riverberi dei capelli, colle iridi inumidite degli occhi, colle labbra
rosse, coi denti bianchi. Le parole le cadevano come i fiori del
mandorlo, colorandosi al bel sole della sua giovinezza come tante bolle
di sapone, che si sciolgono senza scoppio nè traccia. Le sue mani si
tendevano involontariamente per fare una carezza, appena si presentasse
qualcuno a riceverla, con una delicatezza di puerilità bionda, di
follia profumata. Era bella come un'apparizione, ed infatti appariva
allora nella vita, di quella bellezza che non ha nome nè durata, che
non significa nulla e ricorda tutto, i desiderii più puri, le fantasie
più liete, le insulsaggini più perfette; capolavoro di una doppia
giovinezza di corpo e di spirito, bellezza di una natura assurda, che
ha spogliato la donna e la fanciulla per creare la giovinetta. Era come
una camelia che avesse ceduto a un diamante la spenta morbidezza del
proprio candore, un diamante che avesse ceduto a una camelia la propria
soavità di gemma.
Jela non poteva essere amata e non poteva amare, ma attirava e
sentivasi attirata. Se i fiori si movessero liberamente, pochi
vorrebbero restare nel loro vaso di terra concimata, e li vedremmo al
pari di noi cercare i siti più espressivi. Molte rose si poserebbero a
fiorire sul seno di una donna, più di una viola malinconica andrebbe
ad insinuarsi fra la tastiera di un pianoforte, per apprendere forse
dalla musica il secreto della propria malinconia. Così Jela andava
verso tutti, amava tutti, Dio e il mondo, il passato, il presente e
l'avvenire, di un uguale affetto. Adorava suo padre, adorava la mamma
senza ricordarsela, adorava la vecchia cameriera, adorava la cagnina,
il canarino, il suo abito cilestro, la veste da camera bianca, le
pantofole turche, la fanciulletta giapponese in avorio, un regalo
dello zio, e tutti l'amavano, perfino i domestici. Era un giocattolo
di tutti, che apparteneva a tutti, dal palafreniere che le insegnava
equitazione al calzolaio che le misurava ammirando i minimi piedini.
Non potendo dormire col canarino, dormiva con Nelly la piccola danese;
ma fra tutti questi affetti, susurranti come un cespo di erba odorosa
e poco più alti, uno solo sorgeva dominando, l'amore per Ida. Si
conoscevano da bambine, e sino da allora la piccola rosea scherzava
nelle braccia dell'altra, seria, cogli occhioni spalancati e i moti
imperiosi. Una glicine abbarbicata ad una quercia. Gli anni erano
trascorsi, ma le due donnine erano ancora nello stesso atteggiamento.
Quindi trascorrendo insieme tutta la giornata in incessante
chiacchierio, Jela non impegnava mai una questione, non poneva un
problema, o se presentavasi da sè, Ida ne dava indifferentemente la
soluzione, senza premesse nè conseguenze, là, come uno scoppio di
tromba in un preludio di violini. Jela accettava, guardava l'amica
tirando innanzi. Ma tutte quelle risposte alteravano la flora della sua
testolina, mentre la sua coscienza, che dovea pure fortificarsi, si
assimilava lo spirito della sorella di latte.
Jela imitava inconsciamente Ida perfino nella frase e nel gesto;
adorabile scimmia, più donna della donna che copiava, appendice
brillante di un libro poderoso.
Ella non si era mai chiesta come Ida fosse povera: Ida avrebbe
potuto mai esserlo anche essendolo?! E nemmeno come stesse nel suo
palazzo senza far parte della famiglia nè dei famigliari, se vi
resterebbe sempre, perchè spendesse il suo denaro non avendo il suo
nome, donde venisse e dove andrebbe un giorno a finire, poichè Jela
sapeva finalmente che ella stessa non sarebbe sempre una ragazzina.
Che cosa il mondo diceva già di questa amicizia? Anzi una volta la
vecchia cameriera, adesso più vecchia e golosa della affezione della
padroncina, avendo voluto arrischiare qualche osservazione, Jela si era
vezzosamente inferocita.
--Ida,--aveva esclamato,--è Ida.
Non ne sapeva oltre.
