l'obbligò a rattenersi, vide la signora cacciare il volto dagli
sportelli per esaminarla. Proseguì. Passando dinanzi ad un caffè, un
crocchio di scioperati allungarono il collo, un acquavitaro colla cesta
posata sopra un pilastro all'angolo di una via esclamò: ohe!, un cane
le corse dietro abbaiando. Persino una finestra, che si chiudeva, tornò
ad aprirsi, ed una testa si sporse a guardare. Ma la città era deserta
come il sobborgo. Quei pochi rimasugli del giorno, vagolanti al lume
dei fanali, raggruppati ad una porta, incerti, fantastici, pronti a
scomparire col mattino, le davano ancora più un'aria di città morta.
L'ombra colava pei muri, giù dalle gronde, stracciata ad intervalli
dai raggi di un lampione, addensandosi nelle porte, sotto i loggiati,
e si mesceva col silenzio. Nelle stazioni i fiaccheri guardavano con
due grandi occhi di fiamma, rimanendo invisibili; le strade partivano
dalle strade, vuote, restringendosi in una taciturnità di mal augurio
e piena di attrazioni. Ida vi guardava pensando a volta a volta che
avrebbe potuto cacciarvisi inutilmente ed assurdamente. Poi si sentiva
più strana in quel mondo notturno, che tutti avevano abbandonato,
ella che fuggiva pure da un altro mondo. Un istante ebbe paura del
proprio rumore. Finalmente infilò l'ultima via e guardò il cielo: era
sereno, ma anche le stelle cominciavano a ritirarsi. Febo allungò
spontaneamente il trotto; la strada tortuosa e stretta era chiusa ad un
cento passi dalla massa bruna di un palazzo. In un baleno vi arrivò,
entrò il portone col cuore e la testa in fiamme, non accorgendosi
nemmeno della stravaganza, forse dovuta alla sonnolenza del portiere,
che la metà del ricco cancello a dorature fosse aperta. Il becco di un
fanale antico, in ferro intagliato e a piccoli vetri ottagoni, spandeva
una luce quieta; il portinaio non c'era. Il passo di Febo echeggiò
sotto la volta.
Ella discese precipitosamente e si cacciò per lo scalone, fermandosi
sul vasto pianerottolo pieno di vasi, dinanzi a una gran porta, dalla
quale pendeva un cordone rosso di seta a fiocco, e suonò. Poco dopo le
fu aperto; il cameriere del duca indietreggiò stupefatto.
--Il signor duca?--ella chiese appoggiandosi all'uscio.
L'altro tardò a rispondere, esaminandole la faccia stravolta come da
una fissazione.
--Si è coricato in questo punto.
--Introducetemi.
Il cameriere era titubante.
--Perdoni,--arrischiò,--è forse accaduto...--ma vedendo che la
fanciulla si avviava già senza rispondergli:
--Il signor duca è a letto.
--Introducetemi.
--Nella camera?
Traversarono molte stanze in fretta, perchè Ida correva quasi, poi due
salotti stupendamente ricchi, che ella non vide nemmeno, e il cameriere
si fermò discretamente ad una porta per bussare; ma ella lo respinse
con una mano, e fermandolo con un'occhiata irresistibile, aprì e se
la chiuse dietro. La camera di una magnificenza principesca, lenemente
illuminata, aveva un odore sottile. Rimase addossata alla porta,
invisibile nello spessore del muro, rattenuta ancora da una suprema
incertezza; ma la sensazione di quell'odore fu per lei la sola ben
distinta. Poi si avanzò.
Il duca, già in letto, aveva alzato il capo, parendogli d'intendere
rumore; quindi mise un grido.
--Voi?
La fanciulla si fermò nel mezzo della camera, lo guardò come inebetita
e cadde sopra una poltrona. La poltrona, un mobile di fantasia, era di
raso bianco di un candore virginale.
