la Nencia volle spingerla verso la porta; se non che parve anche a
lei così sublime, che le sbarrò il passo indietreggiando per meglio
guardarla colle lagrime agli occhi. Quindi inginocchiandosele ai
piedi, le prese un lembo della veste. La povera vecchia piangeva
adagio a monosillabi incomprensibili, frammenti della sua anima di
zitellona e di madre, che si spezzava nel convulso di quel trionfo
della sua bambina, cadendole ai piedi coi fiori bianchi della sua
corona virginale e le cortine lacerate dell'amore. Ma Jela, coll'anima
intenta a quella meta rosea come i fuochi del vespero, spossata dalla
lunga emozione, cominciava già a provare il bisogno di contenersi;
quindi la ringraziò con un'occhiata, la respinse dolcemente per tornare
allo specchio, perchè le pareva di essersi scordata quasi tutto e di
non essere vestita che a mezzo. Poi se ne accorse, udì lo scalpito
dei cavalli, la voce del conte Alberto, ebbe un'ultima sommossa di
ripugnanze, di ricordi, di violenze; si fermò e, lasciandosi spingere
lenemente dalla Nencia, come dalla mano invisibile del destino, discese.
Giù nel salone l'aspettavano da venti minuti. La marchesa, quasi
ringiovanita dal lusso severo dell'abito, era evidentemente inquieta.
--Pare una commedia il matrimonio di un Alidosi!--mormorava un invitato.
--Ho conosciuto fino da ragazzo il conte Alberto: è sempre stato così.
La povera contessa ne è morta.
--E la signorina Ida?
--La signorina Ida?--ripetè la marchesa con tono secco alla Nencia.
Il duca, l'Alidosi e Jela si voltarono.
--Favorite di dirle che aspettiamo.
--Non viene!--mormorò seco stesso il duca, seguendo col pensiero la
Nencia attraverso l'appartamento della fanciulla.
La vecchia traversò con passo vivace l'anticamera, il salottino da
studio, ed entrò senza bussare nell'altra camera. Aveva fretta anche
per sè medesima. Ida distesa sul letto, la faccia contro il muro, non
l'intese.
--Aspettano--disse, osservandola malignamente per indovinare il suo
pensiero di quel momento.
Ma Ida era distesa sovra un fianco, con ambe le mani al volto, i
capelli in disordine, sul letto ancora più disordinato. Le coperte
erano attorcigliate colle lenzuola, la fodera di un cuscino aveva
lacerato mezzo un merletto.
Ella lo notò.
--Signorina,--ripetè:--giù aspettano. Jela è già al braccio dello
sposo, non aspettano che lei, mi hanno mandata.
--Grazie.
--Non viene?
Ida frenò uno scoppio di pianto.
--Non viene? Jela ha fretta. Non viene?
--No.
--Si sente male?--domandò a bassa voce con melata ironia.
--Alla testa.
La Nencia, che voleva guardarla in faccia, fece un passo verso il
letto, ma l'altra si strinse ancora più alla parete, rannicchiandosi
come i malati per dormire, e si sottrasse.
--Dunque non viene?
--No.
Allora la vecchia scrollò sprezzantemente le spalle, senza offrirle
nemmeno di chiudere la finestra.
Il conte Alberto era svanito. Tutti s'impazientavano, s'imbarazzavano.
La marchesa stentò a frenare un: tanto meglio! alla risposta della
Nencia; ma il dottore, che si credeva in dovere di essere quel giorno
eccessivamente cortese con tutti, parlò di salire dall'ammalata.
--Dottore!--lo arrestò la marchesa con un'occhiata: poi ordinò a Jela
di discendere e diè il moto al corteo.
--Si sente male?--domandò il duca, rimasto abilmente l'ultimo, alla
Nencia nel passarle vicino, e la sua voce era commossa.
--Alla testa.
Ma la Nencia si sbagliava: Ida aveva male al cuore.
Rattrappita sul letto udì le voci del corteo, che saliva nelle
carrozze, lo scalpito dei cavalli, il rotolare delle ruote, i parlari
dei servitori, che si sparpagliarono per il palazzo; poi il palazzo
tornò silenzioso, avvolgendosi nel tenebrore della sera. La sua camera
s'abbuiava mano mano come la sua anima. Ida ricominciò a singhiozzare
disperatamente contro il muro, premendovi il volto colla rabbia
insensata dell'impotenza. Il suo cuore, la sua volontà, la ragione
stessa, sempre in lei così limpida e fredda, erano sopraffatte come da
una bufera, che le schiantava avventandone le schegge giù nell'abisso,
tra una furia di vortici pazzi e sibilanti.
