duca, tenendolo a distanza cogli scherzi, ma non potè malgrado ogni
premeditazione permettere a Jela di brillare. Così passò anche il
giorno seguente, e nell'altro avvenne il colloquio di Jela con Enrico.
Questi, che lo aveva preparato di lunga mano, lo condusse secondo le
vecchie regole dei romanzi, inebriando la fanciulla così, che appena
potè corse nella camera di Ida, la cercò dappertutto, finchè scese
nel bosco e se la vide venire incontro al braccio del duca. Allora
raccontò tutto. Il duca l'ammonì sorridendo, ma lasciandosi strappare
la promessa di trattare egli col conte Alberto.
--Ama ed è felice,--disse il duca con Ida dopo una pausa, mostrandole
Jela, che si allontanava;--ecco una risposta alla vostra teoria
dell'altro ieri.
--Ma sarà amata?
Questa fu l'ultima parola del loro dialogo. Il giorno seguente gli
ospiti partirono, tre giorni dopo Jela sapeva dalla Nencia che era
stata chiesta la sua mano e che il conte Alberto aveva dichiarato di
rimettersi perfettamente al suo arbitrio. La fanciulla spiccò un salto.
Giù in cucina si parlò molto del matrimonio criticandolo, perchè il
cocchiere sapeva sicuramente dell'Alidosi che era mezzo rovinato e
si serviva del favore del signor duca per rimettere l'equipaggio con
quella dote, non vergognandosi nemmeno di venire a fare all'amore in
quello di un altro. I pareri oscillavano, ma Giovanni, innamorato come
un babbo della padroncina, si lasciava sfuggire qualche bestemmia,
sintomo di una profonda collera.
--Si vede bene che è un pitocco: non sa nemmeno cavalcare! Le ginocchia
gli ballano sulla sella, non stringe.
--Abitudine!--lo interruppe con un ghigno il cocchiere:--le donne...
--Le donne?--ripetè Giovanni, percotendosi gli stivali
coll'inseparabile frustino.
--Donne e cavalli, tutta la differenza è nella sella: sarà avvezzo
senza, ecco perchè non stringe.
Il cocchiere superbo del frizzo diè in un'enorme risata, alla quale
tutti fecero coro con un fracasso così schietto, che Giovanni rosso dal
dispetto non seppe trovare una risposta. Ma quando l'ilarità fu calmata:
--Sai chi gli darei io a quel biondino, che ha paura?--rispose colla
sua tagliente serietà:--Gli darei la signorina Ida. T'assicuro che
te lo farebbe ballare sul pomo del frustino; ma Jela!--egli solo
ardiva chiamarla per nome.--Già i biondi sono tutti vigliacchi, ne ho
conosciuti tanti, e i vigliacchi sono tutti cattivi.
Il cocchiere, che era biondo, si morse le labbra, ma non ardì
rispondere a Giovanni, secco come il ferro e fermo altrettanto;
gli altri ghignarono ed il vecchio cavallerizzo uscì. Per le scale
s'incontrò colla Nencia.
Una volta si diceva che s'erano voluti bene.
--Jela è proprio contenta?--le domandò con voce strozzata.
La Nencia trovò così strano il dubbio, che alzò le spalle in aria di
compassione.
--Allora poi...
Ma Jela non fu contenta che otto giorni dopo.
III.
Finalmente il duca di Rivola e il conte Alidosi tornarono che il
matrimonio era già conchiuso, sebbene il cocchiere non si fosse punto
ingannato sulla cattiva fortuna del conte. Ma era un capriccio del
vecchio duca di favorire l'elegante dissoluto, rovinatosi in appena
tre anni con molte perdite al giuoco ed un ultimo viaggio a Parigi.
Proponendogli la ricca nipote, gli aveva anche promesso la propria
eredità, per un giorno il più possibilmente remoto, come all'unico
figlio di suo fratello già morto e suo erede legittimo, perchè egli non
era zio di Jela se non per avere sposata la sorella del conte Alberto.
Questi, felice di sgravarsi su qualcuno della propria responsabilità,
avea acconsentito, ponendo per sola condizione l'assenso spontaneo
di Jela; e la condizione essendosi avverata con una prontezza quasi
miracolosa, non restava più che fissare il tempo delle nozze. La
dote consisteva in due ricche tenute, delle quali una cadrebbe sotto
l'autorità maritale e l'altra rimarrebbe per l'indipendenza dei
capricci di Jela; così il conte Alidosi, giovane di appena venticinque
anni, sposava la contessa di Valdiffusa, e siccome erano entrambi
ricchi, belli e nobili, il loro matrimonio sarebbe dei più felici. Se
non lo si pensava da tutti, almeno lo si diceva.
