--Vi aspetto da due ore,--ripetè con voce vellutata ma fremente, la
mano sempre tesa verso la sua.
--Che cosa volete?
--Voi.
--Qui... siete pazza?
--Vi aspetto,--insistè, cacciandogli dentro gli occhi tutta la fiamma
de' propri in un razzo, che lo fe' quasi retrocedere.
Il conte ebbe un brivido d'impazienza.
--Non sono due ore, sono tre mesi che aspetto.
Egli si guardò attorno cautamente, quindi abbassò ancora più la voce:
--Siete pazza?
--Vi amo.
--Ma è impossibile! Se vi sentissero...
--Non sentono: vi ho già detto che vi amo, e non avete sentito.
--Sì, piano!
Ida gli prese la mano, gliela strinse fortemente, ed appressandogli il
volto al volto in quella corrucciata lassitudine del desiderio, glielo
lambì collo sguardo.
--Mi credi?--ella balbettò agitando la testa.
--Piano,--si affrettò, vedendola rannuvolarsi e temendo uno scoppio.
--Ti amo come posso amare solamente io. Questa veste l'ho fatta per te:
guardami come sono vestita,--ripetè mirandosi il seno, che le trepidava
nudo nel vano di due o tre uncinetti. Ma ad un tratto s'illanguidì e,
posandogli l'altra mano sulla mano, che già gli serrava, cogli occhi
socchiusi, abbandonata entro quella veste troppo ampia, che aveva dei
panneggiamenti da statua, balbettò dopo una pausa:
--Come sei bello!
Egli era stordito. Quella aggressione in un momento già difficile,
sulla soglia della camera nuziale, preparata da ore con un rischio
da pazza, fredda e voluttuosa, lo sbaragliava. Ida non aveva più
paura dello scandalo. A questo punto lo amava troppo. La sua passione
lungamente soffocata le aveva fatto saltare la ragione, bruciandole il
cuore. Era pazza per lui, era bella.
--Vieni,--ella gli disse a bassa voce ma imperiosa, attirandolo sopra
una poltrona.
--Ma, Ida...
--Hai paura? Che importa? Io non ne ho, ti amo. Credi che avrei potuto
lasciarti entrare questa notte in quella camera, e avrei dormito? Non
lo sai dunque cosa sia una passione! Non sono stata abbastanza forte
per impedirti questo matrimonio, perchè non sono ricca, e non si
sposano che le ereditiere,--proseguì con straziante sarcasmo,--ma posso
ancora disputarti. Intanto non entrerai in quella camera, adesso.
Egli ebbe come un sorriso d'orgoglio negli occhi.
--Ti voglio,--ella seguitò colla moina irresistibile della ostinazione,
che sa di trionfare,--ti voglio prima di lei. Ella è ricca ed avrà
il marito, ma io voglio l'amante, qui, sulla soglia della sua camera
nuziale. Non è degna di te: sei troppo bello! Sono due ore che ti
aspetto col mio abito da nozze, nero come la mia vita. Quando lo
cucivo, ogni punto era una carezza per te; mi devi un bacio per punto.
E la sua voce sempre velata si affievolì; tremava di febbre e di
freddo. Poi cadde ad un tratto sotto un dolore così scoraggiato,
che egli se la sentì quasi rovesciare addosso. La sua fronte,
ancora corrugata dallo sforzo di quella scena, aveva una bianchezza
strana, colle pupille sbarrate che le divoravano quasi la faccia, e
i denti più bianchi della neve, che le brillavano dietro le labbra
come di un grande desiderio goloso. In quella stretta voluttuosa
sembrava soverchiarlo con tutto il capo, con una passione di leonessa
intenerita. Tutte le forze le si erano allentate, mentre l'ubbriachezza
dell'odio risolvendosi le lasciava nei nervi un gran bisogno di calma.
Teneva sempre il conte per mano assorbendogli nel calore del contatto
la sua rosea vita di aristocratico e perdendola soavemente nel
proprio spirito, dove le tempeste viaggiavano per sconfinate opacità.
