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NO
Romanzo
ALFREDO ORIANI
EDITORI--GIUS. LATERZA & FIGLI--BARI
Opere di Alfredo Oriani
IV
NO
ALFREDO ORIANI
NO
Romanzo
BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI 1918
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti_
AGOSTO MCMXVIII - 48794
INDICE
PARTE PRIMA
CAP. PAG.
I. 7
II. 25
III. 35
IV. 51
V. 88
VI. 104
PARTE SECONDA
I. 127
II. 143
III. 162
IV. 178
V. 201
VI. 220
PARTE TERZA
I. 245
II. 256
III. 289
IV. 322
V. 345
VI. 369
I.
--Il dottore era questa notte colla Giovanna,--disse la Ghita.
Ida non si mosse.
--Ci vuole proprio il coraggio di un dottore; già, sono come i beccai,
che ammazzano i vivi e sparano i morti. Anche sabato lo incontrai, che
ritornava dal camposanto; aveva aperto Tonio. Erano dietro il vicolo
dei Cappuccini: la ho riconosciuta, deve essere in ultimo.
In quella un magnifico gatto, nero come di onice, con una fettuccia
rossa per collarino, entrando dalla porta socchiusa della cucina
venne a saltare sulle ginocchia di Ida, e vi si allungò non senza
tentare e ritentare prima mille pose. Stette così qualche secondo, poi
avvallandole nelle sottane, e battendogliele carezzevolmente colla coda
grossa come una coda di volpe, ne accompagnava ogni movimento con una
voluttuosa trepidazione di orecchi.
Le due donne si distrassero un istante ad osservare il lascivo
benessere del bell'animale, e la Ghita proseguì:
--La può fare quello che vuole, ma non la sposerà, lei.
--Lei chi?--proruppe la fanciulla schizzando dagli occhi un baleno.
--Lei, la Giovanna. Io non lo guarderei più in faccia un uomo, che
dopo mi facesse un simile tiro e mi cacciasse di casa; ma il buono
era di non guardarlo prima, allora. In ogni modo le darà venti scudi,
metteranno il bambino all'ospedale, e chi si è visto si è visto; ci
vedremo al secondo.
--Badate, avete fretta,--disse l'altra.
--Lo so, vado a tirar l'acqua.
--Anzi, ricordatevi la catinella per il bagno di questa notte.
--Già, già,--mormorò con crescente malumore, voltandole le spalle:--il
bagno prima di andare a letto! Può fare quello che vuole, ma avrà da
fare un bel pezzo prima di avere la pelle bianca: c'è della tela che si
rompe prima.
Ida era rimasta alla finestra, con una mano accarezzando la grossa
testa del gatto, lo sguardo incantato al di fuori. Intese il tinnìo
vibrato dei secchi, che si urtavano nella camicia del pozzo, lo
stridere lamentoso della carrucola, l'urlo del catenaccio al chiudersi
della finestruola: quindi la Ghita ripassò nella cucina con passo
lento ed affaticato per riempire la catinella su al piano superiore,
ridiscese e tirò ancora due secchi d'acqua. Le sue scarpe grosse,
guernite di chiodi montanari, risuonavano sul pavimento col rumore
degli zoccoli da conciapelle, mentre sotto la gonnella rattratta sui
fianchi le si scoprivano due stinchi grossi, nudi, di un colore incerto
e di una disgustosa evidenza. Ida gettò un'occhiata a quei piedi
sformati dal lavoro e dagli anni, e raddrizzando lo sguardo parve non
accorgersi di altro.
La sera calava lenta e buia. Gli alberi, nudi sulla altura di contro,
lasciavano ancora cadere qualche foglia morta sul terreno, dove tante
altre foglie morte erano già cadute; il cielo non si vedeva, ma doveva
essere fosco, senza malinconia e senza infinito, uno di quei cieli
autunnali, che paiono partecipare della miseria e della volgarità
della terra. Nella cucina gli oggetti si discernevano appena. Le
pareti imbrunite dal fumo e dalla sudiceria sembravano divorare la
poca luce della finestra; negli angoli del muro aperto dalla finestra
la tenebra si ammucchiava; la madia non era più che un'ombra più nera,
coi contorni meno indecisi, e sovra essa i candelieri, mutandola quasi
in un altare, lottavano ancora colla invadente oscurità ad aurati e
cangevoli sorrisi. Più in alto, in giro, nella parete di contro al
camino, gli utensili di rame allineati scrupolosamente accendevano alla
fiammella del focolare qualche largo riverbero, che si risolveva in una
tenebria più densa, mentre una torma subitanea di scintille, infilando
tratto tratto la bocca spalancata del camino, scompariva mutamente.
La cucina aveva un povero aspetto malgrado quel buio. I rintocchi
dell'avemaria palpitarono lontani, e non riscossero la fanciulla.
Stava seduta, il gomito sul davanzale, e il gatto sulle ginocchia. Il
breve cortile della casa, chiuso da una funebre siepe di mortella qua
e là rattrappita dalla vecchiaia, era ancora più triste della cucina e
più fosco del paesaggio vespertino. Un fico sciancato e brullo batteva
con un braccio alla finestra come un mendicante, un altro più discosto
e più povero si appoggiava al muro o ne sporgeva; il terreno era pesto,
ignudo, se non se in un canto un cespo di ortiche, presso un mucchio
di cenere bollita, grigie della polvere muffosa caduta dall'intonaco,
aggiungevano la tetraggine di un altro verde al verde cupo della
mortella.
La fanciulla sospirò.
--Dorme?--chiese alla Ghita.
--Sono passata per la camera in punta di piedi, e non si è destata
nemmeno al rumore dei secchi. Poveretta! almeno adesso dorme.
--Vuoi andartene?
--Se non c'è più nulla da fare.
Ida andò alla madia, ne alzò il coperchio, che rattenne sopra
una spalla, trasse un grosso pane, un formaggio di pecora ed un
coltello. La Ghita, poichè si trattava della cena, si era appressata
premurosamente, e girava gli occhi dal coltello al formaggio
coll'ansietà male dissimulata della povera gente, la quale sa purtroppo
come sia facile tagliare da un piccolo formaggio una piccola fetta e
credere di averla tagliata anche troppo grossa. Ma Ida lasciò ricadere
il coperchio, vi posò sopra ogni cosa, e piantando la punta del
coltello nel mezzo del formaggio vi premè con tutto il peso del corpo
per romperlo.
--Verrà il dottore questa sera?
--Probabilmente.
--Quasi quasi, se non avessi da andare lontano, mi fermerei ad
aspettarlo: ho il bambino grande, che non vuol mangiare più nulla; non
gli piace nemmeno il pane bianco.
