--Mi vorrai sempre bene?--le chiese.

L'altra se la strinse al petto.

--Mi scriverai sempre, e dopo staremo insieme, sempre.

--Sempre!--e un melanconico sorriso contrasse le belle labbra della

donnina:--Tu non sai...

--Lo so, me lo ha detto la Nencia,--rispose coll'adorabile importanza

dei bambini, che sentono di fare qualche cosa di serio:--starai sempre

con me; giuralo.

Ida giurò sorridendo, e Jela, che indovinava a mezzo quel sorriso:

--Sì, vedrai: mi vuoi bene?--e tornò a piangere.

Quindi rientrarono nel cortile. Jela smontò ancora dalla carrozza

per salutare la sorella, ma la vecchia zia sbuffava, il conte

s'impazientiva, la cameriera faceva gli occhiacci a Ida, la quale se ne

accorse e disse all'altra con un bacio all'orecchio e il volto soffuso

di rossore:

--Basta, s'inquietano.

Avea il cuore oppresso; in quella carrettella le pareva di soffocare,

ma la carrozza non partiva. Vi era sempre qualche fagotto da

accomodare, qualche oggetto di Jela dimenticato negli appartamenti che

i servi portavano correndo, poi una ressa di persone, i domestici,

i fattori, i due giardinieri, alcuni contadini, i più antichi della

casa. Uno, che avea portato un bel paniere di mele fatto da lui stesso,

inghirlandato di edera e di alloro, piangeva come Jela, baciandole

la mano; era un bellissimo vecchio, che tutti guardavano ancora più

commossi dalla sua commozione che dalla partenza della signorina. Il

cagnuolo chiuso su nel salone uggiolava dolorosamente, mentre Jela

sbirciava ogni tanto verso la finestra, non potendo rispondere a tutti,

piangendo, inorgogliendo di quel movimento prodotto da lei sola,

lanciando tratto tratto una occhiata a Ida, che attendeva di dietro,

sola col babbo, nella carrettella dell'arciprete. La carrettella, molto

più vecchia dell'arciprete, era sverniciata, a cinghioni, coi cuscini

scompagnati di percallo, trapunti a fiocchetti di lana. Sul sedile

posticcio, di contro e dietro la cassa, fra le ruote, due cestoni

legati con una infinità di corde le davano l'aria di servire ad uno

sgombero; mentre una farragine di fagotti a fazzoletti colorati le si

alzava dentro in un monte, che avea già avvilito la povera rozza colle

orecchie spelate e le gambe dinanzi ancora sanguinolenti di una caduta.

Ma l'ingegnere non era molto più vivace del cavallo, preoccupato di

nascondersi le scarpe di vacchetta bianca, vestito di quella giacca

verdognola, logora ai gomiti ed abbottonata all'ultimo bottone come

usavano gli eleganti del villaggio, senza un pensiero di Ida, la quale

si sentiva man mano più straniera in quel ricco cortile, dove avea

tanto giuocato e donde usciva per sempre senza lasciarvi tracce e senza

che nessuno le badasse. Allora un avvilimento le ruinò sull'animo, una

voglia subitanea la bruciò di fuggire subito al di sopra dei tetti

col vento, che nessuno la vedesse, per dissolversi ancora profumata di

quella signorile esistenza. Ma un'occhiata al padre col mozzicone della

frusta in mano, il capo basso come il ronzino, evitando gli sguardi

di tutti per non impacciarsi maggiormente, la richiamò alla orribile

realtà di quella scena d'addio, dietro la carrozza di Jela, che non si

moveva ancora, dentro la carrettella dell'arciprete ancora più immobile

della carrozza, e nella quale non poteva nemmeno prendere la posa

elegante delle solite trottate.

Fu un quarto d'ora infernale, il primo della sua vita.

Finalmente!

Giunsero al villaggio che suonava mezzogiorno, l'ora del pranzo. Le

pareva di entrare in un mondo sconosciuto di persone che la salutavano,

pieno di piccole case e di piccola gente; poi smontò, parlarono,

nessuno la comprese, e dichiararono che facea la signorina per aver

fatto mezzo la serva per quattro anni a dei signori. La mamma fu la

prima a confermare quel sopranome.