Allora le parve di avere la stessa visione di Faust, e paragonandosi
involontariamente con quel mitico spirito, pronunciò nel pensiero le
parole desolanti della sua sfida con Mefistofele:
Se avvien che io dica all'attimo fuggente:
Arrestati, sei bello...,
accorgendosi che il suo attimo bello era passato e la morte le aveva
buttato nel sorriso di quella visione il proprio compenso. Quindi
sorpresa da un nuovo avvilimento, chiuse gli occhi e gli abbandonò
la mano. Il conte, lusingato ma del pari atterrito dallo scandalo di
quella scena, credette giunto il momento della ragione.
Sommessamente colla sua voce più dolce:
--Ritiratevi,--mormorò.
--Del voi?--proruppe la fanciulla, richiamata da quella sola parola al
tumulto della realtà.
--Quando ci avrete pensato, capirete che ho ragione. È tardi.
--Avete dunque fretta?
Il suo silenzio l'inasprì.
--Ebbene, andate,--disse con un impeto sdegnoso di disprezzo,--che
trasse un gran peso dal cuore della Nencia.
Sulle prime ella aveva quasi temuto che il conte cedesse alla capziosa
ferocia di quell'assalto, e non ne perdeva nè una sillaba, nè un
gesto; ma la scena era talmente bizzarra, che il suo odio stesso
per la fanciulla ammutoliva. Quindi non intese Jela socchiudere
maliziosamente l'uscio arretrandosi stupita nell'osservarla ginocchioni
in quell'atteggiamento di una sorpresa. Era in camicia, scalza,
camminando sulle punte dei piedi, un labbro fra i denti per rattenere
la risata, che le sprizzava dagli occhi; ma le stava oramai sopra, che
l'ultima parola di Ida la colpì. Rimase sospesa, agghiacciata, poi un
respiro della Nencia l'attrasse, e piegandosele precipitosamente sulla
spalla, la urtò per prendere il suo posto al buco.
La Nencia giunse appena a frenare un urlo.
--No,--brontolò, contendendole la serratura ed impallidendo ella stessa
al pallore della fanciulla.
--L'ami dunque molto?--s'intese la voce stridente di Ida, che gli aveva
riafferrato la mano.
--Piano.
--È vergine, l'ami per questo? Lo sono anch'io, non perdi nulla nel
cambio, ma bada che in quella camera non c'entri. Se mi sfuggissi,
sarei capace di inseguirti. Sarò la tua sposa di questa notte, una
notte sola per tutta la mia vita! su questa poltrona, che non dirà
nulla domani, giacchè tu hai paura. Tu sei un uomo, tu! Spegneremo il
lume, non parleremo. Oh! non temere, non urlerò. Sono forte io, mi
lascerò uccidere senza un lamento... Mi ami?--seguitò,--che cosa ti
costa il confessarmelo? Jela non saprà morire: domani notte farai il
confronto, e mi amerai di più. Vi sono ancora dei gladiatori: vedrai
come muoiono le vergini!--Ed appoggiandogli una mano sulla spalla, così
che i capelli delle loro fronti si toccavano e la fiamma del suo alito
gli bruciava le gote, esclamò come se le sfuggissero le parole:
--Non puoi amare tu! sei troppo bello: la passione ti guasterebbe. Tu
devi salire sull'amore come su di un piedistallo, e lasciarti ammirare.
Ad Atene ti avrebbero votata una statua, io te ne offro un'altra.
Ma questa volta, accompagnando l'atto alla parola, gli si sospese
al collo con un bacio. Egli già scosso dall'impeto di quelle frasi
tentennò, fece un passo addietro con tutto il suo peso nel petto, così
soffocato da quell'abbraccio, che per reggersi dovette respingerle il
seno col seno, cingendole col braccio libero la vita.
Ida cedette senza lentare la presa, le loro teste si dibatterono un
istante, quando un grido li percosse, e Jela, spalancando l'uscio del
gabinetto nell'urlo supremo di una follia, corse ad Enrico, e senza che
nessuno dei tre se ne accorgesse gli si attaccò al collo, mentre Ida
saltava indietro spaventata.
La Nencia si affacciò sulla porta.
Ida era verde. Vide la vecchia, e in un baleno credette di aver
tutto compreso. La sua anima diè un balzo, ma un singhiozzo di Jela
l'arrestò. La fanciulla abbandonata sulla spalla di Enrico, il volto
sul suo collo, piangeva stupidamente. La camicia troppo fina la
lasciava quasi in una nudità da bagno, coi piedi scalzi sul tappeto,
una spalla nuda sino alla sommità del seno, e le mani congiunte
disperatamente dietro la testa di lui nell'atteggiamento di un terrore
fanciullesco ed immenso. La candela del conte, bruciandole quasi una
ciocca di capelli dietro il collo, dava alla leggerezza della sua
camicia la diafanità di un velo, che le trasparenze rosee della pelle
macchiavano lungo il dosso e sui lombi.
