravano nelle

carni, perdeva l'ultimo senso della realtà nella luce crepuscolare di

quello sguardo. Amava quella donna, si ammirava col petto gonfio di

orgoglio e il volto illuminato da un riverbero interiore, che sembrava

verniciargli la precoce decrepitezza.

Quelle notti non ritornava al palazzo che verso le quattro o le cinque

del mattino; ma nel giorno Ida non era più quella, non si ricordava

più di nulla, aveva un sarcasmo per ogni allusione, una indifferenza

altera, che gli frustava a sangue desiderii e ricordi. Così la loro

relazione sembrava sempre al principio; Ida vi manteneva tutta

l'etichetta di una gran signora, il duca ne soffriva qualche volta nei

capricci di libertinaggio, ma in fondo n'era contento ed ammirava. Il

linguaggio di Ida, troppo letterario per una donna, aveva la duttile

castigatezza del salone; l'oscenità poteva entrarvi solo colla eleganza

del tono e la superiorità della frase: ella, che ne aveva fatto un

lungo studio, gli prestava sovente i motti temerari per i saloni, dove

erano accolti colla più gaia cortesia e una meraviglia d'inaspettato.

Se il duca non fosse stato duca e non avesse avuto forte sentimento

della propria posizione sociale, sarebbe caduto piedi e mani legato

dinanzi a quella fanciulla; ma ciò bastava a permettergli quella

noncuranza spavalda parlando di Ida, e spiegava forse le subitanee e

paurose tristezze di lei.

Quella sera il duca, che entrava allegrissimo, alla vista di Savelli

si era subito agghiacciato. Istintivamente egli detestava quel

vecchio pedante, il quale aveva passata la vita a fare il maestro per

guadagnarsi da vivere, e gli si trovava continuamente fra i piedi

nell'appartamento di Ida. Savelli aveva tutti i capelli bianchi,

mentre il duca, più vecchio, li aveva invece tinti di nero. Poi

la soggezione delle sue maniere, che egli giudicava servili, e la

protezione di Ida, nella quale egli cercava delle intenzioni umilianti,

glielo rendevano anche più antipatico.

--A proposito: vi ho mostrato lo stemma che metterò sulla mia

carrozza?--disse Ida d'improvviso.--L'ho pensato questa notte. Un

morione, scudo nero, in mezzo un braccio con una fiaccola, e sotto

questo motto: _N. I. L._

--Un motto nichilista.

--Internazionalista anche. _N. I. L._; leggete: _Noctu, Ignis, Lux._

--Uno val l'altro,--disse il duca.

--Non esattamente, ma si fondono: il motto della disperazione suicida

e della disperazione omicida; convenite che è almeno bello quanto

il vostro: _Tarde sed tuto_, che pare trovato per una diligenza di

villaggio.

Savelli non potè a meno di sorridere, il duca arrossì leggermente. Così

trascorse una grossa mezz'ora, durante la quale Savelli ascoltò due

volte suonare la pendola, accompagnandone i rintocchi con una cadenza

intontita e pensando alla serva, che lo aspettava addormentata in

cucina.

Finalmente il valletto annunziò il conte Alidosi.

--Vi siete fatto aspettare,--ella gli disse colla voce più carezzevole.

Egli s'inchinò al complimento, strinse volgendosi la mano al duca e a

Savelli, e le sedette vicino sopra una poltrona. Era sempre così biondo

e così bello. Ripetè una delle mille insignificanti conversazioni per

le signore, profumandola con tutte le piccole attenzioni, le amabilità

effimere del gesto e della voce, per farsi più bello colla perfetta

manovra di un uomo abituato al salone. Ida accettava, il duca con un

sorriso velato gettava qualche parola nel loro discorso, Savelli si era

ancora più rincantucciato. Il conte, che sapeva chiacchierare e quella

sera era in vena, trovava dei frizzi, dei doppi sensi, che scattavano

come giocattoli, sempre più lusingato dall'attenzione della fanciulla

sospesa ai suoi occhi.