Ma se la serietà pensosa dell'altra non le avesse imposto, chissà che
cosa quella pazzerella non avrebbe detto o fatto, perchè in questa
sua passione composta di minuzie e di grandezze Ida era tutto per
lei, la madre morta, il padre vivo, le amiche del convento, la suora
prediletta, l'amante incognito ed ancora lontano lontano, il mondo
con tutti i suoi misteri, la vita con tutte le sue febbri, la poesia
con tutti i suoi splendori, la musica con tutte le sue soavità. Ida
ascoltava, gettava il raggio del pensiero dove l'altra vibrava appena
il filo luminoso della sua pupilla, alzava il velo cui ella toccava
incertamente: le riempiva tutti i vani del cuore, le occupava tutti gli
spazi della vita, era la parola di tutte le sue idee mute, l'eco di
tutte le sue voci indistinte, l'anima del suo spirito, l'artista del
suo corpo.
Jela era troppo bella per non essere civetta, ma era troppo giovane
per saperlo essere, quindi scappava dalle mani della cameriera appena
compiuta la toeletta, come Cosimo il canarino dalla gabbia aperta, e
correva dalla maestra (questa volta Ida aveva accettato il titolo) a
farsi vedere. Allora era un esame minuzioso e profondo: le stoffe e
i colori, le trine e le frappe, le foggie ed i tagli, i nastri e le
pieghe, armonie ed antinomie, sfumature e risalti, audacie e timidezze,
tutto era discusso. Da ogni particolare esalavano profumi, su ogni
curva strisciava un appetito, in ogni ondulazione palpitava una
scoperta. Jela afferrava: la bellezza aveva un avvenire, ogni bellezza
uno scopo. Quindi le pareva che le pieghe le penetrassero come nelle
carni e le rivelazioni le salissero lambendo i piedi per la tenebrosa
bianchezza delle sottane, mentre Ida le girava intorno parlandole colla
sua voce più velata, quasi nella solennità di un mistero, creandola
improvvisamente donna fra un'umida nebbia di caldezze. Allora la
fanciulla si ricordava tutti i riserbi delle suore e le allusioni delle
cameriere; si sentiva le palpitazioni della voluttà nella testa e giù
nel cuore le vertigini dell'ignoto, ancora più ignoto dopo averlo
immaginato. L'ignoto era l'uomo.
Ma tali conversazioni non erano se non parole, che erravano intorno a
quell'arcano come un nuvolo di farfalle intorno ad un arbusto fiorito.
Il riso vibrava sonoro e si spegneva di un tratto; v'era una lotta di
ombre e di bagliori, di modestie e d'impudenze, poi Jela ritornava
bambina ai discorsi insignificanti, alle divagazioni semplicemente
birichine, senza una memoria di quanto aveva imparato e le sonnecchiava
nell'animo.
Le due fanciulle non si lasciavano.
La mattina si correvano subito incontro, ciarlavano, si vestivano; ma
Ida, che non aveva voluto cameriera, seguitava a vestirsi sempre in
nero, adattandosi gli abiti da per sè. Indi facevano colazione, poi
ritornavano nel loro appartamento, e Jela le insegnava il pianoforte,
nel quale era abilissima delle dita come tutte le sue pari. Ida
imparava con una rapidità spaventevole. Quindi scendevano nel cortile
delle scuderie, dove un vecchio palafreniere le metteva a cavallo,
vestite di una lunga amazone nera, in capo un bonnettino capriccioso
inventato da Ida, gli stivali lucidi al piede, il frustino col manico
d'oro o di agata in mano. Jela aveva paura, Ida era temeraria. Invano
il cavallerizzo voleva rattenerla, quando partiva troppo spesso
di galoppo sfrenato, più invano una volta avea voluto spaventarla
gridandole:
--Se non si ferma, le farò saltare la barriera.
Ida col viso animato dalla corsa aveva gettato un urlo di gioia.
Si dovette per forza portare la barriera: mentre il maestro si
raccomandava, Jela rideva senza sapere il perchè, e Ida tormentava
ferocemente il cavallo.
Galoppò in giro, evitò l'ostacolo per due volte, tanto che il maestro
e Jela non respiravano, ma alla terza storse Febo, lo lanciò dritto,
dandogli la strappata così presto che le gambe anteriori gli percossero
nei travicelli, la barriera si rovesciò ed ella sbalzò lungi quattro
passi rattrappita sulle ginocchia.
--Ah!--gridò, rizzandosi prontamente e riafferrando le briglie.
Jela era pallida come un cencio.
L'altra volle rimontare, volle saltare e saltò. Il conte, che
sopravvenne a quel punto, le battè le mani, Ida si volse salutandolo
del frustino con una civetteria da circo equestre, e fece spiccare due
altri balzi al cavallo.
