presenza. Se la vorrai, Jela, te la disegnerò: sarà uno schizzo
poetico, giacchè siamo in alto, presso l'ideale. Solamente,--seguitò
guardando la marchesa e il duca,--ti converrà prendere il braccio del
conte Enrico, perchè si conosca bene il gruppo dei fidanzati.
A questa insolenza detta col miglior garbo tutti risero, ma la marchesa
potè appena frenarne il dispetto, e condensò tutta la propria risposta
in una di quelle occhiate di alterigia, che le grandi dame e gli uomini
superiori trovano così spesso e così terribilmente. Ida non volle
accorgersene e si mosse la prima verso la chiesa.
Camminavano per una strada abbastanza comoda sul ciglione del monte,
chiusa in fondo da un'alta croce di legno, un centinaio di passi prima
della parrocchia. A piedi della croce sopra una pagina di ferro era
incisa un'iscrizione.
--Che cos'è?--dimandò appressandosi il conte Enrico.
--Un invito a pregare,--rispose Ida,--per una ragazza che si suicidò
abbracciata alla croce; l'amante l'aveva abbandonata.
--Ed ella abbandonò l'amante,--ribattè il duca col solito spirito:--la
partita è pari.
Ma tutti si volsero.
--Ah!--esclamò il duca nello scorgere una grossa figura di donna,
nascosta presso un'elce facendo dei segni precipitosi a qualcuno
invisibile dietro un'alta siepe di bossolo:--ecco la Perpetua!--Ed
aveva appena finito l'esclamazione, che si vide sgattaiolare con
una vanga in mano, curvo della persona, scamiciato, un uomo nero e,
rivolgendo bassamente la testa, fuggire ancora con più impeto.
--Lo avevi detto!--proruppe il duca con Jela:--il tuo don Natale scappa.
Allora affrettarono il passo, ed arrivarono prontamente sul sagrato. La
chiesa e la canonica addossate in un piccolo prato verde, sotto l'ombra
delle elci, parevano due novità infantili nella loro pallida tinta
rosea. La chiesa ancora più piccina, inquadrata da una lista turchina,
colla porta gialla e due finestrelle rotonde, guernite esteriormente
di due inginocchiatoi di sasso, finiva in un delta di pietre azzurre
dentate, che le ricamavano l'ombra sotto il tetto. Una croce di legno,
piantata sopra uno scalino ed inchiodata nel muro a destra, difendeva
la porta; il campanile arrivava appena alla forcata delle elci, ed era
roseo anch'esso colle campane brune. Un piccione casalingo vi tubava
in quel momento sulla crocetta di ferro, mentre un altro passeggiava
sul tetto muschioso della canonica, alta di un piano e larga di tre
finestre, per due delle quali si vedeva una camera rosea, listata di
azzurro. E quell'uniforme soavità di colori sotto la severità delle
elci, su quella cima, fra quella immensa verdura dei monti, aveva
una grazia di capriccio impreveduto, una amabilità piena di ingenua
pretensione. Di fianco l'orto ed il cimitero, uniti dalla medesima
siepe di bosso, ambedue senza cancello, compivano il quadro con una
finitezza di più, e si aiutavano scambievolmente per quella vita grassa
delle loro vegetazioni.
A sinistra della porta un ramerino, pieno di occhietti azzurri, era
salito sulla finestra verso un bel vaso di rose bianche.
La comitiva si fermò, guardandosi maravigliati di trovare la porta
chiusa.
--Che non ci voglia ricevere?--disse il duca, cominciando a divertirsi.
La marchesa strinse le ciglia.
--Favorite di bussare,--ordinò ad Enrico.
--Oh!
E la porta si aperse immantinente, e la stessa figura di donna
riapparve rossa in viso come un gambero, con un'altra veste nera, a
pieghe sbuffanti sulle anche, e un largo velo bianco sulle spalle.
Aveva certo preparato qualche parola, che le cadde mutamente dalla
bocca; quindi rimase in mezzo, incantata sulla porta, chiudendola quasi
ermeticamente colla grossezza dei fianchi.
--Il signor curato?...--incominciò la marchesa.
--Si accomodino, aspettino che apro quest'altra mezza porta:
sissignori, è in casa, adesso viene, se non hanno fretta.
--Grazie.
--L'ho già avvisato, li abbiamo visti venire, li ho visti io; si
accomodino, adesso glielo vado a dire; ecco, si mettano a sedere.