Era tutto uno schianto. Non sentiva più altro che la propria rovina,
collo spavento di tutte le frane e lo strazio di tutte le lacerazioni.
Il muro, sul quale gocciolava mutamente qualche lagrima, le insinuava
dei brividi di freddo fra l'arsura della febbre. Stava immobile,
smaniando al di dentro, abbandonata allo straripamento di tutte le
passioni. Colle mani raggrinzite sulle coperte, i denti stretti,
ruggiva, mordeva, fischiava. Vedeva cogli occhi fra le tenebre a
distanze impossibili, udiva cogli orecchi fra quel fracasso della
tempesta voci remote e sommesse. La fronte, infiammata dalla febbre e
dal convulsivo strofinamento delle mani, le ardeva con una infinità
di piccoli dolori a tutte le radici dei capelli, e le ardevano le
gote, sulle quali si scioglieva il sale delle lagrime, mentre la
voce le si agglutinava nella gola nauseata da un'amaritudine, che non
poteva nè discendere nè salire. Nessuna idea le emergeva fra quella
negra commozione di idee, nessun sentimento le stava fermo nel cuore.
Era uno sfacelo, nel quale tutto andava rotto, anche la coscienza,
sminuzzandosi in tanti frantumi come una coda di serpe, animati da un
dolore, che sopravviveva alla morte. In quell'assidua ruina Ida si
sentiva grandinare sull'anima le macerie di tutta la sua esistenza
così giovane: gli anni dell'infanzia e della fanciullezza, quelli
tanto dotti dell'istituto, quando cominciò la fecondazione del sole,
poi tutti i sogni, i desiderii più giganteschi delle piramidi, le
passioni più ardenti del deserto, le fantasie più tempestose del mare,
le gracili creazioni d'un giorno e le effimere efflorescenze di un'ora,
che le si ammassavano sopra, in una montagna informe, vibrante di
rantoli, di feriti sopra un ferito, di moribondi sopra un moribondo.
Ma ella resisteva ancora per l'istinto disperato della vita,
stracciandosi nella inutile resistenza tutte le piaghe, aggrappandosi
alle schegge taglienti di tutti i dolori e nullameno avvallando sempre
più profondamente. E allora una stanchezza l'avviluppava come una
coltrice funerea, ed ella s'abbandonava senza piangere come distesa
contro il muro nel sonno, se il frequente singulto e il gorgoglio d'un
sospiro non avessero provato anche troppo che non dormiva.
La sera mandava fuori tutte le stelle, e l'avemaria era suonata alla
parrocchia di don Natale senza che la fanciulla l'intendesse.
Poi rinvenne. Si vide dinanzi tutte le figure del suo odio, il
padre, la madre, la famigliuola del sarto. Jela con tutti i parenti
signorili, più felici nella ricchezza della loro vita ora che
gavazzavano nella solennità di un matrimonio senza un pensiero per
lei, estranea nella casa e straniera alla loro vita. Era dunque una
fatalità? Sarebbe morta anch'essa sul margine della società, fra
la beffarda indifferenza del mondo, come il povero Rocco? Ormai lo
credeva, ma invece di spaventarsene si scagliava più ferocemente contro
quei fortunati e li dilaniava. Si era rizzata sentoni sul letto,
guardando per le tenebre fuori della finestra.
Forse a quest'ora Jela ed Enrico si erano sposati. Che le importava
di tale amore sciocco come la loro unione? Ma non poteva tollerare la
fortuna del loro destino! Qualcuno doveva ben pagarle quell'ineffabile
umiliazione di sè medesima e tutte quelle lagrime, che le avevano
bruciata la faccia. La sua vita era perduta, inevitabilmente perduta
per sempre. Malgrado il turbamento della passione, sentiva di non
poter durare lungamente in quella silenziosa agonia di disegni e
di seduzioni, pensando sempre di sedurre qualcuno che le fuggiva,
stancando il futuro coi sogni più assurdi, torturandosi in una
dissimulazione dolorosa come una maschera di ferro rovente sul volto.
Dopo tanta serietà di propositi era forse tempo di cedere alla follia e
di puntare la vita all'ultima posta: infine la perdita sarebbe sempre
inferiore al guadagno. Che valeva un'esistenza di affamato. In quel
momento ella avrebbe arrischiato tutta una vita di trionfi per un'ora
sola di vendetta scandalosa ed atroce.