Ad un tratto questa lo interruppe:

--È orribile! Essere arrivata a quarant'anni senz'amanti ed incontrarsi

in un geloso, che vi ammazza.

--Infine lo ha avuto: può ringraziare la provvidenza.

--La provvidenza ha delle ironie formidabili,--esclamò la fanciulla,

che si era alzata nervosamente.--La provvidenza, che rende cieco

Galileo e sordo Beethoven, che ispira ai missionari il coraggio

apostolico per scoprire i selvaggi e manda poi sulle loro orme i

soldati che li spodestano e li distruggono! Ironia per il catecumeno ed

il catechista: non è vero, Savelli?

Ma senza dargli tempo di rispondere gli andò incontro.

--Siete stanco: aspettate, adesso vi libero.

--Duca,--lo chiamò:--la trottata di questa mattina mi ha affranto; mi

corico presto, perchè ho bisogno di montare a cavallo per rimettermi

in esercizio. Se volete v'invito ad ammirarmi; non voi, Savelli: voi

farete qualche cosa di meglio, mio caro maestro, farete scuola, e non

farete più un'altra allieva come Ida. Voi, duca, dovreste accompagnarmi

in carrozza: intanto, giacchè l'avete alla porta, riconducete Savelli.

--Signor duca, io non permetterò mai...

--È inutile, poichè sono io che ordino: andatevene, siate buono. È

tardi, Savelli abita lontano. Datemi un bacio sulla fronte.

A queste parole, pronunciate meno bruscamente, il conte si rivolse.

--Badate, uno solo,--ella seguitò sorridendo.--Sì, uno per tutti e

tutti per uno, la mia divisa.

Il conte vide lo zio chinarsi compostamente sulla faccia della

fanciulla e stamparvi un bacio. Un sorriso di scherno gli contorse le

labbra, si avvicinò al loro gruppo. Il duca gli strinse la mano.

--Ti lascio in buona compagnia,--disse, restituendogli un altro sorriso

non meno ironico, e:--Sono tuo zio!--mormorò a bassa voce.

--Dubitereste?

Il duca guardò Ida, poi fissandolo sicuramente rispose:

--No.

Savelli, che si era chinato per prendere la canna, fece un ultimo

inchino, la fanciulla gli strinse ancora la mano, scambiò un'occhiata

languida col duca e, scuotendo mollemente la testa in segno di

stanchezza, sembrò rattenerlo ancora un istante. Il duca sentì quella

morbida resistenza.

--Addio, Enrico.

Questi non rispose. Si era seduto famigliarmente sul divano,

dissimulando a stento il malumore.

Savelli e il duca uscirono. Ida gironzò qualche secondo per il salotto,

finalmente gli si fermò di contro.

--Mi sembrate annoiato, caro conte.

--Con voi?!

Ella sorrise e, sedendogli presso, appoggiò la testa alla spalliera del

divano.

--Allora,--proseguì guardandolo fra le palpebre socchiuse,--il bacio

del duca vi ha messo di malumore.

--Perchè dovrei inquietarmi? non so forse...

--Non sapete gran cosa; ma potreste confessarlo, poichè sapete

benissimo che non tengo alla vostra gelosia. La osservo. È un fenomeno

poco studiato la gelosia di un uomo, che ama, sa di essere amato, e

che sarà sempre respinto. Che m'importa se siete geloso? Io non sono

cattiva, so di essere amata e mi basta. Il mio trionfo è pieno.

--Non del tutto, se mi amate voi stessa.

Ella parve raccogliersi a questa obbiezione, forse più profonda che il

conte non credesse, aprì gli occhi, ma chiudendoli subito dopo come per

velarne la espressione, mormorò:

--È vero.

Il conte sentì la propria irritazione crescere fino alla collera.

Ida gli confessava forse per la centesima volta di amarlo, con

quell'accento stentato di una confessione che gli faceva battere il

cuore d'una inutile speranza. Egli fremeva, si arrovellava contro un

ostacolo infrangibile, la volontà di quella donna, che un giorno gli

aveva detto piangendo:

--Vi amo, ma non mi avrete mai.