Compatiranno, vado e vengo subito; se hanno un po' di pazienza...--e,
malgrado la disinvoltura di tutte queste parole, stentava a riaprire
l'uscio del salottino a fianco della porta, nel quale li aveva
introdotti. Il salottino era una stanzetta bianca, coi travicelli
fiorati. La marchesa, che si era già seduta sull'unico sofà di paglia,
fu la prima a sorridere dei sopramobili ordinati scrupolosamente
sopra un piccolo tavolo da muro. Una Madonna e un Pio IX, entro due
cornicette dorate, vi occhieggiavano fra molte linee di scatoline di
zolfanelli di cera, rafforzate da due altre di sassi rari, pieni di
asperità gemmee e di gobbe arabescate, come se dovessero segnare su
quel tavolo i confini di due proprietà e mettere un ostacolo prudente
nella solitudine di quei due. La Madonna era sola, colla bella faccia
intenerita; Pio IX in ginocchio, le mani giunte, pregava con una
compostezza elegante, tenendole gli occhi nel volto, dolci di affetto e
di ispirazione. Ma le scatoline erano vecchie; Jela ne riconobbe molte
alle figurine, già usate dal conte Alberto e che don Natale aveva
intascate a una a una, nelle sere che veniva al castello. Anche Jela
sorrise, poi tornò ad abbassare gli occhi; il conte Enrico osservava
con Ida le rose della finestra. La finestra era senza tende.
Il duca, che aveva lasciato la marchesa sul sofà, si avvicinò loro.
--Rose bianche, amore pallido.
Ida si volse per rispondere, ma in quel punto si aperse l'uscio e don
Natale si presentò tutto vestito di nero, colla sua faccia buona ed
angolosa, così sbigottito dell'onore di tali ospiti, che la fanciulla
commossa gli andò incontro come ad una vecchia conoscenza.
--Tocca a noi di cercarvi fino quassù: la nostra visita è di rimprovero.
--Signorina,--disse col suo più dolce sorriso, cavandosi solo allora la
berretta nuova della domenica.
E il disgraziato non trovò altro; ma per colmo di sciagura, guardandosi
le mani vi scoperse sul dosso una striatura del lucido dato or ora alle
scarpe; e allora non capì più. Si trovò in mezzo a quel gruppo di gente
mondana, tanto dissimili dal conte Alberto, col quale parlava di lepri
come cogli altri parrocchiani, affabile, alla mano, che non pareva
nemmeno un conte. Essi invece lo osservavano sorridendo sotto la loro
educata serietà, perchè lo avevano veduto scappare scamiciato colla
vanga, e trovavano ridicolo il suo salotto e lui peggio; indovinavano
che si era mutato di veste per loro, si era lustrato le scarpe; poi ne
avrebbero parlato scherzando al castello chissà quanti giorni, essendo
venuti a trovarlo non sapeva perchè, forse solo per ridere. Quindi si
girò gli occhi intorno senza vedere, in piedi fra le due fanciulle,
come un prigioniero tra due gendarmi.
Il duca dovette ricordarsi di essere un gentiluomo per non dare in una
risata, il conte Enrico si mordeva le labbra sotto i baffetti biondi.
Ma la marchesa, che si era levata, gli andò incontro, lo fece sedere
sul sofà accanto a lei e gli parlò del matrimonio di Jela, delle
pubblicazioni, mentre egli rispondeva sempre di sì colle mani supine
sui ginocchi, pensando che aveva il collare poco bianco, la barba
vecchia di cinque giorni e le calze di un nero un po' rossiccio. Quando
capì finalmente, alla terza volta, che il matrimonio della contessina
si farebbe nella sua chiesa, si gettò indietro guardando la marchesa.
--Spero che non avrete difficoltà.
--Signora... ma la mia chiesa... troppo onore.
--Avete conosciuto Jela bambina.
--No, no, signora, non sono stato io, fu il mio predecessore.
La marchesa non finì la frase, e chiamò Jela.
--Abbiamo accomodato tutto, carina: don Natale,--e lo guardò in modo
che ne fosse lusingato,--ti sposerà l'ultima domenica di quest'altro
mese. Puoi ringraziarlo del regalo, sarà il maggiore che riceverai.
Jela arrossì leggermente.
--Verrà qualche volta da noi?--gli chiese colla sua grazia:--Papà lo
ricorda spesso, lo ricordo anch'io.
--Adesso non lo dimenticherai più, non è vero?
Jela fece un atto grazioso colle spalle, e don Natale si sentì come
sollevato da un gran peso.