Si fisse in questo pensiero, lo ingigantì, lo arroventò con tutti i
bagliori della propria immaginazione in fiamme, ma questa volta era
ben decisa. Se Jela ed Enrico erano uniti, ella passerebbe loro
immezzo come una folgore, dovesse poi svanire nella luce del baleno o
nel fracasso del tuono. Quindi sorrideva, respingendosi i ricci sulla
fronte ed avanzando il volto quasi per contemplare di già lo spettacolo
di quella ruina. Non era amore, non era gelosia, nemmeno invidia, ma
odio, solamente odio, composto di tutti i dolori e di tutti i veleni.
Non sapeva più di aver torto e non se ne sarebbe curata, ma ripigliava
tutta la sua vita passata, l'appuntava in un cuneo, la scagliava. Era
superba, spietatamente paga di aver vissuto. Non era sempre stato il
suo sogno aprire un largo solco nella vita? Il torrente, che squarcia,
lascia una traccia più profonda del fiume che irriga; rovinare sì, ma
sopra qualcuno, a questo patto consentiva.
Se non che la disperazione, calmata momentaneamente, tornò a
singhiozzare, e la fanciulla, troppo debole ancora per l'energia di
quella risoluzione, vacillò. Invano colla schiuma della rabbia alla
bocca e il lampo del delitto negli occhi, giurava a sè medesima di
vendicarsi di tutti su Jela ed Enrico. Essi erano al coperto da ogni
danno e così lungi da ogni pericolo, che non avrebbero nemmeno per
stravaganza di fantasia potuto pensarvi; mentre ella povera e derelitta
non poteva nulla contro di loro. Se il duca fosse stato giovane ed
altro uomo, ed ella una duchessa, forse sarebbe riuscita a scagliarlo
contro il conte in un duello mortale, gettando forse quella sera stessa
o l'indomani sul letto primaverile di quella sposina un cadavere biondo
ed insanguinato; ma il duca era vecchio a queste tragiche follie,
nè forse abbastanza innamorato per accettarle, quando se ne fosse
trovato il coraggio. La vita era ancora piena di drammi, ma gli eroi
da romanzo non esistevano più. Oggi le pazzie non si fanno più che di
denaro, e le donne si disputano coi boni di banca e non con le lame di
Toledo. Ida, che lo sapeva, sogghignava colla sanguinolenta alterigia
del disprezzo. Tutti erano piccini intorno a lei, donna sopravvissuta
colle passioni spavalde e crudeli di altri secoli in un mondo di
capricci.
--Vili!--mormorò guardandosi attorno.
Aver paura della morte le parve la suprema delle codardie, ma non
pensò di compiere ella stessa il delitto. Non vi aveva ripugnanza
di moralità, ma di orgoglio, poichè assassinando il conte Enrico
perderebbe la partita invece di vincerla; Jela vedova si consolerebbe
con un altro amore, mentre ella finirebbe in galera. Non erano più i
bei tempi quando due o quattro gentiluomini si battevano ad oltranza e
il vincitore si allontanava spensierato del cadavere del vinto, quando
le principesse avvelenavano gli amanti infedeli e andavano dopo ad una
festa di corte col più gaio sorriso sulle labbra. Bei tempi passati!
Oggi tutto si era imbruttito, anche il delitto, giudicato nella corte
di assise da una dozzina di pizzicagnoli e di affittaiuoli.
Pure, un bisogno di morte la urgeva. Profondere lo squallore nell'anima
di Jela le pareva la più sublime delle felicità. In quelle tigrine
immaginazioni era discesa dal letto, appressandosi alla finestra.
La notte era bella, ma fosca come nel presentimento pauroso di un
acquazzone; le stelle si erano abbassate sul volto un volo di un
azzurro anche più denso e non osavano sorridersi, gli alberi secolari
del bosco non mormoravano più. Il suo spirito esaltato provò una strana
delizia in quella calma sinistra della natura. Appoggiò i gomiti sul
davanzale e stette guardando.
Gli occhi infiammati dalle lagrime le bruciavano dolorosamente, le gote
le si stiravano, i capelli le pesavano sulla nuca, mentre la frescura
notturna, ventilandole il volto, arrivava alla sua passione come una
carezza.
