Ida era secca e livida. Malattie o patimenti, aveva la pelle già

rugosa, orribile in quell'età che i bambini hanno la freschezza dei

fiori, e, strano particolare, due bellissime labbra, la meraviglia di

tutte le donne che bazzicavano per casa. Ida si era sempre ricordata

di questa sua sola bellezza di bambina; quindi un giorno, che la mamma

gliene parlava, scappò a dire:

--Era una promessa, la manterrò.

La mamma non le aveva badato; d'altronde non avrebbe capito.

In casa si diceva da tutti che la bambina morirebbe. Molte volte,

sospesa alla mammella della madre, Ida avrebbe potuto udirla, se la sua

intelligenza ne fosse stata capace, ripetere senza guardarla nemmeno:

È un cadavere, il Signore se la prenderà. Poi la mamma chiamava il

fratellino, incantevole fanciullo dalla testa bionda, e pazza d'amore

si chinava ad inondargli la fronte di baci. La piccina, perdendo così

la mammella, piangeva.

--È brutta, mamma!--esclamava Peppino, mezzo ridendo e mezzo

rabbrividendo alle boccacce di quel visino sozzo di lagrime e di bava.

--Non è già tua sorella.

Infatti non lo fu lungamente. Un giorno Peppino si ammalò, quell'altro

giorno la difterite lo aveva ucciso. Fu un intenso, uno spasimante

dolore. Il padre, che aveva concentrato in quella graziosa e fragile

vita tutte le speranze della propria, ne rimase per qualche tempo come

selvatico; evitava ogni contatto di persona, usciva il mattino di casa

alla campagna, e seduto sul parapetto di un ponte, al rezzo di una

quercia, alla poca ombra di una siepe, passava tutta la giornata nella

torbida fissazione del sogno svanito, per non ritornare a casa che la

sera, quasi sempre colle lagrime agli occhi, come se la malinconia del

crepuscolo intenerisse la sua disperazione. Era ancora più trasandato

negli abiti ed incolto nella barba, mentre la mamma, avendo pianto

maggiormente, cominciava già a consolarsi e lavorava per il Gesù

bambino dell'arciprete una bella veste di moerro. Poi anche il padre si

confortò, ma serbando sempre nell'anima la larga cicatrice di quella

morte.

La sua vita non era felice. Nato da una ricca famiglia del contado, da

lunghi secoli oziosa ed ignorante, fu educato prima in un seminario,

poi all'Università, dove si laureò ingegnere. Ma nelle vacanze di un

anno si era innamorato della vedova dell'usciere, bella donna, che

faceva allora da levatrice e da balia. Sulle prime la cosa non fece

rumore, e la si suppose un capriccio, molto più che la balia non

godeva una riputazione troppo illibata; poi si rivelò la passione, e

fu un subbuglio in casa. I genitori e i fratelli, che già astiavano

il nuovo ingegnere per le opinioni e fors'anco i vizi guadagnati

negli studi, a questa follia, che offriva loro la rivincita sulla sua

continua boria, minacciarono di espellerlo se non troncava la mala

pratica, ed avventarono parole oscene contro la balia; ne scoppiò una

scena orribile. L'altro, così attaccato di fronte, si rifugiò nella

ostinazione per vincere, esagerando a sè stesso il proprio affetto e

servendosi dell'ombra gettata intorno alla propria donna per vederla

più bella e più poetica; quindi volle sposarla per vendicarsi di loro

colla propria rovina. Il padre gli diè la legittima, illusoria, giacchè

in quattro poderi di nessun conto e stimati ad un prezzo assurdo;

l'ingegnere capì, ma rispose coll'alterigia di un muto disprezzo.

Quindi andò a stabilirsi nel villaggio, giurando (e mantenne poi il

giuramento) che per fortuna o disgrazia non avrebbe più rimesso il

piede nella casa avita, nè considerati per parenti coloro, che ne lo

scacciavano.

Però la vita era scabra in quella nuova posizione, perchè egli aveva

poco studiato e meno appreso all'Università, e, malato dell'orgoglio

della vecchia casa, ripugnava ad un lavoro pagato con grettezza da

quella gente montanara. La moglie, gonfiatasi nella superbia del

nuovo stato, era continuamente in sullo spendere, i denari pochi, la

noia dell'ozio intollerabile, i sarcasmi degli amici frequenti, le

cure minuziose ed acute. Si scoraggiò, guarì dalla passione, e fu

perduto; ma non mise un lamento, nemmeno quando la moglie, ghiotta di

qualche veste o di altra spesa, lo irritava di sollecitudini, affinchè

lavorasse. Allora gli nacque Peppino.