Ma Ida s'irritava di questa concordia di giudizi. Quella felicità,
troppo insipida per il suo spirito, le pareva nullameno troppo
grande per gente, che univa la nullità presuntuosa del padrone alla
nullità bassa del servo. Il loro sorriso aveva per lei la mordacità
di un ghigno dissimulato, e la loro calma come l'insolenza di una
impunità secolare. Talora, mentre il cuore le si gonfiava di tutte le
umiliazioni passate e presenti, avrebbe voluto irrompere ferocemente
sovr'essi e disperderli, come aveva fatto Hugo nell'_Olimpio_ colla
ringhiosa mediocrità dei critici, in una lirica escandescenza di
paradossi e di verità; ma invece le si riaprivano inutilmente tutte le
piaghe e, nello sforzo di un singhiozzo, le pareva di sentirsi, come un
tisico, la nausea del sangue un istante prima dello sbocco.
Ma Jela soprattutto le faceva male. Jela aveva tutto, era bella, era
ricca, era giovane, era buona, era contessa, era amata, era stupida, la
maggiore delle felicità. Perchè? Perchè questa differenza? Chi gettava
dunque le corone di regina sulla testa delle pupattole per avvoltolare
in un fazzoletto di cotone le fronti capaci di dominare le tempeste?
E l'orgoglio le si drizzava nell'anima come un ferito, che l'odio, un
altro ferito, destava sopra il campo di una sconfitta; si guardavano
attorno nella luce mortuale del vespero e, piantandosi gli occhi negli
occhi, gittavano fra un rantolo di sangue l'ultima delirante bestemmia
dei vinti.
Ma la fanciulla si trovava pur sempre nel circolo di quei felici,
accoltavi da una carità tanto più dolorosa che drammaticamente era
bella al giudizio del mondo e dei domestici, i primi a giudicarsi
suoi eguali in quel palazzo; quindi ritraendosi le saette dagli
occhi doveva spesso rispondere con un compiacente sorriso alle loro
più odiose pretensioni. Se Jela fosse stata brutta e perversa, le
avrebbe perdonato; ma sentirla ammirata da tutti per il suo affetto
alla sorella di latte, e doverlo riconoscere ella stessa, era il
supremo di ogni spasimo. Nella frenesia di conquistare l'impero della
propria forte natura su quella fragile bambola, magari frantumandola,
perchè sarebbe stato ancora il miglior modo di conquistarlo, avrebbe
rinunziato alle speranze più audaci; ed ecco invece che ella sposava il
conte Alidosi, un uomo bello di quella ambigua bellezza, cara ai sogni
pagani della sua giovinezza, quando scriveva il _Nerone_.
Ida lo avea spogliato venti volte collo sguardo.
--È bello!--si era detto,--un giocattolo per una imperatrice.
Una volta, punta da un sarcasmo, gli aveva risposto:
--La bellezza non ispira che il desiderio; bisogna essere grandi per
ispirare una passione.
--Ispirare un desiderio è già essere più grandi di chi l'accoglie,
perchè si può sempre rifiutarvisi.
--Sempre?!--avea ribattuto, portando ironicamente gli sguardi su Jela.
Però, caso o attrazione misteriosa, accostandosi nel dialogo si
urtavano. Spesso gli sguardi della fanciulla si obliavano sopra di lui,
seduto presso la fidanzata, avviluppandolo come di una grande fiamma
voluttuosa, sebbene l'Alidosi fosse il primo giovane signore che
l'umiliava. Infatti Ida non era per lui che la prima cameriera di Jela,
e brutta per giunta. Ella lo sapeva, e nel pensiero di questo ingiusto
giudizio rispondeva al duca, sempre occupato a farle la corte:
--No.
--Non si nasce sempre belli, ma si può diventarlo, almeno noi donne.
Avete letto Mommsen, signor duca, nel ritratto di Giulio Cesare? La
regolarità, egli dice, non è la bellezza, ma solamente l'assenza del
difetto. Vi è tutta un'estetica in queste parole.
--Probabilmente!