Durante la conversazione la sua fisonomia si era andata schiarando,
facendosi mano mano più simpatica, con quei capelli brizzolati, che
gli davano un'aria rispettabile, e il sorriso della sua bocca grande a
magnifici denti, che addolciva la durezza di tutte quelle angolosità
già rugose e abbruciate dal sole. Si capiva che doveva essere un buon
uomo, senza molta pietà, ma con abbastanza cuore, di un'umiltà più
selvatica che servile, rimasto contadino malgrado gli studi fatti e le
cure del sacerdozio. Ma un altro pensiero lo scombuiò improvvisamente,
di non sapere come chiudere la visita con quegli ospiti insospettati,
ai quali per consiglio della serva in cucina, mentre si lustrava le
scarpe, aveva deciso di offrire una limonata.
Il conte Alberto gli aveva regalato l'anno prima un magnifico vaso di
limone, diventato tutto il suo agrume e l'orgoglio del suo piccolo
orto; e precisamente quella mattina ne aveva staccati tre frutti maturi.
Ma dopo quelle ultime parole della marchesa don Natale aspettò
trepidando. Coi sensi resi più fini dalla paura, attraverso il
muro della cucina, vedeva la faccia della Marianna preoccupata nel
cercarsi inutilmente in testa un complimento, una frase da rivolgere
alla marchesa o a Jela. Ida era tornata presso le rose bianche, il
duca e il conte, malgrado la scioltezza di gente abituata a tutte le
situazioni di una conversazione, avevano sotto il loro atteggiamento
impenetrabile un impaccio sardonico. Il quale finì di centuplicare il
suo. Quindi tentò un grande sforzo volgendosi alla marchesa; questa
nel presentimento di una domanda annuì cogli occhi, egli mosse appena
i propri invece delle labbra, poi li abbassò. La marchesa ne profittò
per levarsi, e allora egli corse imprudentemente ad aprire l'uscio per
farle onore.
--Manca un cucchiaino,--gli disse sordamente all'orecchio la Marianna
in agguato dietro l'uscio.
Egli non potè rispondere, perchè la marchesa gli era addosso con un
sorriso, Jela gli sorrideva, il duca ed il conte Enrico lo circondavano
salutandolo. Il conte Enrico, che la marchesa gli aveva presentato
parlando del matrimonio, gli strinse la mano con un complimento, tutti
lo serravano con malizia indulgente, alla quale rispondeva con inchini,
perdendosi in ringraziamenti inintelligibili, finchè tutti infilarono
l'uscio, e ultima passò Ida, che gli aveva rubata una rosa.
--La conserverò, don Natale,--gli disse armoniosamente, tendendogli la
mano.
Egli la strinse così così, e le si accodò, indeciso di accompagnarli
alquanto sulla strada o di riverirli un'ultima volta sulla porta. La
Marianna gli tirò una falda del soprabito; ma in quella il conte Enrico
si ritraeva per lasciar passare Ida, poichè la marchesa era già sul
prato a braccetto del duca.
--Al piacere di rivederla,--mormorò con un cenno del capo.
--Oh! grazie,--rispose don Natale appoggiato con una mano al becco del
saliscendi, e piegandoglisi in faccia come davanti all'altare.
--Ma ci vada dunque dietro,--gli susurrò stizzita la Marianna da una
spalla, mentre il conte discendeva i due scalini. Ma egli non si poteva
risolvere, spaventato del come poi lasciarli a mezza la strada, e li
guardava che si rivolgevano verso la porta, sospesi dalla sua stessa
indecisione, intanto che la Marianna più coraggiosa seguitava a
tirargli le falde, ripetendo:
--Sono signori, non istà bene.
--Arrivederla, don Natale, arrivederla,--gridò Jela.
--Buona passeggiata.
--Vada dunque,--insistè la serva.
Jela si voltò ancora.
--Vacci dunque tu,--replicò stizzosamente don Natale, umiliato della
propria timidezza.--E il cucchiaino?
--Lo sa pure, che sono solamente quattro, d'argento. Sì, poi adesso
mandarli via come cani: è una vergogna. Almeno ci fosse andato dietro,
non morsicano già. Ma chiuda dunque la porta: sono cose da far pietà!
E la chiuse ella stessa, correndo subito alla finestra per tener loro
dietro, nascosta dal vaso delle rose; don Natale riflettè un momento a
testa china, poi la seguì. La Marianna, colla fronte contro il vaso e
le reni grasse sporgenti, guardava per lo spiraglio fra il vaso ed il
muro.
