a scuola parlando colle compagne usò come una sprezzante castigatezza
di linguaggio. Non sentiva nè rimorso nè avvilimento; aveva voluto
conoscere l'uomo, ed avea fatto un esperimento in _anima vili_.
D'altronde con Rocco non correvano impegni.
Egli non si staccava più dalla finestra nemmeno la notte. Le buone zie
gli dicevano scherzando che si era innamorato della signorina, ma non
badavano alle lacrime, che gli gonfiavano gli occhi e cadevano talvolta
sui loro fiori finti. Ida manteneva quel solito contegno: veniva
raramente alla finestra, salutava Rocco senza curarsi delle occhiate
affannose, che le figgeva in faccia, nè del suo aspetto ancora più
macilento. Pareva impossibile che un corpo tale potesse dimagrire, e
nullameno dimagriva. La pelle gli si facea addirittura verde, gli occhi
gli lucevano di una luce sinistra, senza che niuno se ne accorgesse
all'infuori del cane. La povera bestia, che amava il proprio padroncino
con tutto il trasporto di un egoismo animale, adesso che Rocco non
mangiava più e per vuotarsi il piatto gli gettava nascostamente gran
parte delle pietanze, raddoppiava di carezze e d'insistenze. Non si
lasciavano una mezz'ora se non di notte, quando egli saliva alla casa
di Ida.
Allora Rocco si vestiva chetamente, pigliava le scarpe in mano, faceva
un cenno a Toto, un cenno che esprimeva un mondo di cose e che questo
capiva subito, perchè si rincantucciava sotto il letto. Poi sulle
punte dei piedi traversava la camera delle zie, l'uscio della quale
era sempre socchiuso; e trattenendo il respiro, trattenendo quasi con
un conato supremo di volontà il battito del cuore, moveva un passo al
minuto, ascoltando il russo di quei due nasi devoti, al buio come i
gatti, tremando sempre di essere scoperto ed imbrogliandosi già per
trovare una scusa. Finalmente arrivava alla porta dell'appartamento, si
arrampicava sopra uno sgabello, che vi teneva appositamente di fianco,
tirava il catenaccio, alzava il saliscendi, socchiudeva maliziosamente,
insinuando fra il pavimento ed il battente aperto una scheggia di
legno, perchè la porta urtata a caso resistesse, calzava le scarpe, e
giù frettoloso, ma leggero.
Ida dalla finestra lo vedeva traversare a corsa la strada dopo aver
spiato guardingamente se fosse deserta. Allora dalla propria camera,
lambendo l'altra dei padroni che russavano egualmente, veniva ad
aprirgli l'uscio della bottega, lo pigliava in braccio, e mentre Rocco
le baciava il collo come ad una mamma, ritornava pian piano nella
camera e lo posava per terra.
Ella non aveva mai un trasporto per lui.
Era stata la prima a proporgli quei convegni notturni una volta che
Rocco era tornato su dal sarto, proprio dopo di averlo veduto uscire e
la Lucia era di là dal bambino. Ella gli aveva detto che verrebbe alla
finestra col candeliere, quando lo vorrebbe.
Rocco, che da letto vedeva la sua finestra, non chiudeva più la
griglia, non dormiva più, perchè Ida si coricava tardi ed era capace di
chiamarlo assai dopo la mezzanotte. Una volta mancò, e dovette piangere
leccandole i piedi come un cane per ottenere il perdono. Erano notti
stravaganti le loro, facevano di tutto.
Ida colla fantasia sboccata d'un poeta e la depravazione di una reclusa
si abbandonava a tutti i capricci, mischiando idealismo e brutalità,
spremendo la più pura essenza del sentimento dal fango di una parola
o di uno scherzo. Rocco consentiva tutto, ma fra tutte quelle gioie,
che lo soffocavano e forse lo uccidevano, una invincibile tristezza lo
rendeva a quando a quando distratto, curvandogli la testa sul petto con
un moto cadaverico.
Il piccolo cuore di quel martire della natura avrebbe avuto bisogno
di un amore quasi materno, ed invece si accorgeva di non essere che
un giocattolo, carino appunto perchè deforme, fra le mani di quella
pallida superba, bella come la natura, e per lui egualmente insensibile.
Una volta nella esaltazione dell'orgoglio ella gli lesse un brano del
suo poema.
--Lo sai tu di chi sei l'amante?--gli avea chiesto cogli occhi
luccicanti.--Senti.