Ida levò il capo.
--Bisognerebbe esser signori e pagargli sempre del companatico; allora
forse... Ma già, i bambini dei poveri... se non mangiano! tanto peggio,
moriranno.
Però l'accento di quelle desolate parole era troppo smancerato, e la
Ghita ne sbirciava l'effetto sul volto della padrona, sempre sospesa
col manico del coltello nel pugno.
--Ehi? per me poi! Ognuno ha le proprie disgrazie;--e tese la mano per
ricevere quella porzione di cena, quasi nella fretta di andarsene; ma
Ida le accennò il pane sulla madia, presentandole il formaggio sulla
punta del coltello.
--E lei?
All'acuta ed involontaria ferita Ida drizzò fieramente la testa: fu un
lampo.
--Io te lo do.
--Grazie, grazie proprio, la mia signora. Ah! io già non posso dir
niente: il Signore le ne renda merito. Lo tengo tutto per lui!
poverino... Dica: non ha proprio bisogno di niente? Perchè... se ha
bisogno...
--No, andate pure.
--Vuole che accenda la candela?--insistè.
--Non importa.
--Allora...
--Ma no,--interruppe senza voltarsi la fanciulla, cacciando un sospiro
di noia.
La Ghita si guardò tuttavia attorno, riordinò due bicchieri presso una
boccia, schiacciò contro il muro il fascio della legna, si torse ancora
sull'uscio verso la fanciulla, ed augurandole la buona notte uscì.
Nella cucina era già buio, e fuori la sera si abbuiava. La fiammella
del focolare riappariva più rada e più piccola, i candelieri di ottone
si erano spenti, gli utensili di rame non esistevano più; appena appena
nell'oscurità un'ombra più densa faceva sospettare che in quel vuoto
tenebroso vi fossero dei corpi. Nel cortile la sera pigliava del
lividore, forse dalla terra e dai muri della casa, o forse i vetri
della finestra la rendevano ancora più triste. Era una sera meschina
come quel cortile; quel cortile non confinava con nessun mondo: non
monti dalle cime bianche ed azzurrine, non campi dai lunghi filari
denudati e col terreno pettinato dai denti del rastrello, non una
strada che conducesse persone o pensieri ad una meta, non una voce che
respingesse quel silenzio, non una forma di vita, che alterasse quella
piccola e smorta desolazione.
Ida pensava; la fronte contro la palma, il mento innanzi, la faccia
inverdita dal chiarore dei vetri, era fuggita dalla finestra di quella
cucina in un altro mondo lontano; ma improvvisamente tutta quell'ombra
le si infittì intorno e, fluttuando, la sommerse.
Quindi si mirò dappresso, quasi a riconoscere il luogo. Il buio si
poneva invano fra gli oggetti, giacchè l'anima riconoscendoli si urtava
in loro. Ella si rammentò ora l'aspetto del cortile, gli altri oggetti
nel giorno, quando il sole saliva la curva del meriggio e discendeva
la curva del tramonto; era sempre un cortile grande come un tavolone
d'osteria, brutto di gibbosità, col terreno troppo calpestato. La
siepe di mortella nella propria poetica miseria lo rendeva ancora più
miserabile, con quei due fichi, e in un canto quei due cespugli di
ortiche, i soli viventi, in un altro un fascio di legne racimolate
dalle donnicciuole e vendute per pochi soldi in piazza, i cadaveri
di quel cimitero. Si rammentò che non vi scendeva mai a passeggiare,
che non si era mai seduta sopra quei due sassi composti a panchina
presso il fico della finestra; poi la Ghita che portava nel cortile
tutte le immondizie, tutte; il disgusto degli occhi che la vinceva sul
disgusto del naso, certe forme, certe cose tutto il giorno sott'occhi,
e chiunque entrasse nella cucina, cacciando lo sguardo dalla finestra,
le vedeva in una specie di fossa poco imbottita di felci secche. Anzi
una volta, discendendo le scale, aveva inteso una grottesca allusione
del calzolaio colla Ghita: ella avrebbe voluto piangere e non lo potè,
perchè non si piange di umiliazione. Il pudore della morale ha ferite,
delle quali il solletico compensa lo spasimo, quello della vanità mai.
Quel cortile era la definizione di quella casa.
Ida gli voltò le spalle. Un guizzo della fiamma illuminò
istantaneamente la cucina, e tutto riapparì; la madia coi candelieri
lucenti, il vecchio armadio butterato, enfiato, coi quattro sportelli,
che senza la serratura sarebbero cascati come i petti di un soprabito
frusto, gli ornati della sua cimasa fracassati, quelli dei piedi
mangiati dai topi, dai gatti, forse dall'acqua, dalla scopa.
--Certi armadi conservano male la biancheria,--aveva detto un giorno la
Ghita colla Veronica, la moglie dell'oste, vendendole alcuni lenzuoli
fini per conto di Ida. La Ghita aveva ragione. In seguito aveva venduto
altre cose della cucina. Per esempio nella batteria dei vasi di rame
v'erano dei vuoti e molti; quelli rimasti avevano una brunitura (Ida
la vedeva al buio) appannata dal tempo e dall'ozio. E girando sempre
lo sguardo, lo fermò nel muro sopra il ceppo a treppiede; un filo
di ferro, rattenuto da due chiodi, vi sosteneva fra gli altri un
coltello lunghissimo e bianco. Una volta questo serviva ad ammazzare
i porci. Il pensiero della fanciulla si posò alquanto su quella lama,
vi si strofinò, ma il freddo del metallo brunito le diè i brividi,
costringendola a staccarsene.
Era caduta nella solita meditazione. Adesso si sentiva freddo. Si alzò:
quindi camminando al buio colla sicurezza del cieco, cui la memoria è
luce, si appressò al focolare, e si sedette sopra uno sgabello di legno
greggio.
--Le sei e un quarto!--mormorò con voce avvilita, consultando
l'orologio.
La sua immaginazione sfuggì di nuovo alla realtà di quella cucina, ma
il luccichio dei carboni l'attrasse ancora. Ella vi si affisò, e quasi
l'allegria di quei colori labili e dolci le si apprendesse all'anima,
schiuse le labbra, e tutto il volto le si schiarì di una bontà quasi
insolita. Allora, colle molle, pazientemente, levandoli ad uno ad uno,
cominciò ad alzare i carboni in un mucchio conico ed ardente, e si
disponeva a disegnare sotto di essi un terrapieno colla cenere, quando
due colpi battuti sopra il soffitto la sorpresero. Le sfuggì un moto
involontario di spalle. I colpi si ripeterono, si alzò, respinse il
gatto, rattenne un carbone, l'ultimo, sulla cima, che cadeva, e la
mente tuttavia preoccupata da quel giuoco irriflessivo, salì due rami
di scale, spinse una porta socchiusa.
