Benchè superasse di poco i sedici anni, lo sviluppo precoce

dell'intelligenza la offriva a tutte le seduzioni del pensiero. George

Sand l'ammaliò coi propri trionfi di scrittrice. La fanciulla, cui la

divinità dell'arte aveva sferzato il cuore con un sorriso, soffriva

già tutti i delirii della gloria. Una luce nuova le aveva invaso

lo spirito, una lena inaspettata le rinvigoriva tutti i muscoli;

nell'ardore delle imminenti battaglie le sue stesse spavalde impazienze

la ubbriacavano. La modestia quasi pitocca de' suoi natali le parve

allora bella di un significato glorioso in antitesi coll'apoteosi della

meta, mentre i posteri li avrebbero cercati con religiosa emozione,

e forse più di un poeta dell'avvenire avrebbe fatto colla sua povera

cuna il nido ad una canzone immortale. Tutte le asperitudini della sua

vita si levigavano perdendo del loro carattere umiliante, quasi tante

prove, per le quali il suo spirito dovesse passare purificandosi, tante

battaglie che il destino nemico desse al suo genio per contendergli la

suprema conquista di un nome. Laonde si fortificò nello scetticismo,

perchè l'artista, il quale studia per riprodurle tutte le fisonomie

della vita, deve essere al disopra di ogni affermazione o negazione

volgare, luminoso come un astro, limpido come uno specchio, sonoro

come l'eco della montagna. Vizi e virtù, grandezze e bassezze, non

sono che colori di tavolozza; vedere per vedere, ritrarre per umiliare

i miopi coll'acutezza della propria vista: Goethe! Ida s'innamorò di

Goethe, inabissandosi nel Faust. In fondo alla scienza il mistero, in

fondo alla vita il nulla, giacchè lo sentiva fin troppo, il quinto

atto del dramma, la redenzione di Faust nel bene era la massima

ironia del poeta verso la borghesia inzaccherata d'ignoranza e di

morale cristiana. Ma in fondo all'arte la gloria di gittare un ponte

magico fra il mistero della scienza ed il nulla della vita, il trionfo

dell'individuo sulla massa, la supremazia invincibile dell'ingegno

sulle forze coalizzate della imbecillità, delle ricchezze e delle

gerarchie.

Incanti di giovinezza, iridi di una bolla di sapone!

Ma lavorava sul serio. Concepiva più di uno studio alla volta, e lo

cominciava per piantarlo subito dietro un altro più ampio e più bello,

avendone appena come Murger scritto il titolo sopra un quaderno nuovo.

Poi mutava ancora, aprendo cento porte e non entrandone alcuna, qualche

volta precipitandosi nello studio per lo studio e ritornando ancora

alla velleità delle rivendicazioni, drizzando i suoi futuri volumi

contro i muri della società per aprirvi una breccia, sulla quale

passare raggiante di superbia.

Persino la gente del villaggio cominciava a sospettare qualche mistero

in quella fanciulla sempre pallida, col viso sempre aggrondato. Non

sorrideva mai; e, per un capriccio inesplicabile, aveva adottato il

nero pel solo colore de' propri abiti.

I giovanotti più depravati del paese, che passeggiavano a tarda ora

cantando stornelli da osteria o storpiando qualche duetto di opera

imparato dalla banda, guardavano la finestra sempre illuminata di Ida,

diventando seri loro malgrado nello sparlare di lei. Era l'ammirazione

e l'incubo di tutti.

Ma di notte l'assalivano fiere malinconie.