--Com'è che gli sposini non sono a braccetto? C'è la signorina Ida
invece. Io poi ci vorrei stare, al mio posto.--Ma dopo un istante con
un grosso riso di donna matura esclamò:--Non mi piace, è un coso bianco
bianco come un pollo morto. Eh! sono in due, che se non s'insanguinano
non diventano rossi.
--Sta zitta,--mormorò a bassa voce, quasi potessero udirla ancora, don
Natale rattenendo una risata.
Ma la Marianna si rialzò dallo sforzo di quell'atteggiamento, che le
aveva fatto diventare il viso purpureo. Era ancora bella; si passò
una mano sugli occhi neri, poi mettendo un respiro, che le fe' tremare
superbamente tutta la massa del seno:
--Non ce n'è nemmeno da cena con uno sposo così: dopo poi? Sì...
E ritta in tutto il vigore della sua sanguigna robustezza, lanciò loro
dietro un gesto intraducibile, cogli occhi luccicanti, il seno grosso,
la bocca commossa da un sorriso così formidabile, che don Natale ebbe
una compiacenza nello sguardo, ammirandola, e sorrise.
V.
--Pigliami teco a letto la prima notte: lo ameremo insieme.
--Che? Enrico è tutto mio, non te ne do neanche un capello.
--Bada, gli piglierò la testa.
--La testa?--rispose Jela, arrestandosi un momento all'energia feroce
di questo scherzo; quindi buttandosele contro il viso ed arruffandone
i capelli:--Il bel guerriero indiano! Te la metterai agli arcioni di
Febo. Senti, ti suono il suo valzer: lo ha composto per me.
--E tu lo credi: lo ha rubato a Schubert.
--Bello! bello!... come sei bello, Enrico!--Jela seguitava a gridare
scorrendo colle agili dita sulla tastiera, e traendone una danza di
note calde e folleggianti, che pareano battere come tanti cuori e
fremere come tante labbra, mentre la sua testina si agitava in una
smania lasciva e scimmiesca.
--Ida, vuoi venire a letto con noi? Appena arriva glielo domando.
Ma Ida, che riceveva gli aculei di quelle celie nell'anima, come il
toro la punta delle bandieruole rattenendo tutti gl'impeti dello
spasimo per un salto inaspettato, era tornata collo sguardo sulla
strada; quando all'urto di una massa bruna, che si avanzava verso il
castello fra un nuvolo di polvere, esclamò:
--Arrivano.
Jela balzò alla finestra, poi fuggì. Ma Ida, che non voleva perdere
il vantaggio di essere cercata, colse il loro doppio saluto, mentre
entravano sotto il portone; il conte le parve anche più bello. Quindi
ritornò sulla poltrona e riflettè lungamente prima di scendere in
giardino. Nell'atrio incontrò il duca, che la cercava. Il sole curvo
sulla cima del bosco allungava l'ombra del palazzo fin oltre la vasca
dei pesci, mentre la moltitudine dei verdi sul monte impallidiva
malinconicamente. L'aria era ancora calda e piena di profumi campestri.
Essi rimasero in piedi, appoggiati colle ginocchia contro l'orlo
levigato della vasca, ascoltando l'inesauribile soliloquio delle
fontanelle. Ma il duca, che smaniava di offrirle il regalo, si trasse
di tasca un astuccio e, presentandoglielo aperto con un garbo quasi di
orefice, le domandò che cosa ne pensasse. Era un filo di perle piccole,
brune ed uguali. Ida le considerò sbadatamente, e gliele restituì.
--Ma sono per voi, se avrò la fortuna che le accettiate,--disse con una
certa crudezza.
La fanciulla lo guardò.
Egli fu impacciato.
--Quanto vi costano? signor duca?--chiese colla sua voce più limpida,
giocarellando col filo delle perle nel mignolo.
Egli fu impacciato.
--Quanto vi costano? Spero che il loro prezzo non sarà un segreto.
--Duemila lire.
Ida trovò uno de' suoi potenti sorrisi.
--Al mio villaggio conoscevo un ragazzo falegname, che un giorno per
una lite col padre dovette uscire di casa, e sostituì un signore nella
coscrizione. È morto nella Sila contro i briganti. Povero ragazzo!
vendette per tremila franchi la sua vita!
--Signorina,--rispose il duca colla fronte ardente di rossore:--vi
assicuro che questa volta avete torto. Il duca di Rivola non è nè
abbastanza ricco, nè abbastanza pazzo, per voler comprare con un filo
di perle un brillante più grosso del Reggente.