Lo stagno della sua vita ridivenne ruscello attraverso nuovi fiori,

giù verso la valle popolosa e sonora di vita. Egli medesimo, rinato

in questa nuova esistenza, vi si guardò bello, delicato, piccino,

preparandosi questa volta a conquistare l'avvenire contro tutti coloro,

che, tiratolo nel fosso, ne avevano alzate le risa e venivano tutti

i giorni ad impancarsi nella sua vita travagliata, siccome ad una

bettola, sminuzzandosi i suoi dolori. Peppino doveva studiare, divenire

un grand'uomo, mentre egli si condannerebbe alla più stretta economia

per preparargli in un modesto, ma netto capitale, il danaro d'ingresso

al mondo dell'aristocrazia e degli affari. Però questi non erano,

sebbene profondamente sinceri, che progetti; Peppino era troppo bimbo

ancora per studiare, quantunque al giudizio di tutti gli amici di casa

mostrasse di già una portentosa intelligenza; le economie ben stabilite

nel bilancio mentale della famiglia non si realizzavano per una folla

di piccoli inconvenienti, di minime spese, di più minimi danni, i quali

facevano sì che il passivo superasse sempre l'attivo.

E Ida entrò come una nuvola in questo cielo fulgido di speranza; poi

il sereno si fe' nero come un panno mortuale, il vezzoso bambino era

morto, e in quel cielo abbrunato la piccola nuvola fu ancora un rifugio

pei profughi dalle tenebre invadenti del sepolcro.

Ida fu più curata, più amata; ma quale differenza fra la sua testa

ancora stupida e la personcina pietosamente frale colla testa folle

di Peppino e quella sua attività battagliera, le movenze gaie, le

scappate irresistibili!

La piccina, a due anni, stentava ancora il passo, e mettendo così

tardi i denti piangeva tutto il giorno. La mamma poco paziente

l'abbandonava, ma egli se la pigliava in braccio e, coprendola di

baci, le parlava colla commovente insensatezza dell'affetto. La

bambina, incapace di comprendere le parole, doveva per un mistero

del sentimento capirne la bontà, giacchè in quelle carezze scordava

quasi i dolorini delle gengive, e, guardandogli negli occhi azzurri,

dolci dolci, gli sprofondava le impotenti manine nella barba. I denti

spuntarono, e coi denti si fortificarono le gambette, si rinfrescò

la pelle, crebbero i capelli, crebbe tutto il corpo. La bambina si

sviluppava, si trasformava, non era bella ed era già graziosa; e forse

un giorno avrebbe posseduto la più possente e continua delle bellezze,

quella simpatia indefinibile delle persone dal cuore gonfio e dalla

fantasia accesa, quella bellezza, che pare quasi l'avanzo di un'altra

più plastica, e che una passione o un mistero abbiano misteriosamente

scomposto.

Il padre lo sentiva, la mamma no.

A poco a poco Ida sostituì Peppino. Era sempre una donna, quindi

male atta alle grandi battaglie e alle grandi vittorie della vita,

ma l'intelligenza, pensava l'ingegnere, non ha sesso; non era bella

quanto quel morticino, e tuttavia l'espressione s'insinuava in quella

sua fisonomia e la animava. Il suo raccoglimento infantile imponeva un

rispetto involontario, le sue risposte fosforescenti abbarbagliavano.

Il buon uomo aprì ancora il cuore in faccia all'avvenire, perchè se

ne involassero tutte le speranze a riconoscerlo; e decise che Ida,

diventando di anno in anno più bella e più brava, possederebbe un

giorno le ricchezze preparate per Peppino, e potrebbe, rivelandosi

una gran donna, come il nostro secolo ne aveva vedute tante altre,

innamorare qualche gran signore e dominare in una casa principesca.

Egli la visiterebbe di rado, poichè si sentiva ancora addosso,

malgrado gli studii fatti, la ruggine avita; la seguirebbe da lontano,

scaldandosi a quel bel sole di primavera le vecchie membra assiderate.

E così, sognando tutta la vita, vivea di sogni, preparandosi altri

sogni.

Qualche volta ne parlava colla moglie, che gli rideva in faccia;

qualche volta con Ida, la quale afferrava qualche lembo di frase e la

ripeteva.

