nella lotta, aggredì ella stessa i professori, che colla più cortese
deferenza le lasciavano ogni maggiore libertà di divagazione.
Trattavano di filosofia. Quindi la fanciulla alzò la bianca bandiera
dello scetticismo, bianca perchè composta di tutti i colori, sintesi
di tutti i sistemi e di tutte le opinioni: e la sua parola sprizzò
scintillando. Sapeva di dare la sua ultima battaglia, quindi la
volle degna delle Termopili. Sola contro tutti, contro quei cinque
professori, contro il mondo, lottò col coraggio del disperato e
l'incredulo eroismo del gladiatore; le sue risposte avevano delle
nervosità da giaguaro, dei balzi da serpente, degl'impeti da leone,
mentre le grazie più voluttuose della donna temperavano di un morbido
fascino le violenze crude del suo pensiero. Forse era la prima volta
che quelle pareti ascoltavano da un labbro femminile così grandi
parole. Ella se ne accorgeva alla faccia dei professori e più ancora
all'orgoglio, che le ingigantiva il cuore e l'atteggiava scultoriamente
nell'ingegno e nella persona. All'ultima parata di un colpo tiratole
dal Rettore, gli esaminatori commossi scoppiarono in un «brava!». Ida
si alzò senza sapere il perchè.
Il Rettore prese la parola e, ripetendo la grande frase di Victor Hugo
a George Sand: «Vi ringrazio di essere così grande»:
--Vi ringrazio,--disse,--di avere tanto ingegno e di avere tanto
studiato. Il vostro esame è stato fin qui senza esempio. Sono superbo
che sia toccata a me la ventura di accogliervi in questo tempio della
scienza e di aprirvi adesso le porte del mondo, nel quale siete
chiamata ad esercitare la più nobile e la più santa delle missioni,
quella di istruire e di educare le generazioni avvenire. Il compito è
grande, ma voi sarete alla sua altezza, voi donna, perchè la donna sola
può fare gli uomini, l'anima come il corpo.
E si fermò. La fanciulla si era incantata parendo non udirlo, immobile
nel pallore di una statua.
--Signorina Ida De Sinis, eccovi il vostro diploma d'onore.--Era già
preparato.--Conservatelo orgogliosa, è la croce di una battaglia che
non vi costa nè cicatrici nè rimorsi, l'emblema di una vittoria,
nella quale non vi sono vinti, perchè le vittorie dell'intelligenza
appartengono a tutti.
Ida accettò quel foglio lucente di oro senza scuotersi, poi figgendo
gli occhi imbambolati in chi glielo porgeva.
--Il vostro diploma di onore, di maestra,--ripetè giulivo il Rettore.
--Brava Ida, proprio brava!--insistè il vecchio maestro tutto superbo.
Le compagne, che avevano dischiusa appena la porta e bisbigliavano
sommesse di quella scena impreveduta, si guardarono fra loro cogli
occhi luccicanti e i volti sospesi. Ida ebbe un moto di testa, si
raddrizzò e, mormorando inintelligibilmente:
--No,--coll'occhio arido e la mano convulsa stracciò in quattro il
diploma, lo lasciò cadere, fe' un inchino, e, prima ancora che i
professori avessero il tempo di rimettersi, si volse, passò fra le
compagne, discese le scale.
--Buon giorno, signora maestra,--le gridò il portinaio, avvicinandosele
per la mancia.
Ella si trasse un anello di dito, glielo gittò ed uscì dall'Istituto
per non rimettervi più il piede, colla fronte corrugata di sdegno e le
labbra contratte da uno straziante sarcasmo.
--Via Sant'Agostino,--disse ad un fiacchero, che passava.
Quando vi fu salita, tutte le sue energie l'abbandonarono e dovette
mettersi il fazzoletto sugli occhi per non mostrare che piangeva.