Rocco ascoltava senza capire gran cosa, ma le guardava intensamente
la faccia illuminata nell'entusiasmo dell'arte. Ida era diventata
Nerone; gli occhi le si erano dilatati, le narici le palpitavano, il
seno disordinato nelle irruenze di poco dianzi le si alzava fremebondo,
mentre il ragazzo, incantato in quello spettacolo così nuovo e
misterioso, le si avvicinava mano mano, come sapendo che la grandezza
vera è quasi sempre buona.
Ma la fanciulla, che all'ultimo razzo di un'esplosione lirica aspettava
un urlo di ammirazione, e si era rivolta per sorprenderglielo, vedutolo
così stupidamente attonito, gittò sdegnosa il manoscritto.
Quei convegni duravano sempre due o tre ore, e lo lasciavano affranto.
Ma Ida non aveva mai perduto la ragione nel tumulto più violento dei
sensi. Anzi una notte che l'ambiente era tepido, invasa da una delle
solite vanità si era spogliata ignuda allo specchio, imponendo a Rocco
di fare altrettanto. Rocco vergognoso si era invece accasciato ai
piedi del letto. Ella gli si volse camminando a fronte alta, col passo
olimpico di una dea, le trecce nere che le sferzavano gli stinchi, lo
prese lentamente per un braccio e lo portò allo specchio. Due candele
lo illuminavano abbastanza vivamente.
--Non sei contento?--gli disse, mostrandoglisi entro il chiarore
limpido della lastra.
Rocco le gittò le braccia al collo e si mise a piangere
silenziosamente. Allora col cuore rabbonito dal trionfo, ella lo
ricondusse dallo specchio al letto, ripetendogli con soave solletico:
--Non sei contento, Rocco? Che cosa vuoi?
Il ragazzo sollevò il viso lagrimoso e, guardandola arditamente, fe' un
gesto.
--Tu?!
Il ragazzo insistè, ma Ida lo respinse brutalmente, schizzando dagli
occhi una fiamma gialla.
--Tu?! no.
Quella notte fu l'ultima del loro stranissimo amore. Poco dopo Rocco si
ammalò gravemente.
Le zie, che lo amavano con tutto il trasporto della loro vita sterile
ed abbandonata, ne furono inquietissime e si dettero lo scambio di
notte per vegliarlo. Rocco non parlava: era mesto e rassegnato. Si
accorgeva di tutto quel bene delle zie, ma l'occhio gli correva
ostinatamente alla finestra chiusa di Ida con un affetto calmo di
moribondo, perchè Rocco sapeva di morire.
Quel corpicciattolo avea resistito fin troppo.
Il medico non ordinò che del vino generoso, il solo olio che potesse
ardere ancora qualche giorno in quella lucerna. Le vecchie piangevano,
avevano staccato di sopra al loro letto il gran quadro di san Giuseppe,
drizzandolo sul canterano di Rocco con quattro candele benedette
appositamente dal parroco, sempre accese. Poi fecero scoprire la
Madonna delle Grazie e benedire una camicia. Quando gliela misero, una
zia stava in ginocchio mormorando una speciale orazione. Rocco lasciava
fare, ma una volta disse con un triste sorriso:
--Muoio!--poi guardò la finestra.
Le zie credettero che fosse davvero innamorato, lo dissero col curato,
colle vicine, così che la Lucia corse dopo dieci minuti a dirlo
scherzando con Ida intenta al suo poema.
--Proprio?!
--Povero ragazzo!--aggiunse la Lucia.
Ma la sera del giorno seguente la Lucia le tornò in camera con un
contegno metà ilare e metà imbarazzato per dirle che c'era di là la
signora Marcella, una zia di Rocco, la quale era venuta a supplicarla
di un favore e non si arrischiava, perchè lei, la signorina... Insomma
quel povero gobbo era innamorato sul serio e aveva tanto pregato il
parroco, che questi gli aveva ottenuto dalle zie di vedere un'ultima
volta la signorina.
--Si è confessato?!
--Già,--e la Lucia aprì tanto d'occhi.
Ida si alzò.
--Faccio entrare la signora Marcella? Se vedesse come piange, gli
volevano tanto bene...
--È inutile, non vado;--e un turbamento mal suo grado visibile
l'agitava, desto da quelle parole: si è confessato.
--Vada là... se vedesse...