--Togliete dai saloni quelle due o tre dame, che vi regnano; gettatele
in una famiglia borghese, lasciatevele tanto che ne prendano le
maniere, e nessuno di coloro, che sono pronti a fare delle pazzie per
la gran dama, si volterà vedendola borghese passare per strada. Si può
essere belli essendo brutti.
--Un bisticcio.
--Che voi avete troppo spirito per non comprendere, e forse troppa
esperienza per non aver provato.
E la fanciulla guardò fuori dalla finestra. La luna usciva allora da un
crocchio di nuvole, illuminandole di uno sprazzo di chiarore.
--Stimate dunque molto la mia esperienza,--egli disse, spingendo il
capo dalla finestra per appressarlo a quello della fanciulla.
--Non direte già che avrei torto. L'esperienza impedisce tante follie!
--Quali?--chiese ferito dalla punta del sarcasmo.
--D'innamorarsi, per esempio.
--Solamente?
--O pretendere d'innamorare.
--Sentiamo: se mi innamorassi?
--Di chi? Vedete, v'imbarazzate per trovare una persona da decorare con
un'ipotesi.
--Ebbene: supponiamo dunque, mi permettete? di voi.
Ella si voltò lentamente, e squadrandolo con una freddezza altrettanto
insolente e nullameno carezzevole, tacque. In quel momento la luna, che
la incorniciava nel pallore dei propri raggi, parve impallidire; il
volto della fanciulla ebbe come un fulgore.
--Siete bella,--egli mormorò, dimenticandosi già del dialogo e
sollevandosi verso quei grandi occhi.
--I complimenti sono come i fiori, signor duca, non bisogna ripeterli
o odorarli troppo, perchè avvizziscono. Del resto so di poter
essere bella: tutti al mondo lo possono colla mia teorica,--seguì
smorzando il tono altero di quelle parole in un sibilo d'ironia,--non
per tutti però. Ma quando si crede che solo gli scultori traggano
dalla creta una bella donna, e voi forse signor duca... Ebbene,--lo
interruppe:--quell'incognito conte G. della Dame aux Camélias, per
citarvi un romanzo, che pare vi abbia divertito, il quale lanciò
Margherita nel mondo, fu uno scultore.
--Di nuovo genere.
--Forse del migliore. Le statue di marmo durano, le statue di carne
muoiono; la fragilità della propria opera deve aumentarne il prezzo e
la passione.
Questa volta il duca fu scosso, e la conversazione languì. Secondo il
solito egli finiva per imbrogliarsi con quella ragazza, alla quale nè
la imprudenza di certi discorsi faceva alcun senso, nè egli poteva mai
apparire favorevolmente sopra un terreno tutto proprio. Il duca, che
non era veramente un uomo di spirito, aveva bisogno della superiorità
nella lotta per non diventare uno sciocco.
Rimasero ancora alla finestra; Jela ed Enrico suonavano un valzer a
quattro mani, mentre il conte Alberto, sdraiato sopra una poltrona,
sfogliava un giornale di caccia ornato di stampe.
Ida, accorgendosi che quel silenzio opprimeva il duca, non volle
romperlo, giacchè la passione nasce quasi sempre da un capriccio, e il
capriccio da un momento d'imbarazzo presso una donna. Quindi si era
appoggiata alla finestra, in una posa distratta ma di una sapiente
provocazione, mentre il duca, per dissimulare la propria incertezza,
fingeva di guardarle nella faccia con una attenzione incantata.
Ma, volendo pur trovare una risposta, non la trovò.
Ida si tolse adagio dalla finestra.
--Ci lasciate?--egli domandò, tanto per riafferrare il dialogo.
--Perdono,--seguitò:--la finestra della biblioteca risponde contro
la mia, ed io, che stento ad addormentarmi, ci veggo ancora il lume
tardissimo.
--Sono io.
--Studiate?
--Qualche volta.
--E quando non studiate?
Ella gli gettò un sorriso.
--Forse sogno.
--Non vi pare un luogo triste per sognare, una biblioteca?
--E chi vi dice che i miei sogni non siano tristi? Ma almeno in
biblioteca si è liberi, la libertà della solitudine.
Il valzer era finito, ella volle ritirarsi.