--Non avevi inteso?
--Sì.
--Ahi!--esclamò l'ammalata portandosi violentemente la mano al costato
destro:--ma che cosa ho mai fatto io?--E, abbandonando il capo sulla
testiera del letto, chiuse gli occhi. Furono pochi secondi.
--Che ora è? dammi un po' da bere.
--Che cosa volete, mamma?
--Ah! lo so, non ce n'è più. Se invece di studiare tanto, avessi fatto
la sarta, a quest'ora potevi pagarmi di quel vino santo.
L'ammalata agitava smaniando la testa. Ida si sedette al capezzale,
ed appoggiando un gomito sulla sponda del letto, si premè la pezzuola
contro il viso. La stanza era piccola, l'ambiente tiepido ed umidiccio.
Un'afa nauseante, quasi che la viscosità del respiro dell'ammalata
pesasse nell'aria, sembrava umettare le pareti scalcinate negli zoccoli
ed illuminate fievolmente da una candela di sego per terra, in un
angolo, entro un imbuto di carta. Il letto restava al buio, ma sebbene
la sera fosse appena incominciata, la camera aveva già l'atmosfera
della notte. Ida, curva sulla coperta, colle spalle negli orecchi come
per resistere all'oppressione di quel puzzo, che il caldo sembrava
liquefare all'aria, aveva chiuso gli occhi respirando violentemente
nella pezzuola.
--Mi dà fastidio,--disse l'ammalata accennandole la pezzuola.--Ma non
ti si può dire più nulla! Non hai quattrini, e compri degli odori! Dove
vai adesso?--proruppe.
--Giù a cena.
--Torna, mangerai qui; mi lasciate sola tutto il giorno!
Questa volta la fanciulla si sentì barcollare, gli occhi le si
velarono, la ruga verticale della fronte le riapparve con severità
quasi minacciosa. L'ammalata continuò:
--Hai dato un quarto di formaggio alla Ghita? Puoi cenare coll'altro
quarto. Ma già, tu hai il palato fino di una signora, e il formaggio di
pecora... Che cosa fai lì, ritta?
Ida scosse una spalla.
--Sì, hai ragione che sono ammalata, se no... Vergogna! abbandonare la
propria madre vecchia... Disgraziata, pettegola!...
Ida giunse a mettere l'uscio fra sè stessa e quegli improperii, ma
scendendo le scale udiva sempre la voce fessa dell'inferma, adesso
stridula dalla stizza, che le lanciava dietro sconce ed inintelligibili
parole. Era stanca, insopportabilmente tediata. Cadde sulla prima
sedia, la fronte nelle mani, contraendo convulsivamente le dita come
per strangolarvi inutilmente una idea importuna; poi si levò di scatto,
e si riassise presso la candela di sego.
--Più il fumo che la luce, più il puzzo che il fumo, come la mia
vita!--mormorò.
Quindi chiamando il gatto dal focolare, dove dormiva, si dispose a
cenare. Andò alla madia, ne cavò un mezzo pesce, piccolo, ed un grosso
pane casalingo.
--È merluzzo, non ti piace?--disse al gatto, accarezzandolo sul
dosso;--non piace nemmeno a me. Io mangio il pane asciutto e bevo
l'acqua. Hai sete anche tu?--aggiunse riempiendogli dalla boccia un
secondo bicchiere.--Via, Atta Troll; la tua padrona te lo accomoda,
mangia, mangia!
Infatti il gatto cominciava a mangiare, ma a bocconi così piccini, e
fiutandoli talmente prima d'inghiottirli, che nessuna fra le persone
meglio educate del villaggio avrebbe saputo imitarlo, mentre tutti i
suoi pari avrebbero per un simile cibo commesso più di un furto e più
di un duello. Ella lo osservava col pane intatto nella mano: poi lo
ruppe, e ne ingoiò qualche briciola. Non andava giù. Era sola, ascoltò,
attese senza intendere alcuno, aperse quasi la finestra, ma si pentì.
Sul cortile, a che pro? Il gatto, trangugiata l'ultima spina, si era
disteso presso il pane smezzato, leccandosi il muso colla indolenza
di chi in fondo ha ben mangiato e si prepara ad una buona digestione.
I carboni del focolare nereggiavano spenti nella cenere; la cucina
appariva in tutta la propria sudiceria, piccola e muffosa. V'erano tre
sedie spagliate.
Ella si raccolse ancora, ma la tristezza le diventava così orribile,
che fortunatamente fece uno sforzo per vincersi; quindi afferrando
bruscamente Atta Troll, spense la candela di un soffio, risalì le
scale, e rientrò nella camera della ammalata.
--Dammi il gatto,--questa le chiese, vedendola aprire la porta
dell'altra camera.
--Non ci vuole stare con voi.
--Come te.
--Eccolo.
Ma Atta Troll, invece di saltare a terra come gli ordinava la
fanciulla, le montò sulle spalle sdraiandosele sul collo, così che
colle quattro zampe le batteva sul seno.
--Lo vedete.
E senza attendere altre parole, sparve dietro la propria porta.
Accese il lume a petrolio sul tavolo in mezzo, sedendosi entro una
vecchia poltrona di paglia. La camera, povera, era però assai meno
brutta delle altre. Aveva le tende bianche e un cortinaggio bianco al
lettino di legno, servito dinanzi da un piccolo tappeto di lana, con
due pantofole turche, due lavori di Ida fanciulletta. Nessun quadro
pendeva dalle pareti o sul letto, ma parecchi libri erano allineati
in due scansie portatili e molti ancora ingombravano una specie di
scrittoio nel mezzo. Tutti gli altri mobili erano miserabili, le
pietre del pavimento rotte qua e là, il soffitto a travicelli fiorati.
Ma quella camera, così povera, tuttavia sentiva la donna giovane cogli
istinti mondani e le abitudini del pensiero. Un forte odore di muschio,
svaporando da una lunga bottiglia azzurra sulla toeletta, formata da
un tavolo coperto da un paglioncino candido a fodera di mussola rosea,
profumava ogni cosa, mettendo come una blandizie di poesia in quella
indigenza, che la cura minuziosa e delicata del letto salvava da ogni
basso presentimento.