Tutti quei bei sogni di gloria, quasi foglie scrollate da un vento

freddo intorno ad una rovina, le cadevano mutamente intorno. Si

sentiva ancora più inutile che sola, più piccola che inutile, nata

in un villaggio, condannata forse a fare la maestra in un villaggio,

costeggiando sempre le rive del mondo senza approdarvi, intendendo

dei brani di musica, odorando delle folate di profumi, ma senza che

nessuno si rivolgesse a guardarla confusa fra le immondizie addensatevi

dal riflusso del mare. Quindi riviveva in un minuto di spasimo

tutta la propria vita di oramai diciassette anni, riassaporandone

tutte le umiliazioni, succhiandone tutto il veleno, e dopo questa

ineffabile agonia di dolori si adagiava in un tedio infinito, smorto

come il crepuscolo, umido quanto la nebbia. Vedeva il mondo in una

visione fumosa, nella quale la vita perdeva ogni significato e tutti

gli oggetti la loro individualità, onde non le rimaneva più se non

aspettare una piega della bruma, che avviluppandola la togliesse alla

funerea scena. E Ida l'aspettava colla lugubre indifferenza della

disperazione. A diciassette anni provava il peso della esistenza e il

vuoto del lavoro senza aver troppo esercitato nè l'uno nè l'altro; la

morte perciò era il supremo trionfo del vinto, la sua vendetta contro

il mondo. Questa idea, che ha sedotto tanti poeti infelici, sedusse

lei pure. La studiò, la vestì, le diede la posa più scultoria; si

compiacque nell'immagine della torva fanciulla sempre bruno-vestita,

che una notte, col cielo plumbeo, senza nè luna nè stelle, si alzava

dal largo tavolo ingombro di libri lungamente compulsati e pur troppo

capiti, si levava bianca di una tragica serenità, i capelli disciolti,

e guatando un'ultima volta il mondo dalla guglia del proprio sublime

dolore, si precipitava nella tacita immensità della morte, come una

spenta meteora tramonta nel baratro della notte, senza gittare un

grido o lasciare una parola, che potesse rivelare ai villani della

terra il segreto della sua eroica sciagura. Morire, e che gli altri la

piangessero poscia inutilmente, come inutilmente essa avea vissuto!

Ma la sua testa era troppo forte per cedere a questa tentazione;

quindi bastava il ricordo del castello cogli appartamenti della morta

contessa, perchè la vita la riattirasse con tutto il fascino delle sue

speranze battagliere e la magia delle sue gioie vanitose. Allora sicura

di una nuova energia scrollava il capo mormorando:

--No.

Ora le difficoltà finanziarie della famiglia si erano moltiplicate da

non dare più requie. Tre dei quattro poderi della legittima avevano

mutato padrone, il quarto stava per seguire il cattivo esempio; laonde

fra la mamma e il padre si allargava l'abisso, sul quale le liti non

gettavano più il loro ponte d'insolenze. Forse essendosi finalmente

conosciuti, temevano di andare troppo oltre nel cedere all'intimo

corruccio. Ma, allontanandosi l'uno dall'altra, si erano separati dalla

fanciulla.

L'ingegnere, da qualche tempo uso alla bettola coi peggiori soggetti

del paese (nè i migliori valevano gran cosa), non si ricordava quasi

più della sua idolatria per la bambina; anzi il sogno della sua vita,

essendo ormai sulla soglia della realtà, poichè Ida aveva mantenuto

le promesse intellettuali dell'infanzia, sembrava come dispettarlo,

ostinandovisi solamente per smentire le insolenze degli amici, i quali

gli dicevano fra un boccale e l'altro:

--Quando spiccioliamo l'ultimo podere?

Ma in fondo era lacerato da un rimorso. Avea buttato la sua bella vita

nel grembiale di una trista donna, sacrificando a' suoi capricci

l'avvenire della figlia; la quale chi sa come finirebbe, costretta

a battere alle porte del mondo come una mendicante. Il suo orgoglio

si rivoltava, diventava odio verso tutti, verso la sua famiglia,

che lo aveva scacciato, e pur troppo con ragione, verso la balia,

verso Ida, che aveva l'immenso torto di essere una natura superiore,

forse un ingegno potente, un carattere luminoso, e per colpa della

povertà dovrebbe vivere e morire nel buio. Quindi non parlava più

in casa o, se parlava, solamente a monosillabi, avventandoli come

sassate rabbiose; mentre la moglie, che aveva sempre avuto su lui la

supremazia dell'amata sull'amante, alzava le spalle con una tale aria

di superiorità, che gli faceva perdere la testa.