--Ida!--le chiese affannosamente, sedendosi sul letto senza poter
rinvenire dalla meraviglia:--che cos'è?
--Sono stanca.
--Di dove venite?
Ella chiuse gli occhi.
Il duca ebbe una forte tentazione di scendere dal letto, ma non se ne
fidò. Aveva solamente una camicia di seta, elegantissima. Era fuori
di sè ed osservava stupidamente la fanciulla abbandonata su di una
poltrona in una posa naturale di stanchezza. Ma d'improvviso ella
scattò in piedi e gli si appressò.
--Venite da Valdiffusa?--egli ripetè.
Il duca era seduto sul letto, colla coperta di seta azzurro-cupo sul
ventre e il busto dritto entro la camicia di seta paglina, legata al
collo da un cordoncino, la quale gli disegnava i grugni delle spalle
come una camicia da bagno inzuppata. Era gialla, e pareva ingiallita
dal riverbero della sua faccia quasi irriconoscibile, così lavata da
tutti gli impiastricciamenti del giorno. Aveva gli occhi sbarrati, il
viso più smunto; i pochi capelli grigiastri, disordinati sulle tempia,
senza quel solito riccio diplomatico ed elegante, non gli coprivano
più la irradiazione delle piccole crespe dagli occhi. E le sorrideva
inconsciamente, chinandosele incontro nella sua posa consueta di
galanteria, senza pensare che la camicia di seta gli scopriva i peli
bianchi del petto.
Il cuore della fanciulla si gonfiò; le parve che tutto si squarciasse,
di vedere Enrico e Jela abbracciati.
--Ida!
Ella gli abbassò gli occhi sul petto, ve li trattenne, poi abbassandoli
ancora scorse il Fanfulla mezzo spiegato sul letto.
--Vi annoiavate?--gli domandò accennandoglielo con un amaro sorriso.
--Ida...
Ella si sedette lassamente sulla sponda del letto e mormorò:
--Annoiatemi.
PARTE TERZA
I.
Ida aveva ordinato al cocchiere di retrocedere. Il vespro era sereno
e malinconico. I grandi platani del viale, immobili e pensierosi,
sembravano non avvertire la folla delle carrozze e dei pedoni, i quali
rumoreggiando ritornavano in città a coppie, a crocchi, talvolta soli,
coll'aria leggermente preoccupata, che il mistero invadente del vespero
dà a tutte le fisonomie.
Ella si strinse nella mantiglia bruna a ricami dorati, premendosi
nell'angolo del ricco _landau_. Quel giorno il passeggio era stato
più popoloso del solito; nessuna delle ricche eleganti vi aveva
mancato, quindi erano scese nel prato dei pini a calpestare il fresco
tappeto primaverile, gustando la nuova gioia delle vesti striscianti
sull'erba e degli stivalini, che vi si affondavano con una morbidezza
refrigerante. Il sole aveva più luce che calore, le piante più bottoni
che fiori. I loro verdi infantili, che si erano guardati tutto il
giorno coi più teneri sorrisi, illanguiditisi al cadere del sole,
vanivano ora in un'ombra fredda, che pareva divorare anche le foglie
neonate, abbrunando gli alti scheletri invernali degli alberi.
Le carrozze calavano in lunga fila ininterrotta, al trotto rattenuto
dei cavalli coperti di ricchi bardamenti, ondulando, la maggior parte
scoperte per comodo delle signore, che avevano mutato le pellicce di
Russia nelle mantiglie di Lione. E la folla dei pedoni, mano mano più
frettolosi d'ambo i lati, prolungava gli sguardi al passare di qualche
donna più bella o più celebre nel piccolo mondo aristocratico; le
quali, felici di quelle occhiate anonime, facevano le viste di non
sentirle, trascinandosele dietro con quella calcolata indifferenza
dell'orgoglio, che dà all'anima la sensazione carezzevole del vento
sulla faccia.