La Nencia mosse un passo verso il conte. Egli se ne accorse, quindi
sdegnato della confusione di quella sorpresa, nella quale entravano
perfino i domestici, si rivolse obliquamente a Ida. Questa sentì
la freddezza egoistica del suo dispetto e gli gettò l'ironia di un
sogghigno, che cadde su Jela come uno schiaffo.
--Uscite,--egli rispose con un'occhiata, mentre la Nencia si avanzava
d'un altro passo. Ida capì, ma erse il capo ed incrociò le braccia.
Tutto era perduto. Non le restava più che una ignobile fuga, per il
più triste dei motivi, da quella casa dove era stata accolta come una
sorella, e donde aveva sperato innalzarsi ancora ad altri palazzi. Però
quella stessa disperazione di tutto, invece di scombuiarla, la calmò.
Quindi attese il risveglio di Jela nella tensione dello schermitore
ferito, che vuole con un ultimo colpo ammazzare l'avversario. Era
tremante e superba. Jela alzò lentamente il volto, e senza abbandonare
il collo dello sposo, si rivolse come trasognata. I loro sguardi si
sbatterono. Jela palpitò e dovette staccare i propri, ma l'orgoglio,
che l'aristocrazia della razza e dell'educazione le aveva deposto
nell'anima, vibrò in quel minuto. Li risollevò prontamente e
dimenticandosi di essere scalza, seminuda, le additò con un'incredibile
nobiltà di gesto la porta del suo stesso appartamento.
Ida accennò di sì col capo, ma invece di dirigersi all'uscio le venne
innanzi foscamente.
--Avete vinto!--disse staccando sonoramente le sillabe.
Quindi la strinse in un'occhiata fiammeggiante, la scaraventò lontano,
e voltandole le spalle passò davanti alla Nencia. La vecchia le sbarrò
la soglia.
--Indietro, villana!--ruggì soffocatamente, alzando la mano a
percuoterla sulla guancia.
Traversò il gabinetto, l'altra camera, lasciandosi dietro la veste una
lunga traccia di sibili, che guizzavano per la lattea dolcezza del
tappeto come tante serpi di sotto ad una mina rotolata da un uragano.
Sfiorò il letto, osservò le coperte respinte dal canto di Jela, la luce
venata dell'alabastro come una soavità notturna fra quelle soavità
quasi mattinali. Sentì la morbidezza del tappeto salirle per le gambe
come una morbidezza di carni smorte, mentre la trasparenza della
volta le pareva un velo gettato sul rossore inconscio delle pareti,
che si preparavano ad altri rossori; sentì la forza della quercia,
che aspettava gli sposi fra tutte quelle rosee delicatezze, perchè
potessero tumultuarvi liberamente e ripetere i tumulti per tutti gli
anni che essa durerebbe, per tutta la diversità dei rabeschi che la
venavano; sentì la vivezza di quel silenzio profumato, e poi da lungi
lo strido morente di una voce giovanile, eco lontana di una pellegrina,
che si avvicinava all'oasi e cadeva tramortita alla vista di una tigre,
mentre la belva l'aveva già traversata senza traccia, lenta sì ma
fuggiasca verso il deserto ignorato dalla carovana e dai ruscelli.
Aveva i capelli rabbuffati come una criniera, la bocca aperta. Si
cacciò nel buio delle altre stanze, oltrepassandolo come aveva
oltrepassato quella nuvola rosea illuminata dentro da un raggio
prigioniero in un'urna. Non urtava nei mobili o non se ne accorgeva;
spalancava le porte, sbattendovi il raso della veste, frantumandovene i
sibili.
Poi rientrò nella sua camera ed accese il lume.
Si spogliò precipitosamente, si rimise le calze, la camicia, il busto,
in un batter d'occhio come chi sfugge ad un disastro. Aveva sempre
più fretta; tornò all'armadio per prendere il frustino e il cappello
a cilindro. Non furono cinque minuti, era già vestita. Si adattò il
cappello allo specchio, guardandosi colle labbra tremanti, ed uscì a
furia.