--È impossibile,--ripetè la fanciulla con voce più dolce:--certe
scene mi fanno male, non dormirei per un mese. Povero ragazzo! me ne
dispiace, ma sarà una fantasia da malato, che gli passerà. Non posso,
dite alla signora Marcella che sono dolentissima, ella pure mi capirà,
non posso.
Rocco smunto, sfinito, attendeva col parroco al capezzale, ma sentendo
muovere la gruccia dell'uscio alzò vivamente la testa. La zia Marcella
entrò sola. Un pallore cinereo si diffuse sulla faccia del morente,
che stette fiso, poi chiuse gli occhi e ricadde sul cuscino. Il prete
gli si chinò sopra prendendogli il polso. Due lagrime gli scesero
lentamente per le guance sciogliendoglisi sulle labbra. Erano l'ultima
amarezza della sua vita; le bevve e svenne.
La mattina, quando il sole venne curiosamente a guardare con un raggio
nella sua camera, il curato se n'era ito allora allora per dire la
messa e dimandare un'ultima volta al Signore quella vita sciagurata.
Rocco aperse gli occhi indeboliti.
--Come ti senti?--gli domandò piano la zia Marcella:--Eh! Rocco!
E gli posò una mano sulla fronte.
--Aprite la finestra.
--Eh?
Rocco non ripetè la domanda, ma la guardò con un'aria così patetica che
la zia si sentì vicina a cedere.
--Che cosa vuoi? L'aria...
E gli carezzava affettuosamente il volto, ma Rocco levò una mano
scheletrale e, pigliandole l'altra, se la portò alla bocca. Quella
muta ed ineffabile preghiera la sconvolse; deviò gli sguardi, poi li
incontrò ancora più insistenti, pieni di lagrime che non potevano più
sgorgare, coll'ultima luce del pensiero, coll'ultimo calore del cuore,
e non li potè sostenere.
Ritirò soavemente la mano, andò alla finestra, spalancò gli scuri.
Rocco pregava. Ella titubò, aperse i vetri. Il sole inondò la camera
della sua onda dorata, e una parola armoniosa di Ida percotendo sul
pavimento rimbalzò sul letto di Rocco. La fanciulla canticchiava
un'aria della _Traviata_, pettinandosi i magnifici capelli. Una lunga
treccia caduta sul davanzale vi si dibatteva come un serpente nel muro.
Al rumore della finestra la fanciulla s'interruppe.
Ella non scorgeva se non le coperte del letto, ma Rocco la vedeva bene.
--Oh!--mormorò la zia, sedendosi sopra una sedia, così che la fanciulla
non potesse scorgerla.
Rocco guardava. Tutta l'anima, ritirandoglisi dal corpo, gli saliva
alle pupille e vi bruciava. Era come una fiamma pallida e dolce di
gemma, la quale si sciogliesse al sole e che, sprizzando sottile per
la camera, traversava la strada, giungeva sino alla finestra della
fanciulla a turbarle gli occhi colla moina di un invisibile riverbero.
Ella li apriva involontariamente. Una metà dei capelli le pendeva
come un velo sopra una spalla; avea il viso fresco, il seno male
abbottonato; poi istantaneamente fremè, e quella fiamma le scese al
seno. Quindi un'altra le si accese dentro, come un bruciore di rimorso,
che cresceva sempre; le tempia le martellavano, il viso le ardeva e il
seno le balzava con tale tumulto, che dovette appoggiare anche le mani
al davanzale, chinandosi verso quella camera.
Allora la fiamma dal seno le tornò agli occhi, vi rimase, si alzò, le
lambì sferzando la fronte e si spense.
--Ah!--sclamò la zia Marcella, vedendo che Rocco non si moveva più; e
si appressò paurosamente al letto. Rocco avea gli occhi vitrei.
--Ma no!...
V.
I suoi esami di quell'anno si chiusero così trionfalmente, che tutti i
giornali della città ne parlarono colle frasi più lusinghiere senza che
alla fanciulla, già malata del grande orgoglio di autore, battesse il
cuore più vivamente. Al villaggio l'ingegnere, che si era ubbriacato
una volta di più, leggeva per tutte le bettole gli articoli sopra
sua figlia, frammischiandovi molti lamenti verso Geltrude, messa su
dall'arciprete contro quell'istruzione delle donne, la quale toglieva
loro ogni bontà religiosa e casalinga.
--Vedrete!--aveva detto con sprezzante rammarico il vecchio prete.