Quel «mai» se lo trovava sempre tra i piedi, nel presente, nel passato,

nell'avvenire. Era come un cerchio che gli rinserrava la vita, una

montagna sorta d'incanto e che gli sbarrava l'orizzonte, sulla cima

della quale sedeva quella donna atteggiata di un sentimento fantastico

a guardarlo con una ostinazione di amore impossibile. Invano egli

le aveva fatto tutte le proposte, offerto tutte le follie, altero,

supplichevole, geloso, civettuolo, studiando tutti gli aditi del suo

cuore, tutti gli spalti della sua mente, giacchè ad ogni porta, ad

ogni fessura, ad ogni feritoia trovava sempre quel sorriso languido,

quello sguardo appassionato, che lo respingeva con una carezza. Quindi

egli vi si incaponiva colla testardaggine del desiderio rinvigorito

dalla umiliazione e dalla vanità di altri trionfi, sperando che Ida,

innamorata da gran tempo e per lui solo buttatasi allo sbaraglio di una

vita infame, un giorno o l'altro gli cadrebbe sfinita di resistenza

e di bramosia fra le braccia. Ma s'ingannava, se ne accorgeva, e

s'indispettiva inutilmente. Dal primo giorno la fanciulla non aveva

mutato contegno. Aveva accolta la prima e l'ultima dichiarazione

d'amore colla stessa franchezza, quasi con riconoscenza, ma dall'alto

di una superiorità intellettuale e di una suprema decisione: no.

--Allora, perchè mi amate?

--Lo so io forse? Siete bello fino all'assurdo, probabilmente sarà per

questo.

--Ida!

Ella gli tese la mano.

--Siate ragionevole: conoscete bene che è impossibile. Alla vostra

vanità dovrebbe bastare che io, sprezzantemente respinta, in

ginocchioni davanti a voi, scacciata da una casa dove ero stata accolta

come una sorella, vi ami al punto di dovervelo confessare, a voi che

mi avete rovinata. Se non vi avessi incontrato, a quest'ora invece di

essere la mantenuta del duca di Rivola, sarei forse una direttrice

celebre nei giornali per il suo ingegno, con una posizione netta nella

società e un avvenire sicuro ed onorevole. Voi avete su di me un grande

vantaggio.

Egli alzò le spalle.

--Io non ho che il mio no, l'ultimo brano di ragione, col quale mi sono

armata la volontà contro di voi, che vi umilia un pochino nella vostra

superbia di donnaiuolo, ma non áltera punto la vostra vita. Invece voi

dominate la mia: vi siete trovato al suo principio, e tutto quello che

mi accade è una vostra conseguenza.

Ida si alzò, pareva agitata da quell'analisi dolorosa della propria

vita. Andò a un piccolo tavolo da fumare, ricco e bizzarro nel disegno,

ne prese due grossi sigari d'Avana, ne accese uno alla candela,

stracciandone quasi con rabbia la punta fra i denti, e ritornò a

presentargli l'altro.

--Non parliamone più, sarà meglio per ambedue.

--Come sta Jela? Non me ne avete ancora dato nuove, cattivo marito.

--Colpa vostra.

--Ancora?

--Ancora e sempre. Non volete dunque accettare?

--Ma parlate sul serio?

--Avete torto.

--Ho ragione e vi compatisco, perchè vi so debole di testa. Essere la

vostra mantenuta! E con che mi manterreste voi?--seguitava con accento

nervoso e una fiamma gialla in fondo alle pupille, che le vibrava a

quando a quando come una lingua di serpente:--voi che siete più povero

di me! Il duca ve lo avrà detto, perchè se ne vanta: non siamo insieme

da un anno, e gli ho già speso centocinquanta mila lire. Io amo il

lusso; è la mia aristocrazia, la mia vita, io che ho perduto tutte le

altre dignità e sono uscita dall'ambiente sociale. Che importa? Molti

grandi furono gettati dalla tempesta sul margine della società, e

seppero rientrarvi più violenti della tempesta. Voi siete povero, la

vostra ricchezza è la dote di Jela. Intenderete benissimo che io amo

Jela, la mia sorella di latte, che mi ha salvato un giorno dalla fame,

e non voglio renderla infelice rubandole quelle ricchezze, che mi ha

mille volte offerte con una generosità, che voi non capirete mai.