--Ah!--fe' rattenendo una risata a questo complimento rettorico, ma
guardandolo con aria lusinghiera:--siete voi, signor duca, che avete
torto. Perchè mi fate la corte a questo modo? Perchè non mi avete
presentato un fiore, un libro, una perla sola? In una perla piccina può
capire un mondo di ricordi o un mondo di speranze.
--Vi ho offesa?--mormorò ammaliato dalla dolcezza di quella voce.
--Offesa! ve l'ho detto un'altra volta: non mi offendo per non darvi il
vantaggio di una superiorità. Offritele a Jela queste perle: ne sarà
tutta contenta.
--E se vi pregassi di accettarle come un rosario, col quale preghereste
per me? Prendetene una almeno.
Ella ruppe con una strappata il filo delle perle e, raccogliendole
tutte nel cavo della mano, gliele presentò sorridendo.
--Mettetemela nei capelli,--disse poi, abbassandogli il capo sul petto
colla eleganza vezzosa, ma forte, di una capra.
Il duca si guardò attorno come per darle un bacio sulla nuca
profumata di un sottile odor di fieno; ma l'abbattimento di quella
nuova sconfitta fu più grave della tentazione, e il desiderio gli si
affondò nella coscienza. La fanciulla, che in quell'atteggiamento
gli porgeva la mano colle perle più alto della propria testa,
sforzando voluttuosamente un contorno del seno, cominciava a tremare
d'impazienza. Egli prese quindi una perla e, sollevandole un riccio
sulla fronte, ve la nascose in modo che non cadesse.
--Avete finito?--sussurrava la fanciulla con un riso soffocato,
accorgendosi che il duca le si perdeva cogli sguardi giù per il
collo.--E queste? fate la mano.
--Accettatele, ve ne prego.
--Lo volete?
--Ve ne scongiuro.
--Ecco; grazie, signor duca!--e lanciò improvvisamente tutte le perle
in aria, sulla vasca, che caddero in una pioggia minuta, attirando i
pesci di Jela, mentre ella si curvava ad osservare le loro disillusioni
colla stessa grazia, che se vi avesse gettato della sabbia. Ma il duca,
sopraffatto da un sordo rammarico, era rimasto colla bocca aperta.
--Come mi esaminate!--ella sclamò ad un tratto.--Ecco che mi trovate
straordinaria, perchè distruggo duemila lire senza possederne
altrettante. Via, signor duca, dovreste esser più gentile.
--Vi ammiro.
--E mi amate un poco per questo?
--Vi amo troppo.
--Troppo! avaro! Ebbene, fatevi amare, diventate bello come il conte
Alidosi: la bellezza è sempre la prima virtù.
--Siete innamorata di lui?--proruppe morsicato dalla gelosia.
--Io...
Poscia si fece seria e gli tese la mano.
--Signor duca, vi credo: forse un giorno avrò bisogno di voi e dovrò
cercarvi, se mi amerete ancora o piuttosto non mi avrete dimenticata
come tante altre donne, che v'ispirarono dei capricci.
--Mai.
--Conto su di voi. Adesso parliamo d'altro, perchè ecco appunto che
vengono a cercarci il conte Alberto e i due sposini: vedete, parlano
di noi, dicono già che mi state seducendo. Ma, signor duca, se non
affettate un contegno più indifferente, crederanno di arrivare a tempo
per salvarmi: siete quasi drammatico.
Il duca ebbe appena il tempo di rimettersi sotto questa nuova sferzata,
che gli altri erano già loro sopra, e tutti insieme andarono nel bosco
ad aspettare l'ora di pranzo. Jela raggiante pei regali ricevuti, e
non ne era arrivata se non l'avanguardia, sotto la pressione di quella
gioia, che le traboccava dal cuore, dovette appoggiarsi al braccio
della sorella. Ella non capiva in sè, parlava, rideva, guardando Ida
ed Enrico a vicenda, quasi per rifrangere sul loro viso la propria
felicità e raddoppiarla.
--No,--rispose Ida al conte con uno sguardo fiammeggiante.
Egli le fece un cenno inutile, Jela non si era accorta di nulla, e
l'altra era già tornata verso il duca.
Passeggiarono ancora qualche tempo per il bosco, poi la campanella li
chiamò a pranzo. Ida era presso il conte Enrico.
--Ho bisogno di parlarvi: questa notte verrò nel vostro
appartamento,--sussurrò offrendole una salsa.