Qui i ricordi della fanciulla precipitavano. Ritornando al villaggio,
trovò l'ingegnere già morto di un malore improvviso il giorno dopo
l'esame senza saperne nemmeno l'esito bizzarramente glorioso. Ida
capitò nella casa desolata. La mamma di un umore intrattabile le usò
ogni cattiveria, e volle che andasse seco lei, per tempissimo, tutte le
mattine alla parrocchia per suffragare l'anima del padre morto senza
prete.
Poi tutto era a soqquadro; un creditore s'impadronì dell'ultimo podere,
lasciandole senza beni. La mamma ne dava la colpa a lei, per le spese
dell'educazione, con parole così ingiuste, che una volta la fanciulla
dovette risentirsene, e allora l'altra le applicò due schiaffi sonori
sulle guance. Ida divenne livida come un cadavere, barcollando più per
la meraviglia dello sdegno che per l'urto della percossa, ma siccome
la mamma sembrava insistere, protese le braccia e la respinse con tale
forza, che la mandò a rovesciarsi contro il muro.
La Ghita era presente.
L'altra cominciò a gemere, ed avrebbe certo replicato, se gli sguardi
di Ida non fossero stati così duri e fiammeggianti. Da quel giorno la
guerra fu dichiarata a grande scandalo del villaggio, che aveva subito
imparato la triste scena della dottoressa, come la chiamava la mamma.
Il vecchio arciprete ne gongolava.
--Ve lo aveva pur detto,--proruppe orgogliosamente colla balia.
Era una vita d'inferno. Ida non usciva più dalla propria camera, e non
era ancora comparsa nel villaggio, giacchè la parrocchia stava oltre;
non avea riveduta nessuna delle amiche. Fuori sentiva nell'aria una
frigidezza di odio, un'afa di disprezzo, che le toglieva il respiro.
Tutti si occupavano di lei, mentre ella per un'altra affettazione non
voleva occuparsi di alcuno; ma quando Savelli, il vecchio maestro
sempre buono, scrisse alla mamma di aver trovato per Ida un posto di
Direttrice in un istituto con mille e cinquecento franchi di stipendio,
ed ella, alla mamma quasi dimentica di tutto nella gioia, ebbe risposto
recisamente:
--No,--fu uno scoppio di bestemmie e di improperii. Sembrava che Ida
avesse con quel no danneggiate tutte le famiglie del villaggio, mentre
se avesse accettato, tutti si sarebbero rammaricati della sua buona
fortuna. Poi la mamma ricorse all'arciprete perchè le dissuadesse la
figlia. E questi si era presentato fiducioso nella propria autorità,
ma Ida lo aveva trattato con un'alterigia così gentile, che il prete
imbrogliato oramai si pentiva della propria audacia, più confuso ancora
a quel pentimento impreveduto.
Quindi uscì senza aver nulla concluso, e alla mamma, che lo
interrogava, per non sapere che rispondere voltò le spalle, borbottando
un versetto latino. Ma Geltrude, piegando sotto la ferrea volontà di
Ida, sparlava orribilmente della figlia colle vicine. Questa era un
mostro; tutte le madri la citavano come un esempio spaventevole alle
figlie, congratulandosi seco medesime di averle solamente mandate a
scuola dalle monache. Certo tutte quelle ragazze facevano all'amore,
e qualcuna ogni tanto era gravida, ma ciò era ancora meglio che
mancare alla parrocchia e non lasciarsi bastonare ingiustamente dai
genitori. Solo qualche giovanotto liberale del paese, che non andava a
messa, voleva tuttavia difenderla, ma questa difesa le peggiorava la
riputazione, conchiudendosi sempre con queste parole:
--Già mi piace più di quelle altre che sono sempre in chiesa.
--Bella ragione!
--Se ti pigliasse... tanto i preti sono un branco di carogne.
Una volta Ida aveva inteso quella disputa sotto le proprie finestre.
