guardava colle pupille vitree fra un puzzo veramente insopportabile.
Si appressarono. La Nunziata rimestava il gesso nella casseruola,
ma la Ghita fece evidentemente uno sforzo di coraggio per aprire la
camicia della morta. Il letto male rifatto lì per lì, subito dopo la
morte, dava una serietà di più a quel cadavere lungo disteso, le mani
incrociate sul grembo, digrignante i denti bianchi di una bianchezza
fantastica nell'ultima contorsione. Poi la Ghita le alzò la pezzuola
infradiciata dal petto, e prendendo in fretta una cazzuolata di gesso,
la tirò mal destramente sull'ulcere.
Ida apparve sulla soglia. I due strani muratori seguirono l'opera alla
meglio sotto quello sguardo della fanciulla immobilmente severo ed
attonito. Le pareva quasi di assistere in immaginazione ad una tetra
fola, vedendo sua madre in quello stato ed in quelle mani. Quindi
quel lembo aperto delle pupille, nel quale come in un gorgo opaco si
era annegato lo sguardo della morta, le fece correre un brivido per
le vene, e si avanzò per chiudere pianamente gli occhi a colei, che
vent'anni fa glieli avea aperti alla luce.
--Dov'è l'anello?
--Ecco,--rispose la Ghita:--le ho cavati pure gli orecchini.
La fanciulla tese la mano, ma l'altra la guardò stupita, barattando
un'occhiata colla Nunziata.
--Datemeli.
La Ghita spalancò la bocca.
--Debbo ripeterlo?--insistè con voce, nella quale fremeva già la
collera.
--Ma sono miei; glieli ho tratti io!
--E per questo?
Allora la Ghita le spiegò il proprio diritto nel costume del paese,
che i gioielli dei morti appartenevano a chi li cavava loro, invocando
il testimonio della Nunziata e tutto il villaggio; lo dimandasse anche
all'arciprete, al dottore, perchè non era già una ladra e non voleva
portarle via nulla, ma questa volta era bene nel proprio diritto,
perchè aveva sempre amata la povera signora e l'aveva servita sino
in ultimo. Anche adesso serviva il suo cadavere; e qui le lacrime
facendole groppo alla gola, non potè seguitare.
--Quanto volete di tutto?--la interruppe la fanciulla, niente commossa
da quel dolore.
--Non lo so, bisognerebbe farli stimare.
--Stimateli.
--Vado fuori dallo schioppettaio, egli se ne intende: ha la pietra di
paragone.
--No, stimateli subito.
La Ghita pensò un pezzetto. Intanto Ida si sentiva struggere di sdegno
al solo guardarla, mentre il freddo del cadavere della mamma presente
al mercato le saliva sottilmente per le reni. Finalmente la Ghita parve
decidersi, ma doveva essere una grossa domanda.
--Andiamo,--fe' Ida collo sguardo.
--Il letto e la madia,--disse precipitosamente.
Ida allungò la mano.
--Il letto compito colle materasse.
La fanciulla annuì col capo e, prendendo i gioielli, andò verso la
propria camera.
La Ghita si volse tutta ilare all'altra quasi imbronciata di quella sua
buona fortuna, poi correndole dietro con voce melliflua:
--Bisognerà che prenda qualche cosa, è tardi; sono già le due. Ho uno
stufato giù, che mi è proprio venuto bene, dia mente a me.
--Non ho fame.
--Che cosa vuol farci? le darà fastidio.
--Basta: mangiate voi per me,--rispose senza voltarsi.
Intanto fuori il sole d'autunno faceva le ultime carezze alla campagna,
mentre i pettirossi cantavano, tutte le finestre del villaggio erano
aperte e i tetti bruni parevano avvampare in un incendio di razzi e di
scintille. Giù nella piazza i ragazzi, che non avevano forse pranzato,
folleggiavano correndo, molti giovanotti passavano a gruppi, una lunga
fila di donne novellavano filando lungo il muro dell'ospedale, a
sinistra della parrocchia.
Per la finestra Ida partecipava a tutto ciò immersa in quell'onda
placida di vita così repugnante al suo carattere e alla sciagura di
quei momenti.
Un raggio di sole volato sul tavolo vi scherzava come un passero. E a
poco a poco una quiete lenta s'insinuava nell'anima della fanciulla.