Ida era seduta al tavolo leggendo _Il Principe_ di Machiavelli in
una antica edizione. Ma la fredda sapienza del libro le venne presto
a noia, e mutò lettura, cacciandosi attraverso il _Conflitto fra la
Religione e la Scienza_ di Draper. Quelle vaste ed aride negazioni le
piacquero, sebbene già le conoscesse; poi aperse ancora le _Rivoluzioni
d'Italia_ del Ferrari, scorrendole a sbalzi, meditando qualche pagina,
postillando qualche pensiero. Pareva che volasse d'idea in idea
coll'agilità di un uccello di albero in albero.
Però in mezzo agli studi s'andava distraendo, e allora ricompariva la
fanciulla della cucina, dallo smorto pallore e dagli occhi fissi; una
smania forse male avvertita dalla coscienza le irritava tutti i nervi,
un vapore di sogni le bagnava la fronte illuminata come una vetta da
un astro misterioso. In una di queste distrazioni il rumore di un
passo sui ciottoli della strada le percosse l'orecchio. Il passo non
s'allontanava; era un passo insistente e solitario nella notte.
Ascoltò, poi levandosi prestamente andò a guardare per i vetri.
Un'ombra avvolta in un mantello passeggiava innanzi la sua casa allo
scarso lume di un fanale poco lontano; sembrava spiare la sua finestra,
poi scorgendovi forse la fanciulla si arrestò. La notte era così buia,
che la strada ancora umida dalla pioggia del mattino, si discerneva
appena per un cinquanta passi, aperta dal raggio del lampione, che vi
si acuminava in una punta indeterminabile. Quel solco radiante di luce
all'ingresso del villaggio, simile al ferro di un'immensa alabarda
corcata, della quale il tronco fosse la strada e che passasse fuori
fuori il paesello, attirò il pensiero della fanciulla. Dalle sue spesse
pozzanghere pareva guizzassero ogni tanto baleni, mentre una folla di
ombre vaganti nel silenzio delle tenebre si abbatteva lentamente sulla
sua sponda. Era un'immaginazione determinata da effetti ottici, facile
e seduttrice di mistero. Ella non vedeva il fanale, sapeva lì presso
il villaggio, e poi intorno tutto il mondo remoto, adesso tenebroso;
e nell'universo non rimaneva altra luce che quella coda di ruscello
all'ingresso del villaggio, nella quale si tuffava paradossalmente
lunga la figura immobile del passeggiero notturno.
--Imbecille!--ella susurrò, urtandolo colla fantasia tutta piena di
sogni.
Ma non lasciò la finestra, anzi si fisse in lui come se volesse
leggergli negli occhi malgrado la distanza e l'oscurità, così che
l'altro adoperandosi forse dal canto proprio nella stessa guisa, una
corrente di pensieri li congiunse. Ma il rumore di un passo, che si
avanzava dal villaggio, riscosse l'incognito, obbligandolo a riprendere
la passeggiata.
Ida intese lo stridìo dei grossi chiodi sui ciottoli, ed indovinò un
villano nell'ombra che passava; all'orologio della piazza suonarono le
dieci.
L'incognito ritornava, che ella si tolse dalla finestra. Quindi si fece
anche più scura, e consultò l'orologio nella speranza che quello del
comune si fosse sbagliato. Erano le dieci, l'ora terribile della sua
giornata. Sembrava non potervisi risolvere, quasi la lunga abitudine
non avesse ancora calmata la irritabile sensibilità della sua natura.
Poi il bastone di spino bianco percosse il pavimento, e la fanciulla si
slanciò nell'altra camera colla torva rassegnazione di chi si precipita
contro il male, per non poterlo altrimenti evitare. Lo stoppino
carbonizzato della candela lasciava la camera in una semi-oscurità
tetra; il fetore vi si era fatto più umido e più denso. Ida andò
diritta al letto. L'ammalata colla testa sopra una spalla come tutti
gli infermi, e le spalle appoggiate ad un cuscino, guardava col busto
mezzo fuori da un mucchio di coperte e di lenzuoli quasi dello stesso
colore. Aveva le mani incrociate sul ventre; le braccia come due
fragili e scure stazze le si perdevano sotto le maniche rappezzate.
Ida evitò di guardarla, dispose la pezzuola, le filacce, il barattolo
della pomata presso la piattellina verde con dentro la spugna, esaminò
le due foglie di cavolo, e si torse verso la malata.
--Proprio?!--questa domandò, vedendola prendere dalla sedia una
tovaglia sporca. La fanciulla non rispose.
--Oh Dio!--fe' l'altra, lamentandosi di una fitta.
Adesso era tutta rabbonita e guatava con occhio pietoso il viso severo
della fanciulla. La quale le portò la mano al collo riversandole la
camicia sulle spalle; le filacce aggrumate sotto il piccolo cencio
di tela lo seguirono, e si scoperse il seno. Non somigliava più a
nulla. Un'enorme macchia rossastra, stendendosi dalla mammella destra
scomparsa, aveva guadagnato tutto il costato insino alla clavicola,
sino all'altra mammella, inesprimibile rimasuglio, e giù sino alla
cintura. Le clavicole, come spostate da uno sforzo, erano salite
fra i tendini rattratti del collo; la pelle si era chiazzata nello
stiracchiamento, rigandosi di minimi solchi, finissimamente rugosi,
flaccidi ed incerti. Il resto non si vedeva più, ma sotto le ascelle e
sopra le ascelle, fra le spalle grugnose, si sprofondavano due buche,
sulle quali l'ammalata piegava ogni tanto la testa, così piccola nella
macilenza, che vi si sarebbe quasi nascosta. Anche gli uccelli ammalati
la nascondono sotto le ali.
Ida le adattò la tovaglia alla cintura, ed insinuandogliene una punta
sotto l'anca, con uno sforzo visibile su sè medesima staccò leggermente
quel groppo di filacce, che imboccava l'ulcera. Le quali avendo troppo
aderito alla carne viva si scissero. Le sue mani, quasi più belle in
quel momento, coi mignoli alzati e le unghie rosee, tremavano nella
disgustosa operazione, cercando uno per uno quei capi bianchi fra
il glutine della cancrena, mentre un odore rivoltante le batteva il
respiro e l'ammalata gemendo tentava di sottrarre la piaga.
--Coraggio!--mormorò la fanciulla, rialzandosi vivamente per non
soffocare. I loro sguardi s'incontrarono, quello della vecchia spento e
supplichevole, quello di Ida febbrile di animazione.
--Sporgete il petto,--le disse aiutandola con una mano al
dosso:--così...
--No, oh mio Dio!
Ida le stava già sopra colla spugna inzuppata d'acqua.
--Madonna mia! mi raccomando! datemi voi un po' di forza,--gemè
congiungendo le mani.