Scese lo scalone, traversò il cortile d'onore, l'altro fino all'usciolo
delle scuderie; era socchiuso, lo spalancò. Una lanterna sospesa ad
una colonna bruciava, rischiarando le schiene lucenti di otto cavalli.
L'odore di stalla la fermò sulla porta. Tutti i cavalli erano desti,
alcuni si volsero al rumore e s'incantarono nella notturna visitatrice.
Ella ebbe un sussulto. Una calma grassa sorgeva dal terreno imbevuto
di concime, addensandosi nell'aria colla nebbia di tutti quegli aliti
poderosi, che velavano quasi il chiarore della lanterna. I raggi
separati dalla porosità del vetro vi aprivano come dei solchi, i quali
si rompevano sulla noce levigata delle colonne e sulle culatte dei
cavalli, rimbalzando da un ciottolo, scheggiandosi sopra una piastra di
metallo, quasi senza vibrazioni sopra tutte quelle untuosità di sudore,
che lo studio della pulizia non aveva se non aumentato. Bagliori di
specchi parevano ondulare alle pareti, mentre la volta si oscurava in
una tenebra di antro, e dinanzi ai cavalli il davanzale marmoreo della
mangiatoia s'allungava in una striscia di un bianco stridente sotto
le rastrelliere separate, ricurve, come tante piccole inferriate di
prigione.
Ida si rattenne un istante, ma non potendo in quella frenesia aver modo
di riflettere, si raccolse l'abito nella mano ed avanzò. Lo stalliere
dormiva in un angolo sopra una branda, la faccia contro il cuscino,
vestito, i piedi senza scarpe. Gli percosse le spalle col frustino.
--Ohe!--esclamò di soprassalto, alzando due occhi grossi, che non
vedevano.
--Sellami Febo.
Alla sua voce il cavallo nitrì, Ida si rivolse. Era il quinto a destra.
Ma lo stalliere seguitava a strofinarsi gli occhi per accertarsi di non
sognare, ginocchioni sul letto, cercando macchinalmente coi piedi gli
zoccoli.
--Sellami Febo,--ella insistè seccamente.
--Adesso?!
--Sì.
Egli si mosse.
--Febo?
Ida non rispose nemmeno, mentre l'altro, che aveva finalmente infilato
gli zoccoli, ricomponendosi man mano, apriva una porta interna a fianco
della branda, che dava nella selleria; ma si fermò ancora.
--Vuole montare?--tornò a ripetere con una confidenza mezza
giustificata dalla stranezza dell'ordine.
--Non lo vuoi?
--Io...--e un sorriso gli compì sulle labbra quella confessione della
propria nullità.
La fanciulla aveva un'aria così imperiosa che l'altro non aggiunse
verbo; quindi entrò nella posta di Febo, mentre Ida abbassava gli occhi
sopra un sasso, piegandovi nervosamente il frustino. Quell'odore di
stalla la calmava. I cavalli non scalpitavano nemmeno, voltandosi ad
osservarla con atti pigri, la lucerna aveva uno splendore oleoso, una
misteriosità stupida per quella sonnolenza di bruti, in quel silenzio
grave di un raccoglimento animale. Ma Febo fu presto sellato. Tratto
tratto Matteo sbirciava la fanciulla evidentemente in preda ad una
grande passione, e più bella in quell'amazone, che le guantava il
busto. Dove andrebbe a quest'ora così sola? Che cosa era successo? Gli
venne quasi in mente di destare Giovanni, per non essere strapazzato
l'indomani, se lasciava di notte il cavallo alla signorina, ma non ebbe
il coraggio di trovare una scusa, colla quale uscire cinque minuti di
stalla.
--Le domando dove va,--conchiuse, forzando per il barbazzale il cavallo
ad indietreggiare dalla posta. Ida si appressò.
--Fallo uscire: monto nel cortile,--e si mise dietro a Febo, che
batteva sonoramente i ferri sul selciato, quasi spingendolo col proprio
passo, mentre gli altri cavalli allungavano curiosamente la testa. Due
nitrirono. Matteo si era fermato innanzi all'uscio.
--Prendimi,--gli disse, impugnando le redini ed offerendoglisi, perchè
la salisse in sella.
--Va proprio via?
--Sì.