A poco a poco si calmò, irrigidendosi nel tetro disegno. Non ammetteva
nè dubbio, nè discussione: voleva vendicarsi, strapparsi dall'anima
il proprio dolore e sbatterlo sulla faccia di qualcuno come un cencio
insanguinato. Pensò, divagò, seguì le tracce di mille idee, in fondo
ad ognuna imbattendosi sempre nella figura di Enrico; quindi i sensi,
freddi in quell'uragano dello spirito, sorsero e vibrarono. Si ricordò
giorno per giorno la vita del suo lascivo desiderio di quel bel
giovine, le ultime notti col povero Rocco, quando seminuda sul letto
col mostricciuolo sul seno si dibatteva in un'empia agonia di voluttà.
Alcuni versi di Hamerling le passarono mormorando all'orecchio.
Dovette soffocare un urlo.
Poi si tolse smaniando dalla finestra, traversò il salottino, l'altro
gabinetto fino all'anticamera, si affacciò alla finestra sul cortile.
Le carrozze erano ritornate da un pezzo, il matrimonio era stato
celebrato. Questa prova preveduta, ma purtroppo irrefragabile, del
proprio disastro, la rese più calma. Era decisa, non sapendo bene a che.
--Sono giù nel salone!--esclamò, vedendo un servo passare con un
immenso vassoio.
Quindi riflettè amaramente che non la cercavano. Rientrò nella camera,
erano appena le dieci.
Prima di mezzanotte nessuno andrebbe a letto. Questa insolente
dimenticanza al ritorno dalla chiesa, mentre tutti si stringevano
affettuosamente intorno alla sua sorella di latte (ella sottolineava
nel pensiero questa parola) adesso la punse. Jela si staccava per
sempre da lei: posdomani l'avrebbe scacciata. Tutti, tutti uguali. Ma
il duca, ella lo sapeva, doveva essere partito immediatamente per la
città; egli non l'avrebbe certo dimenticata.
--Oh il terremoto adesso!--brontolò, entrando coll'immaginazione giù
nella gran sala illuminata.
Ma invano si sferzava i fianchi per eccitarsi alla ferocia, ora che il
matrimonio di Jela con Enrico stava per compiersi davvero nella camera
di Jela, assestata appositamente dalla Nencia, e verso la quale si
sentiva suo malgrado attirata da un fascino voluttuoso. Quindi dal suo
appartamento passò in quello di Jela. Un letto di quercia intagliato,
annerito dagli anni, si allargava sul posto del lettino di Jela,
attendendo gli sposi. Ella ignorava questo capriccio di Jela, nato
all'ultima ora, di ricevere lo sposo nella camera verginale contro le
disposizioni già prese dalla Nencia.
Ida indovinò quell'infantile delicatezza e, pure apprezzandola, provò
la smania di rispondervi con un sarcasmo.
--Vuole evitare l'errore di Waterloo, cadere sul proprio terreno.
Imbecille! non è il campo, ma il genio che dà la vittoria.
Quella camera era forse la più bella di tutto il palazzo, perchè
la morta contessa nella malinconica gioia della propria gravidanza
pensando, malgrado tutti i desiderii, che partorirebbe una bambina,
aveva voluto arredarla essa medesima, e le aveva data un'aria di
bellezza pura ed effimera, che stringeva il cuore. Non era più grande
di un salottino comune, nè più alta; aveva una sola finestra, con due
piccoli usci nascosti, un lettino bianco ed un tavolo di madreperla.
Le pareti tappezzate di un damasco roseo sotto una tenda di trine
bianche, fresche come la corolla di un gran fiore, che avrebbe dovuto
avvizzire ad ogni raggio di sole e palpitare ad ogni alito di respiro,
le sfumavano gli angoli colla leggerezza di un vapore rosato ed
immobile. La volta rappresentava un tramonto con una nube in un canto,
dietro la quale il sole era scomparso diffondendo per la smorta purezza
dell'azzurro una blandizie di oro. Un tappeto a fondo lattiginoso con
filamenti rosei aumentava tutta quella bianchezza, mentre un divano,
così basso e piccino che entrando lo si distingueva poco dal pavimento
e dalle pareti, si drizzava presso uno degli usci di ebano rosa, che la
tappezzeria celava quasi a mezzo sotto alcune pieghe leggere.
Quantunque conoscesse quella camera di lunga mano, l'aspra gravezza
del letto di quercia glie ne fece ora sentire meglio la soavità. Poi i
lenzuoli l'attirarono colla loro freschezza bianca e levigata. Li toccò
leggermente, sollevandoli per vedere dove si affonderebbero quei due
felici.