--Sì, sì, pregate.
L'acqua sgocciolò nel vano cavernoso battendone, strappandone i
filamenti imputriditi, trascinandoli giù per il rossastro del seno
fra un rigagnolo di marcia; ma alcuni non si spiccavano, lacerati
dall'urto dell'acqua, movendosi come cespi d'erba alla foce di un
fosso. L'ammalata, il labbro inferiore fra i denti, soffocava le grida
del dolore.
--Conduce, conduce?--balbettò con un timido accento di speranza.
--Sì.
--È meglio, non è vero?
L'altra non rispose.
--No, no, basta;--supplicò, vedendola bagnare un'altra volta la
spugna. Infatti la piaga era già lavata, e l'ulcera, larga quanto il
buco di una palla, appariva di un rosso anche più bruno, colle labbra
stracciate proprio dove altre volte sorgeva la punta della mammella. Un
pensiero commosse la fanciulla; ella vi si era sospesa bambina, e la
sua bocca, allora fresca come il calice di un fiore, aveva lungamente
baciato la punta di quel seno, sprofondatosi poi in un'ulcera.
Vent'anni fa! Adesso la donna inorridiva della delizia della bambina.
Ida era rimasta cogli occhi nel volto della madre.
--Perchè non ce la vuoi mettere un po' di carne? Intanto che si divora
quella, non mangia la mia.
--Pregiudizio! ve l'ho pur detto.
--Però fa bene: la piaga mangia pure. Ah!--strillò, sentendosi premere
nella piaga il groppo delle filacce asciutte. Ma Ida precipitò il resto
della medicatura; spalmò qualche grano di una bianca pomata intorno
al cratere, vi spianò sopra una grossa foglia di cavolo, la ricoperse
colla pezzuola, e, riaccomodandole al collo la camicia, la ricinse
col lenzuolo. L'inferma era di un pallore orribile, colla fisonomia
stravolta, quasi senza espressione sotto quella stretta; solo il labbro
inferiore, tremolo di spasimo, lasciava passare ancora un soffio di
vita.
Ida s'incantò in quell'ineffabile spettacolo di strazio. Non sentiva
più il puzzo, non aveva più schifo.
Quella donna era sua madre, sua madre moribonda, moritura di dolore. Un
impeto d'amore le irruppe dal cuore inondandoglielo di una tenerezza
refrigerante; e stava già per lanciarsele al collo, rattenuta solo dal
timore di farle male, quando l'altra agitò lievemente la testa, aprendo
gli occhi.
--Lì incantata a vedermi soffrire, invece di metterti in ginocchio e
pregare la Madonna, che mi passasse! Ho quasi fede che tu ne goda.
--Oh!--mormorò la fanciulla, sentendosi afferrare rabbiosamente la gola
da quel tumulto subitaneo di amore e palpitare le lagrime negli occhi.
Fu un attimo; quella esaltazione le rovinò sul cuore, e la abbattè.
--Disgraziata!--susurrò ancora l'inferma, questa volta riassalita dai
soliti dolori, ma con meno violenza.
Ida la considerò, e non riconobbe più la martire di poco prima.
Riabbassò il volto, si girò attorno un'occhiata di esame, e lenta,
sulle punte dei piedi, pallida, affranta, ritornò nella propria camera
senza darle nemmeno la buona notte.
Il gatto dormiva sul letto.
Andò a sedersi sulla sedia presso il capezzale, reclinandovi la
fronte. Avrebbe voluto piangere, ma la tempesta dei sentimenti era
così furiosa, che non lo poteva. L'amarezza dello sdegno vinceva in
lei la pietà del dolore. Di quando in quando un lamento angoscioso
sorgeva dall'altra camera, senza che la fanciulla lo avvertisse, poichè
si lagnava ella medesima. Il suo pensiero urlava in quella tempesta
colla disperazione del marinaio, che insulta l'uragano troppo tardo
ad ingoiarlo, la raddoppiava, la inferociva; le tenebre non erano
abbastanza nere, i lampi abbastanza sanguigni, e la folgore brontolava
appena come un cane da pagliaio. Avrebbe voluto che le onde fossero
state di piombo, che le raffiche avessero avuto la ruina delle onde,
per ruggire in quella procella, disperdervi il mondo, disperdendovi
sè stessa. Le nubi addensatesi nella lunga sera si squarciavano d'un
tratto, risolvendo tutto il temporale in uno scoppio. Quindi le pareva
che i giorni della sua vita le piovigginassero sull'anima come sopra un
cadavere, così che ella poteva contarne tutti i colpi, mentre un gran
volo di corvi dagli occhi gialli le passava sulla testa e, mozzandole
col vento delle lunghe ali il respiro, si allontanava.
Che le importava di morire?
Da gran tempo vestiva sempre di nero, portando così il lutto della
propria giovinezza. Morire...; poi tutti i cancri non sono al petto,
ella ne aveva uno nell'anima.
--Morire,--ripetè levandosi nell'attonitaggine della prostrazione:--per
causa di lei?!
Invece andò alla finestra; il fanale apriva sempre nella strada quel
solco lucente, vi si incantò.
--Pare un pugnale piantato nelle tenebre.
A poco a poco il vento di quella tempesta si acquetava, ma,
riacquistando la coscienza della realtà, ella non conosceva quasi
più la propria camera. Le pareva più piccola e miserabile, una vera
prigione, nella quale l'avessero chiusa tutta la vita per rubarle
nel mondo la fortuna di un trono. E allora un orgoglio smisurato le
gonfiò il cuore, una nebbia di iridi le avvolse il pensiero, mentre il
pensiero le si drizzava come un serpente sulla coda. Pallida, le narici
frementi, guardò attraverso il muro di sassi il letto della mamma
atteggiata di sofferenza, poi dilatando le pupille passò oltre, si
spinse al di là, nel buio, come il raggio del fanale, alzandosi sempre,
crescendo di statura; e quando fu gigante, col fremito dell'onnipotenza
nei muscoli, col coraggio dell'infinito nel cuore, e i suoi occhi
ebbero sfondato il mistero della paura, vinta la paura del mistero,
erse la testa e, scrollandone poderosamente i ricci più neri della
notte, con un gesto pazzo, titanico, sublime, scagliò nell'avvenire,
invano minaccioso di oscurità, il guanto del duello:
--No.
II.
La mattina seguente Ida si alzò prima del solito. Poichè l'aria era
tiepida e il cielo del più bel sereno, volle uscire dalla camera, ove
passava la maggior parte della giornata sempre sola. Traversò sulla
punta dei piedi quella della mamma, buia ed ancora più fetida. La mamma
dormiva quietamente.