Qui i ricordi della fanciulla incalzavano.

Si ricordava la dolorosa esumazione delle antiche abitudini della sua

casa, la mamma e il babbo che si bisticciavano sempre, le ragazze del

paese che la sfuggivano per le sue nobili maniere; quindi si trovava

sempre sola, coglieva uno spino ad ogni passo, si sentiva attorno

un'atmosfera frigida di ridicolo dovuta ad una superiorità morale,

che, malgrado l'eccellenza della propria natura, stentava in quella

fanciullezza a ben precisare. Si rammentava la difficoltà delle ore

solitarie, le peggiori di un linguaggio, del quale avea perduto

l'anima. Parlando in casa o fuori, non s'incontrava più in opinioni

simpatiche, anzi non la capivano e la deridevano; si rammentava di un

bel ragazzo falegname, che lavorava sotto la sua finestra e si era

innamorato di lei. Allora ella stava sempre alla finestra con un libro

in mano, si guardavano; poi si erano parlati, poi il giovinetto, messo

su dai compagni, le avea usato uno sgarbo. Quindi una rottura, e poi

sola nuovamente, e studiava, studiava.

Il babbo era sempre malinconico. A pranzo erano insistenti discorsi

d'interessi, che andavano in malora; non si mangiava una pietanza che

il suo costo non trascinasse seco osservazioni spiacevoli o qualche

profetica lamentazione della mamma sull'avvenire della famiglia. Così

la fanciulla smetteva di mangiare. Aveva ormai quindici anni, cresceva

sempre più bella, di quella sua speciale bellezza.

L'ingegnere la volea sempre ben vestita, la meglio vestita del

villaggio, ma la mamma contrastava ad insolenze, così che Ida finiva

per vergognarsi di quei rimbrotti e di quei vestiti ancora più goffi,

senza osare un'osservazione, ripiegandosi su sè medesima e pensando al

destino di Jela, contessa milionaria.

--E io?!--le accadeva spesso di mormorare.

Poi fu presa la grande risoluzione; Ida anderebbe all'Istituto

superiore femminile.

--In ogni caso sarà una maestra,--aveva risposto l'ingegnere a

Geltrude, che si opponeva furiosamente.

La fanciulla aveva pianto di nascosto quel giorno.

Partì per la città.

Viveva a pensione con una modesta famigliuola di sarti, i quali le

avevano assegnato la loro camera più bella e le servivano a tavola per

la prima i migliori bocconi. Erano piuttosto buona gente, con idee più

basse della propria condizione, che lesinavano il soldo e parlavano

dell'avvenire delle maestre come di una mostruosa fortuna.

Ella vivea nella propria camera non uscendone quasi mai, studiando

o sognando, ma soffrendo ancora più, giacchè per quanti quattrini

le mandasse il povero ingegnere, erano sempre troppo pochi ai suoi

nuovi bisogni di città. La superiorità della sua natura, che la

spingeva verso il lusso, come le piante si spingono verso la luce,

le facea provare una strana voluttà ad ogni camicia bianca, ad ogni

stivaletto ben serrato. Il bello per lei era il primo aspetto delle

cose, l'estetica una religione. Teneva quella cameretta con una decenza

patrizia, sè medesima con una divinità. Si bagnava, si pettinava

sovente nel medesimo giorno, usava sempre dei manichini irreprensibili

come il buon gusto delle sue frasi e la sceltezza delle sue maniere.

--Chissà mai!--diceva la Lucia col marito.

Ma le rade volte che uscivano a passeggiare, questa le facea da

serva, ed andavano nei luoghi meno frequentati, perchè Ida, vestita

come nessuna delle sue pari, si vergognava tuttavia dei propri

abbigliamenti, quasi tutti dovessero notarla e farne commenti. Quindi

avviluppava ogni signora, cui s'imbatteva, di un lungo sguardo, al

quale nulla sfuggiva; indovinava le sottane sotto le vesti, la camicia

sotto le sottane, le calze sotto la camicia; i guanti, il cappellino,

l'acconciatura dei capelli, la finezza di una trina, i ricami di un

tulle l'occupavano per tutta una passeggiata; quindi la sera a casa li

ripensava, distraendosi dagli studii. Una sete, un'invidia di lusso,

la torturavano; provava le lacerazioni d'un insulto ad ogni occhiata

lanciata dietro una donna meglio vestita di lei, avrebbe volentieri

dato un anno di vita per passare un giorno in carrozza.