Era sola, più sola dell'uccellino nel nido dopo che il cacciatore gli
ha ucciso la madre, più sola del falco sulla rupe dopo una caccia
inutile ed ostinata; ma non poteva pensare più a nulla, non soffriva
più e non viveva. Sognava.
La sua coscienza somigliava alla campagna desolata nello squallore
dell'autunno, in una luce bella ma inutile, nella quale rammarichi e
speranze si perdevano abbacinati. Dal suo tavolo guardò lungamente al
di fuori, cadendo di pensiero in pensiero come il pettirosso di ramo
in ramo; fremè vagamente colle foglie secche, guizzò sulla rifrazione
di un sorriso, fu quasi stupida e serena come quella gioia. Se non che
la luce illanguidendosi divenne fredda. I passeri si rarefecero con
pigolii più acuti, i sorrisi s'involarono come i passeri dai tetti
e le voci si quetarono ad una ad una, mentre le foglie inaridite
alzavano al vento della sera l'ironico canto dei morti. Gli alberi,
rimasti nell'atteggiamento entusiasta di un saluto al sole, parvero
immobili nella disperazione della loro secchezza scheletrale, il
cielo si abbassò come un coperchio sempre più greve. Allora anche
il sole, sdraiato sull'ultima montagna colla stanchezza fantasiosa
del pellegrino, che ha tutto veduto e se lo ricorda, dovette levarsi
lentamente per discendere la montagna. Si videro ancora i suoi capelli
biondi come quelli di una donna agitarsi ad un moto della fronte,
poi la testa era già scomparsa che si vedevano ancora; il pellegrino
s'inabissò, e l'ombra si abbattè nella sua traccia.
La sera trionfava. Ida era nel buio, aveva buio.
Le tende di mussolina imbiancavano l'ombra della camera, un umidore
frizzante arrivava sino alla fanciulla. I suoi occhi guardavano ancora
senza vedere, il suo orecchio non ascoltava più nulla.
Quindi la solitudine le si restrinse intorno; non si poteva più
muovere. Il mondo era dileguato.
Le tenebre atterrirono la sua immaginazione e la sua ragione allibì.
Dov'era? Che cosa fare? Perchè? Intendeva indistintamente queste
domande, come di gente che gliele profferisse intorno.
Il cadavere della mamma era nella camera vicina, ma per poco: e poi?
Quel cadavere, la sola corda, cui si rattenesse ancora sul dirupo della
vita, la morte l'aveva tagliata. Ida si sentiva precipitare giù in un
buio freddo, senza voce e senz'aria. Non si ricordava più nessuno dei
propri sogni prediletti, non trovava nessuna delle proprie energie. Era
notte; nessuno la vedeva, nessuno poteva soccorrerla.
Ma inabissandosi si accorgeva solamente di avere vent'anni. Non era più
malinconica; la disperazione aveva ucciso la malinconia, come l'ombra
aveva spento la luce e il nulla inghiottito la vita.
La fanciulla pensava senza la forza di riflettere, soffocata da un
peso, contro il quale non giungeva a rivoltarsi. Una biroccia, che
scricchiolando sonoramente passò sotto la finestra, la riscosse da
quel torpore. Le sembrò di destarsi, si strofinò gli occhi, si levò,
passeggiò per la camera. Il primo risveglio alla realtà fu un vagito
dell'egoismo: sola e miserabile! Quindi il cadavere vicino le attrasse
il pensiero; e la triste fine di colei, che le era stata madre, la
commosse profondamente come una lezione alla sua follia di volere che
il mondo le gettasse fra i piedi la fortuna di un re, mentre ella
non era nulla e non aveva fatto nulla per meritarla, se non gonfiare
quotidianamente, ad ogni ora, ad ogni minuto un immenso desiderio,
gonfiarlo come un pallone, che l'aveva trasportata nel cielo dei sogni
senza nome, delle larve senza significato. Desiderare, nulla più che
desiderare per vent'anni! Ella non sapeva altro della vita, malgrado le
molteplici passioni e i lunghi studi. Il mondo avrebbe dovuto esistere
per lei sola, la società per lei sola essere costituita, la civiltà per
lei sola essere giunta a questo periodo. Desiderare, null'altro che
desiderare, coll'ardore della febbre, coll'insistenza dell'ebetismo,
colla fantasmagoria del delirio. Lei, sempre lei, unicamente lei, con
un orgoglio ingigantito dalla vanità, con una raffinatezza ottenuta
colla malattia, con un egoismo butterato di tutti i vizi e drappeggiato
nella clamide dell'eroismo. Desiderare, null'altro che desiderare,
spezzando la scala della vita, e dopo averla spezzata voler saltare
a piè pari dal primo all'ultimo scalino, non poterlo, ed accusarne
gli altri disprezzandoli, disprezzando sè stessa, eppure facendosi
una superiorità della propria impotenza sovr'essi, che invece di
saltare si contentavano di salire. In tutti quei vent'anni non aveva
saputo che desiderare, aprirsi un abisso nell'anima, allargarlo con
una ostinazione demente, gettarvi tutto dentro, Dio e la famiglia,
la patria e l'amore, il passato e l'avvenire, per errare poi come
uno spirito maledetto intorno all'abisso affamato e senza fondo. Sua
madre era morta costeggiando senza vederle le rive del mondo, ma senza
rammaricarsene; ella come vivrebbe?