Scese, spalancò la finestra della cucina e rimase all'inferriata,
respirando con avidità l'aria e la luce mattinale. Il cortile era
sempre il medesimo, ma in quella ora mattinale, così chiuso da ogni
lato, meno all'angolo lambito da quel sentiero montanaro, sembrava come
un piccolo recesso, nell'ombra e nel silenzio del quale si attenuassero
gli echi e i riverberi dell'alba. Il terreno pareva bagnato, i muri
più lebbrosi; il fico curvava sempre i rami, simili a una capanna
sfrondata, sopra la panchina del muro.
Ida ne guardò lungamente le lastre di fiume, nerognole e pulite; il
muro della casa faceva loro da spalliera, l'aria era tiepida. La
fanciulla aveva in tasca una piccola edizione di Leopardi, aperse la
porta ed uscì. Ma sebbene l'alito del vento fosse caldo, la terra,
i muri della casa, i rami del fico, i sassi della panchina, l'ombra
del cortile trasudavano una frescura, che penetrava carezzevolmente
la fanciulla. Il pallore le si faceva più opaco, mentre i muscoli
le si irrobustivano nei primi brividi dell'irrigidimento, e di
sotto alle vesti, attraverso alle vesti, un refrigerio gelato le
si insinuava nelle vene a purificarle il sangue troppo ardente. Un
ronzio insensibile aliava fra le foglioline della mortella, lucenti
all'azzurro del cielo e incoronanti come di sorrisi l'astiosa lividezza
delle ortiche; la terra alitava il proprio profumo, e persino la
buca delle felci, in quel canto, sembrava soffocare ogni disgustosa
fiatosità sotto uno strato polveroso di spazzature.
La fanciulla era così immersa nella propria lettura, che non udì un
passo di cavallo scendere verso il cortile per quel sentiero nascosto
e fermarsi ad un vano della siepe. Cavallo e cavaliere guardavano
verso di lei, ma la testa dell'animale, leggiera e piena di fuoco,
sarebbe parsa anche ai meno intelligenti assai più bella della testa
dell'uomo. Il quale, aspettandosi ad ogni momento di essere sorpreso
in quella sorpresa, sembrava prepararsi già alla difficoltà dei
primi complimenti, colle labbra contratte ad un sorriso di bonomia
e lo sguardo acceso da una passione sanguigna, appena frenata da
una confusa coscienza d'inferiorità. Ma questa grave preoccupazione
non gli correggeva nè la posa sgarbata di cavallerizzo montanaro,
nè l'atteggiamento anche peggiore del cappello nero, a larghe tese,
rigettato sulla nuca e calcato sugli orecchi, così che la sua testa già
volgare diventava quasi ignobile.
Senonchè il cavallo rattenuto nella scesa, sopportando gran parte del
proprio peso e tutto l'altro del padrone sulle gambe davanti, alzò una
zampa ed urtò in un sasso. A quella percossa la fanciulla alzò il capo,
e trasalì impercettibilmente.
--Buon giorno,--disse.
--Buon giorno,--rispose l'altro, cavandosi il cappello e frenando il
cavallo che saliva per il vano della siepe.
--Turno!--esclamò Ida, guardando con ammirazione il bel cavallo
maremmano:--Lo lasci entrare.
--Ritorno adesso dalla Roccaccia, c'è la vecchia fattoressa che sta
male. Ih! me ne ha quasi fatta una delle sue, stamattina, Turno. Ha
troppo sangue, fortuna che è buono quanto un agnello, altrimenti ci
sarebbe da accopparsi con questo ragazzaccio. Non ha che sei anni, ed
è di una razza, che sono tutti più o meno mal sicuri; forti, ma mal
sicuri.
E si fermò a mezzo, indovinando nell'occhio della fanciulla un sorriso
d'ironia.
Ma la fanciulla accarezzava già colla mano libera il muso della bestia,
la quale, usa alle pallottole di zucchero, gliela lambiva colle lunghe
labbra nere.
--Non l'ho, ghiottone,--gli ripeteva percotendolo amabilmente sulle
narici, senza occuparsi del cavaliere.
Questi sentì finalmente la goffaggine del proprio imbarazzo, e le
chiese della mamma.
--Avrei potuto visitarla ora.
--In questo momento è forse di già desta.
Egli scese pesantemente, si accomodò senza un pensiero della fanciulla
i calzoni, rattrattiglisi all'inforcatura dal cavalcare, si stirò le
gambe, e legate con un nodo da contadino le redini alla inferriata:
--E fermi!--proruppe, abbassando sulla groppa di Turno, che s'impennò,
la bacchettina di siepe, che gli serviva di scudiscio. La fanciulla
ebbe appena il tempo di cansarsi, e ritornò alla panchina.
--Come stanca l'andare a cavallo!--egli disse sedendosi. Ida gli gettò
uno sguardo. Il dottore era sempre così impacciato, coi gomiti sulle
ginocchia e gli occhi alle punte delle scarpe, come per leggervi
le parole; taceva. Poi le sbirciò la testa abbandonata sul muro, e
correndole indiscretamente cogli occhi dal seno, ancor più gonfio in
quell'atteggiamento, su tutte le forme, le risalì d'improvviso al
volto. Ida guardava nel vuoto. Allora si sentì coraggioso; le posò
la mano sulle mani in grembo, e, pigliandole il libro, ne esaminò il
titolo.
--È di una tristezza! Lo leggeva da studente. Però è stato un
grand'uomo.
--Lo dicono.
--Non ne sarebbe persuasa? capisco che lei studia.
--Grande!--replicò la fanciulla coll'accento altero di chi sa di essere
incalcolabilmente superiore nella discussione e pretende di avere bene
approfondito il proprio soggetto.
Quindi raccogliendosi seco stessa in un'altra meditazione, si avventò
contro Leopardi. Lo aveva sempre giudicato antipatico, troppo più
piccolo della propria gloria. Egli aveva negato quanto non gli era
toccato, l'amore, la virtù, la gloria, ma rimpiangendole quali la
gente le desidera, pronto a venerarle incontrandole per caso. La sua
negazione valeva l'affermazione degli altri, due volgarità. Come i
pittori greci dipingevano solamente con quattro colori, egli aveva
appena due o tre note; de' suoi tempi e de' suoi contemporanei non
aveva conosciuto che Nerina e Silvia, due ragazze da nulla. La sua
infelicità tanto vantata non era più niente paragonandola con quelle
di Manfredi e di Faust, poichè l'uomo che si lamentava in Leopardi
era l'uomo di tutti i secoli, infastidito delle miserie ordinarie
della vita; mentre l'uomo di Byron e di Goethe era del nostro tempo,
un sovrano annoiato di tutti i piaceri, un dio nauseato della propria
potenza, che sentendosi più piccolo della propria creazione avrebbe
voluto nel medesimo tempo distruggerla, e non rimanere quindi solo. Ma
la fanciulla, che come Manfredi credeva di avere riportato dal fondo
della vita il sentimento della doppia impossibilità di vivere e di
morire, si imbrogliava seco stessa in questa muta e violenta analisi;
quindi per liberarsene scoppiò improvvisamente a dire:
--Non ha _humour_, guardate i _Paralipomeni_; non ha lirica, leggete
la _Ginestra_, prosa poetica e non filosofica; non ha passione,
passione vera, prepotente, esaminate il _Consalvo_, sentimentalismo
clorotico. È morto...
