Egli non comprese quella semplice parola, e la guardò attonitamente.

--Vi aspetto da due ore,--ripetè con voce vellutata ma fremente, la

mano sempre tesa verso la sua.

--Che cosa volete?

--Voi.

--Qui... siete pazza?

--Vi aspetto,--insistè, cacciandogli dentro gli occhi tutta la fiamma

de' propri in un razzo, che lo fe' quasi retrocedere.

Il conte ebbe un brivido d'impazienza.

--Non sono due ore, sono tre mesi che aspetto.

Egli si guardò attorno cautamente, quindi abbassò ancora più la voce:

--Siete pazza?

--Vi amo.

--Ma è impossibile! Se vi sentissero...

--Non sentono: vi ho già detto che vi amo, e non avete sentito.

--Sì, piano!

Ida gli prese la mano, gliela strinse fortemente, ed appressandogli il

volto al volto in quella corrucciata lassitudine del desiderio, glielo

lambì collo sguardo.

--Mi credi?--ella balbettò agitando la testa.

--Piano,--si affrettò, vedendola rannuvolarsi e temendo uno scoppio.

--Ti amo come posso amare solamente io. Questa veste l'ho fatta per te:

guardami come sono vestita,--ripetè mirandosi il seno, che le trepidava

nudo nel vano di due o tre uncinetti. Ma ad un tratto s'illanguidì e,

posandogli l'altra mano sulla mano, che già gli serrava, cogli occhi

socchiusi, abbandonata entro quella veste troppo ampia, che aveva dei

panneggiamenti da statua, balbettò dopo una pausa:

--Come sei bello!

Egli era stordito. Quella aggressione in un momento già difficile,

sulla soglia della camera nuziale, preparata da ore con un rischio

da pazza, fredda e voluttuosa, lo sbaragliava. Ida non aveva più

paura dello scandalo. A questo punto lo amava troppo. La sua passione

lungamente soffocata le aveva fatto saltare la ragione, bruciandole il

cuore. Era pazza per lui, era bella.

--Vieni,--ella gli disse a bassa voce ma imperiosa, attirandolo sopra

una poltrona.

--Ma, Ida...

--Hai paura? Che importa? Io non ne ho, ti amo. Credi che avrei potuto

lasciarti entrare questa notte in quella camera, e avrei dormito? Non

lo sai dunque cosa sia una passione! Non sono stata abbastanza forte

per impedirti questo matrimonio, perchè non sono ricca, e non si

sposano che le ereditiere,--proseguì con straziante sarcasmo,--ma posso

ancora disputarti. Intanto non entrerai in quella camera, adesso.

Egli ebbe come un sorriso d'orgoglio negli occhi.

--Ti voglio,--ella seguitò colla moina irresistibile della ostinazione,

che sa di trionfare,--ti voglio prima di lei. Ella è ricca ed avrà

il marito, ma io voglio l'amante, qui, sulla soglia della sua camera

nuziale. Non è degna di te: sei troppo bello! Sono due ore che ti

aspetto col mio abito da nozze, nero come la mia vita. Quando lo

cucivo, ogni punto era una carezza per te; mi devi un bacio per punto.

E la sua voce sempre velata si affievolì; tremava di febbre e di

freddo. Poi cadde ad un tratto sotto un dolore così scoraggiato,

che egli se la sentì quasi rovesciare addosso. La sua fronte,

ancora corrugata dallo sforzo di quella scena, aveva una bianchezza

strana, colle pupille sbarrate che le divoravano quasi la faccia, e

i denti più bianchi della neve, che le brillavano dietro le labbra

come di un grande desiderio goloso. In quella stretta voluttuosa

sembrava soverchiarlo con tutto il capo, con una passione di leonessa

intenerita. Tutte le forze le si erano allentate, mentre l'ubbriachezza

dell'odio risolvendosi le lasciava nei nervi un gran bisogno di calma.

Teneva sempre il conte per mano assorbendogli nel calore del contatto

la sua rosea vita di aristocratico e perdendola soavemente nel

proprio spirito, dove le tempeste viaggiavano per sconfinate opacità.

