piaghe su per le piazze, cercando d'impietosire col lazzo quando
le lagrime fallivano; mentre Escousse, un altro boemo, forse con
altrettanto ingegno ma con più cuore, piuttosto che scendere a
tutte quelle bassezze, eseguite con tanto brio e descritte con
abbastanza arte, si è ucciso. Non mi parlate di Murger,--seguitava
riscaldandosi;--si può leggerlo, ma non si potrebbe invitarlo a pranzo,
a meno di non considerarlo come uno scroccone, del quale si ammira la
destrezza della mano e della lingua.
--Era povero,--arrischiò timidamente Savelli.
--Quando si è poveri e si vuol farsi una gloria o uno scandalo della
propria povertà, bisogna vivere come Antistene o come Diogene.
--Un poeta!
--Perchè scriveva delle poesie! I poeti più che ai versi li riconosco
alla vita. Byron, ecco il poeta; ha vissuto come ha scritto, è morto
come ha vissuto. Musset, un altro. Un poeta è prima un temperamento,
poi un ingegno. Goethe aveva più ingegno di Byron, ma io glielo
pospongo. Hugo ha più ingegno di Musset, ma io ammiro Hugo ed amo
Musset. Forse il poeta più vero non è quello, che scrive la migliore
canzone, ma che commette la più bella follia.
--Perfettamente!--interloquì il duca.
Savelli, che temeva già di tener testa ad Ida, sentendo il duca
approvarla si arrese del tutto, ma la fanciulla gli salvò la ritirata
stringendosi improvvisamente col duca, che veniva da teatro. Era stato
nel palco di Jela all'ultimo atto della _Dora_ di Sardou. Domani sera
si rappresenterebbe l'_Etrangère_ di Dumas. Ida, che voleva assistervi,
si volse al maestro, perchè la accompagnasse; egli titubava:
--Non è vero che non vi vergognate di me?
--Signorina!--esclamò sorridendo.
Ma questa domanda avea finito di sconvolgerlo. Malgrado la sua poca
abitudine del salone, si accorgeva d'essere d'impaccio in quel
gabinetto, fra quei due, ad un'ora così avanzata, egli che non
frequentava altra casa e soleva coricarsi alle nove di sera, solo nel
suo modesto appartamento alla mercede di una vecchia serva.
Gli pareva già di udirla brontolare in cucina. Tutte le sere, che
veniva da Ida, bisognava chiedere il permesso, ed era sempre la solita
ragione, che glielo faceva ottenere. Ida per mezzo del duca lo aveva
fatto nominare direttore di un istituto tecnico con quattrocento lire
di stipendio mensile. Questo colpo insperato di fortuna aveva portato
alquanto di agiatezza nella vita di Savelli, entusiasmando la serva,
umiliata fino allora da quella miseria nei propri talenti culinarii;
ma non aveva potuto disarmarla. Per lei la fanciulla era sempre una
sfacciata, buona per farsi mantenere dai vecchi, che non innamorava
se non dei vecchi; ed egli pure, un vecchio, un professore, si era
lasciato prendere come una lasca. E Savelli arrossiva.
Sicuramente sapeva di essere troppo vecchio per innamorarsi di Ida, ma
la fanciulla d'oggi non somigliava punto a quella di due anni prima,
quando meravigliandolo colla forte elettezza della propria natura gli
faceva mormorare con mondano rammarico: peccato che non sia bella! Non
era bella ancora, nel senso ordinario della parola, anzi a prima vista
non destava nemmeno la simpatia delle persone brutte e squisitamente
dotate. La sua fronte troppo seria per quella giovinezza, la sua pelle
troppo bruna per quel pallore troppo livido, i suoi occhi troppo neri
per essere così grandi, il sorriso sempre sprezzante delle sue labbra,
impensierivano e repellevano; si considerava forse la sua testa, se ne
ammirava la forza, ma non si poteva accarezzarla, e la simpatia non
è se non la facilità della carezza. Ma la severa e nel tempo stesso
pomposa eleganza del suo lusso attraeva l'attenzione; le sue arie di
testa, il suo portamento, la perfezione plastica del corpo, al quale
gli abiti così temerarii di rivelazioni andavano pur così bene; la
finezza della sua pelle e la finitezza delle sue estremità, le mani
nervose come la branca di uno sparviero e nullameno tanto morbide, il
piede piccolo e superbamente arcuato come per calpestare tappeti ed
affetti; un'alterigia che le evaporava da tutta la persona, e che ella
agitava a onde col più leggero de' suoi moti e il più indifferente
de' suoi gesti, le davano una vivezza di originalità troppo rara per
una donna. Quantunque cortese e raffinata nelle maniere, un profondo
disprezzo trapelava da ogni suo atto e da ogni parola; e vi era tanto
orgoglio e tanta seduzione nella sua fisonomia, che sarebbesi detto non
avesse voluto esser bella per un calcolo audace delle proprie forze.