Il conte, pallido di umiliazione, non ebbe il coraggio di una risposta,

gettò lungi lo zigaro, abbassò il capo. Avrebbe pianto come un

fanciullo, se non se ne fosse vergognato. La inesorabilità di quella

logica lo spezzava; ma Ida, dolente di averlo afflitto, mutò dolcemente

la voce:

--Non vi basta, Enrico, di essere il mio amante?

--Così no.

--Mi amate dunque molto?

--Al punto di diventare uno sciocco.

--La cosa non è molto difficile,--ribattè con sarcasmo feroce,

contemplando quella sua aria sconcertata.--Gli uomini,--aggiunse,

ritornando al tuono lusinghevole di prima,--non sanno amare senza

commettere scempiaggini. Amatemi come vi amo io, in fondo al cuore: vi

ci ho seppellito sotto un mucchio di rose e non vado a cercarvi se non

quando sono ben sola. Che importa se voi non siete con me? Ci siete

egualmente e più bello di adesso. Passo con voi delle lunghe ore che mi

sfiniscono, vi mangio con una avidità di poeta e di donna, che hanno

raffinato le loro due delicatezze per una di quelle voluttà, alle quali

si finisce sempre per soccombere, quando non se ne impazzisce. Perchè

mai siete così bello?

--Davvero?--non potè a meno di rispondere, riscaldato dal calore di

quella passione ed avanzandosi verso di lei per prenderle una mano.

--È la sola giustificazione della mia insensatezza: dovrei odiarvi, e

vi amo.

La figura del conte si illuminò. Indovinava in quella scena un

calcolo di umiliarlo, straziandolo colla povertà e fingendo di amare

Jela, mentre forse la odiava con tutto l'accanimento di una popolana

arricchita provvisoriamente dai disordini disonoranti della propria

vita; ma non si poteva frenare. Gli occhi e le parole di quella donna

lo trascinavano. Come un fiore strappato dal vento, avvolto nelle

carezze del sole, nella confusione di una polvere ardente, egli si

alzava leggiero e sbattuto, lacerato e felice, incoronandosi di quella

luce che lo accecava, lasciandosi straziare da quella donna, che non

giungeva ad odiarlo e, se non fosse stato l'orgoglio di una rivincita,

gli avrebbe strisciato ai piedi leccandoglieli come un cane. Le prese

tutte e due le mani e, stringendogliele con forza, finse di volerla

ricondurre sul divano. La sua bella testa, bionda come quella di una

fata, aveva un'espressione quasi pura, illuminata dalla luce turchina

degli occhi, di una soavità fantastica. Ella l'avvertì, gli guardò il

collo dolce come quello di una donna e più bianco della camicia.

--No.

--Datemi un bacio.

Egli insistette, ella negò, egli lo ridimandò ostinandosi invano,

supplicando, ella rispondendo sempre di no col sorriso ed una fiamma

negli occhi, che le divampava tratto tratto sempre più grande, vibrando

con tutto il corpo quando egli le appressava il volto. Stettero così

forse cinque minuti, egli non si stancava: la pendola suonò.

--All'ultimo tocco me lo darete.

--No.

--Vendetemelo dunque,--gridò con uno scoppio d'irritazione.

--Non siete abbastanza ricco per comprarlo; poi io sono come Diogene:

mi si può pagare, ma non mi vendo.

Egli aprì le mani.

--Non siete ragionevole, Enrico. Un bacio! non ve lo do, mi perderei.