Ma per non farsi vedere, Ida aveva ottenuto di passare le vacanze in
città e guadagnare così un anno di corso, un nuovo trionfo ed una
considerevole economia, perchè la miseria era già entrata in casa. Ida
stessa se ne accorgeva ai ritardi della pensione, la quale non arrivava
più intera. Ma una volta, avendo chiesto denaro per un abito, il padre
le rispose in una lettera piena di dolorosa rettorica che non aveva
proprio un soldo.
Ida sanguinò, e non scrisse più.
Invano giunse l'estate ed arroventò i muri delle case; Ida, chiusa
ostinatamente nella propria camera, non uscì nemmeno di notte, quando
l'aria s'inumidiva e la campagna invitava col mistero delle ombre.
Invano l'autunno ebbe le mattinate lucenti e i vespri pallidi di
malinconia, giacchè la fanciulla non vi badò, tutta intesa allo studio
coll'accanimento di un interno corruccio, fosca in un mutismo di mal
augurio.
Ora che la meta si avvicinava, il suo miraggio rutilante di sorrisi
come un diadema brillantato si dissolveva, e la meta compariva volgare
quanto un banco da lotto.
Allora s'indispettì contro sè medesima. Le parve impossibile di aver
tanto studiato per finire in un camerone, dalle pareti bianche,
insegnando la grammatica ad una torma stridente di bambini, senza
contare più nulla nel mondo e nessuno che si ricordasse più de'
suoi esami o del suo ingegno. Il solo pensiero di vivere fra povere
donnicciuole, in una povera casetta, vestendo miserabilmente,
insudiciandosi in immondi discorsi e in più immondi contatti, le
rivoltava il cuore.
Non volle. Nello sdegno di quella rivelazione si cercò inutilmente
attorno un aiuto, ma il bel labirinto della sua vita non avea se non
un'uscita, la scuola, colle siepi così alte che nemmeno un daino
avrebbe potuto saltarle, e forti come quelle degli antichi Galli contro
gli eserciti di Cesare.
A giorni si sentiva impazzire.
Allora gettava i libri giurando di uccidersi, ma li ripigliava subito
dopo, costretta dal disegno di guadagnare un anno e trovando mal
suo grado in loro soltanto un sollievo al suo tormento. Se non che
il carattere le peggiorava, si faceva più aspra, rispondeva quasi
malamente alla Lucia; le sembrava che la sua camera fosse più povera,
il pranzo addirittura disgustoso.
In casa non osavano interrogarla, sopportando fin troppo amaramente il
rimprovero dei suo silenzio.
Una notte bruciò il poema sul davanzale della finestra e, come
evocata da quelle fiamme dolorose, le parve vedere la figura di Rocco
moribondo, coi grandi occhi verdi, in atto di sommessa e desolata
preghiera. Il povero gobbo l'amava ancora da morto, ma ella era ancora
lì, pallida di feroce inquietudine, colla fronte aggrottata come tante
volte nelle brevi notti del loro amore.
Un rimorso addentò il cuore della fanciulla, che sollevò subito la
fronte, scuotendola cinicamente in faccia a quella apparizione e
mormorando a sè stessa:
--Guai ai deboli!
Eppure si sentiva debole.
A forza di studiare s'accorse che il sorriso di gloria, balenatole su
quei primi gradini del tempio, era stato un sarcasmo di riverbero; ella
resterebbe fuori colla moltitudine dei chiamati, mentre gli eletti
entrerebbero le porte della immortalità fra l'urlo delle ovazioni.
George Sand era nel tempio, ma Ida non sarebbe che una maestra, cui
tutti potrebbero disprezzare e che guadagnerebbe forse tre lire al
giorno come una ricamatrice, e forse per questo un impiegato a cento
lire consentirebbe di farle la corte. Quindi abiterebbero un quinto
piano, formando una famigliuola, che uscirebbe la domenica coi bambini
per mano a passeggiare lungo le mura, beandosi al passaggio di un
legno signorile, ma badando bene di non infangarsi il vestito o di non
farselo rodere dalla polvere.
--No!--ruggiva la fanciulla colle lagrime agli occhi.
Poi cercava di sognare per consolarsi.
Le pareva strano che nessun principe, di coloro ai quali supponeva
colla felicità del lusso il gusto della raffinatezza, incontrandola a
caso per le vie, non avesse indovinato quale affascinante principessa
si potesse fare di lei, e non si fosse da uomo superiore innamorato.