Quel disprezzo invincibile di una donna, una... (e l'ingegnere trovava

nomi sempre più osceni), era il colmo della miseria. Ida si accorgeva

di tutto, ma si ritraeva in sè medesima non volendo, sebbene la

sospettasse, conoscere ancora la vera posizione della propria famiglia.

Fino allora i dolori della sua vita erano stati nobili, facilmente

poetici all'immaginazione; i nuovi sarebbero dolori avvilenti. Ida

ricusava. Ma poichè l'ingegnere non aveva trovato migliore rimedio che

di ubbriacarsi tutti i giorni, ella non usciva quasi più dalla propria

camera.

E una notte, che egli era rimasto per le scale e loro due donne

dovettero portarlo di peso sul letto, Geltrude, dopo avere insultato

lungamente quel corpo quasi inanime, invelenita ad un moto sgarbato

della sua testa, gli diè uno schiaffo violento sulla bocca.

--Vigliacco! guarda come si riduce.

Ida invece mormorò quei versi di Byron:

--Poichè l'uomo ha la disgrazia di essere ragionevole, si

ubbriachi!--e nel suo sguardo passò un lampo di compassione per

l'infelice, di cui comprendeva la condotta.

Ma la vita peggiorava ogni dì, finchè ella lasciò il villaggio

all'apertura delle scuole; si divise freddamente dai genitori,

l'ingegnere piangeva.

Allora Ida scriveva un poema su Nerone, in lui personificando sè

stessa. Aveva ottenuto dai maestri di essere poco assidua alle

lezioni per non muoversi quasi mai di casa; nullameno vestiva colla

stessa cura, smarrendosi ogni giorno in un mondo ideale, dal quale la

distoglievano appena i fastidi della miseria e le insubordinazioni dei

sensi.

La fanciulla perfettamente sviluppata aveva assunto la bellezza del

proprio tipo. Aveva la pelle bruna ed ombrata di macchie, la fronte

ripida e la bocca grande, ma la candidezza dei suoi denti aveva dei

fulgoramenti di cristallo e le sue labbra, piuttosto grosse, si

rialzavano agli angoli con una espressione irresistibile di sensualità

e di sarcasmo. Il naso troppo piccolo fra gli occhi enormi e sotto le

sopracciglie moltissimo arcuate, era il suo maggiore difetto, giacchè

dal collo sino ai piedi il suo corpo era un capolavoro, una figura di

Mieris allungata dal Parmeggianino. La grazia del suo portamento era

ancora superata dalla provocazione inconscia dei suoi gesti e delle

sue attitudini; aveva la voce velata come lo sguardo, quasi come

la pelle. Poi la sua figura quasi avvolta nel mistero, odorante di

voluttà, pareva tratto tratto ingrandirsi nella serietà di un grande

pensiero. Ida si capiva. Sapeva tutti i propri difetti e tutte le

proprie forze, studiandosi più dei libri prediletti e considerando la

toeletta di ogni mattina come gli schermidori la visita quotidiana

alla sala di scherma. Che se Leonardo impiegò due o tre anni a copiare

la _Gioconda_, seguendo ad uno ad uno gli errori de' suoi capelli e de'

suoi sopraccigli, ella faceva altrettanto con sè medesima all'ampio

specchio, che il sarto le aveva messo nella camera e che ella usava

quasi da consumarlo, se un'ombra potesse consumare un corpo. Inventava

o si adattava gli abiti alla moda senza mutarne il colore, tagliandoli

e cucendoli spesso da sè, colla mano ricoperta dal guanto per non

sforacchiarsi le dita.

La donna nuda è la donna armata, ha scritto Victor Hugo.