Salì in biblioteca e sedette al tavolone. La notte era così tiepida,
che aperse uno dei larghi finestroni. Ascoltò il rumore sommesso del
bosco come un murmure di onde che si ripiegassero ad una scogliera,
e vi trovò una strana rassomiglianza col sentimento, che la faceva
ondeggiare in quel momento, senza sforzo, dentro un'altra ombra, in
un silenzio, pel quale anche la memoria perdeva tutte le proprie
voci. Una quiete tremula si spandeva sotto gli sguardi delle stelle
raggruppate lassù quasi in una immobilità di bivacco, e per la campagna
piena di sogni e di brividi giungeva sino alla fanciulla. Ascoltò il
bisbiglio delle elci, osservò sul pavimento la trepidazione del raggio
lunare, che pareva fremere al vento della finestra come un mantello
caduto ad un fantasma invisibile, poi tutte quelle ombre, ondeggianti
più cupamente agli angoli e sotto la volta della biblioteca, diedero
al suo pensiero una fluttuazione anche più leggiera. Gli scaffali,
prolungandosi nella tenebra, allineavano sui vecchi libri di
cartapecora una fila di sorrisi cadaverici, mentre in un angolo il
busto di un filosofo pareva drizzarsi in un'immobilità di evocazione e,
in alto, sopra la porta, la cerea salma del crocifisso saliva per la
notte con una ascensione miracolosa di apoteosi. La sua immaginazione
vibrò; le sembrò di essere nel mezzo di un gran quadro, come un
capolavoro di Gherardo delle Notti, di una bellezza universale e di
un prestigio irresistibile. Era seduta sulla poltrona di cuoio, le
gambe nascoste dentro il tavolone, il seno illuminato dalla palla a
petrolio riparata da un cappello verde, che le lasciava la faccia come
dentro un'ombra piena di trasparenze marine. Allora pensò al duca,
quasi ad una conquista già stabilita. Era secco, vecchio, ritinto,
affettato come un commediante, insolente come un giudice, ma con quella
indefinibile e morbosa eleganza, che è ancora l'ultima fisonomia della
nobiltà oligarchica di un tempo. Invano colle riottosità vanitose del
libertino, che vorrebbe servirsi di tutto e poi riderne, egli cercava
di resisterle e di impacciarla; Ida lo aveva già arretato, e senza
librare oltre la decisione fatale, si abbandonava a questo nuovo
senso di intimo appagamento. Aveva l'anima sospesa, i sensi vibranti.
D'improvviso le parve intendere un rumore soffocato di passi alla
porta; palpitò, ebbe un lampo.
--È lui!--esclamò in sè stessa, prima ancora che il battente girasse; e
riabbassando gli occhi sul libro finse di studiare.
Il duca entrò bussando leggermente, senza candeliere; si fermò un
istante sulla porta in punta di piedi.
--Oh!--fe' Ida, respingendo appena la poltrona e levandosi come nel
timore di qualche grave notizia.
--Perdono... prego... sono venuto per un libro.
--Una ispirazione improvvisa! Temevo quasi di una disgrazia, così,
al buio. Un libro! Quale, signor duca?--E scostando maggiormente la
poltrona si mosse per venirgli incontro.
Un solo lume a petrolio sul tavolo illuminava lo stanzone. Il duca si
guardò attorno, poi la guardò. La fanciulla finse di non comprendere
quell'occhiata.
--Non lo so il suo titolo.
--Allora lo cerchi,--e ripassando dietro il tavolo si risedette
tranquillamente.
--Non mi aiutereste?
--È troppo difficile: benchè abiti da due mesi la biblioteca, conosco
poco gli scaffali, non sono nemmeno ordinati.
Il pretesto cadde e il duca si fermò; ma siccome aveva già disposto in
testa la scena non si perdette.
Con una disinvoltura di gran gentiluomo si raddrizzò, compose il volto
ad un sorriso e, insinuandosi fra il muro e la poltrona, venne ad
appoggiare i gomiti al disopra della fronte di Ida, nella posa favorita
dei galanti nei saloni.
--Ebbene?--ella chiese con voce velata.
--Mi negate il libro, datemi mezz'ora di conversazione.
--Parlate.
--Mi ascolterete?
--Certo, perchè non siete venuto se non per questo.
--Avete troppo spirito e...
La fanciulla attese la fine della frase col volto in alto, e la più
amabile ironia sulle labbra; ma il duca, sul punto d'imbrogliarsi
ancora, chiuse un istante gli occhi ed abbassò il capo.