--È morto vergine,--interruppe con accento sornione il dottore,
barattandole il pensiero e guardandola nelle pupille per farla
arrossire; ma ella che capì la maligna intenzione, invece di evitarla
dilatò gli occhi neri, e rispose alla sua occhiata con uno sguardo così
audace, che toccò al medico di abbassarli. Però egli non era più così
impacciato dopo quelle ultime violente parole contro Leopardi che,
svelando le tendenze letterarie della fanciulla, la impicciolivano nel
suo concetto della vera donna, la quale non deve essere che madre ed
occuparsi dell'andamento della casa.--Fumi di scuola!--pensava:--al
primo arrosto ella lascia il fumo e si attacca alla carne.
Questo scherzo silenzioso lo fece sorridere, ma il silenzio troppo
prolungato di Ida lo avrebbe ancora imbrogliato, se un rumore interno
dalla cucina non veniva a destarli. Era la Ghita, che scorgendoli
seduti sulla panchina, così nascosti a tutti gli sguardi e vicini che
si toccavano colle vesti, non potè frenare un gesto malizioso.
--Ha fatto buone visite stamattina, signor dottore?--chiese appoggiando
la testa all'inferriata.
--Una.
--Lunga eh?
--Così, così:--rispose sullo stesso tono.
La fanciulla si alzò indispettita.
--A quest'ora la mamma è desta senza dubbio, se lei vuole vederla; ed
entrò per la prima. Egli la seguì, scambiando un sorriso colla Ghita
nel passarle davanti. Salirono le scale.
--Che puzza!--esclamò entrando nella camera:--bisogna aprire la
finestra. No, no, anderò io;--ma la fanciulla rossa in viso dalla
vergogna gli rispose fra i denti.
--La non s'incomodi, guardi pure alla mamma.
Questa, scorgendo il medico, aveva già cominciato a gemere colle
lagrime negli occhi, quasi per volerlo commuovere collo spettacolo
della propria infelicità e strappargli alla fine il rimedio. Egli
s'appressò sbadatamente al letto, come tutti i medici che, avendo già
dichiarato il caso fallito, vengono solo per mostra. Le fece le solite
domande inutili, cui ella rispose con voce piagnucolosa, lagnandosi
dell'aria fresca, che entrava dalla finestra e poteva farle male; ma il
dottore disse recisamente di no, e allora tacque.
--Guarirò?
--Col tempo.
--E tu?... dammi dunque il fazzoletto,--si rivolse alla
fanciulla.--Dio! come sei disadatta! Ti sei incantata nel signor
dottore?--proseguì barattando con lui un'occhiata.
Ida si chinò a raccogliere la pezzuola poco pulita, stentando a
piegarsi entro quell'abito troppo attillato, che era lo scandalo del
villaggio e la guantava superbamente dal seno sino sotto l'anca.
--Guardate come si vestono adesso! paiono dentro a un sacchetto. Lo
guardi, signor dottore, che oramai si rompe. Se ai miei tempi avessimo
vestito così, ci avrebbero tirato i pomidori. Adesso è tutto moda e
progresso.
--Bene, bene, ai vostri tempi!--egli entrò per proteggere Ida
visibilmente impallidita.
--Che cosa importa poi che tu diventi verde? Ci vorrebbe più giudizio
invece di studiar tanto.
Ma Ida, che soffocava dalla umiliazione, stentando a rattener le
lagrime, accennò di ritirarsi.
--Va pur là: tanto ho bisogno di dir due parole al signor dottore;--ed
appena scomparsa la ragazza:
--Faccio così, ma in fondo poi è una buona pasta. Se non era suo padre
con quei maledetti libri!
Il dottore sedette famigliarmente al capezzale col fazzoletto in mano.
Sembrava che aspettasse una parola favorevole e che, indovinandola di
già, nella superbia della riuscita non se ne preoccupasse quasi più.
L'ammalata tornò ai lamenti.
--Soffrite?
Ella non rispose, quindi:
--Ma è proprio vero, signor dottore?--me lo disse ieri sera la Ghita.
--Ne avete parlato coll'Ida?
--No; mio Dio! vi ringrazio, perchè è proprio una fortuna;--e seguitò
perdendosi in tali effusioni, che finirono per sconcertare anche lui,
all'apparenza non molto sensibile. Ma l'ammalata parlava sempre con
voce più affaticata, così che egli dovette ordinarle di tacere.
--Vuole che la chiami adesso?
--Per carità! credete che accetti?
--Accettare?... vorrei vedere io!
--Allora aspetterò la risposta dalla Ghita prima di mezzogiorno. Ho da
fare altre due visite!
L'inferma abbandonò stancamente la testa contro il muro, ed ammiccando
gli mormorò con accento di malinconioso rammarico:
--Bei tempi quando si aspettano certe risposte!
Il dottore si alzò.
--Andiamo, datemi la mano, oramai sono più che il medico.
--Aspetti, mi faccia il piacere, mi chiami lei Ida. Glielo dico subito,
che lei non è ancora fuori di casa. Povera ragazza, ne sarà tanto
allegra!
Egli bussò discretamente alla sua porta.
--La mamma chiama. Buon giorno, tornerò poi stasera,--si rivolse.
--Prima! prima!
Egli uscì così ilare, con un'aria così leggera malgrado la incipiente
convessità del ventre, lanciando una tale occhiata di superiorità alla
fanciulla, che questa rimase incantata sulla soglia a guardargli dietro:
--Ti piace? Vieni qui, te lo dico subito: ti ha domandata per sposa.
Ida si distrasse appena.
--Oh!--esclamò la madre ripetendo la frase:--Che cosa fai lì? Ti ha
domandata.
--Ebbene?
--Ebbene che cosa? È una fortuna: vieni qui, ti piace?
--No.
--È lo stesso.
