dolorosamente punto. Quel giorno Ida non comparve che a pranzo e fu
insensibile a tutte le sue allusioni, anche le più trasparenti. Dal
proprio canto il duca sempre più irritato cominciava a smarrirsi,
parendogli quasi un sogno di essere tanto trascorso con quella ragazza
e che ella non se ne fosse offesa. Ma se da provetto conoscitore egli
le aveva riconosciuta fino dal primo giorno la stoffa di una gran
signora, capace ancora più d'ispirare follie che di commetterne, e
si era incapricciato per la vanità di creare un ultimo scandaloso
capolavoro, la fanciulla, che aveva troppa forza d'esperienza per
cadere nel primo tranello, tratto tratto gli ricompariva ancora
giovinetta, col fascino leggero della propria età e le provocazioni
delle primizie.
Così le difficoltà, che avevano salvato il conte Alberto, finirono di
perdere il duca. Egli non volle confessarsi inferiore ad una maestra,
dopo essere stato battuto come uno scolaro. Questa amara parola gli
era rimasta nella strozza e pareva soffocarlo, quando ella lo guardava
placidamente senza abusare della vittoria.
--Dunque?--gli domandò il conte Alberto, sorprendendolo a contemplare
la fanciulla, che si allontanava al braccio di Jela coll'Alidosi verso
il bosco.
Il duca alzò una spalla colla più suprema indifferenza, ma il conte
Alberto, che aveva saputo dalla Nencia la visita notturna in biblioteca
e ne indovinava il risultato, ripetè il suo primo sorriso di sarcasmo.
Il duca corse sulle loro tracce per il bosco, ma Ida non c'era più.
Raggiunse i fidanzati, passeggiarono per il gran viale; poi i due
uomini, che s'intendevano a meraviglia, vollero ritornare.
Jela era triste, la sera passò male. Ida non scese dalla propria
camera, Jela suonò, cantò inutilmente, mentre Enrico e il duca
parlavano in un canto della maestra, la quale dopo il matrimonio della
sorella di latte si troverebbe a mal partito.
--Cederà.
--Ne dubito,--ribatteva il duca, che, esagerando la iattanza col conte
Alberto, esagerava la diffidenza con Enrico, un giovane, che poteva
facilmente scavalcarlo:--tu non la conosci, è una di quelle donne alla
Dumas, che calcolano sempre ed hanno troppa testa per avere molti sensi
o abbastanza cuore.
--Ma se è quasi brutta!
--Tanto meglio.
Così passarono vari giorni, poi Enrico partì e non rimase che il duca,
del quale il capriccio nascente era omai noto a tutti grazie alla
Nencia. Ida durava la solita manovra e gli parlava spesso dell'Alidosi,
del suo matrimonio con Jela, della felicità di quest'ultima sposando
un uomo così raramente bello. E a poco a poco quella ammirazione della
forma le si riscaldava suo malgrado nell'anima, con quella incessante
preoccupazione di eccitare la voluttà negli altri.
Adesso la sua fantasia di poeta offriva tutto un carnevale di orgie
al suo cuore di vergine e ai suoi sensi di donna; non desiderava più,
chiedeva: non saliva alla lussuria, vi discendeva colla famelica
ostinazione di una abitudine irritata dall'impotenza stessa. Era sempre
la fanciulla dalle immaginazioni sultaniche, la quale voleva essere
amata invece di amare, avere un uomo piuttosto che una passione, ma
con un egoismo più cosciente ed una raffinatezza più corrotta. La
sua lussuria aveva l'acrimonia dell'odio sotto tutta quella pompa di
pensiero, ed era come il crocicchio di tutte le strade della sua anima,
il vertice di tutta la sua vita. Ella, che non poteva essere un giorno
se non per la lascivia, se n'era fatta come una mazza medievale dalle
punte dentate; se non che, tenendola sempre in mano o fra le ginocchia,
vi si pungeva soventi ella medesima.