Però la vanità di quei giovani era offesa dal suo contegno
indifferente; la dicevano brutta, ma piaceva a quasi tutti, e
pochissimi l'avevano veduta. Questa fortuna non era toccata che al
calzolaio, il quale era uscito entusiasmato.
--Se vi dico che pare proprio una gran signora.
--Che cosa vuoi capire tu, con quei quattro che hai?... una gran
signora?
Questa volta era finita a pugni. Quando gli stivaletti furono
terminati, egli si vestì da festa e glieli portò. Ida, che conosceva
l'alterco accaduto, gli guardò con un'aria così nobile una contusione
scura sotto l'occhio destro, che il calzolaio si sentì rimescolare il
sangue e, se non fosse stata la soggezione, chissà che cosa le avrebbe
detto.
Sulla fine dell'estate alla mamma si manifestò il cancro nel petto.
Ida, capendo di restar sola, ne fu scossa per qualche giorno. Aveva
giurato di non fare mai la maestra, ma non vedeva nessun rimedio alla
indigenza di ogni giorno, ed aspettava come dal caso la soluzione del
suo fantastico problema. Al pari di Goethe, che si sentiva capace di
tutto e non si sarebbe punto meravigliato all'offerta di una corona,
era pronta a tutti gli estremi, acquattandosi in quell'ombra silenziosa
della propria casa ad aspettare colle pupille dilatate il passaggio
immaginario di una vittima.
Nessun dramma della storia o dell'arte avrebbe potuto vantarsi più
denso di peripezie e di catastrofi che quel dramma così semplice ed
ignorato della sua vita casalinga. Tutte le passioni vi si erano
dato convegno, tutte le contraddizioni vi si tenevano la posta come
in un trivio, nel quale le speranze della reggia si urtassero coi
dolori delle soffitte; era come una bisca, ove la brutalità popolana
ringhiasse collo spavaldo cinismo e l'astuta bravura dei cavalieri
d'industria.
Quella mattina Ida era più calma del solito. Svanito il subbuglio di
quella offerta del dottore, una grande speranza le era entrata in cuore
di essere vicina alla terra promessa. Finalmente il mondo cedeva al
fascino della sua superbia. Il dottore non s'era forse innamorato se
non perchè ella differiva dalle altre fanciulle del villaggio? trionfo
tanto più bello, che egli medesimo non poteva apprezzare la superiorità
della dottoressa.
Il sole era già alto, che ella sedeva ancora al largo tavolo, quando la
Ghita le entrò in camera.
--Che cosa vuoi?--le si rivolse col malumore di chi è disturbato.
La Ghita non rispose subito, anzi finse di non sentire l'asprezza di
quelle parole, e venne in mezzo alla camera a guardare per la finestra.
Le imposte erano socchiuse.
--Eccolo là.
--Chi?
--Il dottore. Mi ha voluto mandare per forza, non lo vuole credere che
lei rifiuti.
--Ti dispiacerebbe molto se accettassi?--rispose la fanciulla,
levandosi e guardandole negli occhi lucidi di malignità.
--A me!--rispose la Ghita, abbassando la voce di un tono e tornando a
spiare dalla finestra per sottrarsi al suo sguardo;--mi fa stizza la
ragione. Dunque perchè lei è povera dovrebbe poi sposarlo dopo la sua
brutta figura colla Giovanna? S'immagini che me lo ha detto lui stesso:
ah non mi vuole? con quella dote! E poi mi ha pregato di tornare qui a
persuaderla meglio. Ma che cosa crede di essere quel mobile coi suoi
due centesimi?--esclamò stendendo un braccio verso di lui.
Il dottore, solo nel mezzo del mercato, guardava la loro finestra, come
se ne aspettasse un segnale, ma, attendendo forse da un pezzo, fe' due
o tre passi verso la casa. La sua tozza figura sotto quel cappellaccio
disegnava una specie di grosso fungo sul suolo. Teneva gli occhi alzati.