Ida aveva corretto la formula: la donna bella è la donna forte; ma

sapeva benissimo, quantunque giovane, che la bellezza della espressione

vince così l'altra della plastica, che l'arte stessa ha sempre faticato

a raggiungerla. Un pittore le avrebbe trovata una testa brutta, un

poeta una testa fatale, ma ella non l'avrebbe cangiata con quella

d'una Venere o di una Madonna. Senza averne la bruna caldezza e la

incalcolabile sensualità somigliava quasi alla _Femme Fellah_ di

Landelle; il medesimo infinito del deserto negli occhi meno avvampante

e più profondo, la luce che vi ondulava ad immense pieghe, e i baleni

che folleggiavano per quella luce. Però doveva essere una donna brutta

per la maggioranza degli uomini e delle donne; solamente colui o colei,

che le badasse, sarebbe perduto.

Quindi coltivava questa bellezza segreta per renderla sempre più fine,

affilandola come il taglio della spada, aguzzandola come la punta del

pugnale. E poichè la bellezza dovea essere l'arma delle sue battaglie,

la fanciulla che aveva tanto sofferto e tanto desiderato, aspettando

da tanti anni in un silenzio grosso di tempesta, in una calma fremente

di lotta il segnale dell'attacco, si guardava sovente nuda allo

specchio; e nel provare a sè medesima tutte le pose dell'amore quasi in

una rivista de' propri vezzi, agitava i lampi delle pupille come una

lama di fioretto nel braccio tragicamente proteso.

Era donna.

Le sue malinconie pigliavano un carattere più serio, i suoi bisogni

alzavano la voce; non erano più desiderii ma bramosie, non voglie

ma appetiti. Aveva il calore ed invocava la luce. Talora, parendole

di aver fin troppo aspettato, si allentava, discendeva dalla roccia

scoscesa del proprio isolamento per mischiarsi fra gli abitanti della

pianura, dalla quale le arrivavano esalazioni tepenti e voci giocose.

Le sue passioni ruinavano al basso quasi a ritemprarsi nella prova, o

a scagliarsi sopra una preda imprudente e come uno stormo di aquile

riguadagnare le cime azzurrine.

Allora si guardava attorno esaminando gli uomini. Il suo sguardo

profondo penetrava i loro abiti, oltre gli abiti la loro vita,

impudente come lo sguardo della scienza ed acceso come quello

dell'arte. Quindi spremeva il significato di tutte le forme, il

piccante di tutti i difetti; animalità, brutalità e bruttezza in quelle

ore di febbre avevano la maggior seduzione, un prestigio idealmente

satanico, poichè sentendo di degradarsi in quella scesa, avrebbe voluto

conservare la propria superiorità collo scendere più profondamente

degli altri, che non sospettavano nemmeno le altezze della sua vita

quotidiana.

E la sua anima fiutava.

Una volta...

Dirimpetto alla casa di Ida abitava una famiglia di due donnicciuole,

due beghine, che si tenevano un nipote, povero gobbo malaticcio, dalla

fisonomia livida e gli occhi verdi ed intelligenti. Le due vecchie

zitellone, le quali passavano la vita lavorando dei fiori da chiesa e

nelle ore d'ozio ripetendo le orazioni, adoravano quel ragazzo, cui

avevano tardi insegnato a leggere e scrivere. Il ragazzo aveva quindici

anni. Non conosceva compagni, non usciva quasi mai per il pudore

ombroso della sua malattia; ma era amico di un vecchio cane e leggeva

dei romanzi.

Le zie, che lo credevano sempre un ragazzo, nella loro ingenuità glie

li permettevano siccome giocattoli.

Ida le conosceva appena. Le aveva incontrate più d'una volta

nella bottega del sarto, si salutavano, anzi meglio la salutavano

rispettosamente dalla finestra; invece conosceva quel ragazzo, e la

loro conoscenza era nata di compassione. La fanciulla, che soffriva per

il fermento delle vergini forze, si era impietosita allo spettacolo di

quel povero ragazzo colle spalle nelle orecchie e le gambe contorte

da uno scherzo feroce, lì sul margine dell'esistenza come un rifiuto

immondo all'uscio di un'osteria.