Allora le parve di avere la stessa visione di Faust, e paragonandosi

involontariamente con quel mitico spirito, pronunciò nel pensiero le

parole desolanti della sua sfida con Mefistofele:

Se avvien che io dica all'attimo fuggente:

Arrestati, sei bello...,

accorgendosi che il suo attimo bello era passato e la morte le aveva

buttato nel sorriso di quella visione il proprio compenso. Quindi

sorpresa da un nuovo avvilimento, chiuse gli occhi e gli abbandonò

la mano. Il conte, lusingato ma del pari atterrito dallo scandalo di

quella scena, credette giunto il momento della ragione.

Sommessamente colla sua voce più dolce:

--Ritiratevi,--mormorò.

--Del voi?--proruppe la fanciulla, richiamata da quella sola parola al

tumulto della realtà.

--Quando ci avrete pensato, capirete che ho ragione. È tardi.

--Avete dunque fretta?

Il suo silenzio l'inasprì.

--Ebbene, andate,--disse con un impeto sdegnoso di disprezzo,--che

trasse un gran peso dal cuore della Nencia.

Sulle prime ella aveva quasi temuto che il conte cedesse alla capziosa

ferocia di quell'assalto, e non ne perdeva nè una sillaba, nè un

gesto; ma la scena era talmente bizzarra, che il suo odio stesso

per la fanciulla ammutoliva. Quindi non intese Jela socchiudere

maliziosamente l'uscio arretrandosi stupita nell'osservarla ginocchioni

in quell'atteggiamento di una sorpresa. Era in camicia, scalza,

camminando sulle punte dei piedi, un labbro fra i denti per rattenere

la risata, che le sprizzava dagli occhi; ma le stava oramai sopra, che

l'ultima parola di Ida la colpì. Rimase sospesa, agghiacciata, poi un

respiro della Nencia l'attrasse, e piegandosele precipitosamente sulla

spalla, la urtò per prendere il suo posto al buco.

La Nencia giunse appena a frenare un urlo.

--No,--brontolò, contendendole la serratura ed impallidendo ella stessa

al pallore della fanciulla.

--L'ami dunque molto?--s'intese la voce stridente di Ida, che gli aveva

riafferrato la mano.

--Piano.

--È vergine, l'ami per questo? Lo sono anch'io, non perdi nulla nel

cambio, ma bada che in quella camera non c'entri. Se mi sfuggissi,

sarei capace di inseguirti. Sarò la tua sposa di questa notte, una

notte sola per tutta la mia vita! su questa poltrona, che non dirà

nulla domani, giacchè tu hai paura. Tu sei un uomo, tu! Spegneremo il

lume, non parleremo. Oh! non temere, non urlerò. Sono forte io, mi

lascerò uccidere senza un lamento... Mi ami?--seguitò,--che cosa ti

costa il confessarmelo? Jela non saprà morire: domani notte farai il

confronto, e mi amerai di più. Vi sono ancora dei gladiatori: vedrai

come muoiono le vergini!--Ed appoggiandogli una mano sulla spalla, così

che i capelli delle loro fronti si toccavano e la fiamma del suo alito

gli bruciava le gote, esclamò come se le sfuggissero le parole:

--Non puoi amare tu! sei troppo bello: la passione ti guasterebbe. Tu

devi salire sull'amore come su di un piedistallo, e lasciarti ammirare.

Ad Atene ti avrebbero votata una statua, io te ne offro un'altra.

Ma questa volta, accompagnando l'atto alla parola, gli si sospese

al collo con un bacio. Egli già scosso dall'impeto di quelle frasi

tentennò, fece un passo addietro con tutto il suo peso nel petto, così

soffocato da quell'abbraccio, che per reggersi dovette respingerle il

seno col seno, cingendole col braccio libero la vita.

Ida cedette senza lentare la presa, le loro teste si dibatterono un

istante, quando un grido li percosse, e Jela, spalancando l'uscio del

gabinetto nell'urlo supremo di una follia, corse ad Enrico, e senza che

nessuno dei tre se ne accorgesse gli si attaccò al collo, mentre Ida

saltava indietro spaventata.

La Nencia si affacciò sulla porta.

Ida era verde. Vide la vecchia, e in un baleno credette di aver

tutto compreso. La sua anima diè un balzo, ma un singhiozzo di Jela

l'arrestò. La fanciulla abbandonata sulla spalla di Enrico, il volto

sul suo collo, piangeva stupidamente. La camicia troppo fina la

lasciava quasi in una nudità da bagno, coi piedi scalzi sul tappeto,

una spalla nuda sino alla sommità del seno, e le mani congiunte

disperatamente dietro la testa di lui nell'atteggiamento di un terrore

fanciullesco ed immenso. La candela del conte, bruciandole quasi una

ciocca di capelli dietro il collo, dava alla leggerezza della sua

camicia la diafanità di un velo, che le trasparenze rosee della pelle

macchiavano lungo il dosso e sui lombi.