--Guardi,--ripetè la Ghita alla fanciulla, mostrandoglielo del dito con
una smorfia indescrivibile:--non lo crede!
Ida, che era venuta alla finestra, lo urtò con una occhiata, ed alzando
le spalle:
--Lo scetticismo degli uomini!--mormorò.
VI.
Nei giorni seguenti la malata peggiorò, così che la Ghita, trattenuta
da Ida a vegliarla, si aspettava ad ogni momento di vederla morire. Da
quell'ultima scena nè Ida nè il medico si erano più mostrati al suo
capezzale, quegli chiuso nel proprio dispetto d'essere la favola del
paese ed assaporando nella cessazione di quelle visite inutili una
specie di vendetta, questa avendo già da lungo tempo esaurito ogni
pazienza di decoro e di amore.
La Ghita regnava sola in casa. Giù nella cucina i suoi bambini
giuocavano e rubacchiavano, le vicine entravano ad ogni momento, e
quindi erano lunghi discorsi e confidenze sul triste destino della
mamma e della figlia, sole, senz'altro appoggio nel mondo che la
Ghita. Le vicine la complimentavano sul suo buon cuore ed ella se ne
schermiva appena, mentre in mezzo a tutti quei complimenti gli ultimi
arnesi della cucina si andavano sempre più rarefacendo. Un giorno la
fanciulla se ne accorse senza dire parola. Un altro giorno trovò la
Giovanna giù al focolare in colloquio colla Ghita. Ida si arrestò sulla
soglia. La Ghita, che parlava a bassa voce, trasalì, ma l'altra, venuta
solo per conoscere la signorina e ringraziarla, chinò la larga faccia
arrossendo. Ida capì.
Andò dritta alla Ghita e le diede un ordine con quel suo occhio
penetrante ed altero. La Giovanna scambiò un'occhiata furtiva colla
Ghita come per domandarle coraggio, e appena la fanciulla si mosse
voltandole le spalle, coll'impeto di un cane le saltò all'abito ed
afferrandogliene un lembo lo baciò. La immensa distanza, che le
separava, era scomparsa. Ida rivolse la testa, guardò quella donna
ginocchioni in atteggiamento di preghiera, e per la prima volta dopo
molti anni la compiacenza della sua vanità fu senza acredine. La
Giovanna singhiozzava. Ella si torse, la prese per mano e la rialzò; ma
la donna abbassò gli occhi in faccia alla vergine.
La Ghita aveva due lagrime alle ciglia; poi la Giovanna giunse a
baciarle una mano, mentre Ida si liberava sparendo dietro l'uscio.
Allora le due donne si osservarono mutamente, poichè quella scena
subitanea era stata un enigma per tutte e tre, incontratesi come a caso
nel trivio soleggiato d'un affetto cristiano.
La Ghita fu la prima.
--Ma è matta!--disse guardando il soffitto, sopra al quale era la
camera della fanciulla, e come rispondendo ad un lungo ragionamento.
--Proprio?--ribattè la Giovanna aprendo gli occhi, nei quali si
spegneva già il baleno dell'ammirazione.
--Ghita!--chiamò con accento angoscioso la fanciulla dalla
scala:--Ghita!
--Che?--e corse all'uscio. L'altra la seguì.
La fanciulla era sul pianerottolo, aveva il volto bianco e sconvolto.
Salirono, si precipitarono nella camera della ammalata. Così alla poca
luce delle imposte socchiuse si distingueva appena, ma si udiva un
rantolo fievole fievole.
La Giovanna corse a spalancare un'imposta, ed allora apparve la faccia
della morente. Era deperita in un'ora più che in tutta la malattia.
--Muore!--balbettò la Ghita:--bisogna chiamare il dottore.
La Giovanna alzò la testa.
--Troppo tardi!--rispose Ida, fissa negli occhi velati della mamma e
travolta nel suo rantolo.