--Siete ben forte,--le disse il conte avvicinandosi a guardarla seduta
coi fianchi classicamente evidenti.
--Eppure Giovanni mi complimenta sempre sulla mia mano leggiera.
--Per reggere i cavalli la mano più sicura è la mano leggiera.
--Come cogli uomini.
Il conte raccolse il frizzo.
--Avete saltato la barriera alla prima prova?
--Alla seconda. La prima volta sono caduta.
--Male,--rispose il conte, frenando sulle labbra una risposta meno
castigata, perchè Jela ascoltava, ma che Ida indovinò benissimo.
--Sono caduta in piedi,--ribattè sul medesimo tono.
Il conte tornò a guardarla negli occhi, parlando d'altro.
Del resto la vita al castello di Valdiffusa era così noiosa, che Ida
si pentiva sovente di averla raccomandata a Jela, sulla proposta del
padre, nei primi mesi di mondo, per eludere l'incomodo di tutte le
visite e prepararsi meglio all'inverno venturo. Allora erano nel mese
di aprile.
Il castello, come lo chiamavano, grosso palazzo di stile cittadino, coi
pilastri al portone ed un giardino nel cortile, sorgeva da un largo
prato cinto di siepi tosate, ai piedi di un colle, sul quale la sua
massa biancastra spiccava pesantemente. Vi si accedeva per un'enorme
cancellata di ferro a sei battenti, separata da colonne di pietra
culminate da una cimasa di granito, meno le due di mezzo abitate da due
leoni, i quali nell'inverno riparavano entro un casotto di legno per
eccellenti ragioni d'igiene della pelle. La gente non passava mai senza
guardarli con ammirazione, e li chiamava i leoni del signor conte.
Erano lo spauracchio di tutti i bambini e una fola per tutte le mamme.
Un viale fiancheggiato di oleandri e di limoni, alto su basamenti
di pietra, sboccava nel prato dirimpetto al portone, sormontato da
una ringhiera a fiori, sui quali o per l'acqua o pel sole si poteva
abbassare una tenda bianca, filettata di turchino. Alla facciata, e non
v'era altro di ornato, colle finestre incorniciate e divise da magre
colonne prese nel muro, cogli abbaini dei solai rotondi e tagliati
a croce, il palazzo si sarebbe detto quadro; ma i suoi fianchi si
prolungavano nudi, forati da una infinità di vani sino ad un altro
muro, che chiudeva il cortile della cavallerizza, colle scuderie, le
rimesse e gli alloggi dei servitori.
Dinanzi al castello il prato si rompeva in aiuole incassate da tegole
rosse e turchine, piene di fiori e di pianticelle puntute e rotonde,
dominate dal getto pretensioso di una fontana, nella cui vasca i
soliti pesci variopinti aspettavano dopo pranzo le briciole di Jela di
qualche visitatore impacciato del villaggio vicino. Ed erano un'altra
meraviglia della villa, quei pesci che ricomparivano sempre come nei
paragoni lirici della Bibbia.
Quest'ultima osservazione era del curato.
Il castello si alzava bianco, verniciato, fra quei monti bruni di
boschetti cedui e di marroneti, pei quali si scorgevano a quando a
quando le case verdognole coi tetti a lastre di fiume. Il paesaggio era
ampio e severo. Anche nel mezzogiorno, quando il cielo era terso come
uno specchio e il sole fulgente come solamente un sole può fulgere,
la vallata non si facea mai allegra. Pochi campi si adagiavano sulla
riva sinistra del fiume, le querce asserragliavano i campi, attorno
alle querce, oltre le querce salivano i querciuoli, qualche pino,
qualche elce, e lungi castagneti. Una frana gettava fra quel bruno
il sorriso biancastro del suo galestro, remota remota una vetta si
colorava di scialbo azzurro sopra i monti terrigni. Era il regno dei
querciuoli denso ed oppressore, nel quale sembrava che le altre erbe
ed i fiori non avessero mai potuto penetrare e l'uomo stesso vi fosse
rifuggito. Molti armenti vi pascolavano invisibili nel fogliame, non
si discernevano strade. La maggiore, la sola veramente degna di questo
nome, lambiva il castello, allargandosi devotamente per buon tratto
nel passargli davanti, e conduceva al villaggio nascosto dalle svolte,
lontano circa tre miglia.