Innamorare Enrico schiacciando Jela, suo padre, il duca di Rivola ed
Enrico stesso, qual sogno!
Lo aveva fatto, poi lo aveva ripetuto.
IV.
--Me lo dici il segreto?--ricominciò Jela pigliandogliene un lembo
dalle ginocchia e mostrandoglielo:--perchè questi colori? Quando te la
metti?
--Forse la tua ultima notte. Non ti parrebbe ben immaginata per quella
scena?--seguitò con voce sardonica.--Tu vi sei dentro nuda, più bianca
di questa fodera stessa e con una commozione sul viso, alla quale il
nero della veste dà quasi il tragico pallore del sacrifizio. Vedi, deve
appena combaciare sul seno come nella _Femme Fellah_ di Landelle; basta
scostarla un momento, ed appari nuda nella nudità del raso, con una
verginità di due candori, una morbidezza di due nudità.
--Senza camicia.
Ida alzò le spalle.
--La fai dunque per me, di raso nero foderata di raso bianco?
--No.
--Non capisco.
--Domandane la spiegazione ad Enrico.
Jela diè in una risata, poi discese a cercare lo zio, che doveva
partire; questi le chiese di Ida.
--È nel suo appartamento,--rispose la fanciulla, rattenendo un sorriso
malizioso.
Ma il duca non osò salirvi, invece entrò in biblioteca. Il ricordo di
quell'assalto fallito lo perseguitava tristamente.
Si sedette sulla poltrona, sentendovi con ironico piacere l'impronta
della fanciulla, guardò poi sulla tavola il libro aperto ancora alla
stessa pagina enigmatica. Ora la comprendeva troppo bene. Per un
istante pensò che Ida se la tenesse sempre agli occhi per difendersi
dalla sua seduzione, ed un lampo d'orgoglio illuminò il vespero del suo
capriccio.
In quel punto la fanciulla, che lo aveva spiato da una finestruola
sullo scalone, aperse la porta e, scorgendolo al proprio posto, fece un
gesto di meraviglia.
Il duca la guardò con melanconia.
--Ero tornato per il mio libro.
Ida sorrise.
--L'avete trovato?
Il duca si fermò; il sorriso della fanciulla era così insolente, che
gli cadde ogni idea di lotta, ma nel medesimo tempo ella gli apparve
così provocante nello splendore della propria superiorità, che si sentì
vinto per sempre.
Si ricordò in un attimo tutto il breve tempo della loro relazione,
illuminato qua e là da una frase, da un frammento di scena, nella quale
ella si rivelava sempre più voluttuosa, tirando indietro tutte le
soluzioni e gettandogliele poi sul capo come una rete infrangibile.
Era vinto, ma la sua sconfitta poteva cominciare dalla resa di lei.
--Ancora?--rispose Ida a un richiamo di quella notte.
--Non ebbi già la disgrazia di offendervi?
--No, signor duca, ma con queste parole mi offendereste un'altra
volta, se io fossi una piccola borghese come le mie pari. Voi credete
di non avermi offesa, perchè voi siete duca ed io sono povera... Vi è
abbastanza orgoglio in questo pensiero e mi piace; ma io pure ho il mio
orgoglio.
--Signorina, non crediate...
--Non credo a nulla,--ribattè con accento nervoso:--ho l'orgoglio di
sentirmi al disopra della mia vita ed, essendomi ben compresa, di
potervi dire: signor duca, vi siete ingannato, posso ben perdonarvi un
errore.
E, pronunciando queste ultime parole, la sua voce sempre soave
avvolgeva quel perdono in una carezza di armonia.
--Mi perdonate?--egli domandò più meravigliato che commosso.
--Perchè no? Del resto il vostro errore non è forse senza mia colpa. Mi
avrete creduta una delle tante ragazze, che cominciano ad arrendersi
nei discorsi per cedere più facilmente dopo; la vostra esperienza avrà
rafforzato questo errore. Ma a certe altezze, come diceva Madama di
Staël, è sempre possibile intendersi: io non sono una fanciulla volgare
e voi siete davvero un gentiluomo, che ha una maniera per la donna e
un'altra per la dama. Dal momento, che v'accorgeste dell'equivoco,
mutaste la vostra corte...