Erano già trascorsi dieci minuti.
D'un tratto, accorgendosi di commettere una stravaganza, si fermò,
ma nulla poteva più spaventarla; anzi per sfidare maggiormente il
pericolo di essere scoperta, andò a sedersi sul divano, atteggiandosi
sfrontatamente.
--Tertulliano ha ragione,--pensò colla solita perversità di
erudizione:--l'amore è sempre una prostituzione. O uno o tutti, il
fatto non muta... Non sono che in un postribolo qui!
E la sua immaginazione esacerbata afferrò Jela, le gittò sopra il
conte Enrico, e rimase ad osservarli sghignazzando come una pazza.
Poi un'idea l'abbagliò; quindi passando prestamente nel gabinetto
della toeletta, da questo all'altro da bagno, si esaminò attentamente
intorno. L'ultimo uscio dava sull'appartamento, che divideva i due
sposi, e per il quale il conte Enrico doveva inevitabilmente passare.
Il salottino pareva quello di uno stabilimento, colla tinozza
incastrata nel muro, le pareti verniciate di bianco, a olio, e un breve
tappeto scuro dinanzi alla tinozza. Ma un enorme specchio colla cornice
di noce, sostenuto da due zampe di leone, si alzava in un angolo per
una altezza di persona gigantesca.
Ida notò come la cornice toccasse il pavimento; rientrò nella camera
di Jela, quindi nella propria. La finestra era aperta, la notte anche
più buia. Si rigettò l'abito dalle spalle, slacciò il busto, le
sottane, la camicia, si chinò a sfibbiare le giarrettiere, si trasse le
calze, dritta, coi piedi, pestandoseli febbrilmente, traballando come
d'ubbriachezza, cogli occhi pieni di lampi e la bocca di parole. Poi
raddrizzandosi in faccia a sè medesima, si riaffermò con un sorriso.
I capelli arruffati dalle convulsioni sul letto le coprivano mezza la
fronte e gli orecchi, ma non li ravviò. Il dolore li aveva scomposti
come il volto in un'altra bellezza più formidabile; quindi si rimirò
dentro allo specchio nell'impudore della propria nudità, colla fronte
solcata da una ruga profonda. Nei momenti supremi la fanciulla subiva
sempre il prestigio di una posa.
Aveva steso sul letto l'ampia veste di raso nero, dentro di raso
bianco, colle maniche ad imbuto, enormi, che consentivano tutta la
nudità del braccio fino alla spalla: l'infilò, vi disparve. A quel lume
delle candele il raso aveva delle ondulazioni di baleni. Poi cacciò i
piedi in due pianelline di raso nero, e fece per muoversi udendo rumore
nel gabinetto. La Nencia veniva ad informarsi della sua salute da parte
del conte Alberto, se le doleva il capo.
--Ancora, ma passerà, grazie.
--Dove va?--chiese la vecchia, stupita di quell'abbigliamento.
--Nella biblioteca.
Infatti le passò innanzi senza nemmeno guardarla. La vecchia, che già
preparava una malignità, la seguì suo malgrado fremendo alla molle
superbia di quel portamento da palco scenico, che pareva passare fra
gli applausi ed i fiori. La vide chiudere il pesante portone della
biblioteca e sparire.
--È matta,--pensò fra sè medesima, ridiscendendo nel salone, dove la
conversazione stava per sciogliersi.
Ma Ida mise il catenaccio al portone, depose il lume sul tavolo e da un
usciuolo, nascosto fra gli scaffali, sicura di sè medesima, si diresse
al bagno di Jela.
Jela ed Enrico, che dalle loro camere potevano vedere i finestroni
illuminati della biblioteca, la crederebbero là dentro.
VI.
Jela era già salita sul gran letto di quercia, nascondendosi la
testa sotto i lenzuoli coll'astuzia di un fagiano spaventato. Il suo
corpicino, rannicchiato sotto le coperte, aveva quasi rinunciato ad
ogni seduzione per raddoppiare quelle del volto, seppellito fra
un nuvolo di ricci ammassati capricciosamente sull'origliere. Non
parlava più, ma si moveva a piccoli stridi, con una trepidazione piena
di bruscherie ad ogni parola della Nencia, che le girava intorno
come una mamma, assaporando nella propria malignità di vecchia
quell'ansia suprema di un'ora unica nella vita, alla quale si tengono
sempre fisi gli occhi prima di arrivarvi, e alla quale si rivolgono
irresistibilmente appena passata. Ma Jela, vezzosa crisalide, nella
quale il verme non presentiva la farfalla, era incapace di provare
tutta la malinconica terribilità di quella agonia di un mondo poetico,
che deve dissolversi al contatto della realtà senza che nemmeno un
frantume possa raffigurarlo più tardi, perchè nulla della vergine
sopravvive nella donna. Era tardi.