Egli l'afferrò timidamente alla cintura, piegò il ginocchio, perchè vi
si poggiasse; ma Ida aveva già spiccato lo slancio e si adattava la
coscia nel corno, cercando coll'altro piede la staffa. La notte era
serena, Febo fremeva.
--Il cancello è chiuso: debbo aspettarla?--le si rivolse aprendo un
battente.
--No.
--Non ritorna?
--No.
Matteo si stupì, ma Febo aveva già infilato il collo nell'apertura,
cacciandosi innanzi così furiosamente, che egli dovette spalancare
tutto l'altro battente per non lasciarvisi schiacciare.
--Ohep!--gridò Ida appena all'aria aperta, lanciandolo al galoppo lungo
il muro, per svoltare all'angolo e correre manifestamente al cancello
in fondo dello stradone.
--È chiuso! è chiuso!--egli urlò, trascinato da quella furia, che
finalmente scoppiava, e balzandole dietro a corsa; ma Febo correva come
un cavallo fantastico. Quando egli giunse all'angolo lo vide che aveva
già traversato il giardino e si precipitava contro le stagge nere di
ferro, a capo del viale fiancheggiato di limoni, sui quali passava come
un'ombra la bruna figura della fanciulla curva sulla sua criniera.
Il cavallo era già troppo lontano; ma egli si spinse ancora correndo
con tutta la forza di un ripicco e della paura per l'imminente pericolo
della fanciulla, urlando, movendo più le braccia che le gambe; e
la vide già in fondo, dieci passi prima di rompersi la fronte nel
cancello, storcersi, deviare verso il pilastro destro, urtare nella
siepe, sorvolarla di un salto e prorompere un'altra volta sulla strada
maestra in un galoppo sonoro. Ida fuggiva, incitando Febo col morso e
collo sprone.
La strada bianca e silenziosa nella notte si perdeva lontanamente,
sempre sulla riva sinistra del fiume, lambendo le case dei contadini
e dei carrettieri. Era secca e senza polvere. I monti, alti e ripidi
sulle sponde del fiume, le davano l'apparenza di un altro canale morto,
cui il bruno notturno degli opposti boschetti cedui accresceva l'opaca
chiarezza e quella malinconia di abbandono. Ella fuggiva sfrenatamente
sul cavallo disteso ad una carriera, che le toglieva quasi il respiro,
colle redini rilassate, la testa bassa come chi ruini contro un
ostacolo. Per limitarsi la strada non vedendola, guardava innanzi
alle orecchie di Febo dieci passi, l'occhio fiso su quell'immobile
candore, mentre la lena precipitante dell'animale la trascinava. Colle
sottane sbattute dal vento come una piccola vela sulla groppa del
cavallo, mentre le premevano il grembo con una sensazione di violenza
voluttuosa, e i capelli, ricacciati a ciocche dalle tempia, che le
pizzicavano le orecchie di carezze, ella non pensava, non sentiva più
che lo sbaraglio trionfale di quel moto. Corse sempre a quella carriera
svoltando a tutte le curve, precipitando per le discese, ansando alle
salite, poi irruendo ad ogni distesa della strada come se vi caricasse
guerrescamente tutte le difficoltà della sua vita, aprendovi un solco
di rantoli e di urli, in mezzo ai quali passava col viso smorto come
il chiarore di quella strada, l'occhio vitreo e le labbra tremanti.
Respirava a stento, aveva il seno gonfio.
Il generoso cavallo era tutto bianco di schiuma, col ventre
insanguinato. Benchè corresse da quattro miglia, non allentava
l'impeto della corsa, invasato dallo spirito della fanciulla, battendo
faticosamente i fianchi con un orgoglio demente, che non gli lasciava
provare la stanchezza nella sonorità del proprio galoppo. Le orecchie
basse, il collo teso, si respingeva la strada sotto le zampe come
una larga tela, facendo uno sforzo supremo ad ogni nervosità della
fanciulla, inchiodata robustamente sulla sella, ma percossa tratto
tratto da un sussulto. Fortunatamente incontrarono poche birocce. I
carrettieri, desti da quel rumore rovinoso, avevano appena il tempo
di scansarsi e di guardare, interrompendo a mezzo la bestemmia dalla
maraviglia; e vedevano una leggiera veste bruna fluttuare sulla groppa
di un cavallo spaventato, e allontanarsi sonoramente attraverso la
mitezza della notte e il sonno della campagna.