Il _landau_ di Ida a due magnifici cavalli russi, col cocchiere in
livrea nera, era forse il più ricco equipaggio della passeggiata, che
attirava con tutti gli sguardi i maggiori commenti. Ella vi stava
sdraiata nell'ombra azzurra della tappezzeria, resa più cupa ancora
dal suo abbigliamento nero, colle mani nel manicotto di volpe turchina
e una piccola piuma sanguigna sul cappellino. Ma, benchè distratta,
coglieva quel trionfo del proprio lusso, quando le grandi signore,
che affettavano di non vederla, se il suo landau le soverchiava, le
ricercavano con uno solo sguardo il più piccolo difetto di eleganza
e si parlavano all'orecchio. Talora il pensiero, fra quella folla
bruna e ricca, le si posava involontariamente sopra una povera figura
di uomo o di donna; la penetrava, poi sfuggiva ratto, ritornando sul
largo stradone delle carrozze, dentro quel _landau_ principesco, in
quell'ombra di rasi e di velluti.
Il vespero saliva lentamente. Il viale, bianco e secco come di asfalto,
proseguiva fra gli alberi e la gente, sotto le unghie dei cavalli,
che vi battevano con misurata e sonora cadenza. Due o tre cavalieri
venivano al passo. D'improvviso un galoppo poderoso percosse il
terreno, molte persone rivolsero il capo e videro spuntare alla svolta
un gran cavallo nero e un ufficiale coll'elmo. Cavallo e cavaliere
venivano colla violenza di una ruina, ma si frenarono; il cavallo
fece due o tre balzi, e seguitò al trotto, mentre altri tre signori a
cavallo, come punti da rivalità, si spiccavano dinanzi al _landau_ di
Ida. Ma i più stavano intenti nel nuovo cavaliere. L'animale era di una
statura e di una bellezza assai rara, morello, balzano da quattro.
--Il capitano Buondelmonti!--mormorava qualcuno.
Il cavaliere, più perfetto del cavallo, malgrado le difficoltà di quel
trotto saltellato salutò graziosamente qualche carrozza, e si appressò
a quella di Ida. Evidentemente, fingendo di rattenerlo, irritava
il cavallo e gli faceva gittare dei salti, che lo portarono quasi
allo sportello. Tutta la gente era incantata. Ida si rivolse appena,
sorprese una intenzione nello sguardo del capitano: un invisibile
sorriso le passò sulle labbra, il capitano lo colse, il cavallo ebbe
uno scatto, che strappò quasi un applauso, e si precipitò. Il capitano
balzava sulla sella con la leggerezza di una donna. Lambì come una
visione fragorosa la lunga fila delle carrozze, poi dovette arrestarsi
alla cancellata, perchè alcuni legni entravano tuttavia a quell'ora
tarda.
Il _mylord_ di Jela, guidato da un grosso cocchiere inglese, si
avanzava al passo; il capitano salutò. Jela ebbe un tremito, rispose
con un cenno leggero di capo e, quando fu passato, gittandogli dietro
un'occhiata, chiese al conte Enrico:
--Credi che morirà?
--Forse. Buondelmonti gli ha spaccato la testa. Fortunatamente Villani
aveva torto.
--È orribile!
Il conte non disse altro, ma Jela si guardò dietro un'altra volta,
involontariamente. Ad un tratto proseguì:
--Ha la mamma?
--Le abbiamo telegrafato subito dopo il duello, arriverà questa sera.
Forse sarebbe stata pietà il non chiamarla. Se Villani avesse potuto
parlare, era della mia opinione, ma gli altri padrini hanno insistito.
Egli si è battuto benissimo, ma Buondelmonti è troppo forte... Già
aveva ragione,--ripetè, insistendo su questa parola con una certa
ironia.
--Non valeva proprio la pena che due uomini distinti si ammazzassero
per una donna, la quale ha avuto tanti amanti.
--Lo sai anche tu?