E si arrestò.
Il duca, che sapeva di non aver mai cangiato d'opinione verso di
lei, dubitò di un complimento o di un sarcasmo, ma per timore di
quest'ultimo:
--Però non la cessai,--soggiunse.
--La cesserete. Quando si fa la corte si spera, quando si spera...
Egli attese, e siccome ella sembrava invece aspettare da lui il resto
della frase:
--Si ama,--continuò.
--Voi!--disse con quella irritante lentezza.
--Se arrivassi a persuadervene?
--Lo crederei.
--Allora?!
--L'amore è luce, ma il fosforo ha una luce fredda.
--Il fosforo non è amore.
Ma il duca, che sentiva divagare la conversazione, tornò a costringerla
nella possibilità di una passione fra loro; quindi imbaldanzito della
buona piega del dialogo parlò di un ricordo, di un pegno di pace; e
siccome Ida senza rispondervi accennava a ritirarsi:
--Non mi lascerete baciare la vostra mano? Sarà il perdono di
quell'altro bacio.
--Mi avete baciata!--esclamò con una indifferenza così perfetta, che
lo ferì al cuore. Poi la fanciulla si rivolse leggiera, andò verso
uno scaffale in fondo, vi si rizzò sulle punte dei piedi per leggere
il nome dell'opera; ma non era quella, e dovette cercarla ancora,
movendosi con una grazia così superba, che il duca stette lì lì per
farle un altro complimento. Finalmente la rinvenne: era un grosso
volume, vecchio; se lo mise sotto un braccio e, portando la mano più
basso, a caso, sopra un altro volume, si sporse repentinamente verso il
duca.
--Ecco!--esclamò:--era questo il vostro libro? George Sand, _Le dernier
Amour_.
--_Le dernier_...
--_Mais amour?_
--Sia!--gridò facendole un passo incontro; ma ella agitò la mano ad un
gesto di addio, di provocazione, di ripulsa, e fuggì per la porta. Il
duca l'inseguì come un fanciullo, ma potè appena vedere le sue sottane
svoltare all'uscio dell'appartamento. Ida proseguì; appena nel salotto
s'incontrò nella Nencia, che la cercava da parte di Jela. La vecchia
notò quell'aria trionfante della fanciulla e si morse le labbra per
frenare una malignità irriflessiva, che l'altra fu pronta a coglierle
nella contrazione della bocca.
--La signorina vorrebbe scrivere una lettera da consegnare al signor
duca, che parte. Aspetta giù nel salone: il signor duca parte fra poco.
--Ritornerà.
--Quando si è amati in una casa ci si ritorna.
--Non sempre, buona Nencia; ma quando si ama sì.
Jela era già seduta al tavolo colla fronte aggrottata e la penna nelle
mani. Voleva scrivere una lettera ad Enrico, ma con tutti gli sforzi
non era riuscita ad andare oltre l'esordio, un periodo veramente
orribile. Aveva quasi pianto di rabbia, poi si era dovuta decidere a
mandare per Ida. Questa, già abbastanza informata dalle parole della
Nencia, sorrise a quella confessione di una lettera segreta, cui il
duca faceva da corriere. Quindi rispose subito:
--Scrivi.
Jela, ammirata di quel facile talento d'improvvisazione, la guardava
ansiosamente.
--Scrivi pure; sarà una bella lettera, degna di voi due:--e mentre Jela
si accomodava meglio al tavolo, Ida cominciò a passeggiarle dietro per
la stanza. Era diventata pallida; la voce le tremò nel pronunziare il
nome di Enrico. Colla sua prontezza agli espedienti aveva già traveduto
tutto il partito, che poteva trarre da quella lettera.
* * * * *
Enrico!