La Nencia mosse un passo verso il conte. Egli se ne accorse, quindi

sdegnato della confusione di quella sorpresa, nella quale entravano

perfino i domestici, si rivolse obliquamente a Ida. Questa sentì

la freddezza egoistica del suo dispetto e gli gettò l'ironia di un

sogghigno, che cadde su Jela come uno schiaffo.

--Uscite,--egli rispose con un'occhiata, mentre la Nencia si avanzava

d'un altro passo. Ida capì, ma erse il capo ed incrociò le braccia.

Tutto era perduto. Non le restava più che una ignobile fuga, per il

più triste dei motivi, da quella casa dove era stata accolta come una

sorella, e donde aveva sperato innalzarsi ancora ad altri palazzi. Però

quella stessa disperazione di tutto, invece di scombuiarla, la calmò.

Quindi attese il risveglio di Jela nella tensione dello schermitore

ferito, che vuole con un ultimo colpo ammazzare l'avversario. Era

tremante e superba. Jela alzò lentamente il volto, e senza abbandonare

il collo dello sposo, si rivolse come trasognata. I loro sguardi si

sbatterono. Jela palpitò e dovette staccare i propri, ma l'orgoglio,

che l'aristocrazia della razza e dell'educazione le aveva deposto

nell'anima, vibrò in quel minuto. Li risollevò prontamente e

dimenticandosi di essere scalza, seminuda, le additò con un'incredibile

nobiltà di gesto la porta del suo stesso appartamento.

Ida accennò di sì col capo, ma invece di dirigersi all'uscio le venne

innanzi foscamente.

--Avete vinto!--disse staccando sonoramente le sillabe.

Quindi la strinse in un'occhiata fiammeggiante, la scaraventò lontano,

e voltandole le spalle passò davanti alla Nencia. La vecchia le sbarrò

la soglia.

--Indietro, villana!--ruggì soffocatamente, alzando la mano a

percuoterla sulla guancia.

Traversò il gabinetto, l'altra camera, lasciandosi dietro la veste una

lunga traccia di sibili, che guizzavano per la lattea dolcezza del

tappeto come tante serpi di sotto ad una mina rotolata da un uragano.

Sfiorò il letto, osservò le coperte respinte dal canto di Jela, la luce

venata dell'alabastro come una soavità notturna fra quelle soavità

quasi mattinali. Sentì la morbidezza del tappeto salirle per le gambe

come una morbidezza di carni smorte, mentre la trasparenza della

volta le pareva un velo gettato sul rossore inconscio delle pareti,

che si preparavano ad altri rossori; sentì la forza della quercia,

che aspettava gli sposi fra tutte quelle rosee delicatezze, perchè

potessero tumultuarvi liberamente e ripetere i tumulti per tutti gli

anni che essa durerebbe, per tutta la diversità dei rabeschi che la

venavano; sentì la vivezza di quel silenzio profumato, e poi da lungi

lo strido morente di una voce giovanile, eco lontana di una pellegrina,

che si avvicinava all'oasi e cadeva tramortita alla vista di una tigre,

mentre la belva l'aveva già traversata senza traccia, lenta sì ma

fuggiasca verso il deserto ignorato dalla carovana e dai ruscelli.

Aveva i capelli rabbuffati come una criniera, la bocca aperta. Si

cacciò nel buio delle altre stanze, oltrepassandolo come aveva

oltrepassato quella nuvola rosea illuminata dentro da un raggio

prigioniero in un'urna. Non urtava nei mobili o non se ne accorgeva;

spalancava le porte, sbattendovi il raso della veste, frantumandovene i

sibili.

Poi rientrò nella sua camera ed accese il lume.

Si spogliò precipitosamente, si rimise le calze, la camicia, il busto,

in un batter d'occhio come chi sfugge ad un disastro. Aveva sempre

più fretta; tornò all'armadio per prendere il frustino e il cappello

a cilindro. Non furono cinque minuti, era già vestita. Si adattò il

cappello allo specchio, guardandosi colle labbra tremanti, ed uscì a

furia.

