_Genova, 26 Ottobre 1859._
_Caro Amico_
Rispondo tardi perchè stetti parecchi giorni a Torino. E' pare che
Pandora versi il vaso dei mali sopra la sua famiglia: non può credere
quanto questo ci affligge; ma a questa ora speriamo risanata la Signora
Teresa, e gli altri mali attutiti. In questa speranza passo ad altro.
Conferii parecchie ore con Vittorio Emanuele; e co' ministri più volte.
Il Carignano non può venire; Napoleone lo vieta; chè vuole restituito il
Granduca con territorio accresciuto: pure non lo metterà per forza,
riproporrà il cimento del suffragio universale perchè lo avvenuto (egli
dice) è ristretto, e spremuto da una _fazione_. Dunque tutto sta adesso
nel disporre il paese a sostenere lo assalto del nuovo voto. Non si
crede l'attuale Governo capace a ciò; è un po' logoro, corbellerie ne ha
commesse, e asperità non poche, vecchie e nuove. Però si vedrà di
convocare l'Assemblea, ed eleggere reggente il Gen. Fanti, buona e
valente persona, prediletta al Re; no Ricasoli, perchè le sue rigidezze
voglionsi temperare, perchè capo imporrebbe i suoi concetti, e così non
si farebbe guadagno, e perchè Napoleone lo detesta; onde non si vorrebbe
urtare con lui. Il Gen. Fanti comporrebbe il nuovo Ministero,
conservando del vecchio quanto è popolare ed ha valore vero, l'altro
licenzierebbesi onestamente. Il Governo così ricomposto avrebbe a
proporsi questo fine precipuo: tenere il Paese ben disposto perchè,
interpellato da capo, dicesse:
1 Non voglio Lorena e servitù
2 Voglio Savoia e libertà.
Il Governo Sardo fa pratiche per questo: costà la pubblica opinione
avrebbe a secondare con tutte le forze; e presto, perchè, com'ella bene
avverte: in mal tempo arriva l'affare delle Dogane che, ledendo molti,
li alienerà di certo, e queste cose vanno fatte a tempo e a luogo, e
dopo molte avvertenze: e in tempo peggiore gli arresti (_segue una
parola inintelligibile_), perchè scompigliano, lasciano zizzanie, e sono
tanti voti contrari a Vittorio Emanuele che non ne ha una colpa al
mondo. Se rimarrete neghittosi, vi troverete per la seconda volta
Austria in casa. Addio. Mi scriva presto per darmi nuove della salute
sua, e dei suoi.
_Affezionatissimo_
F. D. GUERRAZZI.
_Genova, 14 Novembre 1859._
_Caro Ferdinando_
Ho il cuore piccino come una nocciuola. Altro che feste! Potrebbe darsi,
ma io non vedo che di due cose l'una, o restaurazione, o guerra. E badi,
guerra col tedesco, guerra di rabbia, guerra di sterminio, e combattuta
senza aiuto francese. Così bisogna mettere l'alternativa: e se il popolo
vuole, si levi, e si apparecchi; se non vuole, torni alla stalla. Io ho
motivo di credere, che il Re è lavorato di straforo non dai nemici, no,
che questi sono aperti e leali, ma dagli amici, che già a quest'ora a
Parigi armeggiano a cascare ritti in ogni evento. E di più non posso
dire. Io non tornerò, perchè chi ha cominciato bisogna che finisca, e
poi io non muto mai; anco, che mi disponessi a tornare a questi lumi di
luna, io non muoverò passo se non chiamato: e se non mi vogliono, ci
vuole pazienza. Perchè poi sia così ostinato, sappia, se io non gliel'ho
detto, che il Governo presente, coll'organo del suo Capo, scrisse
lettera con la quale si diceva, che, se amavo la Patria, stessi lontano
per amore di _Concordia_!!! Dunque obbedisco.
_Affezionatissimo Amico_
GUERRAZZI.
P. S. _Dicesi_ in questo momento che dopo contrasto sia risoluto l'invio
del Carignano.
_Genova, 14 Dicembre 1859._
_Carissimo Amico_
È parecchio tempo che manco di sue nuove, e, certo, perchè ho mancato di
riscontrare l'ultima sua; ma ciò non l'avrebbe a trattenere, perchè
talora sono stanco di scrivere, e non ho, come lei, persona discreta a
cui possa dettare; dunque mi dia sue nuove, e di tutti di casa.
Che cosa è questo negozio? Comincerebbero per avventura ad accorgersi i
fiorentini, che cotesto civilissimo governo si rassomiglia molto a
quello, che adoperano in talune parti dell'America, co' negri lavoratori
ai mulini da zucchero? Vedono alfine che dai modi vecchi ai nuovi la
differenza che corre è di un L a un R? Resuscita il duca Valentino
costà? Mi pigliano i rossori considerando in qual modo un arrogante
aristocratico presuma avvilire la patria nostra.
Mi occorre pregarla di un sommo favore, il quale è di volersi compiacere
a fare consegnare a Giuseppe Montanelli in proprie mani la qui inchiusa
lettera, dacchè da Livorno e da Firenze vengo assicurato che il
liberalissimo vostro Governo viola il segreto delle lettere, ed io non
amo punto ch'ei sappia i fatti miei.
Qui la stampa suona a vituperio contro al Bey di Firenze; e credo che il
Ministero stesso non lo veda con dispiacere.
Mi saluti la Signora Teresa, il genero, e le figlie; anco per parte di
Maria, e mi abbia sempre
_per suo affezionatissimo amico_
F. D. GUERRAZZI.
_Genova, 4 Gennaio 1860._
_Carissimo Amico_
In _primis_ buono anno a lei, alla famiglia, al genero, e a tutti; il
passato poteva andare meglio, ma siccome poteva andare peggio, così
contentiamoci.
Quello che ci è, è questo, che, non solo in Firenze, ma in altri punti
d'Italia credevano ballare a suon di violino, e bisognerà ballare a
suono di cannoni. L'abietta e vile tirannide che opprime la Patria
nostra è venuta in uggia quaggiù, e la bombardano a palle rosse. Chi
porterà via questi rospi pieni di veleno e di goffaggine è nato. La
Nazione armata, con a capo il Garibaldi, simbolo, ed espressione del
popolo italiano. Via aristocratici, e tirannucci da sedici alla crazia,
e voi scotete coteste vergognose some. La pazienza ha pure un confine. E
sopporterete in nome di mentita libertà quello che non soffriste colla
tirannide? Giù privilegi, giù tribunali eccezionali, giù ciarlatani.
Libertà ed armi. Ecco le nuovità. Come le trova? Addio: saluti a tutti,
e mi mandi nuove più che può e più spesso che può. Bisogna cavare fuori
la spada, ed io lo faccio proprio tirato pei capelli, ma, tirata che
sia, butto il fodero al diavolo. Stia sano.
_Affezionatissimo Amico_
GUERRAZZI.