--La bellezza nelle donne è come lo spirito negli uomini: si seduce, ma
non si conquista;--ella aveva detto.
Infatti era un conquistatore. Nessuna dama era più dama di lei. Avrebbe
rinunziato a tutte le altre belle fattezze pur di conservare i piedi e
le mani, i capelli e la pelle: il resto se lo traeva dall'anima.
Nessuno gliela aveva insegnata, ma appena ricca da poter rivaleggiare
colle vere duchesse, aveva subito trovato quella disinvoltura, che
non si acquista se non coll'abitudine del comando. Il suo sorriso
aveva delle compiacenze da regina, e la sua fronte delle subite
rughe da generale, pur restando sempre fanciulla. Spesso un'ombra di
malinconia le sfumava gli angoli imperiosi del volto, e il corpo le si
illanguidiva in una soavità di abbandono verginale, mentre gli occhi
le si velavano e la bocca le si schiudeva come nel solletico di una
carezza, che un sogno le facesse sulle labbra prima di svanire nel
soffio di un sospiro.
Savelli, che in tutta la vita non aveva mai conosciuto una gran
signora, fu vivamente impressionato di quella metamorfosi. Malgrado
l'onestà della propria morale, a poco a poco dimenticò la falsa
posizione di Ida, abituandosi a vederle il duca nell'appartamento,
quantunque sapesse che glielo aveva ammobigliato egli medesimo
spendendo una somma assurda. Il lusso, l'eleganza, la poesia, che ella
dava alla sua nuova ricchezza e che la ricchezza le rendeva, gli
furono sorgenti di nuove e squisite sensazioni; di giorno in giorno
senti più forte la necessità di quella fanciulla, che gli era rimasta
nel cuore come un affettuoso ricordo. La loro amicizia rifiorì quindi
come un alicante al sole d'inverno.
Ma Ida, che supponendolo assolutamente vecchio lo considerava quasi
senza sesso, non aveva scrupolo di riceverlo nel gabinetto della
toeletta, persino a letto; aveva per lui delle moine di piccola
nipote per il nonno, delle confidenze di fanciulla per la mamma, dei
dispotismi di beniamino per il maestro; gli mostrava, gli spiegava,
gli offriva tutto il proprio lusso. Ad ogni visita gli presentava un
regalo, lo tratteneva a pranzo, lo invitava spesso a tenerle compagnia
per il thè, abbandonandosi quindi con lui alle più audaci discussioni
filosofiche. Però nelle analisi anche più imprudenti non si erano mai
fermati alla posizione di lei col duca, nè all'avvenire, che un altro
capriccio o la morte di questi potesse riserbarle.
Egli non l'avrebbe osato per tutto l'oro del mondo, ella sembrava
non pensarci; poi Savelli ne avrebbe sofferto. Una gelosia sorda gli
rendeva disaggradevole il pensiero del duca, un vecchio come lui, senza
nessuna buona qualità, ed ancora tanto ricco e felice da possedere
donne come Ida. Savelli, che gli doveva quella nomina a direttore,
finiva col sentirsi umiliato della sua indifferenza di gran signore per
i clienti; ma bastava che Ida sorridesse, perchè il cuore gli tornasse
a battere come ai bei tempi, quando studiava in una soffitta sognando
una cattedra all'Università e ristorandosi dello studio nelle braccia
di una qualche sartina. Le antiche dissolutezze, seppellite nella
memoria da lunghi anni, gli risorgevano improvvisamente nella memoria,
come se la morte le avesse colpite nell'ora più felice della loro
primavera; si sentiva gli sguardi lucenti, alzava la fronte nell'antico
orgoglio dei capelli neri, senza ricordarsi più di nulla, quasi avesse
finalmente realizzato il sogno di tante notti insonni, essere l'amante
di una gran signora.