Si sentiva così dotta di seduzione, così capace di ammaliare un uomo,
assaporava con tale avidità l'ebbrezza che avrebbe versato sul loro
capo, che li compiangeva quasi di avere sottomano tutto un harem in
una donna e di non sapersene impadronire.
Laonde il suo cuore si ubbriacava in questi sogni, nei quali tutti i
mobili erano di palissandro e i cavalli inglesi scalpitavano sotto
carrozze così splendide e così comode per sognare e i doppieri
d'argento massiccio illuminavano tavole brillanti di cristalli e di
rarità e i fiori profumavano gli appartamenti come i giardini, quando
la primavera tripudia nelle proprie orgie: tutto era ricco, tutto era
bello. Quindi un'aristocrazia di persone la circondava come una regina,
mentre il mondo lontano, buio come lo sfondo di un teatro nel giorno,
guardava per mille pupille invidiose il magico lume del suo palazzo ed
ella scuoteva insensibilmente la testa sotto una rugiada di adulazioni.
Così la sua fantasia inesauribile si prestava a tutte le esigenze dei
desiderii, mentre la ragione trovava argomenti per tutte le passioni;
ma il tempo incalzava e la realtà allungava la propria ombra sul
luminoso paesaggio del sogno.
Oramai non era quistione se non di mesi.
Una mattina le giunse una lettera tutta sgrammaticata della mamma,
che l'ingegnere stava male e che, essendosi rivolta in queste
strettezze alla famiglia di lui per averne un soccorso, avea sentito
insolentemente negarselo. Nell'amarezza di questa nuova umiliazione Ida
rispose:
--Hanno fatto benissimo.
Queste sole parole, senza un cenno per le raccomandazioni di studiare
ed ottenere subito un posto di maestra, nè una domanda sulla triste
condizione del padre.
Ma finalmente arrivò l'estate, improvvisa e violenta, che le tolse gli
ultimi rimasugli di attività. Non si alzò più che a mezzogiorno, e per
occupare il tempo rilesse dei romanzi. Invano il suo maestro, che la
prediligeva, accortosi del cambiamento volle ammonirla con lusinghiere
parole sul suo bell'avvenire e il nobile ufficio che ella, donna,
eserciterebbe nella società, mentre tutte le altre sue pari erano
bruti o giocattoli; la fanciulla non gli rispose nemmeno, seguitando
a guardare il soffitto colla insolente disattenzione delle persone
superiori all'improvvido consiglio di un ingenuo.
Il maestro scosse la testa.
--Ma che cosa fai tutto il giorno?--Egli solo era arrivato a forza di
bontà a poterle dare del tu.
--Fumo sigarette... fumo!--ripetè, scherzando sulla parola.
--Sei diventata pessimista?
--Lo sono sempre stata.
--Non mi pareva.
--Fumo!
Egli si piccò.
--Il tuo poema?
--L'ho bruciato, fumo!
--Dunque non lavori più?
--L'ho pur detto, fumo.
Questa volta egli sorrise, la fanciulla gli tese amichevolmente la mano.
--Però gli esami saranno meravigliosi, ne sono sicuro, altrimenti come
faccio io?
--Fumi, fumi,--insistè ironicamente, ma rassicurandolo con una stretta.
Quando la ragazza gli ebbe voltate le spalle, il vecchio le guardò
dietro con simpatica ammirazione.
--Peccato che non sia bella!
Ed era vero. Ida non faceva più che fumare, anche in letto, a grande
scandalo della Lucia, la quale temeva per i propri lenzuoli di cotone;
ma pareva che tutte le preoccupazioni del futuro le svanissero fra le
spire odorose del fumo, mentre i libri dormivano impolverati sul tavolo
e il calamaio si era persino disseccato.
Quando Ida se ne avvide sorrise, e fu un mattino che la Lucia le era
venuta in camera per una nuova commissione della zia Marcella, la quale
faceva una lapide a Rocco e non sapeva a chi domandarne l'iscrizione,
poichè il parroco si era onestamente scusato, dichiarandosi incapace.
--Non c'è nemmeno inchiostro,--disse la Lucia con accento di
rimprovero, vedendo la fanciulla colla penna alzata in atto di voler
scrivere subito:--Vado a prendere il calamaio di Giacomo.
--Non serve,--ed afferrando una matita, còlta da una subita
ispirazione, scrisse sopra un cencio di carta==FORSAN.==
--Così poco?--esclamò la Lucia, guardando curiosamente la carta.