L'altra non replicò. Ida pareva estatica, gli occhi sbarrati, le
tempia ventilate da un freddo terrore. Le due donne si distrassero a
guardarla; poi la Ghita mormorò una parola all'orecchio della Giovanna
ed uscì frettolosamente. La fanciulla non se ne avvide. Non perdeva una
contrazione di quell'aspetto, una fisonomia di quella morte, costretta
da un fascino misterioso, nel quale il dolore perdeva ogni coscienza e
lo spavento ogni nervosità.
Tratto tratto la moribonda muoveva insensibilmente la testa, percotendo
le dita sulle lenzuola gialle. La camicia, chiusa al collo ed ai polsi,
pareva aumentarle inesprimibilmente l'orrore della magrezza. Moriva.
Aveva ancora l'anello nuziale e i bottoncini alle orecchie. Il raggio
di quell'oro traversò la fissazione della fanciulla, che le si riunì
immediatamente nello scavo angoloso delle gote, entro una delle quali
si arricciava un ciuffo di capelli grigiastri. Quella faccia era di una
piccolezza impossibile, senza espressione.
Infatti la Giovanna se n'era distolta per guardare sopra il canterano
un magnifico Gesù bambino sotto un'urna di vetro, sdraiato fra i
fiori, tutto roseo nella sua vestina di seta. Non pareva vivo, ma
l'esagerazione della sua lucidezza attirava come una vivacità di vita.
E a poco a poco gli si era appressata, passando dietro Ida; ma fa
pronta a rivolgersi, vedendola come destarsi al rumore, che saliva per
le scale.
La fanciulla corse all'uscio; in quel momento l'ammalata scosse il capo
quasi per disapprovarla. Era l'arciprete col barattolo dell'olio santo
in mano, seguito dalla Ghita con due candele accese e da altre due
vicine accorse per assistere devotamente l'agonia. La Ghita le fe' un
cenno di interrogazione, se era morta, che l'altra non colse.
--Siamo in tempo?--domandò l'arciprete, che non aveva osservato il viso
della fanciulla.
Ma Ida sbarrava la soglia.
L'altro si fermò.
Lo sguardo della fanciulla era sfolgorante di disprezzo.
--Mi lasci passare.
--No; non vi ho fatto chiamare e non permetto che si turbi l'agonia di
mia madre.
Il prete fu così meravigliato, che parve quasi non avere inteso; poi
avanzò un passo. Ida stese la mano per respingerlo, ma l'altro gliela
afferrò brutalmente.
--Siete matta! Quella disgraziata non si è voluta confessare credendo
di guarire, e volete rubarle l'ultima grazia, che il Signore le
concede! Vergognatevi; andiamo dunque, che mi faccio proprio imporre
dalle vostre pari io...
E respingendola con forza da un lato passò oltre, verso il letto.
Le tre donne, che avevano susurrato, lo seguirono, guardandola
nel passarle davanti con un ribrezzo pieno di dileggio, e si
inginocchiarono intorno alla sponda del letto. Alla prima occhiata
il prete s'accorse che l'agonia era innanzi; quindi confidando il
barattolo alla Ghita, profferì le preghiere d'introduzione, così belle
di poesia:
--_Asperges me, Domine, hyssopo et mundabor, lavabis me et super nivem
dealbabor._
La sua voce nel pronunziare questo versetto aveva la solita cantilena
rituale, mentre la Ghita rispondeva alla meglio da chierico. Poi egli
aperse il barattolo, ma accorgendosi di avere dimenticata la bambagia:
--Come si fa? Ne avete in casa?
--Credo di sì; nel canterano.
--Spicciati.
L'ammalata rantolava sempre più fiocamente.
--Badi alla stola,--arrischiò confidenzialmente la Ghita, vedendolo
schiacciarsi contro una macchia del letto.