Ma ciò gli accadeva quasi sempre nel gabinetto di Ida. Era un salottino
buio come un antro, tappezzato di un damasco a foglie marine di mille
colori verdognoli, che ne venavano il fondo, dandogli l'apparenza di
un letto di mare, nel quale i riverberi della seta si accendessero qua
e là come i riverberi dell'acqua alla luce del cielo. Il cortinaggio
della finestra, doppio e panneggiato, non lasciava passare che un lume
incerto sui pochi mobili di ebano, senza che nè un vaso o uno specchio
potessero turbare con stridenti chiarori o con importune fosforescenze
quel silenzio azzurro-cupo.
Ella vi restava sdraiata lunghe ore sull'ottomana prendendo un bagno di
tenebre. Nessun oggetto poteva frammischiarsi a' suoi sogni: il tappeto
era torbido come le pareti, la volta si distingueva appena. Savelli non
vi entrava mai senza un fremito, come penetrando nell'ignoto delizioso
di tutti i romanzi mal fantasticati nella gioventù. L'ombra aveva un
tepore di meriggio primaverile e grandiosità notturne; dagli angoli del
gabinetto, che parevano prolungarsi nel buio, si muovevano pericoli
sonnacchiosi, mostruosità buie e vellutate; i mobili neri avevano
un'immobilità, una nudità sinistra, come preoccupati di custodire
i secreti della padrona, della quale non serbavano il più piccolo
vestigio.
La prima volta, che vi fu ammesso, Savelli si ricordò del pranzo di
Diocleziano colle corone di cipresso e gli apparati neri, scherzo di
una imperiale ferocia, che lo aveva tanto divertito leggendolo la
prima volta. Egli vedeva una massa, più bruna e lunga, schiacciata sul
tappeto, rischiarata dalla pallida bianchezza del volto: si appressava,
Ida gli tendeva mollemente la mano e chiacchieravano.
Caso civetteria, Ida aveva sempre delle pose seduttrici, delle temerità
negligenti, che sembravano provocazioni.
Talora incantandosi in un pensiero, sospirava languidamente o si
stirava le braccia. Savelli se ne accorgeva, seduto sempre sulla stessa
poltrona, guardandosi attorno nella preoccupazione di quel buio, che
pareva farsi mano mano più fosco e tremare di un palpito prepotente.
Un odore di seta, un umidore di bagno, una caldezza di alcova piena di
atomi frizzanti e di polveri pollinee gli irritava tutti i sensi.
Non avrebbe saputo dirlo egli medesimo, vergognandosi di analizzare ciò
che provava, ma a poco a poco cessava di rispondere, come assopito in
quell'olezzo leggero e diffuso come di prati falciati. Una lassitudine
voluttuosa lo prendeva; si affondava in tutte quelle morbidezze,
i piedi sul tappeto, il corpo sulla poltrona, gli occhi in quel
crepuscolo. Ida sembrava dentro un bagno di rasi odorosi come tante
foglie di fiori, del quale la ottomana fosse la tinozza. Egli le stava
presso: non aveva se non ad allungare la mano e a tuffarvi dentro una
carezza per dividerlo. Un'inquietudine trepidante di dolcezze gli
saliva dalla coscienza; il cortinaggio della finestra apriva l'ombra
del gabinetto con un chiarore calmo, una discrezione piena di lusinghe
cortigiane; la punta di un mobile in un angolo frenava a stento un
sorriso.
Tutto quel gabinetto non era che una cornice di Ida; ella lo riempiva,
lo spiegava. I mobili erano neri come le sue vesti, la luce pallida
come il suo volto; le stesse tenebre, lo stesso arcano della sua vita,
un raccoglimento delizioso e sinistro, un lusso severo e romantico.
Ella lo aveva creato traendolo da sè medesima, come altra volta si
adattava le mode e si cuciva le vesti; giacchè il duca non vi appariva
più del tappezziere.
Un giorno, che il cielo era nebbioso e l'aria tepida, il maestro
stava con Ida. La fanciulla lunga distesa sulla poltrona, colla testa
appoggiata ad un cuscino e i capelli disciolti, che le si ammucchiavano
sul tappeto, aveva preso allora allora un bagno caldo e ne assaporava,
colla quiete dei grandi raffinati, il rilassamento snervato. Non
fumava, non aveva fatti due gesti in mezz'ora. Savelli, seduto sopra
un _pouff_ a capo della sua poltrona, le stava sopra col volto. Si era
rasa poco prima la barba e spartiti accuratamente i capelli bianchi
sulla fronte, ma il suo viso era ancora così fresco che i capelli
parevano incipriati come quelli di un ritratto antico. Era malinconico.