--Tenete; e se la signora Marcella non la capirà, ditele,--soggiunse
con voce stridente,--che non ho mai scritto niente di più bello; è
tutto il mio lavoro letterario di quest'anno.
Gli esami si avvicinavano.
--A quando?--domandò Giacomo, che l'avea confortata dell'ultima lettera
dell'ingegnere, nella quale, mandandole l'ultima rata di pensione, egli
diceva di sentirsi sempre più male e che morrebbe presto.
--Lunedì.
--Dunque, signora maestra...
--Non mi date questo titolo, non sarò mai una maestra,--rispose
brevemente la fanciulla.
--Ma allora?--ribattè il sarto, che da lungo tempo covava una rivolta.
--Allora datemelo, se vi fa piacere, così questo titolo sarà almeno la
consolazione di qualcuno.
Giacomo si vergognò della propria asprezza, e non seppe più che pensare
in faccia a quel muto e misterioso dolore. Quel giorno a pranzo non
pronunziarono una parola, ma la Lucia, che s'era anche più intenerita,
la domenica mattina le entrò per tempo in camera per trarla seco a
messa in quell'occasione degli ultimi esami.
--Anche Giacomo, che non ci va quasi mai, ha detto che facciamo bene
questa volta.
E la pregò tanto, che dovette accondiscendere. La Lucia, gioiosa di
quel trionfo, avrebbe quasi arrischiato una parola di confessione,
ma temette di compromettere la partita, e per quel giorno tacque.
Uscirono. In chiesa alcune compagne di Ida strabiliarono scorgendola, e
la fanciulla, vedendosi attribuire il pensiero della Lucia, si morse le
labbra.
--Usciamo!--le disse a bassa voce.
L'altra la guardò e non rispose nemmeno.
Allora Ida assunse il contegno più irreligioso, esaminando i quadri
degli altari, sorridendo della compunzione della gente quando il
chierico suonò il campanello e tutti s'inginocchiarono, ed ella
rimase in piedi, sola delle donne, perchè era forse la sola donna là
dentro. Quindi attese con impazienza l'_ite missa est_, per avviarsi
malgrado i cenni della Lucia, che voleva aspettare le ultime avemarie
e risparmiarsi di scavalcare con fatica tutta quella gente ancora
inginocchiata. Ida passò innanzi la pila dell'acqua santa senza
intingervi il dito, infilò la porta, ed appena fuori mise un respiro.
L'altra spaventata dell'aria fremente del suo viso, non arrischiò
d'interrogarla; ma tornarono a casa di malumore.
Quel giorno Ida non comparve che a cena. Avea gli occhi rossi, nessuno
aperse bocca.
Ritornò nella propria camera e vi si chiuse; era l'ultima tempesta.
Il mattino dopo Ida uscì tutta vestita per l'esame, ma così pallida
che la Lucia, incontrandola sulla porta, le chiese sbigottita se stava
male; ella sorrise tristamente.
Era un magnifico giorno. Malgrado la temperatura cocente Ida camminava
frettolosa per le vie gremite, cogli occhi bassi, in un torpore
senza pensiero. Era fuori del mondo. Entrò il portone dell'Istituto
senza guardare le compagne, e seguì il vecchio professore venuto ad
incontrarla. Toccava a lei.
--Hai paura?--le chiese a quel suo convulso il buon uomo.
--No, ho ribrezzo.
I professori l'attendevano col più benigno sorriso. Lo stanzone
degli esami, una vasta scuola colle pareti bianche e la cattedra in
fondo, aveva due finestre senza tende. I banchi lunghi, insudiciati
d'inchiostro, tagliuzzati dai temperini, lasciavano un passaggio nel
mezzo come nei teatri. Sotto l'alta cattedra dipinta di un giallo
sbiadito i professori sedevano ad un tavolo ricoperto da un panno
verde, sul quale le due urne delle votazioni, in legno nero, sembravano
un emblema di morte. Ella si guardò attorno come se fosse nuova in quel
luogo. Le finestre avevano l'inferriate. Quello stanzone avrebbe potuto
essere tanto una sala di tribunale che un granaio o una prigione. Ella
si sentì un raccapriccio per tutte le membra; poi un'onda di pianto le
si ruppe con tale violenza alle pupille, che dovette fare uno sforzo
sovrumano per rattenerlo.
Si passò una mano sugli occhi. Allora l'interrogarono.