--E Ida?--chiese improvvisamente la fanciulla.
--Sarà in biblioteca.
L'altra non replicò e tornò a fissare l'uscio, pel quale la Nencia
doveva uscire a spiare l'arrivo dello sposo. La vecchia, benchè
reluttante, aveva dovuto consentire a questo ultimo capriccio di Jela.
--Nencia!--ella gridò, vedendola andarsene davvero dopo aver accesa
la bella lampada di alabastro sopra il tavolino di madreperla; ma la
vecchia, che si sentiva ingrossare il respiro ed aveva bisogno di
uscire per non diventare più bambina di Jela, le fe' un gesto supremo
di addio. Senonchè aveva ancora la gruccia in mano quando, ricacciata
da un impeto di tenerezza dentro la camera, tornò al letto.
Jela aveva i goccioloni agli occhi:
--Sta qui,--balbettò:--senti, va di là nel salottino.
--Sì.
--Se entra all'improvviso mi vien male. Come mi batte il cuore, mamma,
mamma!--ripetè, congiungendole le mani sul collo e guardandola con una
adorabile desolazione.--Mi vuoi bene anche tu, come lui? Se partiamo
posdomani, ti voglio con me.
--Ma andiamo dunque...--insisteva l'altra, cercando di dissimulare la
propria emozione:--che cosa è poi mai? Il signor conte...
--Pss...--l'interruppe, mettendole una mano sulla bocca.
Questa volta fu l'ultima, e la Nencia uscì. Però quel capriccio di
costringerla ad aspettare così in agguato non le pareva senza pericolo,
se il conte dovesse crederla un'oscena malignità e negarle quindi un
posto nella nuova casa maritale. A questo solo pensiero la vecchia si
sentiva strozzare. Depose la candela sopra il tavolo e, sulle punte
dei piedi, incollò l'orecchio al buco della serratura. Le sembrò
d'intendere un sospiro. Attese, credette d'ingannarsi, ma un fruscìo
di sibili seguì quel respiro, facendola palpitare di meraviglia. Nel
salottino del bagno tutto era buio e silenzio. La vecchia rimase
appiccicata all'uscio, indecisa, tornò ad attendere. Per un istante
il pensiero le corse a Ida, la quale aveva pianto tutto il giorno
per l'invidia del matrimonio di Jela, quasi per unire quel pianto
e quel sospiro; ma un secondo sospiro (questa volta era sicura del
proprio orecchio) le fece perdere il filo di ogni congettura. Quindi
raddrizzandosi indolenzita, gittò senza volerlo per gli scuri socchiusi
gli sguardi fuori del cortile, e vide i finestroni della biblioteca
illuminati.
--È là dentro,--brontolò con gioia beffarda, pensando che Jela era
nell'altra camera ad aspettare lo sposo.
Ma in quella lo scocco d'una porta lontana martellò; la vecchia,
percossa da un brivido, non udì un altro fruscìo più distinto. Furono
pochi istanti di una profonda ansietà: poi si distinse uno strascico
leggero di passi.
--Il signor conte, che viene!
Non aveva ancora finito questo pensiero e cominciato l'altro di
rientrare nella camera di Jela, che un rumore più vivo nel salotto la
rattenne. Il lume del notturno visitatore passava già sotto l'uscio.
La vecchia era tutta una vibrazione, aspettandosi a qualche cosa senza
sapere che, nè perchè.
Un'onda di luce ruppe nel salotto e il conte apparve sulla soglia in
veste di seta azzurra, con una bugia in mano. Era senza cravatta, ben
pettinato. Ad un sibilo stridente, questa volta di un abito, si volse
bruscamente. Ida livida, coi capelli disordinati, sorgeva dietro lo
specchio, più nera dell'ombra, nella quale s'avvolgeva, inoltrandosi
verso di lui come un fantasma.
Gli sbarrò il passo lentamente e, tendendogli la mano, mormorò:
--Aspetto.