Non si udiva che la calda respirazione del calorifero nascosto, rotta
a volta a volta come dal soffio di un respiro o da un bollore di
serra, che passavano sopra l'ottomana della fanciulla e sulla fronte
di Savelli inumidendogliela. Due volte egli si era portato la mano al
capo con un gesto nervoso, poi glielo aveva appressato ancora più,
abbassandolo, così che avrebbe potuto darle un bacio sui capelli.
La ottomana aveva ingoiato tutto il corpo di Ida, l'ombra addossatavisi
aveva divorato tutto il corpo di Savelli: non restavano che le due
facce.
Savelli, una mano sulla spalliera della poltrona, le prese una ciocca
di capelli, esaminandone, con quell'attonitaggine che pare il morto
irrigidimento di una attenzione troppo prolungata, i fili radi, di
una finezza di seta, quasi crepitanti fra le dita. Quindi si ricordò
improvvisamente senza saper come il proverbio contadino: «regge più
un pelo di donna che un canapo da carro», che egli aveva tante volte
ripetuto al caso di qualche follia amorosa colla bonomia leggermente
ironica dei vecchi saggi, senza accorgersi che quel ricordo era
forse l'ultimo avviso della coscienza. L'odore della donna lo aveva
ubbriacato. Ella non faceva un moto.
Forse la lassitudine del bagno, apprendendosele all'anima, gliene
assopiva gl'istinti gagliardi e i fieri sentimenti. Si sentiva
prostrata. Quel raccoglimento quasi di cappella e quel calore del
gabinetto senza un fiore, uno specchio, un ricordo, una speranza di
uomo, che ella si era composto in un giorno di orgoglio intellettuale
per sottrarsi a tutto il mondo e sognare, le dava le lubriche
mansuetudini, gl'incerti desiderii della notte a letto, nel silenzio
della penombra, quando le vesti caddero dal corpo come i disegni e
le preoccupazioni dallo spirito, e le due nudità si sdraiano in un
morbido impudore. Le pareva di annegare nella ottomana come in una
gora di raso tiepido, che le si apriva sotto con un romorio di fremiti
accarezzandole le carni, fasciandola come in una grande moina dalla
radice del collo ai piedi sporgenti asciutti sul tappeto.
La poltrona, larga quanto un lettino e quasi lunga altrettanto, le si
abbassava con una curva sapiente sotto il dosso, rialzandolesi al capo
con una mollezza di guanciale.
Ida alzò gli occhi e sorprese Savelli, che le guardava il seno.
La fanciulla ebbe un palpito.
--Perchè tacete?--gli domandò colla sua voce più dolce.
Savelli non rispose, tornò ad arrossire; poi levandosi come chi prenda
una risoluzione, rimase ancora colla mano appoggiata sulla spalliera.
Ella non disse altro. Savelli, che aspettava una parola, interdetto da
quel silenzio si smarrì di nuovo.
--Dovrei andarmene,--balbettò.--Dovrei...--ripetè, con sorriso fine ma
indolente.--Anzi me ne vado,--e staccando la mano, cercò cogli occhi il
cappello, lo vide sopra una poltroncina, fece un passo per prenderlo.
Era agitato, tremava; una confusione di scolaro lo rendeva quasi
compassionevole. S'abbottonò il vecchio soprabito, e allora, come se si
fosse chiuso nella corazza, si sentì meno debole. Tuttavia le parole
non gli venivano, era orribilmente imbarazzato per andarsene.
--Eccovi la mano,--gli disse Ida, che seguiva sempre colla stessa aria
quella manovra.
Egli la prese infatti, ma Ida gliela strinse tirandolo a seder sulla
sponda della propria poltrona:
--Cosa fate?--egli chiese smarrito.
--Sedete.
Savelli era rimasto colla mano della fanciulla nella mano all'altezza
del petto, seduto, scivolandole verso il grembo della sponda della
poltrona duramente imbottita. Una fiamma gli imporporò il viso.
--Lo so,--mormorò la fanciulla lentamente; poi raddolcendosi ancora ed
appressandogli il capo di un dito:
--Perchè non mi baciate la mano? Preferite la faccia? Se non è che
questo...