Sola, in un villaggio, a vent'anni, con quattro mobili in casa,
senza denaro, senza speranza! La solitudine si univa al freddo, e la
pigliava ai ginocchi, alla gola. Dov'era? Che cosa fare? Perchè? Le
domande si distinguevano meglio, ma erano come fumi, che si addensavano
nelle tenebre, e non fiaccole, che le diradassero. Il passato le si
destava confuso nella memoria, il presente era buio, l'avvenire era
nulla. Provava rimorsi di non so che cosa, paure guizzanti; respirava
e sospirava, era tuttavia stordita. Gli occhi non usi all'ombra
stentavano a sorprendervi il profilo di un oggetto, il muoversi di
una massa, mentre avrebbe avuto bisogno di misurare esattamente tutta
la propria sciagura per impadronirsene. Vi si provò un istante senza
riuscirvi.
Il turbine soffiava da ogni lato, la muraglia delle tenebre sembrava
compatta come di ferro, Ida si era riseduta al tavolo, sostenendosi
colle mani incrociate la fronte. Il freddo la sferzava con uno
scudiscio, che pareva fatto di capelli; aveva le mani intorpidite e le
si intirizzivano le gengive. Allora le parve che le si aprisse innanzi
la landa de' suoi giorni umidi e neri come quella sera, immensa landa,
che si rimpiccioliva di un tratto, così che la fanciulla non aveva più
giorni da vivere. Vivere dove? con che? Si ricordava di aver ceduto per
quegli ultimi gioielli il letto della morta e la madia della cucina, la
metà delle proprie ricchezze; non ci volle pensare.
--Tanto è inutile!
Nullameno il pensiero vi ritornava fatalmente, sbattendovisi come un
uccello nel vetro di un fanale. E tutte le follie della sua giovinezza
l'assalsero dileggiandola, adesso che non vi era più scampo e per
discendere dalla cima combattuta del suo orgoglio romantico doveva
atteggiarsi così goffamente da provocare le risa di tutti gl'imbecilli.
Ida era sempre sola, ma il mondo riappariva con tutto il corteo
delle sue necessità e delle sue leggi inesorabili; il mondo immenso,
infinito, nel quale gl'individui erano nulla e la massa appena qualche
cosa, che non le farebbe nè un anticipo, nè un complimento, che non si
rivolgerebbe nemmeno a guardarla, quando ella volesse chiudere con un
suicidio la immaginaria ed infantile tragedia della sua vita! Bastava
questa riflessione per disarmarle la mente e la mano. E non pertanto
una risoluzione era fatale ed era egualmente impossibile.
Ma così sbattuta, invece d'impazzire la sua ragione si andava
rischiarando. Una calma tetra, gelida come l'alba di un ghiacciaio,
sorgeva da quella tempesta. Vedeva il suo villaggio senza un cuore
simpatico, la sua casa fra poche ore deserta, sè stessa deserta in casa
ad aspettare incredulamente una fantasia già morta. Ma vivrebbe; di che?
Dopo una lunga e lenta alternativa si trovò come prima, non avendo
nulla deciso. Allora il vecchio orgoglio volle drizzarsi, ma il freddo
l'aveva intorpidito come un serpente.
In quel punto la Ghita bussò discretamente all'uscio.