Le sue parole passavano sui capelli della fanciulla.
--Siete bella.
--Grazie.
--Vorrei potervi io pure ringraziare. Che cosa vi pare di noi due in
questo momento? Un pittore potrebbe comporre un quadretto di genere.
--Situazione vecchia, soggetto trito. Ho veduto in molte stampe scene
come questa, e mi hanno sempre fatto ridere.
--Ridete ancora?
--No, aspetto, sono curiosa: l'altra stampa potrebbe far pensare.
Per esempio supponete,--e la fanciulla non mutava la languida
attitudine,--che in questo stesso momento il conte Alberto o il
conte Enrico subissero la vostra ispirazione di un libro incognito,
e salissero senza candeliere nella biblioteca. V'è da scommettere,
che non trovando il libro, direbbero per rivincita di aver trovato il
signor duca facendo all'amore colla signorina Ida.
Il duca aveva guardato involontariamente la porta.
--E sapete che cosa ne nascerebbe per me?
Egli fe' un gesto.
--Ebbene, signor duca,--esclamò con gaiezza,--allora aspetto: non
dovete parlarmi, non avevate cominciato?
--Dicendovi che siete bella: volete che finisca?
Ella replicò con una smorfia, ma il duca, chinandosi quasi per
mormorarle una parola all'orecchio, le lasciò cadere un bacio sulla
fronte. La fanciulla non ebbe che un battito negli occhi.
--Ida,--egli susurrò, di già in ginocchioni presso il braccio sinistro
della poltrona, alzando una mano per posargliela sulla fronte, ma si
fermò. La fanciulla avea un tale fulgore negli occhi e una serenità
così dura nella faccia, che pareva di marmo. Ne fremette, poi cedendo
ancora alla eccitazione nervosa, le si allungò un'altra volta sino alla
bocca socchiusa e vi gettò dentro la fiamma di questa parola:
--Vi amo.
Ida non si mosse.
--Vi amo, vi amo,--ripetè con un gesto, che le trasse un baleno dalle
pupille.
--Voi?--rispose lentamente.
--Non mi credete?
--Spiegatevi.
All'urto di questa parola il duca vacillò, n'ebbe quasi un risveglio,
poi l'incomodo di quella posa drammatica gli diè il dubbio improvviso
di una ridicolezza. Istantaneamente avrebbe voluto ritrarsi, ma la
reazione dell'urto lo risospinse verso la fanciulla. Ella aveva il
corpo abbandonato, la testa ritta, la bocca semiaperta, che parea
fremere di un immenso sforzo rattenuto. Il duca, che vi si era già
curvato, fu attratto ancora. Una forza arcana sembrava premerlo contro
quella poltrona e su quella donna, bianca in volto come un fantasma, e
alla quale la notte pareva aver prestato tutto il romantico prestigio
della propria oscurità, e il silenzio la vertigine de' suoi mille
significati.
Una confusione di novità stravaganti gli salse alla testa; poi si
voltò quasi per vedere chi lo urtasse. Le tenebre si erano ancora
più infittite contro il cerchio raggiante, che il cappello del lume
a petrolio segnava sul tavolo e nella volta, quasi alle estremità
ineguali di un tronco di luce, sotto il quale quella donna si adagiava
senza illuminarsene. Un senso di paura puerile lo spinse ancora verso
di lei, ma dalla bruna indolente figura della fanciulla un'altra ombra
si alzava, macchiata dal suo volto bianco di un lascivo pallore e,
ventandogli sulla faccia, gliela inumidiva.
Il duca ebbe un gesto fremente, che il baluardo della poltrona
trattenne.
--Ida!--susurrò ginocchioni, tentando di insinuarle un braccio dietro
le reni.
--No.
--Che cosa vuoi?
--Che cosa avete da offrire?
--Domanda.
--Offrite.
--Domanda: sono pronto a tutto.
--No.
--Per Dio!--gli sfuggì,--sarà l'ultima follia, ma la più rumorosa.
--Voi?--ripetè colla lentezza opprimente di poco prima.
--_La Dame_...--e credendo che la fortezza avesse abbassato la
bandiera, gettò un oh! soffocato di vittoria; ma Ida staccò così
fieramente la testa dalla spalliera, che lo arrestò a mezzo. Quindi si
rivolse, e pigliando sul tavolo un libro aperto, senza nemmeno gittarvi
gli occhi sulla pagina, lenta, quasi solenne in quel momento, glielo
porse.