«Quando m'imponesti di scriverti, non avevi certo pensato che per me
sarebbe stata la prima volta e mi troverei qui ora, al tavolo, senza
saperne più nulla. Ti amo, lo sai: ma dopo non so più cosa dirti, non
lo so, non lo so. Mi pare che tu sia qui a vedermi scrivere, sorridendo
del mio imbarazzo, mentre quello stesso rossore, sul quale hai tanto
scherzato, m'infiamma orribilmente la faccia. Mi vuoi veramente bene,
Enrico? Vedi, io non reggo teco a cinque minuti di conversazione, sono
una bambina, ma ti amo tanto che consentirei anche a diventare brutta,
se per uno strano capriccio tu dovessi chiedermelo un giorno».
* * * * *
--No, no,--interruppe Jela:--sei pazza.
--Scrivi,--ribattè l'altra con accento nervoso.
* * * * *
«Se non potrai ritornare prima di sabato, te lo dico apertamente, sei
ben cattivo. Ma non lo sai, Enrico, che ho bisogno di vederti, che
penso troppo a te quando sei lontano, che il tuo pensiero mi diviene un
tormento, che ti ho sempre agli occhi e l'anima mi si sfinisce nello
spasimo soave di questa illusione? La notte ti sogno, il giorno è
un'altra notte, che mi ti fa più bello. Suono sempre quel _valtzer_,
che hai composto per me, e ne ripeto le note per lunghe ore, perchè mi
pare di sentirti così sotto le mie dita».
* * * * *
A questo punto Ida, che passeggiava innanzi al tavolo di Jela,
dominandola di tutta la persona, vide schiudersi piano piano la porta
ed apparire guardingamente la bionda testa dell'Alidosi. Impallidì.
Egli entrò sulle punte dei piedi, vestito di bianco, leggiero, come
un'ombra, sorridendo di quella scena indovinata all'ultime parole della
lettera, e della quale la Nencia eragli corsa incontro ad avvisarlo. Le
fe' un cenno scherzoso di seguitare, guardandosi attorno per sedersi in
un angolo. Ma Ida si rimise prontamente, gli rispose con una occhiata,
poi chinandosi su Jela si fe' ripetere l'ultimo periodo, quasi ne
avesse perduto il filo, e lo pronunciò con voce vibrata.
--È troppo,--arrischiò timidamente Jela.
--Per il tuo amore? Se lo ami meno, possiamo smorzare le frasi.
--Ma infine non mi ha ancora sposata! Se lo sapesse papà mi sgriderebbe.
--Scrivi, la straccerai poi.
E Ida perfettamente sicura ricominciò a passeggiare verso il conte.
Una indefinibile umidità le appannava la levigatezza della fronte,
mettendole sulle gote un pallore di emaciazione; gli si appressò,
sempre cogli occhi negli occhi, e con un gesto quasi grave gli tese
la mano. Egli meravigliato, commosso, gliela strinse, avvolgendosi
involontariamente nella luce del suo sguardo. In quel momento ella gli
si chinava sovra i capelli biondi, divisi femminilmente sulla fronte,
curvandogliela con una terribilità di atto amoroso, cui il pericolo di
quel silenzio e lo stesso lividore del volto davano una solennità quasi
tragica.
Quindi ripetè, staccando ad una ad una le parole:
* * * * *
«Io non lo so perchè ti ami, ma ti amo dal primo giorno che ti ho
veduto, ti amo ancora, ti amerò sempre, anche se tu non mi amassi o,
per una orribile brutalità del destino, dovessimo separarci per sempre
prima di esserci uniti eternamente. Mi somigli quasi: sei bello come
una donna».
--Questa poi è una insolenza:--disse Jela senza voltarsi.
Ida, piegata sul volto di Enrico, lo divorava cogli occhi dilatati:
--Aspetta,--susurrò con accento convulso.
* * * * *
«Sei bello, ti amo, ti voglio...».