La mia volontà ne resterebbe ubbriaca, e allora addio famosa

risoluzione. Ad un altro uomo forse più bello, ma diversamente bello,

a Buondelmonti... glielo darei un bacio, glielo venderei, per servirmi

della vostra parola cortese: a voi no.

--A Buondelmonti non glielo vendereste certo un bacio,--ripetè colla

sua stizza di femmina.

--Forse perchè egli pure non potrebbe pagarmelo? È povero?

--Più di me,--e un'ironia mista di amarezza gl'increspava le labbra.

--Conosco questo sorriso: sapete qualche cosa su Buondelmonti, o

fingete saperlo.

--Sì, fingo.

--Perchè siete geloso. È bello quanto voi.

Egli scosse sprezzantemente il capo.

--Provatevi dunque a vendergli un bacio.

--È inutile, glieli regalo,--rispose tranquillamente.

--Buondelmonti è dunque il vostro amante?

--Forse: perchè non vi voglio, non è una buona ragione per non

accettare un altro. È bello, intelligente, un nobile carattere.

Il conte era impallidito a quella confessione: per un momento vacillò.

Egli aveva per Buondelmonti l'antipatia di un efebo depravato in

paggio per il gigante guerriero, ma rattenuta dalla paura. Dubitò,

poi l'ira del dispetto rendendolo meno guardingo, si raddrizzò con

una grazia sinistra di serpente e le vibrò una occhiata di sfida.

Ida per irritarlo doppiamente finse di non gli badare, quindi

alzandogli gli occhi in viso con una di quelle occhiate di ammirazione

compassionevole, parve dirgli:

--Povero ragazzo!

--Vendetegli un bacio!--egli ripetè con voce stridula.

--Giacchè ci tenete, lo farò.

--Mi farete vedere il prezzo.

--Sarà difficile, poichè me lo pagherà con un altro.

--Difatti, non ha altri capitali, ma ne vive bene.

Ella comprese:

--Voi dite una viltà, non vi credo.

--Se ne avessi la prova?

--Non l'avete. Siete vile come un fanciullo e calunniatore come una

donna.

A queste nuove sferzate il conte s'impennò. La violenza di Ida nel

difendere Buondelmonti, che egli temeva davvero il suo amante, lo

accecava.

--Le donne non calunniano sempre. Potrei mostrarvi una lettera della

contessa Ceri, che gli ha pagato il suo ultimo cavallo, quello stupendo

morello, che gli avete visto oggi.

--Infamie di donna: Buondelmonti ha dovuto battersi ed abbandonarla, ed

ella se ne vendica.

--Voi credete al carattere nobile di Buondelmonti?

--Voi siete suo amico.

--Ma non ho voluto servirgli da padrino.

--Lo eravate di Villani.

--E me gli ero offerto per non essere di Buondelmonti.

--Perchè dunque salutate quell'uomo e non lo smascherate al _club_, mio

buon gentiluomo senza macchia e senza paura? Mostratemi quella lettera.

--No.

--Cossa vi ha indovinato quando scriveva la parte di Silio nella

_Messalina_: sei bello, ma vile! Avete paura che non vi renda quella

lettera e la mostri a Buondelmonti?

Ma ella si arrestò e, colorandosi di un rossore improvviso, come

lanciata da uno scoppio di passione, gli si avventò al collo, gli

prese il volto con ambo le mani e divorandoselo degli occhi con rabbia

amorosa, mentre glielo scuoteva come quello di un bambino:

--Che m'importa,--proruppe,--se egli è un soldato di ventura, che rubi

agli uomini in tempo di guerra e si faccia mantenere dalle donne in

tempo di pace? Buondelmonti è un imbecille: se non fosse un capitano,

potrebbe essere un facchino; sarà per questo che la contessa Ceri

lo paga. Tu credi che io lo ami? Non ti sei accorto che faccio per

attaccarti un po' del mio male con questa gelosia ridicola? che amo

te solo?... e tu credi! Oh!--esclamò colla voce piena di singhiozzi,

intanto che il conte indietreggiava stupefatto per comprendere meglio

quel brusco impeto. Ma la fanciulla, che non lo vedeva convinto,

lasciando la presa con un gesto sublime di disperazione fu per

voltargli le spalle.