Per essa non transitavano che carbonai, o nell'autunno i carrettieri
trasportando i marroni, la prima se non l'unica ricchezza del paese.
Tutte le birocce dipinte di rosso avevano la sonagliera; i carbonai,
radi conquistatori di quel regno dei querciuoli, erano ancora più neri
e più foschi.
Ma fra quei monti troppo uniformi e quel castello troppo cittadino
sorgeva un bosco di elci. Lo si vedeva dal portone, dietro il cortile,
aprirsi in un immenso stradone a volta, coi forti rami intrecciati,
sotto nudi di foglie. E la sua volta, capace come la navata di un
tempio, si allungava mano mano più scura, abbassandosi senza cadere,
così che lo stradone parea finire in un antro, e non finiva, e nelle
sue ombre il pensiero si ombrava esso pure. Ma lungo l'enorme viale
altri se ne staccavano, a portico, come larghe fessure per le quali
rideva il cielo e l'anima si alzava un momento. I viali serpeggiavano
senza scopo o disegno apparente, avvicinandosi, allontanandosi,
incrociandosi come in un labirinto, moltiplicando il bosco con tutti i
loro giri e le prospettive imprevedute, i gruppi bizzarri, le vacuità
misteriose. Qua e là, fra due alberi, due arbusti improvvisavano
una nicchia o una capanna; un sasso su due sassi apprestava un
sedile, il suolo oppresso dall'ombra era bruno, nudo, e la poca erba
distesavi pareva come calpestata da un piede invisibile. Dagli alberi
rampollavano altri alberi, cespugli gigantescamente snaturati, ai quali
l'edera si mesceva insinuando per tutti i fori, lungo i forti steli e i
tronchi nodosi, su per le forcate muschiose sino alle cime arruffate,
i suoi capelli famelici, piovra del bosco, parassita prudente, che non
uccide quasi mai per non morire essa medesima. Ma l'edera sempre verde
anneriva le bacche solo quando la neve pretendeva di tutto imbiancare.
Quindi i viali, ondulando per la pianura, sembravano accerchiare
il castello quasi fino sulla strada, o salivano le prime falde del
monte assottigliandosi. Il viale diventava viottolo, il viottolo
sentiero; le foglie morte lo ingombravano, i cespugli lo attraversavano
violentemente coi rami interrompendolo tratto tratto, finchè più in
alto, l'erta diventando più erta, il sentiero si stancava. Talvolta
però più fortunato o più forte montava ancora, torcendosi a tutti i
capricci delle macchiette, infilandosi per tutte le screpolature,
sparendo tratto tratto sotto la pelle verde del muschio o spezzandosi
in scalini, finchè toccava l'orlo scapigliato d'un largo spazio.
Allora la vista si abbassava sui boschi cedui, sull'altro più
profondo, sul palazzo bianco, urtandosi alla ripa opposta del fiume
e ripiegandosi per tutta la vallata lunga e stretta, sino alle elci
dense come un prato, sotto al quale s'indovinava una vacuità piena
di mistero, un silenzio avvolto nell'ombra, una moltitudine di ombre
susurranti nel silenzio. Lo sguardo vi si sommergeva col pensiero come
dentro un'incognita foresta sottomarina. I viali tendevano tuttavia le
loro volte, le gramigne si stiravano nocchiolute ai piedi degli alberi,
i rami secchi ingombravano qua e là il terreno, l'edera infittiva la
oscurità e intristiva la cupezza, i viali erano muti come gli alberi.
Quello era il bosco delle elci e del sonno, che il giorno non poteva
interrompere, ma cui gli uccelli giungevano forse a far sorridere i
sogni colla nota perlata del loro cinguettìo; un bosco invecchiato
nell'ozio di un'inutile vegetazione, nel quale il vento non entrava
più del sole, e la luna filtrava appena qualche fantasia notturna. Il
sudore viscoso dell'umidità vi gocciolava a tutti i tronchi, mentre
la terra arenosa strideva sempre ad ogni più piccola pressione, e
gli uccelli folleggianti per quella solitudine di vegetazione, la
popolavano di amori spensierati e canori.
Quel bosco era la passione di Ida, che vi si obliava lunghe ore.