* * * * *
--Ti voglio,--ripetè con voce strozzata, ed avventandoglisi colla
furia dell'aquila, gli si posò fremente, feroce, ferita, sulla bocca.
Egli, preso da quel bacio, ebbe appena la forza di resistere all'urto;
non capì. Gli parve che un unghione gli si piantasse nel cuore,
che gli bruciassero le labbra. Chiuse gli occhi, li riaprì, e vide
Ida rivolgersi bruscamente col viso stravolto e dare in una risata
stridente.
--Oh!--esclamò Jela, che si voltava in quel punto, e rimase tutta
meravigliata di vedere Enrico ancora per mano di Ida. Egli non si
poteva rimettere, ma l'altra, ridendo sempre più naturalmente gli diè
una scossa disperata, mentre ubbriaca dal soverchio riso andava ad
abbattersi sopra una poltrona.
Allora anche Enrico sorrise.
--Ma,--disse Jela, che stentava a comprendere.
--Sono entrato di nascosto.
--Non lo direte con alcuno?--intervenne Ida con gaio spavento.
--Che! è un segreto.
Quindi Ida si levò, venne intorno a Jela, e ridendo le chiesero perdono
dello scherzo.
--Senti, se non ci perdoni, guai a te! Lo dirò a mia zia, che ti
aspetta su nel salone con papà, e siccome è la donna più noiosa del
mondo... Signorina,--si rivolse a Ida,--anche questo è un segreto... Ti
renderà la vita impossibile. Mio Dio! ho dovuto portarla meco, ma ci
aiuteremo a lasciarla sempre sola. È la mia unica parente.
--E il duca?
--È mio zio, ma lo considero come un amico. Eccolo là!--esclamò
vedendolo passare pel cortile.
E corse alla finestra.
--Non parto per oggi: dov'è Ida?--chiese questi a bassa voce.
--Qui: l'ami?
--Come un pazzo.
--Lo sei.
L'indomani la marchesa di Renzuno, ancora indispettita col conte
Alberto, il quale aveva rifiutato ogni ragione perchè il matrimonio
accadesse pomposamente in città colla esposizione del corredo, i
ricevimenti, le feste, il corteo dei parenti, la folla curiosa (un
trionfo per la famiglia ed una vera entrata nel mondo dal gran portone
aperto a due battenti), colla sua consueta febbrilità cercò subito del
curato. Voleva intendersi seco per la cerimonia, preparando una festa
campestre; ma poi non era contenta, e tornava sulla sconvenienza di
questo matrimonio di sotterfugio, quasi Jela non fosse la contessa di
Valdiffusa e il conte Enrico non portasse uno dei nomi più belli della
provincia. Se non che il conte Alberto, il quale si vedeva innanzi
tutta la schiera delle noie e delle contrarietà mascherate di cortesie,
già ristufo del mondo ed inchine per pigrizia alla misantropia, non
si lasciava punto smuovere e cercava di placarla, confessandole
ripetutamente il proprio torto. Il duca lo sosteneva per sollazzo,
il conte Enrico affettava una grande passività, piena di rispetto
affettuoso per il suocero e di amore per Jela, cui il frastuono
vagheggiato dalla zia spauriva. Ma ella si arrabattava ancora. La sua
attività, diventata proverbiale nel vasto circolo delle sue relazioni,
non aveva requie. Purchè ci fosse una causa, nella quale aver ragione a
furia di dare torto agli altri, il titolo non importava; ella vi dava
dentro soffiando, anfanando, girando sempre su sè medesima, e parendole
così di fare il giro del mondo.
--Mio Dio!--aveva esclamato il conte Alberto dopo un assalto:--la vita
deve sembrarvi ben breve.
--Ma l'ozio è orribile.
--Forse v'ingannate,--ribattè colla sua felice indolenza, allungandosi
sulla poltrona e seguendo con occhio distratto il fumo azzurrino del
proprio sigaro.
--Anche l'ozio deve essere stato calunniato: il destino di tutti i
grandi!