Ma il cavallo era già invisibile, e la veste svolazzava davanti
alla loro fantasia eccitata, all'ultimo lembo della strada con una
leggerezza sinistra. Ida non si era neppure accorta di loro. Due volte
fu ventura se Febo non si spaccò il petto nei rotelloni delle ruote;
un'altra volta strisciò contro un carro di fieno, e le raschiature alla
faccia destarono la fanciulla. I contadini, che non avevano avuto il
tempo di evitarla, le gettarono dietro un urlo stupefatto. Febo ansava
come un mantice, e, malgrado la frenesia di quell'impeto, cominciava a
rimettere della prima irruenza.
Adesso la strada spesseggiava di case.
Qualche villa vi avanzava i cancelli fino sul margine, qualche siepe
tosata e qualche balaustra di ferro coi fanali spenti sorgeva sul
fosso, qua e là irto di spini scapigliati. Più avanti un camino
gigantesco forava il cielo sopra un gruppo di tettoie lucenti e
prolungate; poi le case si addossavano a crocchi, molte con una
leggenda commerciale a caratteri enormi fra i due piani, colle porte
contigue quanto le finestre, mentre dalle griglie e dagli ornati di
alcune altre s'indovinava il sobborgo. E la porta della città apparve
davanti alla mole dei palazzi, delle case, delle casipole immobili
nel proprio disordine; attraverso la barriera chiusa si vedeva una
lunga strada punteggiata di fanali, per la quale qualche carrozza
coi lampioni veniva verso il sobborgo, che aveva spento i propri,
troppo povero o troppo rozzo per tale lusso di città. Lo sguardo della
fanciulla entrò per la barriera, posandosi sopra un fiacchero lontano,
come un uccello stracco sopra un albero. Febo s'inoltrava a mezzo
galoppo, il sobborgo era deserto. Ella si gettò attorno un'occhiata:
doveva essere tardi. Una calma silenziosa avvolgeva quella specie di
villaggio, che aveva chiuse tutte le sue porte e le sue finestre, e
nel quale non vegliava un lume, non si alzava una voce, non si moveva
una figura. Tutti dormivano. I due caffè, quasi dirimpetto, si erano
serrati gli usci in faccia, ed obliavano nel sonno le loro rivalità. I
fondachi e le botteghe così sonore di lavoro nel giorno, si affondavano
nell'ombra, mentre il catino d'ottone sulla porta del barbiere
coll'incorreggibile pettegolezzo del mestiere gettava tratto tratto
un riso stridulo, come la nota acuta di una maldicenza. Il galoppo di
Febo tuonò. I doganieri di guardia uscirono e si fermarono contro il
cancello meravigliati di quella signora sola a quell'ora; ma poichè si
dirigeva evidentemente su di loro, apersero con abbastanza prontezza.
La fanciulla provò una grande sensazione di quiete entrando dalla rozza
barriera di legno sotto l'arco della porta spalancata. Era in città.
Poi ebbe un brivido, e frenò il cavallo quasi colla circospezione del
soldato, che sente l'agguato. Un orologio suonò le due e mezzo. Ella
percepì nettamente gli squilli della campana, svegliandosi alla realtà
di quella fuga romantica nel mezzo della strada lunga, gremita di
palazzi, che avevano l'aria di chiedere curiosamente dove scenderebbe
questa zingara senza casa, la quale sembrava arrivare dalla steppa sul
cavallo morto di fatica. E allora, in quell'eleganza di toeletta e di
cavalcatura, si sentì orribilmente sprovveduta ed abbandonata. Febo
si era messo al passo, scotendo il collo con un tinnìo argentino del
filone nel morso e sbuffando; la criniera gli rabbrividiva. Quindi Ida
lo toccò collo sprone per sottrarsi colla fuga all'avvilimento, che le
pioveva addosso da quei palazzi signorili, ma raddrizzandosi nella sua
più bella posa di cavallerizza sotto gli occhi chiusi delle finestre e
fra tutti gli echi di quel trotto ferrato, che le rimbalzavano intorno
come inseguendola. Le poche persone attardate lungo la strada si
voltavano attonitamente a guardarle dietro: ne intese alcuni dimandarsi
ad alta voce il suo nome.