Scese lo scalone, traversò il cortile d'onore, l'altro fino all'usciolo

delle scuderie; era socchiuso, lo spalancò. Una lanterna sospesa ad

una colonna bruciava, rischiarando le schiene lucenti di otto cavalli.

L'odore di stalla la fermò sulla porta. Tutti i cavalli erano desti,

alcuni si volsero al rumore e s'incantarono nella notturna visitatrice.

Ella ebbe un sussulto. Una calma grassa sorgeva dal terreno imbevuto

di concime, addensandosi nell'aria colla nebbia di tutti quegli aliti

poderosi, che velavano quasi il chiarore della lanterna. I raggi

separati dalla porosità del vetro vi aprivano come dei solchi, i quali

si rompevano sulla noce levigata delle colonne e sulle culatte dei

cavalli, rimbalzando da un ciottolo, scheggiandosi sopra una piastra di

metallo, quasi senza vibrazioni sopra tutte quelle untuosità di sudore,

che lo studio della pulizia non aveva se non aumentato. Bagliori di

specchi parevano ondulare alle pareti, mentre la volta si oscurava in

una tenebra di antro, e dinanzi ai cavalli il davanzale marmoreo della

mangiatoia s'allungava in una striscia di un bianco stridente sotto

le rastrelliere separate, ricurve, come tante piccole inferriate di

prigione.

Ida si rattenne un istante, ma non potendo in quella frenesia aver modo

di riflettere, si raccolse l'abito nella mano ed avanzò. Lo stalliere

dormiva in un angolo sopra una branda, la faccia contro il cuscino,

vestito, i piedi senza scarpe. Gli percosse le spalle col frustino.

--Ohe!--esclamò di soprassalto, alzando due occhi grossi, che non

vedevano.

--Sellami Febo.

Alla sua voce il cavallo nitrì, Ida si rivolse. Era il quinto a destra.

Ma lo stalliere seguitava a strofinarsi gli occhi per accertarsi di non

sognare, ginocchioni sul letto, cercando macchinalmente coi piedi gli

zoccoli.

--Sellami Febo,--ella insistè seccamente.

--Adesso?!

--Sì.

Egli si mosse.

--Febo?

Ida non rispose nemmeno, mentre l'altro, che aveva finalmente infilato

gli zoccoli, ricomponendosi man mano, apriva una porta interna a fianco

della branda, che dava nella selleria; ma si fermò ancora.

--Vuole montare?--tornò a ripetere con una confidenza mezza

giustificata dalla stranezza dell'ordine.

--Non lo vuoi?

--Io...--e un sorriso gli compì sulle labbra quella confessione della

propria nullità.

La fanciulla aveva un'aria così imperiosa che l'altro non aggiunse

verbo; quindi entrò nella posta di Febo, mentre Ida abbassava gli occhi

sopra un sasso, piegandovi nervosamente il frustino. Quell'odore di

stalla la calmava. I cavalli non scalpitavano nemmeno, voltandosi ad

osservarla con atti pigri, la lucerna aveva uno splendore oleoso, una

misteriosità stupida per quella sonnolenza di bruti, in quel silenzio

grave di un raccoglimento animale. Ma Febo fu presto sellato. Tratto

tratto Matteo sbirciava la fanciulla evidentemente in preda ad una

grande passione, e più bella in quell'amazone, che le guantava il

busto. Dove andrebbe a quest'ora così sola? Che cosa era successo? Gli

venne quasi in mente di destare Giovanni, per non essere strapazzato

l'indomani, se lasciava di notte il cavallo alla signorina, ma non ebbe

il coraggio di trovare una scusa, colla quale uscire cinque minuti di

stalla.

--Le domando dove va,--conchiuse, forzando per il barbazzale il cavallo

ad indietreggiare dalla posta. Ida si appressò.

--Fallo uscire: monto nel cortile,--e si mise dietro a Febo, che

batteva sonoramente i ferri sul selciato, quasi spingendolo col proprio

passo, mentre gli altri cavalli allungavano curiosamente la testa. Due

nitrirono. Matteo si era fermato innanzi all'uscio.

--Prendimi,--gli disse, impugnando le redini ed offerendoglisi, perchè

la salisse in sella.

--Va proprio via?

--Sì.