Ida sorrise di approvazione.
--Ma come si fa a stare in ozio, pensando sempre?
--Non si pensa: non è vero, signorina Ida, voi che pensate sempre?
La fanciulla ripetè col conte il suo fine sorriso, e la marchesa non
potè frenare un gesto d'impazienza.
Quella mattina, benchè il sole fosse già alto, volle partire per la
parrocchia. Sarebbe stata una passeggiata.
--Andiamo a cavallo?--sclamò Ida guardando il conte Enrico.
--L'invito è a piedi,--ripetè secco secco la marchesa, e si volse al
duca, perchè egli pure fosse della partita. Questi rispose con un
inchino e, passando vicino alla fanciulla:
--Fate presto,--le disse:--la marchesa ha sempre fretta.
--Suo marito ne aveva anche più, giacchè è vedova.
--Ah!--gridò il duca, frenando a stento una risatina, e corse dal conte
Alberto a ridirgli il motto.
Ida salì al proprio appartamento, si acconciò un velo nero sui capelli
e prese il frustino invece dell'ombrello. Per le scale s'incontrò con
Jela; la marchesa aspettava già sul portone col duca ed Enrico. Era un
grazioso mattino. Traversarono il vecchio bosco, umido di nuova vita,
cogliendo qualche viola serotina, la marchesa al braccio del duca, e
Jela a quello della marchesa, Ida innanzi con Enrico. Benchè lo scopo
della passeggiata fosse lieto e il cielo sorridente, parevano tutti
malcontenti. Parlavano poco. Jela, col pensiero alla chiesa del suo
matrimonio, seguiva coll'occhio i passi di Enrico, il duca ascoltava
senza intenderle le parole di quei due davanti, che parevano camminare
senza il solito brio. Il viale fu interminabile.
Ma Ida, cui la profonda serietà del bosco premeva la voglia di una
risoluzione, avventò la prima frase; il conte si spinse oltre col
solito tono di frivolezza, e il loro dialogo già difficilissimo
s'impigliò nell'orgoglio di entrambi.
--Vi preferisco così,--ella proruppe nervosamente ad un silenzio:--sono
io, che vi tento.
--Mi tentate?
--Volete un'altra parola? vi amo; siete bello, leggero... oh!--fe'
mordendosi le labbra per trattenere un aggettivo più insultante ed
egualmente vero:--Jela, non può comprendervi, perchè vi somiglia
troppo. Ci vuole un poeta e non una rosa per capire un narciso.
E le parole le tremavano talmente sulle labbra, che egli vi sentì quel
bacio delirante nel salotto. Le strinse il braccio.
--Lo so,--disse poi.
Ella attese.
--Mi amate?--ella domandò alzando la fronte.
--Sì.
--Questo sì è breve come un amore di uomo, potrebbe rispondervi
Shakespeare. Ho torto; non avrei mai dovuto giungere con voi sino a
questo punto, ma la vostra debolezza è stata più forte della mia forza.
Egli si scosse, e Ida proseguì frettolosamente:
--È la prima volta che ci parliamo liberamente, potrebbe esser
l'ultima. Vi amo, ve lo ripeto umiliandomi. Sono parole avvelenate le
mie. Se mi amate, che pensate di me? Fra un mese sarete il marito di
Jela e partirete. Io...--Ma la fanciulla, che gli studiava attentamente
nel volto, strozzò un urlo di sdegno.
--È orribile!--mormorò disperatamente fra i denti.
Il conte, che non capì, le si curvò precipitosamente sulla faccia, ma,
sentendosi dietro il passo del duca, per timore di essere sospettato
allungò imprudentemente il proprio.
--Che avete?--chiese con premura.
--Nulla! Lo volete sapere?... Adesso, in questo momento, mentre vi
domandavo... ebbene avete supposto che cercassi presso di voi, nella
nuova casa, un posto di maestra, come lo sono ora per voi e per tutti
presso Jela. Non lo negate, lo avete pensato, signor conte. Ma voi non
siete più una donna adesso, siete un uomo, perchè bisogna essere un
uomo coll'abitudine di tutti i mercati per credere che volessi vendermi
così abbiettamente per una simile carica.