Però la loro fortuna, non soccorsa dai tonici delle economie,

intristiva. I poderi trascurati dimagrivano, le rendite si facevano

più incerte e più esigue, mentre la moglie seguitava a nuotare come

un'anitra nella voluttà di una grassa illusione. Egli, nell'inerzia

accorgendosi inutilmente di tutto, ne provava un grave malessere, dal

quale non usciva se non cacciandosi nel giardino dei sogni, colla

bambina sulle ginocchia, seduto sulla larga poltrona di percallo, solo

in casa, poichè l'altra era sempre da qualche vicina per una qualche

faccenda, che svaniva in un pettegolezzo.

A quattro anni Ida leggeva e scriveva, e l'ingegnere, che aveva

trovato in un giornale il nome di Froebel, parlava continuamente della

primissima istruzione, degli albori della intelligenza, della sintesi

tanto meravigliosa e tanto inavvertita di tutta la logica nel semplice

abbecedario. Ma sempre distraendosi, la moglie gli rimase ancora

incinta.

Questa volta la gravidanza fu soggetto di male parole, i due coniugi

se la rinfacciarono a vicenda; la nuova vita, che avrebbe dovuto

stringere più fortemente la loro, vi si cacciò in mezzo e li divise.

Egli riflettè che un'altra bambina sarebbe infelice nel mondo, rendendo

infelici loro stessi, che male potrebbero educarla, male dotarla; poi

contrasterebbe al cammino di Ida, ed essendo forse brutta e volgare

quanto la madre, riattaccherebbe la famiglia a quella ignobile

borghesia di villaggio, alla quale egli non avea mai appartenuto

e nella quale era scivolato colla follia del matrimonio. Un altro

maschio?... Ma dal giorno che Peppino era morto, egli non poteva

avere più figli! Un altro maschio rovinerebbe Ida, senza riempirgli

nell'anima la fredda lacuna di quella vita sbocciata e caduta come un

fiore.

Geltrude invece, sperando di rifare il suo bel bambino, per dispetto

del marito ne parlava assiduamente, massime a pranzo; così che

l'altro, malgrado una qualche bestemmia, dovea pure andarne battuto,

avendo piegato la prima volta il capo a quel matrimonio con una donna

inferiore, e non avendolo più rialzato, vergognoso della propria

debolezza, che gli alterchi avrebbero reso anche più ridicola. Taceva,

divorava la bizza, o la sfogava indirettamente. Ma più la gravidanza

inoltrava e più Geltrude la covava collo sguardo e col pensiero, tutta

superba perchè la contessa Monteno di Valdiffusa, ricchissima tenuta

di quel comune, ella medesima incinta, le aveva detto, passeggiando

nel bosco, un giorno che era andata a trovarla nella carrettella

dell'arciprete:

--Chissà se non partoriremo assieme, e tutte due un bambino.

La contessa gracile e malaticcia soffriva assai, e Geltrude, sebbene

robusta, cercava di imitarla in quei patimenti per deferenza alla

gran signora, che si degnava d'invitarla al proprio castello. Vi

era ritornata più volte, sempre più accetta, giacchè la contessa,

condannata in villa dai medici e noiata da morirne, sola col marito

cacciatore instancabile, si sentiva come sollevare lo spirito

conversando con qualche estraneo. Poi Geltrude, già levatrice ed una

volta anche balia, le parlava sempre di parti, di bambini; conosceva

a certi segni il sesso del feto, aveva rimedii per le nausee, una

suppellettile fra pregiudizi e cognizioni, che intrattenevano il cuore

della povera contessa, già etica, e dopo sei anni di matrimonio allora

solamente alla sua prima gravidanza. E voleva un bambino.

--Le donne sono troppo deboli per la vita.

--Anche l'ingegnere,--così ella chiamava fuori di casa il marito,--dice

sempre così.

Ma Geltrude partorì prima della contessa un maschio così esile e

doloroso a vedersi che pareva un cadavere; tutti dissero che non

sarebbe vissuto, e nessuno s'ingannò. Dopo quindici giorni lo portarono

al camposanto; il giorno dopo Geltrude, andata a trovare la contessa

malatissima dopo il parto, se ne portava a casa una bambina, bella

come un angelo. La povera contessa, che si sentiva soffocare sotto le

fredde spire della tisi, avea consentito quell'immane sacrificio perchè

la piccina non suggesse al suo seno, o non respirasse nel suo alito il

veleno della fatale malattia.