--Non siete abbastanza forte per farvi un giocattolo di me.
--Allora non mi amate.
--Vi amo più di Jela, ma se non posso disputarvi, non voglio
pregustarvi come un cuoco.
--Non le piace questa salsa?--le chiese il duca insospettito di quel
dialogo a bassa voce.
--No.
Finalmente venne il giorno delle nozze. La funzione avrebbe dovuto
essere per il mattino, ma Jela si era sentita così male, che sul
consiglio del dottor Torquemasi, invitato dal villaggio, si era
rimandato il tutto per l'indomani. La fanciulla non era più uscita dal
proprio appartamento, sola tutto il giorno colla Nencia; poi la sera
aveva pregato ella stessa lo zio, perchè il matrimonio si celebrasse
subito, senza nemmeno quella poca solennità consentita dall'indolenza
del padre. Ella aveva come paura e vergogna; se lo avesse potuto,
sarebbe andata di notte, sola con Enrico e la Nencia, a bussare alla
porta di don Natale, perchè li sposasse.
Ma tutte queste contraddizioni, che facevano mormorare i domestici ed
i pochi invitati, finivano di esasperare il duca, già irritato per non
aver veduto Ida da due giorni. Il conte Enrico cominciava a sentirsi
ridicolo. Solo il conte Alberto conservava la propria indifferenza,
quasi estraneo a tutto quel moto, con una piccola contentezza d'ironia
nel vedere tutta quella gente trattenuta dalle fanciullaggini di Jela,
ma la marchesa più d'ogni altro lo divertiva. Tuttavia Jela cominciava
a vestirsi, girando fra le mani della Nencia come un fantoccio, coi
brividi di un imminente naufragio per le ossa e la testa in preda ad
un'allucinazione. La sua vita di bambina in casa di Ida, al convento,
quegli ultimi mesi al castello, la chiesa di don Natale, il salottino
delle rose bianche; Enrico dal primo giorno che lo vide, che lo amò,
il primo bacio non mai confessato nemmeno con Ida; l'abito semplice,
che indossava in quel punto, e l'altro bianco nella cesta di nozze, i
regali ricevuti, i gioielli, le rarità; quel gabinetto tanto abitato,
del quale ogni fiore della tappezzeria si ricordava una sua scappata,
ogni piega del cortinaggio conservava le perle sgranate di un suo
riso; lo specchio, i barattoli, le teche, i profumi, i nonnulla; poi
la Nencia che le era inginocchiata ai piedi, poi tutto il castello, la
valle, il mondo, l'infinito: ella sentiva tutto ciò con una confusione
e una intensità così viva, che non poteva sopportarla, e alla quale
non poteva sottrarsi. Quindi un senso strano di paura faceva oscillare
tutta questa fantasmagoria, una paura di esservi dentro e che svanisse
ad ogni istante; poi capiva, non capiva più, si accorgeva di aver
fretta; e l'ultimo bottone era chiuso mentre la Nencia le drappeggiava
ancora una piega sui tacchi balbettando:
--Come è bella!
--Aspettano, bisogna far presto... il conte Enrico...
Ma a questo solo nome, gettato nel mezzo della sua commozione e della
sua vita come un raggio fra due nuvole scintillanti di bianchezza,
una vibrazione di luce la percoteva; rinveniva, ascoltava le parole
borbottate dalla Nencia, avvertiva l'errore di un riccio o di una
trina, correggendolo con un gesto spossato.
Erano le sette e mezzo: l'ultimo raggio del sole strisciava sulla cima
delle colline.
--Oramai verranno,--ripetè per la centesima volta la vecchia,
affacciandosi alla finestra per vedere le carrozze allinearsi nel
cortile.
--È impossibile: ho paura.
--E dopo poi?
Ma Jela tremava davvero. La sua testina spiritata si volgeva da ogni
lato, con moti da uccello in gabbia, e il seno le pulsava, mentre negli
occhi le passava fra mille baleni di terrore una frotta di sorrisi,
e la poesia e la malizia le morsicavano il cuore col vezzo di due
cagnuoli.
Quindi scordandosi ogni preoccupazione del vestito si gettò sulla
poltrona, improvvisamente, tirandosi quasi la Nencia addosso.
--Starai nella mia camera.
--Finchè non verrà.
--E se non verrà?
Ella stessa non lo credeva; la vecchia si contentò di sorridere, poi
aspettò. Jela aspettò anch'essa, e non ebbe altro da dire.