Il cuore inaridito lasciava libera la testa, ma la sua testa era un

vortice, che ingoiava tutto il mondo.

Essendosi ingannata col nascere nella propria famiglia e nel proprio

villaggio, si accorgeva di essere povera ed infelice per sempre; ma

il malessere di questa preoccupazione incessante s'accresceva ancora

in quella abitudine di mutismo e di isolamento. Quando il dispetto

lungamente accumulato volea erompere in dolore, ella lo comprimeva

tuttavia; i lamenti così soffocati morivano in maledizioni, che le

lasciavano sulle labbra la schiuma di una convulsione, mentre per

sopportare lo spasimo di tale piaga era costretta ad aprirsene un'altra

colle unghie, rimedio feroce dei grandi ammalati. Quindi passeggiava

febbrilmente per la camera o si buttava sul letto, perchè non avea

poltrona; gettava via i libri, singhiozzava senza piangere, ruggiva

senza gridare, finchè il pensiero che nessuno se ne accorgeva la

scoraggiasse. Allora le tempeste si quetavano, la fanciulla ripigliava

i libri, si accomodava i vestiti si stirava un colletto. Però se la

lividezza del suo viso perdeva le chiazze del pianto, l'anima le

incancreniva.

La fanciulla peggiorava tuttodì. Quella lotta impotente col destino

la corrompeva, gli studi affrettavano quella corruzione. Siccome il

mondo la opprimeva, ella studiava il mondo per combatterlo. Scrutava

le sue leggi, i suoi pregiudizi, i suoi dogmi; rifaceva la sua storia

e ne ricercava i confini. Ad ogni sosta un miraggio che svaniva, una

grandezza che sfumava in una parvenza, una virtù che si risolveva

in una ipocrisia: la scienza era impotente, la religione bugiarda,

l'umanità affannata a sostentarsi la vita materiale e morale, l'una

aiutando di fantasie, l'altra di delitti, perchè i forti divoravano

sempre i deboli. La storia era una leggenda di dolori, la vita una

marcia demente. Avea cercato un momento la formula della felicità senza

trovarla; allora si ribellò nuovamente.

Disprezzò la religione senza oltrepassarla, personificandola nei preti,

rise della filosofia senza averla approfondita; quindi lo scetticismo

le parve il trionfo della ragione, l'aristocrazia dei forti, e vi si

tuffò ingordamente. Sua madre non l'avea mai amata, suo padre non la

capiva, giacchè l'avevano rovinata a forza di volerle giovare, ambedue

preoccupati del proprio egoismo, aspettandosi da lei per un giorno,

forse prossimo, il pane della vecchiaia, dopo avere in gioventù goduto

allegramente tutte le proprie sostanze. Ma allora che cosa era più la

famiglia e il suo amore? Ella avrebbe preteso, per credervi, un affetto

di poeta, squisito, sconfinato, anelante al sacrificio. Secondo lei la

madre non era perfetta nemmeno nel poema cristiano di Maria, e Pierre

Leroux aveva ragione quando accusava Cristo di non aver conosciuto

abbastanza l'amore dell'umanità. L'uomo essendo quindi un animale,

l'egoismo era necessariamente la sola legge e la sola verità della

natura; l'anima era una chimera uccisa dagli scienziati, cui i poeti

cristiani avevano imbalsamato il cadavere negli ammirabili scritti.

Libera ogni avarizia dell'istinto, insensatezza ogni immaterialità.