--L'abbiamo già vestita,--le disse,--domani mattina debbo andare dalla
Virginia; così non ci pensiamo più. Le ho messo quell'ultimo vestito,
che portava prima di allettarsi. Poi ho comprato un po' di carne dal
lardarolo per la veglia di questa notte colla Nunziata, a credito. Non
avevo quattrini.
Ida sembrava ascoltare attentamente.
--Anzi le debbo dire da parte dell'arciprete, che ho incontrato ora...
Già lei forse non lo sa: i beccamorti verranno domani dopo mezzogiorno,
e vogliono bere; dopo ci vuole un fiasco. Ecco: l'arciprete (noi in
casa non ce n'è) lo darebbe: è nero, buono. Eppoi se lei vuole, le fa
tutto un conto col mortorio. Il vino l'ho sentito. Adesso, sfido io,
bisogna pensarci, tocca a lei.
Così parlando erano venute nella camera della morta, illuminata
fiocamente da una candela di sego sul comodino. La morta riposava sul
letto rifatto, sopra le coperte, vestita di un abito nero, con una
cuffia nera in testa. Un crocifisso le dormiva sul petto.
--Guardi,--proseguì la Ghita, vedendola approssimarsi per una dolorosa
attrazione al cadavere:--le ho dovuto mettere la mia corona in mano,
la sua era di vetro, e non si può.
Ida considerava il cadavere con una stretta di cuore, poi lo studiò
come avrebbe fatto di un proprio abbigliamento. L'abito abbastanza
nuovo faceva una buona impressione, la cuffia, malamente stirata ma
fresca, le incorniciava con una nobiltà malinconica la piccola testa
macilenta, mentre la camicia, orlata al collo di un pizzo bianchissimo,
dissipava con felice contrasto i ricordi della malattia. Ma sotto
quelle ampie vesti il corpo si tradiva di una magrezza di spettro.
La Ghita, che per una civetteria di brava donna aveva spinto la cura
fino a pulirle le unghie, vi gettava tratto tratto uno sguardo di
soddisfazione, quando la fanciulla le mostrò con un'occhiata fulminante
le scarpe vecchie, scalcagnate, colle punte rosse.
La Ghita gliele aveva calzate per tenersi gli ultimi stivaletti.
--Per il viaggio che deve fare!--rispose in aria di scherzo per
attenuare il furto.
Ida si sentì strozzare. E quella era la gente, fra la quale doveva
vivere! Questa idea fu così greve, che non ebbe forza di sopportarla,
e si tolse dal letto, mentre l'altra la tempestava di domande sul
mortorio dell'indomani, al quale interverrebbe tutto il villaggio, e
quindi non bisognava farsi guardar dietro, molto più che la gente era
cattiva ed alcuni dicevano già che sarebbe senza preti.
Allora la fanciulla ebbe il pensiero di venderle tutte le mobilie,
meno quelle della propria camera, perchè pensasse lei ad ogni spesa
del funerale, parendole di morire a tutte quelle cure inevitabili, che
le sorgevano innanzi come tanti pruni laceranti. Ma la Ghita si fece
pregare un bel pezzo prima di acconsentire, e non cedette che sicura
di aver tutto compreso nel contratto. Poi non voleva darle il denaro,
pretendendo che per lei era una somma esorbitante quattrocento lire,
duecento per il funerale, duecento per la signorina; la quale poteva
bene aspettare, da lei, una povera donna con due bambini sulle braccia,
adesso quasi nell'inverno. Ida sapeva benissimo di aver fatto un
pessimo affare, ma quella somma così meschina le pareva una soluzione.
Erano qualche mese di vita.
Ritornò nella propria camera alquanto sollevata, ma tosto pensò che
la malattia aveva dovuto costare più d'un soldo, e che le duecento
lire svanirebbero nei debiti della mamma. Fu un nuovo colpo che non
la prostrò; la sua forte natura avea infine preso il sopravvento,
scagliandosi nell'avvenire colla riottosa spavalderia della
disperazione.
Non sapeva nulla e, peggio, non vi era nulla a sapere, ma la sua
volontà, ritta nell'atteggiamento di Cambronne in faccia ai cannoni
inglesi, eruttava contro il destino la parola sublimemente oscena di
quell'invincibile vinto. Quindi il mondo ricomparve con tutta la magia
de' suoi piaceri, le fronti s'inchinarono lontane, le gemme sorrisero
il loro sorriso cortigiano, e la fanciulla si sentì grandeggiare
nell'animo la implacabile ambizione del vizio. I forti non potevano
fuggire la vita, perchè la volontà era la suprema delle forze: Balzac e
Schopenhauer lo avevano provato.