--V'ingannate,--balbettò confuso dal tono ardente di quelle parole e
dalla penetrazione di quel pensiero:--vi assicuro sul mio onore di
gentiluomo...
--Non mentite, lo avete pensato. Chissà se non abbiate ragione,
stimandovi così poco da non potere ispirare ad una donna un amore al
disopra di ogni riguardo, e capace di farle perdere tutto senza nemmeno
una speranza.
Questa volta il conte si morse le labbra.
--Più piano,--gridò loro dietro il duca, impigliato negli sterpi del
sentiero e nei discorsi della marchesa.
Si arrestarono l'una in faccia all'altro, ma non parlarono più. Il
duca li raggiunse, poi salirono la boscosa costiera per una piccola
calagna, che menava alla parrocchia. La marchesa, vestita di un ricco
abito da città, si lagnava incessantemente dei pruni e del terreno così
sdrucciolevole e disuguale, che ad ogni passo si correva rischio di
cadere.
--La strada del paradiso è malagevole,--disse Ida all'orecchio di
Jela, ma così che il conte intendesse. La fanciulla ebbe un divino
sorriso e non rispose. Si era separata dalla marchesa e camminava tutta
raccolta, parendole di spingersi con quella passeggiata sul terreno del
matrimonio, un mondo arcano, lungi sulle sponde dell'avvenire quando
lo guardava dall'inferriata del convento, ed ora tanto presso che vi
approdava. Il cuore le si apriva a tutte le sensazioni dell'ignoto, e
tutte le ascensioni, che la poesia vi aveva deposto, si alzavano con
un fremito sonoro di ali. Si sentiva così buona, che non camminava
più, trasvolava; una misteriosa leggerezza la sollevava come un vento
e, respingendole i capelli della fronte, gliela arrovesciava con una
deliziosa espressione di fantasticaggine.
Ida se ne accorse e strinse i denti.
--Mi odiate dunque?--chiese il conte Enrico, avvicinandosele ad un mal
passo per offrirle il braccio.
--Non ancora.
Ma accettò il braccio e, poichè toccavano la volta del monte,
affrettarono il passo. I cespugli, più radi e più piccoli, non
presentavano quasi più resistenza, sparsi qua e là come dalla mano di
un abile giardiniere sopra una spianata arsiccia, aperta nel mezzo
da una larga chierica arenosa. Una infinità di sassolini bianchi la
smaltavano di piccoli sorrisi tra mille fiocchetti di erba rugosa e
rattratta come un avanzo d'incendio. Ida si mirò attorno; il paesaggio
si spiegava in tutta la pompa della sua verde serenità.
--Come è bella!--esclamò, voltandosi alla chiesa celata
capricciosamente fra cinque o sei elci secolari sulla cresta del monte,
ma troppo indietro perchè dal palazzo la si vedesse.
--Un nido!
--D'amore?
--No, di ozio, senza pensare, senza sentire, guardando da lontano la
vita. Avete letto i _Lotofagi_ di Tennyson? la sua migliore poesia!
--No.
--Tanto meglio: Tennyson ha torto. Fra il naufrago sbattuto dalle onde
e l'altro spossato ignudo sulla riva, è ancora più felice il primo del
secondo.
Il conte capì quella mobilità; ma la marchesa e il duca arrivavano con
Jela sulla spianata, e fu uno scambio di esclamazioni sulla bellezza
del luogo, che si prestava ad una vignetta da album.
--Come sarebbe carina! Tu sai disegnare, Jela?--disse la marchesa.
--Io no, Ida.
--È troppo bella, la disegnerete.
--Con noi sulla cima, per rendere intelligibile il paesaggio.
--Perchè no?--rispose piccata la marchesa.