Questa era la sua tesi favorita, nella quale s'incaponiva quanto meno

ne era persuasa; ma negava, perchè la negazione supponeva un orizzonte

più vasto e una energia più acuta dell'ordinaria affermazione. Laonde

non andò più a messa e staccò persino di sopra del letto l'immagine

della Madonna. Forse di notte l'aveva più volte pregata col delirio

della disperazione che ridiventa speranza; ma siccome la dolce immagine

litografata non avea distolti gli occhi dal proprio paffuto bambino,

ella si vendicava così della sua sordità sottraendosi alla sua

protezione. La Lucia fu tutta stordita il mattino, trovando il quadro

sul tavolo da lavoro.

--Non lo voglio:--aveva risposto Ida di malumore.

--La Madonna?!

--Una donna...--e un sorriso fremente d'infinita empietà commentò

quella parola:--una donna!

Ida si arrovellava; non credeva, non ammetteva più nulla di ciò che

credevano ed ammettevano le altre fanciulle sue pari, ma, struggendolo,

non si era potuta liberare da quel vecchio mondo. Ogni tanto si sentiva

addosso una ruina, che non riusciva a spostare. La sua vita dovrebbe

passarvi sempre frammezzo.

Vedeva le altre fanciulle felici, e le disprezzava senza volersi

confessare d'invidiarle, perchè erano buone, ignoranti, si attiravano

tutte le simpatie, facevano o avrebbero fatto all'amore, avrebbero

vissuto sempre contente, mentre con tutta la sua superiorità essa non

poteva nemmeno umiliarle. Anzi se il mondo avesse penetrate quelle sue

opinioni, l'avrebbe presa in orrore. Ciò soventi la tentava, ma sebbene

audace, aveva paura di mostrarsi a nudo; quindi interrompeva le

conversazioni, o le riassumeva in un motto troppo profondo per essere

capito da quelle fanciulle. Ida, natura violenta d'ingegno, aveva forse

per le discussioni il celebre talento di madamigella d'Espinasse per le

lettere.

Allora si era data ai romanzi.

Sue più di ogni altro la sedusse, urtandola direttamente nel carattere.

Quella continua intenzione al bene e quella inconcussa speranza nella

redenzione dei poveri, le sorrisero come una soluzione del proprio

accorante scetticismo. A poco a poco i quadri della vita laboriosa le

acquetarono le smanie del lusso, così povero di significato morale,

mentre dalle calde pagine del grande socialista le usciva una nuova

vita più luminosa e più feconda. Il suo cuore chiuso come un fiore

sinistro si aperse alla rugiada; quindi nata cogli umili, condannata

cogli umili, che l'avevano tanto nauseata nei bozzetti sentimentali del

Coppée, sentì che in essi solamente era la grandezza della civiltà.

Essa, che non credeva più alla religione di Dio, credette alla

religione dell'umanità per amare tutti gli infelici. Gli entusiasmi

primaverili le sbocciarono dal cuore col profumo delle viole, e l'onda

fulgida della fede li coperse nuovamente di sorrisi. Tutte le sue

ingordigie erano appagate, la poesia le aveva ubbriacato la ragione.

Ma neppure quella credenza durò. La Lucia, donna d'esperienza e

di buon senso, che osava spesso deridernela, la vide ben presto

rinsavire, poichè partecipando, per soccorrerli, alla vita d'alcuni

poveri, dovette accorgersi di quanto differissero dai modelli di Sue

e ne fossero anzi una terribile antitesi. Erano ancora più abbietti

che lagrimevoli, più perversi che ignoranti, senza decoro sdegnoso

di passato, senza aspirazioni nobili di avvenire, accattoni, perchè

non abbastanza grotteschi per essere parassiti, o audaci per farsi

assassini. La vanità di non essersi ingannata la fece resistere

qualche tempo nel romantico apostolato, come aspettando da quell'anime

corrotte di miseria qualche rivelazione di grandezza; ma alla fine

dovette persuadersi, e capitandole fra mano l'opera di Malthus, ammise

volentieri con lui la morbosa superfluità dei poveri.

Aveva sperato con Sue che fossero anime cadute da rialzare, ed invece

erano nature brutali da umanizzare.