Egli ebbe un gesto perduto, abbassò gli occhi, si guardò il cappello,
vergognoso di essere scoperto, ed impacciato ancora più da quel tono
di tiepida affettuosità, che gli andava al cuore. Ida aveva una bontà
quasi materna, una mitezza di vergine, che vela l'invito col sorriso,
quasi per renderlo più facile con tale suprema delicatezza. Il pallore
le si era fatto più opaco, e la mano nella sua mano gliela premeva con
un crescendo insensibile.
--Perchè no? Siete il solo che mi ami per me. Una volta non vi piacevo,
eppure mi volevate bene lo stesso; e se oggi...--e i suoi occhi ebbero
un sorriso di soave malizia.--Ebbene tanto meglio, o tanto peggio: io
valgo bene un'altra, e voi valete certamente il...
Stava per dire il duca, ma un pudore improvviso la rattenne in
quell'invito brutale, poichè le parve un'insolenza per Savelli legare
con un confronto quei due vecchi e quei due amori così dissimili.
Quindi riprese concitata:
--Non l'avrei mai creduto, ma voi non siete un uomo come gli altri.
Forse l'essere professore di storia ha servito a rendervi così buono.
Guardando la vita dall'alto, ne avete perduto le passioni nella
curiosità dello spettacolo; fors'anche la bontà di un genio (voi
sostenete che il vero genio è sempre buono) dipende dall'indifferenza
della sua volontà e dalla socievolezza del suo istinto. Che importa?
L'essere buono sarà sempre una grande attrattiva, perchè è una grande
originalità, e voi lo siete, mio caro maestro. Vi ricordate quando
venivo a scuola? Allora non avremmo previsto di trovarci qui. Io
aveva la febbre di tutti i sogni, voi mi guardavate con una passione
malinconica di esperienza. Io lo aveva indovinato. Forse avevate
ragione, ma potreste anche un giorno aver torto, perchè una battaglia
perduta non decide sempre della guerra.
E la sua voce vibrò nel pronunciare queste ultime parole. Gli appressò
ancora la testa, agitandola sulla spalliera. Savelli, che aveva
sdrucciolato nuovamente sul pendio della poltrona e si sentiva un
fianco grasso, caldo, della fanciulla contro l'anca, dovette reggersi
con isforzo sulla gamba sinistra per non caderle letteralmente addosso.
La fanciulla scottava. Poi alzò pigramente un braccio, si volse, se lo
passò sotto il capo a guanciale, ed allungandosi come sul letto, dal
proprio canto, colle pupille velate, ebbe due o tre moti di sonnolenza.
Savelli scivolò del tutto.
Le aveva quasi un gomito sul seno.
--Non ho che voi a volermi bene:--ella ripetè; quindi ripigliando
l'immagine dell'ultima frase, proseguì:
--_À la guerre comme à la guerre._ Tutto è provvisorio quando la
vita è incerta o una vittoria può mutare il soldato più che la morte
stessa. Non vi è più differenza tra un granatiere e Napoleone, che
tra un granatiere vivo e un granatiere morto? Si bivacca, si uccide,
si ama dappertutto. Si saccheggia oggi per essere derubato domani,
si stringe una mano come un fucile, si agguanta un cavallo come una
donna. Anche noi siamo in guerra, non è vero? Voi siete un uomo, io
sono una donna, ma se foste un giovane non sareste più nulla per me.
Così sì. Non arrossite, mio caro maestro. Un giovane vorrebbe strappare
invece di accettare, avrebbe delle pretese, tutte le pose romantiche ed
insopportabili. E tutto questo perchè? Per una ignobile commedia, che
non c'ingannerebbe nessuno dei due. Mi desiderate? prendetemi: potrete
aver l'orgoglio di essere il solo, al quale...--e senza finire la frase
agitò ancora la testa e chiuse gli occhi.
Savelli la guardò di furto; era ancora rosso, ma quelle ultime parole
lo avevano rimesso.
Ella non gli serrava più la mano, abbandonata. Una seduzione
insistente esalava da quella donna ravvolta in una veste di raso,
sopra una poltrona di raso, nel torpore di un lungo desiderio, che le
socchiudeva gli occhi lasciandole la bocca aperta. Il seno quasi nudo
sotto quell'abito, che lo guantava, le batteva con una respirazione
forte ma calma, come la faccia, che pareva addormentata sotto un
sorriso. Evidentemente la fanciulla non aveva preoccupazioni. Savelli
lo comprese di un tratto, e quell'abbandono di ogni difesa lo umiliò
profondamente, come un calcolo pietoso della fanciulla per non fargli
sentire d'esser vecchio e dargli tutto il tempo di preparare in sè
stesso le energie dell'assalto. Fu un tumulto, ventoso, di un istante:
il calore dello scirocco si abbassò, le nebbie si sciolsero, il volto
gli si imbiancò come i capelli.