Questa ultima immagine le tornava spesso nella mente come una insolenza

contro la natura.

Il gobbo, comprendendo forse per l'arcana intuizione degli infelici

la potente malinconia di quella testa, guardava sempre alla finestra

di Ida, aspettando che ne cadesse uno sguardo o un sorriso. I loro

più lunghi discorsi non aveano durato più di tre minuti, senza

maggiore significato di un'elemosina che ella gli gettasse o di un

gioco che la divertisse; nullameno, dacchè il gobbo stava tuttodì

alla finestra, qualche cosa era passato fra di loro. Ida veniva più

spesso al davanzale e vi si fermava col libro in mano, mentre l'altro,

fingendo di ruzzare colle orecchie del cane, sbirciava in alto. Ma i

loro sguardi s'incontravano, e dall'urto degli sguardi sprizzavano

scintille di pensieri comuni. Nella fatica delle proprie febbri Ida

più di una volta, addossata alla finestra, aveva avventato sul ragazzo

la fiamma tigrina della propria pupilla. Ma sebbene per la età e per

la sua natura fosse già iniziato a tutti i vizi dell'adolescenza,

indietreggiava sotto quelle occhiate, egli che non potendo avere

aspirazioni, aveva tutte le ritrosie e tutti i timori di una deformità.

Ella lo discuteva.

Una mattina le zie lo mandarono dal sarto per certa seta. Ida, in quel

momento a discorrere coi padroni di casa, gli aperse la porta. Il

ragazzo impallidì e si turbò talmente, che incespicando cadde. Ella lo

prese sotto le ascelle e, sollevandolo robustamente, lo adagiò sopra

una poltrona; poi seguitò ad interrogarlo accarezzandolo, quasi che fra

loro corresse una immensa differenza di età ed egli fosse davvero un

piccino.

Il ragazzo si rinfrancò, espose il suo incarico e rimase qualche minuto

ciarlando. Avea la voce dolce, e vi era tanta confusione ne' suoi

gesti, che diventavano amabili.

--Non mi dai la mano?--gli chiese Ida gaiamente, vedendolo rizzarsi.

Egli arrossì, ma l'altra comprese, e piegando le gambe per farsi della

sua statura:

--Così, così, non è vero?

Il ragazzo sorrise tutto contento.

--Devi essere buono,--soggiunse pensierosa.

--Le mie zie mi vogliono bene.

--Esse sole?

L'altro rimase guardando.

--E tu vuoi bene a loro sole?

--Non ti piacerebbe la signorina, Rocco?--interloquì la Lucia.

Rocco aprì gli occhi, fissando la fanciulla con una ammirazione così

intensa ed ingenua, che tutti risero.

--Quanti anni hai?

--Ormai quindici.

--Vuoi che facciamo all'amore... dalla finestra? vuoi? Devi essere

tanto buono! Ma tu leggi spesso, che cosa leggi?

--Il _Conte di Montecristo_.

--Se vorrai dei libri domandamene, ne ho anch'io. Addio, Leopardi.

Il ragazzo non comprese quel nome ed uscì tutto ilare, ricomparendo

subito alla finestra col cane.

Ida gli fe' un cenno amichevole con la mano, egli sorrise. D'allora non

passò giorno che non si parlassero.