L'ultima opera di beneficenza verso una madre, alla quale dava gli

abiti e gli stivalini usati per salvarle la figlia, la disgustò per

sempre, mentre costei si serviva di questi avanzi di un piccolo lusso

per abbigliare la piccina e cavarne un migliore guadagno. Ida lo aveva

indovinato senza stento, giacchè se il suo cuore era adolescente e i

suoi sensi bambini, la sua ragione era adulta. Ma l'apostolato aveva

appena consistito nella conoscenza di due o tre famiglie, che per

ragioni di lavoro facevano capo a quella del sarto.

Intanto essa diventava sempre più donna. L'anno scolastico volgeva

al termine, mentre la primavera moriva nell'estate. Lo sviluppo

della persona essendosele arrestato nello sviluppo eccessivo

dell'intelligenza, rimaneva con una testa di donna sopra un corpo

quasi di fanciulla, stranamente allungato, e con una delicatezza di

forme, che intratteneva il bisogno di una più sensuale efflorescenza.

Ed era una contraddizione non meno fisica che morale, poichè i sensi

le sonnecchiavano ancora, fremendo tratto tratto alle fredde temerità

del pensiero, mentre una nebbia le passava per il sereno adamantino

della ragione, e la fanciulla si sentiva avvolgere come in un calore

di aliti, con certe strette al collo e un'inquietudine d'invisibili

carezze per tutti i muscoli.

Ma ciò avveniva raramente, perocchè studiava molto e ambiva troppo;

d'altronde non conosceva ancora l'uomo.

Quel ragazzetto falegname, il solo sul quale il suo pensiero si fosse

fermato un istante, non le aveva ispirato che una forte simpatia

di camerata, cui non erano forse rimaste estranee le contrarietà

della sua vita casalinga e le confuse necessità di espansione, che

travagliano l'adolescenza; poi lo avea dimenticato. Adesso non pativa

bisogno dell'uomo, giacchè la differenza con lui le sfuggiva. Faceva

la medesima strada, scorazzava nei medesimi campi, scalava le medesime

vette gloriose, scandagliava i medesimi abissi, ostinandosi nella

stessa lotta contro il destino, estenuandosi negli stessi sforzi

contro il mistero; ma avendo in comune la scienza e la incredulità, si

trovava superiore all'uomo nella bellezza del corpo e nella finezza del

sentimento.

Talora le pareva persino impossibile che uomini come il suo maestro

o come il sarto potessero comunicare all'anima qualche emozione

passionata; quindi un abbagliante romanzo di Gauthier ed alcuni altri

di George Sand, che rilesse più volte meditandoli, la confermarono in

questa opinione. Ma poichè la Lucia aveva in quel tempo un bambino alla

mammella, che allattava per casa senza soggezione della gente, Ida

per cortesia verso la buona donna doveva nelle urgenti necessità di

lavoro o delle faccende domestiche consentire talvolta a divertirlo.

Quindi lo cullava, lo vestiva nella loro camera buia, la più povera

dell'appartamento. Il letto vi era quasi sempre disfatto, i lenzuoli

poco bianchi, le coperte di cotone, a uncino, rammendate, di un bianco

ancora più ambiguo che nei lenzuoli. Ma quantunque da sposi, il letto

non aveva se non un cuscino senza fodera, dalla parte della Lucia e

bisunto, poichè il sarto dormiva più basso, colla testa sul capezzale.

Allora Ida pensava all'amore di un uomo e si sentiva nauseata.

Un sucido odore umano esalava da tutta la camera, l'ombra vi era

oleosa, i mobili abbietti.