--Lo sanno tutti: però è abbastanza punita. Bice mi ha detto che
Buondelmonti ha giurato di non mettere più il piede in casa di quella
donna, e che non è punto innamorato.
--È possibile, ma Buondelmonti perderebbe troppo perdendo la contessa
Ceri. Donne come la contessa non se ne trovano soventi.
--Fortuna!
--Per Buondelmonti?--e il conte aveva il sorriso maligno di chi conosce
un secreto.
Ma s'incontrarono nel _landau_ di Ida; le due carrozze andavano di un
trotto lentissimo. Il conte vide quel volto pallido, che lo guardava
sorridendo, e provò una specie di vergogna nell'essere sorpreso dalla
moglie in tale apparente intimità; ma non potè evitarla. Ida diede
al proprio sguardo un'espressione anche più sfacciata, fece col capo
un cenno invisibile, intraducibile, ed allungandosi languidamente li
oltrepassò.
Nessuno dei pedoni aveva capito, ma Jela si era sentita uno strappo
al cuore. Non incontrava mai quella donna senza uno sconvolgimento di
terrori e di attrazioni. Tutta la sua vita era ancora troppo piena
di lei, giacchè quella scena, rompendo la loro amicizia, non aveva
potuto nella sua fulminante imprevedibilità strapparne i più profondi
rapporti. Poi Jela, avendo sposato il conte Enrico, si era trovata
improvvisamente senza affetto e senza appoggio. Suo padre non lo era
che di nome, forse di fatto, ma non di anima; suo marito l'aveva presa
per la dote, ed ella si era innamorata meno per un'affinità di natura,
che per la misteriosa ed ancora ingenua attrattiva del sesso. Tutte
le poesie primaverili, addensandosi intorno alla figura femminea del
conte, glielo avevano fatto desiderare coll'ingordigia della bambina
e la depravazione birichina della educanda; ma quei primi entusiasmi
d'amore erano stati appena i vagiti della donna, che si formava ed
avrebbe amato un giorno, o i rantoli della donna che moriva nascendo,
soffocata dalle animalità eleganti della femmina, dalle vanità corrotte
della signora.
Il lucignolo, che si accende, ha lo stesso raggio e la stessa luce del
lucignolo che muore.
Ma di ciò Jela non aveva potuto rendersi un certo conto che dopo, e
nemmeno molto particolareggiato ed esatto. Però, se prima non aveva
sentito neanche l'aridezza del padre, dopo aveva dovuto accorgersi
di essere solitaria come un magnifico fiore in un magnifico vaso del
proprio appartamento.
Persino la tenerezza brontolona della Nencia le mancava, giacchè la
vecchia aveva capito, malgrado l'egoismo senile della propria passione
per Jela, di essere impossibile nella nuova casa degli sposi. Il
conte, che non la vedeva di buon occhio, l'avrebbe forse considerata
come una spia del suocero; poi la Nencia, sapendo di non avere nessuna
abilità per la toeletta, preferiva ancora di essere lontana dalla
padroncina alla umiliazione di vedersi preposta un'altra cameriera,
esperta delle eleganze e delle debolezze delle signore. Solamente aveva
offerta a sè medesima una speranza, che Jela avesse un bel bambino, e
allora la vecchia ridiventava possibile, rientrava nella nuova casa, e
occupandosi esclusivamente di lui, vedeva e dominava tutto. Talora ne
parlava col conte Alberto, che la guardava sorridendo.
--Tu speri dunque?
--Ma lo credo bene io, per la casa che finisce.
--È già finita.