Era stata una scena atroce. Quando Geltrude, florida di salute, le

presentò Jela per l'ultimo bacio, la contessa nella sfinitezza del

proprio dolore avea ancora trovate due lagrime. Il marito, distrattosi

involontariamente ad ammirare il petto turgido della balia, non

avea trovato nè una parola, nè una carezza; la vecchia cameriera si

era nascosto il volto fra le palme scoppiando in singhiozzi, mentre

Geltrude stessa si commoveva suo malgrado, e la contessa fra quella

cornice di dolori, nella patetica sublimità del proprio pallore di

moribonda, pareva una martire.

Quella scena fece che Geltrude amasse Jela.

Infatti convenne con l'ingegnere che non avrebbe accettati salari o

regali, allattando la bambina per affezione e cortesia verso la madre.

Così il povero uomo salvava il suo orgoglio campagnuolo, mentre non

si era piegato a quest'altra follia della moglie se non per la idea

improvvisa che la fortuna, facendo di Jela la sorella di Ida, le unisse

senz'altro nel medesimo destino per il medesimo mondo.

Ida, ormai di cinque anni, si mise come una mamma intorno a Jela.

La contessa di Monteno morì raccomandando al conte Ida e Geltrude. Egli

ne fu scosso per qualche giorno, fece venire le piccine al castello,

poi si calmò, e poichè si conosceva inadatto a curare quell'infanzia e

sapeva Jela in mani che mai le migliori, lasciò andare le cose innanzi,

tirando innanzi egli medesimo secondo il solito.

Una volta mandò un grosso dono; l'ingegnere lo fece respingere da

Ida con una lettera scritta da lui e copiata dalla bambina, che lo

ubbriacò nel proprio amore di padre. Il conte non ripetè più l'errore,

limitandosi ad un complimento ben tornito, quando veniva a trovarle.

Così passarono degli anni.

Jela prosperava. I medici approvavano quella vita, e il conte approvava

i medici. Era una piccina bianca e rosea, coi capelli più biondi della

seta e gli occhi color di viola; avea le carni di una inesprimibile

finezza, i movimenti di un'eleganza e di una civetteria senza nome. Era

dolce e buona. Non piangeva, chiamava mamma Geltrude, zio l'ingegnere,

sorella Ida. A Geltrude quel nome di mamma facea talvolta sognare la

ricchissima tenuta di Valdiffusa, l'ingegnere sorrideva del proprio

come di un complimento, Ida esercitava l'autorità di sorella maggiore,

tiranneggiandola con abbastanza mitezza. Jela era pazza per Ida.

Anche il conte le diceva sorelle.

Quando Jela toccò i sei anni il conte pensò a ritirarla dal villaggio,

ma volle che Ida la seguisse; quindi cominciò per entrambe una nuova

vita. Avevano i medesimi maestri, uscivano nel medesimo calesse

sorvegliate dalla vecchia governante, vestivano i medesimi abiti,

cosicchè si sarebbero difficilmente distinte; anzi Ida aveva un'aria

ancora più fine ed altera. In quegli immensi appartamenti, arredati

con un vecchio e nobile lusso, ella si trovava ancora meglio che non a

casa propria; trattava i servi con maniera di piccola sultana, aveva

una dolcezza, che respingeva e soggiogava. Così fanciulla non usava

più dimestichezza con alcuno; ragionava e posava. Quasi tutto le

fosse dovuto, nulla la maravigliava, e tuttavia sapeva che un giorno

le converrebbe tornare al villaggio paterno. Quindi nelle lettere

all'ingegnere gli narrava la propria vita, anatomizzando inconsciamente

sè stessa, così che egli ne gongolava massime al racconto degli studii,

nei quali Ida ripeteva a Jela le lezioni facendogliene apprendere col

misterioso magistero dei fanciulli nel comunicarsi le idee.

Il conte la osservava stupito, i maestri ne alzavano gli elogi.

Ella cresceva bruna e slanciata, i capelli nerissimi le crescevano di

una lunghezza eccessiva, ondulati e pieni di riflessi azzurrognoli;

aveva gli occhi enormi, le estremità di una finezza rarissima. Parlava

già il francese e balbettava l'inglese. A dodici anni avea letto un

romanzo, a tredici un'opera di filosofia, avea ammonizioni per Jela,

disegni per sè stessa, risposte per tutti.