Egli l'afferrò timidamente alla cintura, piegò il ginocchio, perchè vi

si poggiasse; ma Ida aveva già spiccato lo slancio e si adattava la

coscia nel corno, cercando coll'altro piede la staffa. La notte era

serena, Febo fremeva.

--Il cancello è chiuso: debbo aspettarla?--le si rivolse aprendo un

battente.

--No.

--Non ritorna?

--No.

Matteo si stupì, ma Febo aveva già infilato il collo nell'apertura,

cacciandosi innanzi così furiosamente, che egli dovette spalancare

tutto l'altro battente per non lasciarvisi schiacciare.

--Ohep!--gridò Ida appena all'aria aperta, lanciandolo al galoppo lungo

il muro, per svoltare all'angolo e correre manifestamente al cancello

in fondo dello stradone.

--È chiuso! è chiuso!--egli urlò, trascinato da quella furia, che

finalmente scoppiava, e balzandole dietro a corsa; ma Febo correva come

un cavallo fantastico. Quando egli giunse all'angolo lo vide che aveva

già traversato il giardino e si precipitava contro le stagge nere di

ferro, a capo del viale fiancheggiato di limoni, sui quali passava come

un'ombra la bruna figura della fanciulla curva sulla sua criniera.

Il cavallo era già troppo lontano; ma egli si spinse ancora correndo

con tutta la forza di un ripicco e della paura per l'imminente pericolo

della fanciulla, urlando, movendo più le braccia che le gambe; e

la vide già in fondo, dieci passi prima di rompersi la fronte nel

cancello, storcersi, deviare verso il pilastro destro, urtare nella

siepe, sorvolarla di un salto e prorompere un'altra volta sulla strada

maestra in un galoppo sonoro. Ida fuggiva, incitando Febo col morso e

collo sprone.

La strada bianca e silenziosa nella notte si perdeva lontanamente,

sempre sulla riva sinistra del fiume, lambendo le case dei contadini

e dei carrettieri. Era secca e senza polvere. I monti, alti e ripidi

sulle sponde del fiume, le davano l'apparenza di un altro canale morto,

cui il bruno notturno degli opposti boschetti cedui accresceva l'opaca

chiarezza e quella malinconia di abbandono. Ella fuggiva sfrenatamente

sul cavallo disteso ad una carriera, che le toglieva quasi il respiro,

colle redini rilassate, la testa bassa come chi ruini contro un

ostacolo. Per limitarsi la strada non vedendola, guardava innanzi

alle orecchie di Febo dieci passi, l'occhio fiso su quell'immobile

candore, mentre la lena precipitante dell'animale la trascinava. Colle

sottane sbattute dal vento come una piccola vela sulla groppa del

cavallo, mentre le premevano il grembo con una sensazione di violenza

voluttuosa, e i capelli, ricacciati a ciocche dalle tempia, che le

pizzicavano le orecchie di carezze, ella non pensava, non sentiva più

che lo sbaraglio trionfale di quel moto. Corse sempre a quella carriera

svoltando a tutte le curve, precipitando per le discese, ansando alle

salite, poi irruendo ad ogni distesa della strada come se vi caricasse

guerrescamente tutte le difficoltà della sua vita, aprendovi un solco

di rantoli e di urli, in mezzo ai quali passava col viso smorto come

il chiarore di quella strada, l'occhio vitreo e le labbra tremanti.

Respirava a stento, aveva il seno gonfio.

Il generoso cavallo era tutto bianco di schiuma, col ventre

insanguinato. Benchè corresse da quattro miglia, non allentava

l'impeto della corsa, invasato dallo spirito della fanciulla, battendo

faticosamente i fianchi con un orgoglio demente, che non gli lasciava

provare la stanchezza nella sonorità del proprio galoppo. Le orecchie

basse, il collo teso, si respingeva la strada sotto le zampe come

una larga tela, facendo uno sforzo supremo ad ogni nervosità della

fanciulla, inchiodata robustamente sulla sella, ma percossa tratto

tratto da un sussulto. Fortunatamente incontrarono poche birocce. I

carrettieri, desti da quel rumore rovinoso, avevano appena il tempo

di scansarsi e di guardare, interrompendo a mezzo la bestemmia dalla

maraviglia; e vedevano una leggiera veste bruna fluttuare sulla groppa

di un cavallo spaventato, e allontanarsi sonoramente attraverso la

mitezza della notte e il sonno della campagna.