Che importava, se la mamma era morta come aveva vissuto?
La vita degli individui come quella dei popoli ha il governo che si
merita. Sua madre aveva nonpertanto accalappiato l'ingegnere, ella di
valore più che decuplo accalappierebbe un principe e saprebbe imporsi
al mondo legale, appena la ricchezza incorniciasse dei propri splendori
il suo carattere ribelle e tirannico ad un tempo. Oramai la sua
soluzione era presa: o maestra o cortigiana. Cortigiana dunque, perchè,
almeno là capitavano i signori del mondo, e nel lupanare riuscivano
le porticine secrete dei saloni. Il varcarle poteva essere difficile,
ma non impossibile alla donna che si sentisse abbastanza forte per
dominarvi. Ida aveva troppo studiato per credere alla morale ordinaria,
ed avea troppa esperienza del mondo per non sapere che la vittoria è
sempre una legittimità, quando il trionfatore sappia mentire le proprie
origini. Quindi ruminava come gittarsi fra le perdute senza subirne le
abbiette apparenze, ma non lo trovava per ora, abitando un villaggio
e non avendo conoscenze per una capitale; però era fiduciosa in sè
medesima come il viaggiatore, che parte per un mondo sconosciuto.
Invano la sua giovinezza e le idee della gente fra la quale era
vissuta, si opposero all'empio progetto: una forza cieca ed inesorabile
(i poeti greci l'avrebbero chiamata fato) la spingeva per quel viottolo
forse più breve, sucido, forse dritto all'abisso infame della Tarpea.
La sua miseria era per lei un'ingiustizia del mondo, il quale dovrebbe
un giorno pagargliela, poichè soffriva da quattr'anni come i dannati
dell'eternità, e non voleva più inutilmente soffrire. Adesso l'ora
della battaglia suonava alla campana da morto di sua madre, coincidenza
terribile che avrebbe spaventato un romano, mentre la fanciulla non
avea finito d'indossare l'armatura ed erano quindi più probabili le
ferite e difficile la vittoria. Ma ella si alzava bruna nelle tenebre,
livida come quel cadavere, fredda forse altrettanto, non facendosi
più un'illusione. Era sola e miserabile in faccia al mondo ricco e
spietato, senza altre armi che il corpo, altra forza che la testa:
tutti contro di lei, ed ella contro tutti. Non importa. Meno fanciulla
di Annibale si ripeteva il suo giuramento, la mano stesa nell'ombra
verso il cadavere della madre, giurando contro il mondo di essere un
giorno bella, ricca, spietata come il mondo, scrollando gli ultimi
rimasugli delle idee casalinghe, della fede religiosa, dei sentimenti
giusti. Le passioni le suonavano nell'anima una fanfara piena di
strilli e di scoppi, il vento di una corsa frenetica le fasciava la
fronte, l'orgoglio delle sue ore più folli spiccava volate da stallone.
Le narici palpitanti, l'occhio fulgido, coll'entusiasmo irresistibile
della febbre, colla confidenza della disperazione, ella stracciava
tutto il lembo della propria vita vissuta, per scagliarlo come un
cencio in faccia al mondo dei lavoratori, al mondo degli onesti, al
mondo dei borghesi, al mondo dei ragionevoli, ruggendo ancora una volta
il vecchio urlo di battaglia, acuto, squillante, mordente, urlo di
maniaco e di agonizzante, di suicida e di omicida:
--No.
PARTE SECONDA
I.
Ida rimase meditabonda in faccia a quella traduzione. Da due mesi
viveva con Jela, la quale fedele alla propria promessa di fanciullina
era corsa a cercarla nel villaggio. L'aveva trovata col vecchio abito
nero oramai diafano, il viso spento dalle sofferenze di ogni sorta.
Quindi, saltando a piè pari tutte le scuse e i ritardi, l'aveva
condotta seco come un'amica o una maestra, che la perfezionasse negli
studii; ma, caso o felice cortesia, non aveva pronunciato quel titolo
abborrito, porgendo l'invito con una affettuosità così fresca, che Ida
fu doppiamente lieta di accondiscendervi.