--Guardate,--fe' rattenendola per un braccio e presentandole la lettera

con un ultimo tremito.

Ella la ghermì avidamente. La contessa Ceri aveva pagato quel cavallo

a Buondelmonti, impegnando per quattro mila franchi di gioie al Monte

di Pietà, come se ne era confessata col conte. Egli, che era stato

uno dei suoi capricci più effimeri ed era poi sempre rimasto con lei

in una amicizia di piccoli servigi e di grandi confidenze, aveva

dovuto andarla a trovar la mattina stessa del duello. La contessa

furiosa scriveva una lettera a Buondelmonti, rinfacciandogli tutto,

minacciandolo persino di dire tutto al marito; e il conte Enrico aveva

cercato di placarla senza ottenere nulla in quel momento di esaltazione

gelosa, mentre essa non si era nemmeno accorta, leggendogli quella

lettera, come gliene pigliasse dallo scrittoio, distrattamente, la

prima copia macchiata largamente d'inchiostro. Ma la contessa, malgrado

ogni rimostranza, aveva mandato quella lettera al capitano.

Il conte Enrico ne sorrideva ancora:

--Che fate?--le chiese meravigliato, vedendola bruciare la lettera sul

candeliere.

--Vi salvo: questa lettera avrebbe finito per compromettervi:

d'altronde è così terribile, che la so quasi a memoria--aggiunse

con uno strano sorriso.--L'avreste mostrata a qualcuno, la contessa

avrebbe negato, molto più che è senza firma, Buondelmonti calunniato

atrocemente vi avrebbe ucciso. Non lo voglio.

Era ritornata blanda e carezzevole: gli si appressò adagio con una

sommissione da cavalla, lo prese per mano, lo condusse alla poltrona,

poi sedendogli sulle ginocchia gli diè un bacio sulla fronte.

--Non lo voglio che tu sia ucciso,--ripeteva con una specie di

singhiozzo,--ti amo troppo, ti amo troppo.

--Mi ami?

--Cattivo!

Il conte inebriato, violentato da quell'abbraccio inatteso, le copriva

il collo di baci, l'accarezzava, se la stringeva sul petto, soffocando

dalla felicità, che gli alzava le spalle e gli faceva aprire la bocca

con una oppressione ineffabile. Ma fu un lampo, la fanciulla gli sfuggì

robustamente, scattò in piedi, cogli occhi ancora lagrimosi, le labbra

tremanti.

--Andate, andate.

--Ida...

--Andate, no, Enrico: andate...

Egli fe' un passo, ella più pronta si gettò al campanello e suonò.

--Domani?

--Domani.

Allora un impeto di superbia lo sconvolse: Ida era già alla porta della

propria camera.

--Mai!?--le gridò dietro con un gesto grazioso ed il viso sfavillante.

Ella si rivolse sorridente, felice, diede al proprio sorriso lo

splendore di un razzo, e senza rispondere disparve.

Il conte aveva vinto. Quindi per una idea subitanea, poichè il valletto

tardava a comparire, volle un trofeo; si guardò attorno, corse su

tutti gli oggetti per prenderne uno e riportarglielo l'indomani, ma

dopo averlo conservato tutto la notte e riveduto al mattino colla

gioia dei fanciulli, ai quali la vecchia ha portato il regalo per il

camino. Gironzò, andò a tutti i tavoli, al camino ingombro di ninnoli,

alle pareti, alle due scarabattole degli angoli, sulle quali si

ammucchiavano a piramidi le bagattelle, le rarità, i capolavori senza

nome; ma fra tutta quella folla bella e deforme di capricci non ne

trovò uno solo col significato del momento.

Il valletto attendeva rispettosamente sulla porta.

No: Romanzo · 第 17 / 24 段