Ma la fisonomia troppo seria della fanciulla all'annunzio di quella
grossa fortuna di sposare il dottore, che aveva tremila franchi di paga
e quarantamila lire del proprio, cominciava ad inquietarla; mentre Ida
collo sguardo sonnambulo, quasi non la intendesse, ed aveva inteso
benissimo, pareva intenta ai rumori di un altro sogno lontano.
--Sei imbecillita stamattina, che non capisci?
--Ho capito: no.
--No?!--e fece uno sforzo per levarsi sentoni, che le procacciò
un'acutissima ferita.
Ida si era seduta, osservandole in volto lo scoppio della tempesta,
ma questa volta s'ingannò. Il colpo era stato così forte, che l'altra
invece di resistervi ruppe in pianto, nascondendosi il viso nelle
palme. Piangeva a singhiozzi con tale evidente dolore, che la fanciulla
volle calmarla, e le disse queste strane parole:
--Vi comprendo: secondo voi sarebbe la fortuna, per me no. Vivrò
peggio: che cosa può importarvi il modo come io finisca?
--Ma sei matta?... il dottore?
--Il dottore, e poi? invecchiare in questo paese, non essere mai
capita, fargli le calze, fargli forse la minestra per dieci o
vent'anni... Ma allora è meglio gettare la propria vita dalla finestra,
gettarla nel nulla. Imbecille!--seguitava riscaldandosi:--doveva pure
aver compreso che un pari suo non poteva piacermi. Mamma, sentitemi
bene: è inutile che vi ostiniate; il dottore non lo sposerò mai,
dovessi cercare l'elemosina.
--Perchè? perchè?
--Perchè?! ve l'ho pur detto! non mi capireste.
--Sei matta,--insisteva con voce man mano più stizzosa: chi sei? che
cosa vuoi?
--Che cosa voglio?--proruppe:--Voglio la vita.
L'altra, che non comprese, tornò ad aprire gli occhi sospirando:
--La mia Madonna! come ho mai da fare? Sei già una disgraziata! E io
che gli ho promesso la risposta prima di mezzogiorno!
--Risponderete di no.
--Di no?
--Badate,--proseguì levandosi con un gesto risoluto.
--Che cosa farai al mondo... da te sola?
--Quando non si può vivere, si muore. Badate, vi ho detto: no. Sono
giovane, non sono bella, ma posso divenirlo,--e lo sguardo le corse
sprezzante sui poveri abiti:--vi parrò matta, e invece calcolo
benissimo, solamente voi non potete comprendermi. O la vita, o la
morte. Il dottore sarebbe la morte, e adesso, a vent'anni, col mondo
davanti, ve lo dico: no, no!
Quindi si volse per ritornare nella propria camera soffiando un'aria
del _Roberto il Diavolo_. Sull'uscio incontrò Atta Troll.
--Non è vero, amico? tu sei aristocratico, tu mi capisci.
III.
Quella mattina Ida la passò nella propria camera, anzi per non essere
disturbata, vi si era chiusa a chiave. Una violenta preoccupazione
esercitava il suo spirito. Quell'ultimo no, risposto alla mamma, era
stata la più seria parola della sua vita, e quindi la rimeditava
come un duellista ripensa nella notte l'audace alterezza della
propria sfida. Ma se la mamma non lo aveva compreso, ella medesima,
approfondendolo, sentiva annebbiarsi la fredda limpidezza della
ragione. A vent'anni, senza posizione, oramai orfana, rifiutava la mano
del più ricco signore del paese; e perchè? Lo capiva, ma non sapeva
darsene la formula.
Pensava, risaliva il corso della propria vita, per non discenderlo
verso l'avvenire brumoso di affascinanti e terribili incertezze.
Quel no lo aveva pronunciato con voce vibrante, il cuore grosso di
orgoglio, quasi avendo d'intorno tutto il mondo ad applaudire il
suo eroico coraggio di fanciulla; lo aveva mille volte ruminato nel
silenzio della propria camera, di notte, quando l'ombra si popolava
di larve e le tenebre si diradavano sulla soglia di un mondo lontano;
e nullameno le era sfuggito nella inconscia risoluzione di un momento
supremo. Aveva arrischiata la vita alla posta di un giuoco sconosciuto,
ma tanto più tremendo, che la posta poteva tardare di molto a
risolversi; quindi soffriva le prime febbri del dubbio in un tumulto di
affetti e di ragionamenti.
Tutte le energie della sua volontà e delle sue passioni battagliavano
intorno a questo no, che il buon senso batteva col flagello della
propria volgare ironia, mentre ella seguiva le vicende di quella
battaglia in sè medesima coll'ansia immemore dello spettatore, che si
perde in una troppo acuta attenzione.
Era sola. La mamma, il medico, il villaggio co' suoi costumi, i suoi
giudizi, erano scomparsi; nessun'eco la infastidiva, nessuna voce
la irritava. Era ben sola con sè medesima, in faccia alla propria
risoluzione, col sentimento tragico della sua grandezza e l'affanno
compresso di vere, indeterminate e forse invincibili difficoltà.
Si accorgeva che, pure fortificandosi in questa decisione, non
guadagnava nulla sul futuro, ma il cuore le si alzava sotto le
strette della paura, mentre il pensiero le si spingeva innanzi come
un segugio a cercare il nemico. Si esaltò ancora, prese quel no e,
considerandolo come lo scrittore rivoltola fra le mani la prima copia
del suo primo libro, lo ripetè sonoro ed aggressivo. No era stata
l'arma delle sue battaglie sempre perdute, ma dalle quali era uscita
sempre illesa, cosicchè nella propria vanitosa erudizione scolastica
usava paragonarsi ad Isada, lo spartano, che balzò nudo dal bagno a
combattere per le vie di Sparta la splendida ed inutile audacia di
Epaminonda.
No! Se quando bambina si affacciò al mondo dal ventre della madre
le avessero chiesto: Vuoi entrare? ecco forse il solo no, che non
avrebbe pronunziato. Ida amava la vita e, benchè l'avesse sortita in un
ambiente ingrato, vi si era abbarbicata colla incontrastabile tenacità
di quelle piante selvatiche, che spuntano fra le fessure delle rocce e
le allargano.
Era nata trovando un padre, una madre, un fratello. Così piccina la
dissero subito incomoda; la mamma le dava mal volentieri il latte
e, quando ella piangeva per la fame, la dichiarava la più cattiva
delle bambine del mondo. Il padre non la guardava mai senza accusarsi
dell'errore di esserle padre, e il fratello di quattro anni aveva già
per lei tutto il disprezzo di un primogenito.