Il viaggio non fu lungo.
Appena giunte al palazzo le due fanciulle si ritirarono
nell'appartamento di Jela, e allora, sola in faccia a questa educanda,
che aveva appena il senno di un fiore e lo spirito di un frutto,
Ida riconquistò sè medesima. Però fu guardinga, e non si lasciò
sfuggire nessuna di quelle risposte filosofiche, capaci di arruffare
quella testolina di angelo monello. Quindi le raccontò con arte di
consumato romanziere la propria sciagura, mostrandole così nudo e
gladiatoriamente atteggiato il proprio orgoglio, che Jela ebbe
quasi rimorso di averle chiesto aiuto per gli studii. Ma Ida sorrise
abbracciandola; poi la intrattenne del convento, facendole indovinare
tanta esperienza di vita ed insieme tanta facilità d'indulgenza
frizzante di spirito, che la contessina ne rimase addirittura
entusiasmata.
Se non che lasciando la casa, dove le erano morti il padre e la
madre, Ida non aveva letteralmente più un soldo. Il suo abito pareva
anche più miserabile con quella schizzinosa mondezza; aveva le scarpe
scalcagnate, un cappellino lagrimevole sulla testa. La miseria aveva
abbracciato quel suo corpo, nato per le orgie di un sultano, come una
gramigna lo stelo di un garofano. Jela e Ida se ne accorgevano col
medesimo sentimento. Ma la contessina, che le aveva già disposto un
appartamentino provvisorio attiguo al proprio, entrandole in camera il
mattino seguente e sedendosele sulla sponda del letto, le riparlò di
tutti i discorsi della sera coll'amabilità leggermente servile di chi
sta per chiedere una grazia. Ma non ne fu niente; parlò ancora d'altro,
scherzò, fu bambina, sguaiata come tutti i bambini, tornò seria, tornò
servile, e dopo tutto questo armeggio:
--Oh! senti Ida, facciamo i conti.
L'altra spalancò gli occhi senza rispondere. Ed ella seguitò
esponendole il bilancio del proprio spillatico, abbastanza grosso e
nullameno troppo tenue per tutti i capricci. L'altro giorno da un
orefice avea veduto un diadema brillantato di contessa, una follia di
bellezza e di prezzo: Dio! come era carino! Jela aggiungeva sospirando:
--Peccato che noi ragazze non possiamo avere nè gioie, nè quattrini.
Dunque senti: ci conviene aver giudizio. Il mio appartamento è
orribile, papà ha poco gusto; andrebbe appena per una nonna. Non v'è
che la stanza da letto accomodata dalla povera mamma. È un appartamento
serio come Giovanni il cavallerizzo: hai visto le sue basette?
Beh! dunque?... ma se non m'aiuti, non ne vengo più a capo,--guaì
rabbiosamente con le lagrime agli occhi, gettandosi fra le braccia
dell'amica.
--Come stavo bene piccina a casa tua; e tu?
--No.
--No? non vorrai star bene con me? Bel gusto di umiliarmi per farmi
piangere. No, siamo intese: tu hai più giudizio di me e mi sgriderai,
ma se non hai giudizio, io piango tanto che te lo faccio spuntare.
E la fanciulla, superba di averle fatto tutto accettare senza nulla
offrirle, si diè a saltare per la camera come una matta, finendo per
strapparsi la veste e cacciarsi sotto le lenzuola con Ida.
E Ida s'installò nel castello dei conti di Monteno. Jela era tutta un
sorriso, occupata nella vita come una bambina ad una festa di ballo,
che ammira i fiori ed intasca i confetti. Appena fuori del convento se
lo era scordato, quantunque ne avesse, varcandola, bagnata la soglia
di molte lagrime; ma la sua armoniosa natura si conformava a tutti
gli ambienti, respirava con eguale facilità in tutte le atmosfere.
Era bella perchè era felice, era felice perchè era bella. Le sue
idee, lunghe come i suoi capelli del biondo più soave, avevano tutte
il colore di viola de' suoi occhi; la sua coscienza aveva la bianca
freschezza della sua pelle; era delicata e leggiera. Non aveva sedici
anni. Non sapeva nulla, non ambiva nulla, desiderando tutto. Poteva
interrogare, ma non era curiosa; conosceva poco, capiva meno, non
indovinava affatto.