Ma la vecchia non ne conveniva; quel bambino sarebbe sempre stato
il bambino di Jela, qualunque fosse il suo cognome, giacchè per lui
avrebbe potuto ritornarle vicino. Quindi ella potrebbe finalmente
benedire la propria vita, di assidua migrazione attraverso la vita
degli altri senza fermarsi mai sopra un terreno proprio, il giorno
che, sedendosi povera vecchia con un angelo in grembo e guardando la
sua bella mamma, potesse addormentarsi nonna zitellona nella rosea
luce di quelle due vite. Il conte invece non sperava più nulla, e
Jela non lo aveva veduto da due mesi; era andato in Inghilterra per
comprare dei tori, poi non ne era più ritornato e non aveva nemmeno
scritto; d'altronde non scriveva mai. Dal giorno che aveva lasciato
il castello di Valdiffusa per il viaggio di nozze, Jela aveva ricevuto
solamente una lettera paterna, breve come una ricetta. Ella se n'era
un po' afflitta, minacciando di piangere, ma il conte Enrico aveva
saputo commentarla così spiritosamente, che la sposina aveva dovuto
conchiudere con una pazza risata. Allora erano sul Reno. Jela se ne
ricordava ancora. Fu visitando uno de' suoi poetici castelli che le
venne il primo dubbio di sè medesima e d'Enrico; giacchè in quel
momento Ida le era apparsa pallida come una larva di quei drammatici
corridoi, chiusa in una veste nera di un funerale, passando loro
frammezzo cogli occhi assopiti e la bocca dilatata ad un riso marmoreo.
Ne rimasero freddi. Che cosa era stato? Da che dipendeva? Essi medesimi
non avrebbero saputo dirlo. Il loro amore si abbassava, il viaggio
diventava increscioso; giunsero perfino a celiarne. Egli fu il primo,
ella lo seguì vivacemente, ma in fondo al cuore soffrendo della propria
inferiorità di donna, che l'attaccava fatalmente a quell'uomo come
a tutto il mondo finora da lei conosciuto. Ma la natura le riparò
tuttavia abbastanza presto quei primi guasti della vita. Se le siepi
avevano troppi spini, bastava ancora gittarvi qualche fiore di giorno,
o sospendervi qualche lampioncino di notte. Infine il viaggio li stancò.
Erano a Spah. Il conte Enrico aveva giocato, Jela era stata corteggiata
due sere da un ungherese, splendido come un eroe nel suo costume di
magiaro. Jela aveva subito pensato ad un ballo mascherato, il conte
avea perduto una bella somma, Jela l'occasione di una bella galanteria.
Ritornarono, andarono in una villa, che il conte aveva fatto restaurare
durante il viaggio, e la loro luna di miele tramontò sulle sue
vaghe colline. Fu un triste tramonto. Non che l'aria fosse fredda o
la trepidazione della tempesta facesse già rabbrividire il giovane
paesaggio, ma fu ancora più triste. Il sereno era scialbo, la luna dal
colore dell'argento era scesa a quello dello zinco, l'aria aveva una
immobilità di morta gora, il paesaggio un'attonitaggine di ebetismo.
La noia aveva ucciso quell'amore. Il conte era tornato alle distrazioni
di prima, Jela si fermava talvolta a meditare sul piccolo sepolcro
della propria felicità senza osare di aprirlo. Era meravigliata del
proprio stato. Quindi i motti scettici di Ida le ripassavano per la
memoria come improvvise rivelazioni. Spesso le pareva di rivederla
trasfigurata dalla passione, come in quella notte fatale piegando
Enrico quasi in due nella stretta spasmodica dell'abbraccio, con una
pallidezza di spettro e tutto il corpo vibrante sotto quella veste di
raso nero, per la quale correvano brividi di luce elettrica. Quindi
tornava ad avere paura come la prima notte di matrimonio, quando
credeva di sentirsela sempre intorno al letto e si tirava le coperte
sulla testa sfuggendo ai baci di Enrico.