Un giorno il suo maestro di storia, lamentando la povera condizione

della donna in società, le chiese se desiderasse essere un uomo.

--No.

--Perchè?

--L'uomo non s'innamora della donna,--aveva risposto la fanciulla,

accomodandosi un riccio di capelli sul seno, che cominciava a gonfiarsi

delle seduzioni della donna. Avea la natura del lusso. Mentre Jela

ancora bambina ruzzava alle sottane della vecchia cameriera, ella

errava sola e pensierosa pei vasti appartamenti, movendosi come

un'ombra nella penombra dei cortinaggi, esaminando ogni mobile,

incantandosi dinanzi ai ritratti delle belle dame e degli eleganti

cavalieri. Quegli antenati erano come suoi e aveano vissuto la vita dei

suoi sogni, giacchè l'orgoglio della fanciulla provava già il bisogno

di avere un passato, intanto che i suoi desiderii si precipitavano

verso l'avvenire. La luce degli specchi e dei damaschi le piaceva già

meglio che la luce del sole e delle acque; la poesia di quelle stanze,

composte ad una ignota vita, la commoveva più che la poesia del bosco

coi decrepiti ippocastani e le elci melanconiche. Spesso sdraiata le

lunghe ore sopra un immenso divano dorato, la testa sopra un cuscino a

ricami, i piedi sulla seta, si smarriva di sogno in sogno. La lucida

levigatezza delle stoffe aveva per lei misteriose voluttà, i gracili

capolavori, che ingombravano i tavolini, incalcolabili ed arcane

significazioni; ognuno di essi non poteva occupare se non quel posto,

ognuno di essi era necessario, i fiori dei tappeti e le mitologie delle

volte, i paracamini e le poltrone, i vasi di maiolica e le porcellane

di Sassonia, i ritratti e gli specchi vuoti, che la riproducevano

all'infinito, spingendola per una fila interminata di saloni verso

il salone fatato, al quale le chimere della sua fantasia cercavano

inutilmente una porta aperta.

Più di una volta erano venuti a cercarla in quelle fantasticaggini, ma

vi ritornava appena potesse.

Un'altra volta il conte la sorprese abbandonata sopra una poltrona.

Avea le gote accese, l'abito le lasciava scoperte le caviglie, la posa

le ingrossava il seno. Egli s'incantò come un poeta dinanzi all'aurora

di quella donna. Una sottile seduzione, un profumo primaticcio

esalavano da quel corpo troppo tenero, ma coi contorni già molli e le

finezze indecise. Ella sorrideva nella penombra cogli occhi socchiusi,

e quella penombra, che la ingrandiva facendola forse sognare, la

rendeva un sogno per un altro.

Il conte ristette sulle punte dei piedi. La fanciulla lo vide, ma

s'infinse; forse dubitò, e la vita incomincia dal dubbio.

Ma la vecchia cameriera, d'accordo col prete, non era contenta di

Ida, la quale non le pareva una fanciulla come le altre, con quella

gentilezza intrattabile nelle proprie voglie e quelle risposte, quasi

dicesse sempre il pretesto e non la ragione di quello che faceva. Alla

sera, ripetendo le orazioni con Jela, pareva che Ida vi si prestasse

per giuoco, mentre evitava costantemente la compagnia del prete per

una ripugnanza istintiva. Quella figura servile, sempre in estasi

davanti al signor conte, irritava la fanciulla. Talora a pranzo, a

qualche dialogo, quando nella riconoscenza della ghiottoneria egli

si sprofondava in adulazioni del peggior gusto, Ida gli piantava

negli occhi i suoi occhi neri, audaci e profondi, che lo ardevano

scrutandolo. Il prete s'impigliava, perdeva il filo delle frasi, col

fremito di un solletico per le vene, cercando qualche rimprovero per

sacrificarla a Jela; ma Ida si sapeva troppo forte, e vi consentiva di

buon grado.

Però una volta egli toccò della sua cattiva posizione in società, e

Ida impallidì. Da quel momento la guerra fu dichiarata; la fanciulla,

spalleggiata dagli altri maestri, proruppe nella incredulità,

sostenendosi così bene colla vivacità dell'ingegno e la molteplicità

delle letture, che il prete uscì più di una volta confuso dalla

discussione. Jela rideva senza capire, il conte comprendendo, ma spesso

allontanava Jela. Eppure Ida aveva un vuoto nell'anima.

In quel ricco palazzo era sola, e non avea alcuno fuori del palazzo.