--Hai ragione, ma sta attenta; mi hai assistito un'altra volta;--e
composto il volto ad una espressione più grave, con un gesto quasi
elegante intinse il pollice nell'olio; quindi mormorando l'analoga
preghiera segnò una croce sugli occhi velati della moribonda, la
terse, e dagli occhi, che avevano forse troppo veduto, seguì agli
orecchi, che avevano forse troppo udito, poi alle narici ghiotte delle
esalazioni voluttuose, poi alla bocca, comprimendone le labbra mal
bianche, che avevano inghiottiti i baci della lussuria ed emesse le
parole della mormorazione, poi alle mani, che unse sul dosso, poi ai
piedi e si arrestò incerto sui lombi. L'ammalata non si poteva muovere.
Allora pensò di omettere questa unzione purificatrice, forse la più
importante, perchè sulla oasi del peccato.
La morente agitò le labbra.
--Prega...--pensò Ida fremendo, e cadde ginocchioni presso l'uscio,
confusa in un dolore, del quale poco prima non si sarebbe creduta
capace. Le orazioni proseguirono a bassa voce, quasi smorzandosi come
quella vita, che imbalsamavano per la eternità; ma l'accento delle
parole, talvolta sublimi, era così chioccio che ne scemava al suo
spirito in gran parte l'effetto.
--_Domine, exaudi orationem meam:
Et clamor meus ad te veniat._
A questo punto Ida rialzò il capo, e vide la mamma con un crocifisso
sul collo muovere straziantemente la testa, mentre il prete
s'interrompeva come per sorprenderle l'istante supremo. Scattò in
piedi, tutti la guardarono.
Le aveva preso una mano già fredda e gliela stringeva interrogandola
negli occhi; ma l'altra si quetò. Allora Ida sentì un fetore di
sepolcro, come una protesta nauseabonda della materia contro
l'immortalità dello spirito, passarle sulla faccia ed arrivarle sino
all'anima. Resistè, anzi piegandosi sull'ammalata colle pupille piene
di fulgoramenti notturni, l'attirò con tanta forza, che le fece volgere
la testa. Aveva gli occhi appannati come un vetro dal freddo; poi
abbassò lentamente le palpebre.
La testa della morta era abbandonata sulla spalla sinistra come nel
sonno, colla medesima fisonomia e la bocca socchiusa. Il prete scambiò
un'occhiata d'intelligenza colla Ghita. Allora le quattro donne
allungarono il collo, e la Giovanna disse all'orecchio della vicina:
--È morta.
--Se non scappo muoio anch'io dal puzzo.
Il prete appressò un bicchiere alla bocca del cadavere, ve lo tenne
qualche istante, poi scosse la testa e, posandolo sul comodino,
mormorò:--_Subvenite, Sancti Dei_,--col solito accento, chiamando i
santi del cielo incontro a quell'anima pellegrina per le pianure della
eternità, intanto che nel mondo i viventi si scostavano inorriditi dal
suo corpo.
Ida aveva lasciato cadere quella mano sul letto, stette ancora fissa
nella madre non battendo palpebra, poscia volse lo sguardo in giro
sulle donne, che lo evitarono, ed incontrò quello del prete. Questi si
mosse come per dirle qualche parola di consolazione, ma la fanciulla
alzò la mano ad un gesto imperativo di diniego, e con passo lento,
quasi solenne nella tragica gravità di quel momento, entrò nella
propria camera.
Appena uscita fu un bisbiglio. La Giovanna corse ad aprire la finestra,
il prete ripiegava la stola ripetendo alla Ghita di bruciare la
bambagia intinta di olio santo, rispondendo con un sorriso di bonomia
alle altre donne, che ammiccavano con una smorfia verso l'uscio della
fanciulla.
--Non volere l'Olio Santo!
--Sì, ma è rimasta male: vedremo come farà a vivere senza far nulla.
--Il Signore è giusto,--disse una, che non aveva aperto bocca.