Poscia le novità del matrimonio, l'attività spensierata del primo
viaggio, l'instancabile succedersi di mondi e il tumulto di
impressioni, le quali non facevano se non che svanire nella sua
anima, l'avevano distratta dai ricordi di quella notte. Ora i ricordi
ritornavano più minuti e più precisi. La fanciulla, dopo quel primo
abbarbaglio sulla soglia del mondo, cominciava coi begli occhi violetti
a coglierne le forme ed i toni. Fu una ricostruzione: rimeditò Ida, la
rifece, la comprese per quanto stava in lei, sentì come avesse dovuto
fare sopra Enrico una incancellabile impressione, esagerò a sè stessa
il valore della sorella. Nell'amarezza dell'umiliazione si negò persino
l'incantesimo della propria natura eccezionale, vedendosi in faccia ad
una donna senza dubbio meno bella (Jela su questo non aveva davvero
molti dubbi) ma incalcolabilmente, misteriosamente più forte cogli
uomini e colla vita. Il suo terrore centuplicò colla sua ammirazione;
ebbe sogni che erano un intero romanzo, ridicolaggini paurose, che la
divertivano.
Ma anche questo passò, perchè Jela non poteva nè troppo sentire, nè
troppo riflettere. D'altronde l'ingresso nei saloni l'occupò. Fu
accolta con festa, adulata, corteggiata, leggermente, senza insistenza,
senza affetto. La trattavano ancora da bambina, e nullameno le
piacque, giacchè aveva bisogno di piccoli trionfi, come le pianticelle
hanno duopo di rugiada. La marchesa di Renzuno l'accompagnò qualche
volta, l'accompagnò il marito, l'accompagnò lo zio. Ma adesso ella lo
guardava con stupefazione. Che cosa aveva mai questo uomo da possedere
pubblicamente Ida senza averla sposata? Ogni qualvolta lo incontrasse,
la fantasia la riconduceva sempre in casa di Ida, e vedendoli come
ella vedeva il conte Enrico a certi momenti, la naturalezza della cosa
l'abbacinava.
Tuttavia il mondo di quella galanteria senile e di quel vizio
vendereccio le restava chiuso. Una volta, cadendone il discorso, osò
chiedergli.
--Siete innamorato?
--Forse.
--Una donna come quella...
--Ti piace pure la musica di Offenbach.
--Piace anche ad Enrico.
--Lo so,--e il vecchio duca aperse le labbra ad uno di quei sorrisi
maligni, che indispettivano la fanciulla.
--Come siete cattivo!--esclamò alzandosi; ma la sera, quando seppe che
Enrico andava qualche volta in casa di Ida, si fece pensierosa. Glielo
aveva detto la contessa Bice Guelfi, una antica compagna di convento,
maggiore di cinque o sei anni, che viveva assai elegantemente. Jela lo
dimandò ad Enrico, egli negò, ella non ardì insistere. Però la domenica
seguente, alla passeggiata, il calesse di Ida più ricco del loro,
tappezzato di un raso paglino, tratto da due cavalli mezzo sangue,
venne sfacciatamente a postarsi loro d'allato nel gran piazzale. Jela
era sola con Enrico; fortunatamente, per la folla delle carrozze, non
avevano giovanotti agli sportelli.
Jela ebbe una vampa di rossore, il conte Enrico aveva impallidito.
Tutte le signore delle carrozze vicine, che conoscevano la storia
di Ida, stavano così intente nei due sposi, che a Jela sembrava
d'intendere i loro propositi. Quello fu un quarto d'ora d'angoscia,
male dissimulata da tutti gli sforzi di Enrico per fingere una
conversazione, mentre Ida, adagiata in una delle sue pose più sapienti,
vestita di velluto nero, pareva non accorgersi nemmeno della loro
presenza.
Jela ferita nell'orgoglio aristocratico, la sola sua forza, aveva osato
lagnarsene collo zio, la sera stessa a pranzo, ma egli si era buttato
nei principii democratici per provare il diritto di Ida, canzonando la
nipote di quel puritanismo.
--Infine l'equipaggio di Ida era il più bello. Ma allora, mia cara, la
duchessa Del Giglio, che tu saluti con tanto rispetto, non potrebbe
entrare nel piazzale, perchè la sua magra carrozza sai benissimo che
gliela mantiene quel vecchio ebreo.