Era una domenica di febbraio, calda di sole. A quando a quando tepide

ed indefinibili esalazioni passavano sulle vie della città formicolanti

di gente in abiti da festa, che pareva più allegra in quella stupenda

giornata a mezzo di un inverno troppo rigido di ghiaccio e frequente

di nevi. Ida si appoggiava stanca al davanzale. Invano la Lucia avea

messo tutto in opera per trarre seco ad una passeggiata la signorina,

la sua dozzinante, come la chiamava colle amiche, giacchè per le

stesse ragioni di vanità Ida rifiutava quasi sempre, e quel giorno

vi si era ricusata anche più seccamente del solito. Le pareva di non

poter camminare; piuttosto che vestirsi si sarebbe mille volte meglio

spogliata in faccia a quel sole, che le allagava la camera prima di

tramontare. Era sola in casa, aveva quasi caldo. Spalancò tutte le

finestre, rigironzò per le stanze, fermandosi più lungamente nella

bottega ad osservare gli abiti incominciati e quei due grandi figurini

insinuati negli sportelli della credenziera. Ma quelle figure di uomini

la indispettirono, tornò allo specchio. Le parve di essere più pallida

e più bella; si sedette, girò ancora, andò alla finestra.

Rocco l'aspettava: non lo salutò nemmeno.

Il suo sguardo correva sull'azzurro colla fuga di una meteora; si

sentiva battere il cuore e tratto tratto come il vellico di una carezza

sul collo, che glielo stringeva al pari di un laccio. Poi il respiro se

le ingrossò così che dovette rizzarsi, incolpandone tacitamente la posa

sul davanzale. Il sole le batteva in faccia.

Ma siccome le gambe cominciavano a tremarle, abbandonò barcollando

la finestra per tornare allo specchio. L'enorme volume dei capelli,

raccolti capricciosamente sulla nuca, le ripiegava la testa; aveva il

corsetto troppo attillato, allentò un bottone, poi un altro, respirava

a stento, ne allentò ancora, li allentò tutti. La camicia non più

compressa dal busto le si allargò e, nella violenta tempesta che lo

scuoteva, il seno soverchiolla con un bianco sorriso. Ida tremava. Le

pareva di avere una camicia di piombo, di essere ammalata, agitava

la testa e le mani. Avrebbe quasi voluto torsi dallo specchio senza

quell'irresistibile bisogno di esservi come in due, seminuda e morente.

Un immenso desiderio, caldo come il respiro di un cane, le saliva dai

piedi alla testa; si sentiva come delle dita che le scherzavano nei

ricciolini della nuca, dei soffi che le passavano sulle labbra, mentre

il sole impallidiva esso pure guardandola, librato nel vano della

finestra, smorto nella voluttà di un'altrettale agonia.

Soffocava. Le palpebre abbassate, le mani frementi di carezze, tentò

inutilmente un migliore atteggiamento e, sempre più violentata da

quella smania, mormorò qualche accento colle labbra dischiuse dalla

sete. Non vedeva, non udiva: vedeva solamente il sorriso dei propri

denti nella lastra, provava il peso dei capelli, intanto che quel

calore impotente la fasciava e l'incomodo della sedia le si acuiva

in tormento. Ma le sue fibre compresse da quella attesa tropicale

scattarono. Una treccia le cadde sferzando sulla schiena. Scinta,

fremente, si cacciò in quel raggio di sole, e venne alla finestra.

Rocco la dovette vedere come una apparizione. Con quella fiamma nelle

pupille la fanciulla lo discerneva confusamente; gli fe' un cenno, egli

rispose.

--Vieni,--sussurrò con un gesto demente ma irresistibile, lo

ripetè, poi come una pazza corse per le altre stanze alla porta

dell'appartamento, e si appoggiò alla maniglia per non cadere. Ansava.

Poco appresso intese per le scale lo strascicare di un passo, quindi

dilatando gli occhi si alzò sulle punte dei piedi per non far rumore.

Il passo si arrestò incerto alla porta.

--Sei tu?--sibilò spiando per la fessura.

Poi:

--Entra.

Entrò. Ida socchiuse, abbandonandosi sopra una sedia, ma si rialzò

istantaneamente, lo prese per mano, lo trascinò nella propria camera.

--Sei solo?

--Sì.

Si fermò.

Rocco era verde, le arrivava appena all'anca; ella si sedette.

--Sei solo?--ripetè.