Si alzò.
--Me ne vado,--disse, tendendole la mano.
Ella rimase sopra pensieri: Savelli in piedi era diventato anche
più freddo. La reazione lo gelava, quantunque in fondo al cuore
qualche fiamma gli tremasse ancora e un rombo di sibili gli passasse
all'orecchio; ma la ragione aveva preso il sopravvento. Si accorgeva di
essere sfuggito a un grande pericolo.
--Avete ragione,--mormorò Ida stringendogli la mano:--sarebbe stata
una disgrazia per voi; ma però ricordatevene sempre come della mia più
grande prova di affetto.
Savelli ebbe uno slancio di orgoglio, salutò volgendosi per uscire con
un passo più elastico, quasi per mostrarle di non essere poi vecchio;
ma sulla porta ella lo richiamò.
--Venite qui... più vicino,--disse, tendendogli la fronte,--datemi un
bacio paterno.
Egli le si chinò, sorridendo amorevolmente, sulla fronte, e la baciò.
--Adesso eccovi sicuro; addio, papà.
Savelli si fermò meravigliato, indi comprese. Soffocò con una stretta
il suo ultimo orgoglio, che in quell'ultimo bacio aveva voluto vedere
un dispetto di donna, e partì tutto commosso. Ida era rimasta sulla
poltrona; la profonda ruga verticale le apriva la fronte.
--È strano!--sussurrò,--il secondo uomo che mi rifiuta.
La sera, quando Savelli ritornò coll'aria splendente, Ida lo accolse
come se nulla fosse mai stato tra di loro; ma egli, che non poteva
capire quella suprema indifferenza e sperava di riparlarle del mattino
per soccombere ad una nuova tentazione, rimase scombussolato. Due
o tre volte fu sul punto di cimentarsi con qualche scappata contro
quell'amabile superba, senonchè ebbe sempre paura e finì col ritirarsi
più presto del solito. Ida insistè leggermente, poi lo lasciò andare.
Poco dopo entrò il duca. Era ilare. Le raccontò che Laura, la
mantenuta del prefetto, era scappata con un impiegato di prefettura, e
che quegli infuriato li aveva fatti arrestare. Al _club_ non si parlava
d'altro. Il prefetto domani sarebbe la favola della città.
--Se fosse vivo Diogene!
--A proposito di che?
--Non avete mai letto il suo magnifico dialogo, conservatoci da Dione,
sopra un caso consimile?
Il duca, che non s'aspettava questa doccia fredda di erudizione,
sentì smorzarsi il proprio entusiasmo novellistico. Ida era seduta
indifferentemente al tavolo col mazzo delle carte in mano: aveva
incominciato un solitario.
--Sai che cosa si diceva al _club_?
Ella non si volse nemmeno.
--Che io sono fortunato.
--Perchè?
--Perchè tu non mi tradisci.
Ida si strinse nelle spalle con bonomia.
--Era il principe di Atella che diceva questo?
--Precisamente.
--Mio Dio! è così sciocco!
--Lo diceva con Lovito.
--Quello almeno è un bell'uomo; peccato che lo sappia troppo e si renda
uggioso. Quando mi faceva quella corte spietata, aveva l'aria che io
dovessi ammirarlo.
--Sei la donna più onesta della città,--proseguì il duca.
--È ancora il principe o Lovito che lo dice?
--Sono io.
--Avete ragione.
Egli fu scosso da quella risposta e più dal suo tono di semplicità.
Ida ne sembrava così perfettamente convinta da non avere nemmeno
sorpreso la ironia da lui messa nel complimento per una di quelle
contraddizioni frequenti nei libertini, i quali in fondo alla coscienza
non ammettono altra moralità che la borghese ed altra virtù che la
legale.
--Sei singolare!
--Perchè sono onesta? E voi siete uno sciocco credendo che io lo faccia
per voi. Una mantenuta dev'esserlo: è l'unica originalità, che le sia
permessa. Gli scandali scadono di diritto alle signore, che sole vi
arrischiano qualche cosa. Sposatemi e vedrete.
Il duca ammutolì.
--Intanto favorite di andarvene: mi avete seccato.
--Ida!