Una sedia fra la culla ed il letto faceva da comodino, ed aveva sempre

un mozzicone di candeliere con dentro un mozzicone di candela per la

notte; il sego era colato sulla paglia, incollandovi i zolfanelli

sparpagliati, squagliandovisi a macchie fetide di verde rame. Bisognava

che fossero ben bassi nella scala degli animali coloro, che potevano

amarsi in un simile ambiente; ma nonostante tutto quel ribrezzo una

ignobile curiosità la spingeva fatalmente verso il letto. I lenzuoli

lanugginosi avevano la nauseante morbidezza delle carni non use ai

bagni, e si affondavano in due lunghe buche, entro le quali i corpi

degli sposi parevano aver lasciato le loro ombre. Quindi Ida pensava

a quei due corpi, di notte, abbracciati, mentre ella dormiva sola

nel proprio lettino bianco. Un odore viscoso le penetrava tutti i

sensi, un calore, quasi rimasuglio del calore di quei due corpi, le

saliva dai materassi per le reni, una scappata lubrica del sarto

colla moglie, udita nel giorno, le passava sferzando agli orecchi,

una stanchezza morbosa le si aggravava sulle spalle. Quella camera

pigliava l'aspetto di un antro, il suo tanfo si mutava in un sito

terroso di spelonca, tutti gli altri mobili sparivano, mentre il letto

rimasto solo l'attirava talmente, che una volta avea dovuto sdraiarvisi

abbracciandolo con le mani distese. Poi il falegname, il sarto,

qualcuno dei suoi maestri le si presentavano con un'inesplicabile

confidenza, intanto che le vesti le davano incomodi, ai quali non

avrebbe saputo trovare un nome, e la scienza del pensiero le si

nascondeva volontaria dietro l'ignoranza de' sensi.

Una volta assistette, nella stanza che fungeva da bottega, alla prova

di due calzoni, e provò un turpe piacere nella discussione dei loro

difetti, trovando strano, ella che si stimava così scettica, che

nessuno le badasse. E a poco a poco l'animalità si destava nella

sua natura colla sgarbatezza di un avvinazzato. Erano contorsioni e

fiatosità, che la soffocavano svanendo, poi subito dopo una grande idea

o il morso di una passione la ritornavano la solita Ida dall'intelletto

sereno e il cuore sanguinante di orgoglio. A forza di sognare talora

perdeva così il senso della realtà, che le pareva impossibile di

non essere almeno duchessa e milionaria. Un disprezzo inesauribile

le traboccava dal cuore su ogni persona e ogni cosa; disprezzava i

poveri e i ricchi, tutti coloro che non la capivano o almeno non la

indovinavano, mentre guardandosi allo specchio scopriva tanta evidenza

di pensieri e tanta luce di passione nel sorriso dei propri occhi.

Davvero che il mondo doveva essere composto d'imbecilli, i quali

passavano la vita lavorando per un boccone di pane, come gli asini per

una manciata di fieno, ed erano egualmente imbecilli, sebbene più

belli, i fortunati che non lavoravano. Ella invece si sentiva degna di

tutto, capace di tutto come Napoleone dal lido di S. Elena; ma come il

grande, cui idolatrava per la fredda onnipotenza della volontà, era

lontana dal mondo, sulla soglia di una prigione aperta, nella smorta

solitudine di un oceano senza tempeste.

Povera Ida!

Aveva scritta una bella poesia con questo titolo e poi l'avea

stracciata.

L'anno finì, e ritornò al villaggio in apparenza la stessa, ma nello

spirito profondamente cangiata. Quindi riprese le antiche abitudini,

accompagnando la mamma a messa o a spasso, rispondendo rispettosa a

tutte le sue domande, ma in fondo al cuore irridendola. Alle compagne,

che le correvano incontro, rese appena un saluto di sussiego e parlò

col più elegante italiano; quelle sulle prime risero e si prepararono

a canzonarla, ma Ida le imbrogliò con tali complimenti, che la beffa

plebea cessò in una attonitaggine di meraviglia. Nullameno scoppiò dopo

le spalle più violenta.

Però quel suo contegno superbo e cortese in casa cominciava a trionfare

perfino della mamma, la quale, a forza di tagliarsi nell'acutezza di

quella ragione, la evitava involontariamente e non facea più certi

discorsi e non pronunciava più certe parole.

Spesso un'occhiata della fanciulla bastava a frenarla, ma come la sua

non era natura da sollevarsi ad una vita più intelligente, ogni tanto

si vendicava di quella soggezione con una scenata eccessiva. Ida si

trincerava dietro un'aspra indifferenza, quindi tutto l'impeto di

quella collera vi si frangeva come ad una scogliera.

Adesso un altro cielo le si era schiuso.

No: Romanzo · 第 3 / 24 段