L'altro non rispose; le stava innanzi al seno scomposto. A poco a poco

la sua lividezza s'imbruniva; un sorriso infantile gli sfiorò a volo

le labbra. Poi le abbassò una mano sulla veste e gliela strinse; la

camicia non difendeva più il seno della fanciulla, nudo come quello di

una Madonna, ma ben altrimenti espressivo, con una bianchezza odorosa

ed una inesprimibile follia di vita. Il ragazzo si allungò, ma gli

occhi sbarrati della fanciulla lo trattenevano, e allora col petto

contro a quelle ginocchia, sotto a quel volto, a quel seno, col mento

su quelle ginocchia, titubò anch'egli senza volere, senza capire; e

non sostenendo più quegli sguardi nè quel volto grave su lui come su

una ruina, quel seno più misterioso adesso che era nudo, titubò ancora

e, la gola stretta da quel sogno, scrollando spasmodicamente la testa,

gliela nascose in grembo con uno scoppio di pianto.

--Eh!--mormorò la fanciulla, premendosi la sua fronte contro il seno

come quella di un bambino; si levò, lo portò sul letto, vi si sedette.

Allora il torrente ruppe le dighe, e la febbre della strana vergine

dalla mente più depravata di Messalina e dal cuore secco investì quel

frale corpicciattolo, come la tigre addomesticata investe ruzzando

il cagnuolo. Lo rivoltolò, lo mordeva coi baci, lo spogliava colle

mani senza amore e peggio senza compassione, ella medesima seminuda

in un gruppo ammirabile ed assurdo. V'era dell'aggressione in quella

furia. Ella, che non rispettava più nulla e sapeva tutto, era quasi

feroce; mentre egli, stordito, trovava appena il tempo o il coraggio

di una carezza, difendendosi inutilmente, poi abbandonandosi con una

disperazione voluttuosa a quell'impeto di felicità lungamente agognato,

senza nemmeno la potenza di sognarlo.

Ella lo respinse dolcemente giù dal petto, più basso, perdendolo quasi

nella sommossa delle sottane. Le sottane sottilmente profumate gli

lambirono con un alito soave tutti i sensi della faccia, fasciandolo

in una nuvola, nella quale la sua deformità non avea più vergogna e la

libertà era tutto un mistero. Egli vi si accovacciò come una scimmia

nel covo, buono e del pari animalesco, con tutte le sue malizie e le

ingenuità ancora più maliziose, i vizi che gli strillavano in capo come

una nidiata di pulcini, e l'anima assordata da quegli strilli.

Quando il sole si staccò dalla finestra Rocco era uscito da quella

nuvola sdraiandosi ai piedi di Ida come un cane. Ella era immobile; poi

si portò una mano al viso, stropicciandosi gli occhi, e non vide più

il sole. Discese prestamente, andò allo specchio, si ravviò i capelli,

rindossò l'abito, ricomponendosi la faccia con tanta facilità, che

Rocco, il mento sulla sponda del letto, la guardava incantato senza

comprendere. Era ridivenuta calma e severa.

Rocco si nascose il volto nelle mani.

Ida gli si appressò, lo posò per terra: ma il ragazzo le si aggrappò

alle sottane.

--Piangi?

Infatti singhiozzava.

Gli staccò le dita, quindi pigliandolo per mano lo condusse senza dire

una parola alla porta dell'appartamento.

--Tieni,--fe' chinandosi a baciarlo sulla fronte.

Rocco non rispose, infilò l'apertura tutto sbalordito, sentendo appena

di essere spinto e rinchiudersi la porta; ma Ida, ritornando nella

propria camera, intese i latrati del cane, che saltellava intorno

all'amico per la casa deserta. Quei latrati la fecero pensare.

Quindi si appressò alla finestra senza mostrarsi, e vide Rocco colla

testa forse ardente sul marmo del davanzale, e il cane che colle gambe

anteriori sulla sua schiena era salito a leccargli gli orecchi.

Un empio sorriso sfiorò le labbra della fanciulla:

--Rocco rifà la mia parte.

No: Romanzo · 第 4 / 24 段