La sua casa al villaggio col babbo e la mamma non era più sua, giacchè

vi si sarebbe sentita ancora più straniera. Il padre, che vociava

sempre, la mamma, che girellava in pianelle; in tutta la casa non c'era

che una specchiera di noce e una poltrona di percallo. Nulla, nemmeno

quell'isolamento aristocratico del palazzo, dove i servitori non la

incontravano mai senza inchinarsi, e potea aggirarsi nel silenzio,

sola, sognando dei sogni da imperatrice, uscendone in carrozza scoperta

a farsi ammirare dalla gente. Si accorgeva che i suoi genitori vi

sarebbero stati anche più ridicoli, mentre ella vi stava a meraviglia.

E fra lei e loro s'insinuava un filo d'acqua che apriva il terreno

in fosso, lo allargava in ruscello, lo gonfiava in fiume, ruinava in

torrente, cresceva a lago, immenso, come un mare, più di un mare. Era

sola, non aveva nulla da lamentare o da desiderare, eppure un malessere

la sorprendeva di quando in quando, quasi un ribrezzo, un freddo, che

le si rifuggiva nel cuore.

Il conte avea con lei la più perfetta cortesia, non le usava differenza

colla figlia, ma nullameno tutti nel castello ne la distinguevano,

persino i sopramobili, che si lasciavano infrangere da Jela con una

muta ed inalterabile devozione.

Una mattina ella ruppe disgraziatamente un gruppetto di Sassonia,

tagliandosi un dito ad una scheggia. Jela dal canto proprio avea

fracassato un piccolo specchio di Murano, antichissimo. La cameriera,

che sopravvenne, sgridò Jela con una carezza, perchè avea corso

pericolo di ferirsi, e rivolgendosi secca secca all'altra:

--Quando la roba non è vostra, bisognerebbe andare più piano,--disse

nella sua lingua.

Quella notte Ida invece di dormire pianse.

Ma quella vita e quegli appartamenti la trattenevano. Ne conosceva

tutti gli angoli, tutti gli oggetti, tutte le figure; aveva

fantasticato su tutto, riempiendo tutto di sè stessa, giacchè gli

appartamenti vuoti dalla morte della contessa aspettavano una donna.

Ella non avrebbe domandato se non di occuparli per sempre, senza

uscirne mai e senza mutarli; ella sola, ma sola davvero come una

misteriosa prigioniera o una fata anche più misteriosa delle sue

leggende favorite, coi servi muti, il mistero intorno, profondendo

l'infinito in quella inutile esistenza senza fiori e senza musica,

senza genitori e senza Jela. Ella già donna, ma sempre colle sottane

corte, senza far nulla, nutrendosi di quel lusso, odorando i fiori del

tappeto, aggirandosi fra la folla dei ritratti, riposandosi ad immense

distanze sopra uno sgabello od una poltrona ricamata... finchè un

raggio di sole, illuminando l'occhio di un antico cavaliere, la faceva

rivolgere, e sotto quello sguardo di un uomo Ida sentiva interrompersi

il sogno.

IV.

Quando Jela ebbe nove anni, la misero in un convento di monache, e le

due fanciulle si divisero piangendo. Jela singhiozzava disperatamente,

supplicando la sorella ad accompagnarla, ma quantunque il conte avesse

potuto acconsentirlo, incaricandosi della spesa, non osò parlarne

coll'ingegnere. Nè Ida d'altronde si sarebbe piegata a quella esistenza

oppressa e malaticcia dei conventi, colla monotonia delle occupazioni

e la fastidiosità religiosa degli insegnamenti. Pianta robusta, ella

aveva d'uopo di vento e di sole; meglio la cima combattuta di una

roccia, che la calma tepente di una serra.

Ma per quanto si sforzasse a dissimularlo, Ida avea i goccioloni agli

occhi. L'ingegnere, il conte, una vecchia zia, la vecchia cameriera, il

domestico di confidenza del conte, erano tutti presenti agli addii nel

cortile, dove attendevano la solita superba carrozza e la carrettella

dell'arciprete, giacchè le due sorelle, e si capiva ai veicoli, si

dividevano per due mondi diversi.

Jela trasse Ida in disparte, la fece entrare in un salotto al

pianterreno, poi costringendola a sedersi sopra un divano le saltò

al collo, e facendosi così grave, che l'espressione dell'affetto le

ricomponeva il viso travagliato dal pianto:

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