--È giusto,--ripetè il prete.--Adesso, Ghita, vado via. A lei le dirai
poi... cerca di consolarla, se ne ha bisogno,--aggiunse con un cattivo
sorriso.--Oh! come sei tu qui?--si volse alla Giovanna:--bada...
--Adesso!--ribattè schernevolmente la Ghita.
L'arciprete si strinse nelle spalle biascicando un testo latino, quindi
facendo alla colpevole, che non arrossì nemmeno, un gesto paterno
d'indulgenza, si avviò veramente per uscire. La Ghita lo accompagnò
insino alla porta e lo trattenne ciarlando. Quando tornò nella camera
le donne erano ancora lì a chiacchierare, anzi una aveva tirato il
cassetto della bambagia per provare di non avere mal veduto, in fondo,
nell'angolo, vedendo una cassetta dorata.
--Cosa ci sarà mai lì dentro?--chiesero alla Ghita.
Ella non lo sapeva. Ma la Nunziata del muratore si esibì di fare la
veglia.
--No, la faccio io,--ribattè la Ghita.
--Facciamola insieme, mangeremo un po' di costola di porco con un
boccale di vino nuovo.
Allora tutte le altre si offrirono.
--Anzi figuriamoci... basta, vedrò per la Nunziata. Ora andate via; se
torna fuori la signorina mi faccio strapazzare.
--Sì, va pur là, un buon capo.
Ma rimasero, poi la Giovanna uscì colle altre due, e restò la Nunziata.
Discesero in cucina, era l'ora del pranzo.
--Come si fa,--domandò la Ghita,--a dirle se vuol mangiare?
--Credi che le dispiaccia della mamma?
Il sole era alto, la cucina abbastanza illuminata. Le due donne si
occuparono dei preparativi del pranzo colla alacrità di chi prepara
per sè medesimo, ciarlando del passato della morta, quando era balia
e levatrice, quindi moglie dell'ingegnere e per un momento la signora
più sfarzosa del villaggio. Le date, i particolari si affollavano;
poi il pranzo le riattirava, e riflettevano alla condizione di Ida
nell'inverno vicino, sempre terribile pei poveri. Anche esse non
avrebbero nulla, sempre povere prima e dopo la gioventù. Almeno la
balia aveva fatto la signora per una volta.
--Chi godè una volta non stentò sempre,--conchiuse la Nunziata col
proverbio popolare.
Ma un pensiero attraversò la testa della Ghita.
--Aspetta, vado su.
La porta era chiusa; ella girò la chiave. Ida seduta al tavolo
piangeva, ma le lagrime le dovevano uscire a stento, perchè aveva gli
occhi troppo gonfi.
--Oh, è orribile!--esclamò, percossa da un brivido alla proposta della
Ghita.
--Come vuole dunque fare? non ci si sta in casa.
Ida si levò convulsamente; il volto della Ghita era così calmo,
che dovette comprendere di aver torto, e cedette con un gesto di
raccapriccio. La Ghita discese e mandò la Nunziata dal marito, che
lavorava in una casa vicina; senonchè gli era capitata un'altra
incombenza ed era partito dicendo di tornare a notte. Allora la
Nunziata era salita sino a casa propria ed aveva trovata una mezza
grembiulata di gesso ed una cazzuola vecchia, la quale ciurlava nel
manico. La Ghita si grattò la testa.
--Tonio è in casa?
--Ma no, non c'è nessuno. Gigetto è andato a zappare: pare proprio
impossibile!
Si consigliarono ancora, finendo poi a canzonarsi scambievolmente del
proprio ribrezzo, che in fin fine era una fanciullaggine da signorina.
Ne avevano veduta morir tanta della gente. Era presto fatto.
--Non hai murato mai il buco di un topo? è lo stesso.
--Glieli muriamo tutti, tanto già non ci passa più nessuno a quest'ora.
Tu ammorta il gesso nella casseruola, poi andiamo su.