Sempre alzata per tempo, faceva toeletta e si andava a chiudere in
biblioteca, finchè Jela non venisse a distorla per gli ordinarii
sollazzi. Allora traduceva l'_Ahasvero_ di Hamerling, coll'ardore di
altre volte, poichè quella vita signorile, veduta dappresso, le aveva
già smentiti tutti i lunghi sogni. Il conte era gentile ma nullo, Jela
carina ma nulla, il castello comodo ma nullo; il suo lusso era senza
raffinatezza come la campagna d'intorno senza varietà.
Però della vita intima del castello, tranne il contatto delle due
cameriere e di Giovanni il cavallerizzo, esse non sapevano altro.
La vecchia faceva con loro da governante, ma in presenza di Ida non
parlava quasi mai, scusandosi astiosamente del non saperlo fare: del
che Jela la derideva contraffacendola e colmandola di carezze. Del
resto volendole tiranneggiare finiva sempre coll'ubbidirle o per
l'amore di Jela o per l'abilità di Ida.
In principio, la sera o la mattina presto, uscivano per lunghe trottate
colla Nencia e Giovanni, poi Ida era riuscita a sopprimere la vecchia,
a mutare il calesse in un _phaeton_, che guidava ella stessa sotto la
sorveglianza di Giovanni, il quale avrebbe voluto insegnare inutilmente
anche a Jela. Ida aveva un occhio e una mano da cocchiere inglese con
una temerità da americano. Poi le trottate le annoiarono: l'ultima
fu a tiro a quattro, una scommessa di Ida col conte, che ella vinse
a stento, ma vinse. Quindi vennero le passeggiate a cavallo, che non
finirono più, solamente si fecero più rade; qualche volta, a grande
scandalo della Nencia, Ida osava uscire sola senza staffiere. A Jela
non lo avrebbero permesso.
Ma le giornate erano lunghe. Jela si rifaceva sui romanzi della mamma
di vent'anni fa, Ida studiando finchè suonasse l'ora solenne del
pranzo, servito da domestici sempre gallonati, con un lusso principesco
e una raffinatezza degna di Brillat Savarin. La sera arrivava il curato
per la partita a scopa o al bigliardo. Ida vi si rifiutava quasi
sempre, Jela potendolo, e divertendosi un quarto d'ora coll'invariabile
imbarazzo del prete. Ma la partita restava spesso a mezzo, il conte
parlava di campagna, d'insulsaggini dette le mille volte e che l'altro
accettava sempre come nuove, rispondendovi alla sua maniera, così che
il conte sapeva già prima la risposta. Una volta Jela glielo disse.
--È un imbecille,--le rispose col suo tono abituale d'indifferenza.
--Però i contadini lo credono un grand'uomo!
--Forse ciò è conciliabile.
--Perchè no?--interloquì Ida, soffiando col suo sarcasmo su quella
leggera ironia;--la più goffa delle imbecillità è forse nell'essere un
grand'uomo.
Ma le due giovinette si annoiavano: una smania latente cominciava
ad irritarle di essere così fuori del mondo ancora per molti mesi,
senza udirne nemmeno gli echi e vederne di notte i fuochi lontani.
Jela pensava alle feste, alle toelette da teatro o da ballo, alle
passeggiate tra la folla; e a certi momenti le pareva di mancare di
tutto.
Entro quell'enorme cornice di verdura, che a forza di riposare la
vista la stancava, e quella calma greve come un'afa, il castello
diventava più noioso. Dal mattino si aprivano porte e finestre; il
conte o partiva per la caccia o si chiudeva nel proprio appartamento
al pian terreno; la famiglia non si riuniva se non la sera. Quegli
appartamenti così vasti, aereati, colle tappezzerie non meno lucide
dei mobili e le dorature ancora fresche, parevano non aver mai
appartenuto ad alcuno, siccome negli alberghi, dei quali aveano il
lusso impersonale senza la vita tumultuosa del continuo sgombero. Tutte
le tende armonizzavano colle pareti, tutti i mobili fra loro e tutti i
saloni. Il conte occupava il pian terreno, Jela e Ida due quartierini
in una specie di casetta interna agglomerata nel palazzo. Il piano
nobile, un rettangolo di saloni infilati, era vuoto dal giorno che la
contessa, accortasi di essere mortalmente ammalata, l'avea finita
colle feste e coi ricevimenti. Ma dopo la sua morte la Nencia ne aveva
assunta specialmente la cura. Quindi nessuna mano vi aveva più turbato
l'ordine minuzioso e la regolarità implacabile. Nessun sopramobile si
era mosso, nessuna poltrona aveva scivolato sulle ruote, nessuna piega
di cortinaggio si era distesa. Le candele dei lampadari, aspettando da
vent'anni di essere accese, si erano annerite, il tempo aveva fermato
sui caminetti di marmo tutte le pendole dorate. Quegli appartamenti
deserti non servivano più che ai vecchi ritratti, immobili nelle pose
convenzionali, imbruniti dagli anni in fondo alle loro ombre rapprese.