--Ma Ida voleva offenderci.
--Glielo domanderò; in ogni caso tu non fai altro da mezz'ora: la
partita è pari.
Jela non rinveniva dalla meraviglia, era tentata di piangere. Da quel
giorno s'accorse che scoppiava la lotta, mentre la sua vita cominciava
senza un amico o una amica. Fortunatamente la sua timidezza la salvò da
confidenze stordite colle signore, che la ricevevano.
Quella sera il duca pranzava da lei, però essendovi altri invitati, non
fu puntuale.
--Mi perdoni, Jela?--esclamò entrando nel salottino dei ritratti.
--No.
--Fai male. Vengo in questo punto da Ida, che voleva trattenermi a
pranzo, ci ritorno.--Ma intanto si cavava i guanti, accomodandosi un
riccio della pettinatura nello specchio del camino.
--Allora vengo anche io,--interloquì gaiamente il conte Enrico:--Non
vedi come Jela è seria? Pranzeremo molto male qui.
--Per te staresti peggio laggiù: sei innamorato e non riesci.
--Adagio, zio.
--Gli è che non vali nulla: non è vero, Jela?
--E Ida vale proprio quello che vi costa?
--Più.
Sulla faccia di Jela passò una nube, il duca la vide come il conte, e
ne sorrise. Ma a tavola Ida fu ancora il soggetto della conversazione,
accarezzato con una esagerazione crudele, come se entrambi si fossero
prima accordati per torturare fino a sangue la povera contessina.
Il duca soprattutti era insolente. Nel bisogno di rifarsi sugli
altri della vecchiaia attribuitagli prima di possedere quella donna
singolare, la sua mordacità non aveva più nè tono, nè misura. Ida
gli aveva raccontata, svisandola, la storia di quella notte, quando
più curiosa che innamorata aveva voluto spiare come i due sposini si
abbraccerebbero e il conte l'aveva sorpresa senza poterla sedurre;
quindi egli, battuto recentemente dal conte con una ballerina celebre,
per rifarsene lo aveva creduto. Anzi lo conduceva egli stesso da lei,
per vederli lottare insieme e andarne sempre Enrico colla peggio. Ida
era ogni giorno più implacabile contro lui e contro Jela.
Una volta il duca gliene chiese il perchè.
--Ditemi dunque perchè voi stesso serbate rancore a quell'adorabile
contessina?
--Io... siete pazza?
Ma Ida lo aveva fissato con tale acutezza, che egli si era confuso,
accorgendosi forse per la prima volta della verità di quella cattiva
risposta.
II.
Quando il duca entrò nel gabinetto la pendola del camino suonava le
undici. Ida era sdraiata sopra una lunga poltrona di raso a scacchi
bianchi e neri, colle gambe incrociate e una piccola pantofola, che le
si agitava impazientemente fuori della veste. La lumiera della volta,
velata di fiori, lasciava nell'ombra l'angolo, dove ella posava innanzi
al vecchio maestro, arruffando nervosamente le piume di un parafuoco
fatto di un uccello dell'equatore, dalle penne brillantemente colorate
e la coda aperta, con un ramoscello di albero fra i piedi.
Il maestro volle alzarsi rispettosamente, ma Ida lo rattenne con
un'occhiata, quindi accennando al duca, che si avanzava colla mano
tesa e il sorriso sulle labbra, di sedersi, seguitò la discussione.
Parlavano di Murger. Savelli ne aveva vantato la profonda tenerezza,
il sentimento fine fra quelle girandole di motti spiritosi, sotto
quell'apparente volgarità di soggetti; ma Ida si ribellava. Per
lei Murger non aveva che dello spirito e non sempre buono, il suo
sentimento sapeva di lattime, le sue finezze servivano troppo spesso
per una scroccheria.