Il duca accettò senza interrogarla.
--Qui,--gli disse mutamente, indicandogli col dito il periodo.
«_Si deux hommes s'avisaient de jouer tout leur avoir (supposez le même
avec les mêmes risques), quel serait l'effet de cette convention? L'un
ne ferait que doubler sa fortune et l'autre reduirait la sienne a zero:
or quelle proportion y a-t-il entre le perte et le gain? La même que
entre tout et rien; le gain de l'un n'est égal que à une somme assez
modique et la perte de l'autre est numeriquement infinie et moralement
si grande, que le travail de toute sa vie ne suffirait peut-être pas
pour regagner son bien_.»
Durante la lettura Ida non aveva nemmeno respirato; leggeva seco,
leggendogli contemporaneamente negli occhi e nel cervello, ma la fronte
del duca, prima leggermente contratta, si spianò illuminandosi di uno
sbiadito sorriso.
--Eh!--domandò, guardando il titolo del libro: _Physique sociale.
Adolphe Quetelet._
Ida concentrò tutta l'energia dei propri occhi in un raggio, e
scagliandoglielo sul volto come una scudisciata:
--Non credo che in biblioteca si trovi il vostro libro.
--Ida...
--Signor duca; sono oramai le due dopo mezzanotte: è forse la prima
volta, che vegliate così tardi in una biblioteca, e i principianti non
debbono commettere eccessi.
--Ma voi...
--Io non sono una principiante: studio da cinque o sei anni, e studierò
finchè non mi accorga di non capire ciò che studio.
Egli si alzò ancora più stordito che confuso, giacchè si era spinto
così ciecamente avanti, che non avea veduto e non poteva ancora
riconoscere quale ostacolo gli sbarrasse il passo. Quindi rimase
qualche secondo fissandola ingenuamente. Il sangue gli batteva tuttavia
a grosse ondate il cuore, mentre la sensuale poesia di quella scena,
rarefacendoglisi intorno, gli bagnava le radici dei capelli come
dentro una nebbia mordace. D'improvviso volle scuotersi come da un
triste sogno e, tendendo amabilmente la mano alla fanciulla, stava per
mormorare un complimento, che ella interruppe.
--Troppo tardi!
--Come?
--Troppo presto!
--Ma non capisco.
Ella si adagiò più mollemente sulla poltrona e, guardando la porta
colla irresistibile indifferenza di una sovrana, che tronca un
ricevimento:
--Forse risponderete quando avrete capito.
Il duca fe' un atto inesprimibile di mille irritazioni in una sola,
ristette e, riassumendo tutto il fascino di quella donna dalla sua
ultima posa, disordinato, quasi grottesco, egli da tanti anni abituato
a tutte le iattanze della galanteria e alle bravate della disinvoltura,
uscì dalla biblioteca colle tenebre non meno dense agli occhi che al
cuore. Ida non si mosse, ma appena fu sola si libò sulle labbra un
sorriso e, stringendosi addosso tutta l'ombra di quello stanzone, parve
voler farsene un velo, nel quale avvolgere il mistero di quella scena e
tutta sè stessa.
Quella notte il duca dormì male, la mattina le mandò per il proprio
cameriere di confidenza questo biglietto.
* * * * *
«Un giorno Puskin mandò all'Imperatore un volume delle proprie poesie
con questa dedica: Opere di Puskin a Nicolò. L'Imperatore fece legare
in marocchino molti boni di banca e glieli spedì: Opere di Nicolò a
Puskin. Il poeta ebbe lo spirito di rispondere: Maestà, ho letto il
primo volume, un capolavoro; aspetto il secondo.
Nicolò non trovò la risposta.
Io l'avrei trovata inviandogli la chiave del mio scrigno come la chiave
della biblioteca.»
* * * * *
--Il duca mi ha detto d'aspettare la risposta,--le disse il cameriere
colla dissimulata finezza di un uomo uso a simili incombenze.
Ida, che aveva letto indifferentemente quel biglietto, andò al tavolo e
scrisse:
* * * * *
«Filippo di Macedonia si vantava di pigliare ogni fortezza nella quale
potesse introdurre un asino carico d'oro; vanto di mediocre capitano,
uso ad assaltare villaggi troppo poveri per scapitare in una resa».
* * * * *