Ma il cavallo era già invisibile, e la veste svolazzava davanti

alla loro fantasia eccitata, all'ultimo lembo della strada con una

leggerezza sinistra. Ida non si era neppure accorta di loro. Due volte

fu ventura se Febo non si spaccò il petto nei rotelloni delle ruote;

un'altra volta strisciò contro un carro di fieno, e le raschiature alla

faccia destarono la fanciulla. I contadini, che non avevano avuto il

tempo di evitarla, le gettarono dietro un urlo stupefatto. Febo ansava

come un mantice, e, malgrado la frenesia di quell'impeto, cominciava a

rimettere della prima irruenza.

Adesso la strada spesseggiava di case.

Qualche villa vi avanzava i cancelli fino sul margine, qualche siepe

tosata e qualche balaustra di ferro coi fanali spenti sorgeva sul

fosso, qua e là irto di spini scapigliati. Più avanti un camino

gigantesco forava il cielo sopra un gruppo di tettoie lucenti e

prolungate; poi le case si addossavano a crocchi, molte con una

leggenda commerciale a caratteri enormi fra i due piani, colle porte

contigue quanto le finestre, mentre dalle griglie e dagli ornati di

alcune altre s'indovinava il sobborgo. E la porta della città apparve

davanti alla mole dei palazzi, delle case, delle casipole immobili

nel proprio disordine; attraverso la barriera chiusa si vedeva una

lunga strada punteggiata di fanali, per la quale qualche carrozza

coi lampioni veniva verso il sobborgo, che aveva spento i propri,

troppo povero o troppo rozzo per tale lusso di città. Lo sguardo della

fanciulla entrò per la barriera, posandosi sopra un fiacchero lontano,

come un uccello stracco sopra un albero. Febo s'inoltrava a mezzo

galoppo, il sobborgo era deserto. Ella si gettò attorno un'occhiata:

doveva essere tardi. Una calma silenziosa avvolgeva quella specie di

villaggio, che aveva chiuse tutte le sue porte e le sue finestre, e

nel quale non vegliava un lume, non si alzava una voce, non si moveva

una figura. Tutti dormivano. I due caffè, quasi dirimpetto, si erano

serrati gli usci in faccia, ed obliavano nel sonno le loro rivalità. I

fondachi e le botteghe così sonore di lavoro nel giorno, si affondavano

nell'ombra, mentre il catino d'ottone sulla porta del barbiere

coll'incorreggibile pettegolezzo del mestiere gettava tratto tratto

un riso stridulo, come la nota acuta di una maldicenza. Il galoppo di

Febo tuonò. I doganieri di guardia uscirono e si fermarono contro il

cancello meravigliati di quella signora sola a quell'ora; ma poichè si

dirigeva evidentemente su di loro, apersero con abbastanza prontezza.

La fanciulla provò una grande sensazione di quiete entrando dalla rozza

barriera di legno sotto l'arco della porta spalancata. Era in città.

Poi ebbe un brivido, e frenò il cavallo quasi colla circospezione del

soldato, che sente l'agguato. Un orologio suonò le due e mezzo. Ella

percepì nettamente gli squilli della campana, svegliandosi alla realtà

di quella fuga romantica nel mezzo della strada lunga, gremita di

palazzi, che avevano l'aria di chiedere curiosamente dove scenderebbe

questa zingara senza casa, la quale sembrava arrivare dalla steppa sul

cavallo morto di fatica. E allora, in quell'eleganza di toeletta e di

cavalcatura, si sentì orribilmente sprovveduta ed abbandonata. Febo

si era messo al passo, scotendo il collo con un tinnìo argentino del

filone nel morso e sbuffando; la criniera gli rabbrividiva. Quindi Ida

lo toccò collo sprone per sottrarsi colla fuga all'avvilimento, che le

pioveva addosso da quei palazzi signorili, ma raddrizzandosi nella sua

più bella posa di cavallerizza sotto gli occhi chiusi delle finestre e

fra tutti gli echi di quel trotto ferrato, che le rimbalzavano intorno

come inseguendola. Le poche persone attardate lungo la strada si

voltavano attonitamente a guardarle dietro: ne intese alcuni dimandarsi

ad alta voce il suo nome.

No: Romanzo · 第 14 / 24 段