Dalle larghe finestre la campagna entrava confondendo l'inerte ampiezza
del paesaggio alla vuota ampiezza delle stanze, nelle quali la luce
sembrava perdere anch'essa la rutilante giovinezza, come la vita vi
avea perduto la confusione e la sonorità.
E a poco a poco il pensiero subiva quella smorta influenza. Una noia di
luogo abbandonato si addensava in tutto l'ambiente cadendo sull'anima
delle fanciulle, coprendovi come sotto uno strato di polvere tutti
i floridi desiderii e le bionde passioni. Ma era così lieve che non
l'avvertivano, se non quando era già troppo alta.
Jela fuggiva quasi subito, Ida tentava di resistere, cacciandosi
attraverso le ruine dei suoi mille mondi, sempre frantumati nel secondo
momento della loro creazione: poi le fanciulle si trovavano giù nelle
stanze abitate, e la conversazione del conte col curato ricadeva loro
addosso come una polvere più grossa e più disgustosa.
--Come mai papà non si annoia?
--Mia cara, dovresti domandarglielo: è un problema, di cui la
soluzione può interessarci seriamente.
--Non mi risponderebbe: dimmelo tu.
--Chiedilo piuttosto al curato. Egli ti dirà che la noia del mondo è
l'eco della voce di Dio, che ci chiama dal paradiso.
--E papà?
--Forse è sordo.
--Ma io mi annoio,--gridò Jela ridendo:--e tu?
Ida s'alzò, e pigliandola per mano la condusse alla finestra. La notte
era scura; grosse nuvole aspettavano nel cielo.
--Credi che quelle nuvole si annoino?
--Chissà! che cosa fanno lassù? si annoieranno anch'esse.
--Avrebbero torto, perchè hanno la tempesta nel seno.
II.
Una mattina Jela corse mezzo spettinata nella camera della sorella, non
la trovò; era nella biblioteca.
--Indovina,--esclamò subito, spingendo il grosso portone colla
spalla.--Stasera arriva lo zio col conte Alidosi: me lo ha detto ora la
Nencia,--e si fermò come soffocata dall'emozione.
--Ho indovinato,--rispose Ida pensierosa.
L'altra pure si fe' grave.
--Lo vedremo.
--L'ho già veduto,--disse a precipizio, togliendosi di saccoccia
una fotografia, e porgendogliela e ritirandogliela col vezzo dei
bambini.--È bello?!
--I ritratti mentono più degli originali.
Ma con grande meraviglia di Jela, sfuggita di sotto il pettine della
cameriera per confidare tosto alla sorella l'enorme segreto, la
conversazione cadde. Ida guardò le pagine del libro, la fanciulla non
seppe più che cosa dire. Fece una smorfia.
--Lo vedremo,--riprese Ida con accento quasi annoiato.
--E mi dirai poi che cosa ne pensi?
--Senza dubbio.
Quella mattina al castello ci fu moto specialmente del cuoco e della
Nencia. Il conte provò alcuni cavalli nel cortile della cavallerizza,
e, ricordandosi improvvisamente del salto di Ida alla barriera, si
sentì come il bisogno di parlarle. Sapeva di trovarla in biblioteca.
--Studiate davvero come una maestra,--le disse colla sua gentilezza un
po' stordita.
Ella ebbe un sussulto, ma non trovò risposta.
--Sarebbe indiscrezione domandarvi il titolo del libro?
--Un libro antico: Leone Ebreo, _Filosofia dell'amore_.
--Lo studiate per voi?
--Per me!--rispose con un gesto di elegante pessimismo,--per Jela.
Il conte, che conobbe il proprio secreto già propalato, se ne
imbarazzò; poi gli balenò nella mente la posizione della fanciulla
dopo il probabile matrimonio di Jela, ed osservandole le gote
allividite dall'ombra di quelle due grandi pupille nere, n'ebbe quasi
pietà. Conosceva già le sue stravaganti superbie di maestra, e vi si
interessava a quando a quando come ad uno dei pochi romanzi letti nella
vita.