DON MARIO MASSIMI.

Nella notte medesima senza porre tempo fra mezzo mi posi in traccia di

don Mario un po' per allargarmi il cuore, ma più assai per soddisfare

sollecitamente alla volontà del moribondo: che vi dirò? Quelle paurose

parole di maledizione mi erano come esca accesa dentro le orecchie

dell'asino. — Don Mario era della natura della lumaca, che dove passa

lascia traccia; sicchè in breve mi venne fatto trovarlo. Verso l'una ora

di notte entrai nella osteria dell'Angiolo, ove aveva preso usanza

meglio che nelle altre taverne. I fiati, il fumo e l'esalazioni delle

candele di sego di così grave nebbia empivano il luogo, che a me per

buono spazio di tempo non riuscì distinguere le facce dei raccolti

intorno alle tavole per bere.

Però, anche senza cotesta infernale caligine, come mai avrei potuto

raffigurare don Mario? Ficcai gli occhi nel viso ad un cotale, che udii

chiamare il Marchese; ed, ahimè! come il bellissimo don Mario era

diventato sozzo aspetto! La faccia aveva vermiglia color del rame, il

naso gli protendeva fuori della fronte acceso, e pieno di bernoccoli

paonazzi, quasi altrettanti testimoni prodotti dalla buona Coscienza al

tribunale della Temperanza per sostenere l'accusa; la pelle gli pendeva

giù floscia dalle mascelle, e vergata di rughe premature. Gittata là

sopra una pancaccia la veste plebea, stavasene in camicia con una manica

attorta su fino alla spalla, e l'altra abbottonata intorno al polso: i

capelli, che una volta egli ebbe belli e ricciuti, ecco adesso

scarmigliati come bioccoli della lana di capra, e di terra sordidi e di

paglia. Dalla fronte, da tutta la faccia gli grondava giù il sudore, per

la smania che gli si era messa addosso; e nondimeno ei beveva, e beveva,

conciossiachè avesse giuocato con un vetturale a cui tracannasse più

vino.

I partitanti così dell'uno come dell'altro bevitore stavansi seduti, o

in piedi variamente atteggiati, contando le fogliette bevute. Nessuno

fiatava; cotesto silenzio era soltanto rotto dal gorgoglio del vino

versato e dal colpo morto dei bicchieri battuti sopra la tavola, come

bòtte che due nemici mortali si avventino in mezzo alla nebbia. I

giuocatori quando posavano il bicchiere, ma più terribili assai quando

l'orlo del vetro toccava loro la radice del naso, si guardavano fissi

ferocemente, che pareva si volessero scannare: gli occhi avevano voce, e

si vedeva espresso, che l'uno all'altro diceva proprio cosi: «Maledetto!

perchè non cedi? O non vedi, che la tua ostinazione mi fa morire?

Deciditi a crepare, cane rinnegato!» e forse anche peggio.

Considerata alquanto la cosa detti spesa al mio cervello avvisandomi,

che gittarmi lì framezzo a scompartirli tornava lo stesso che cacciare

la mano fra la incudine e il martello; e non pertanto mi parve bene

tentare un colpo ardito, per porre termine allo sconcio strazio. Mi

accosto dunque di fianco a don Mario, e forte battendogli della destra

sopra la spalla, gli dico:

«Don Mario, io vengo dalla parte del vostro signor fratello il Marchese

don Luca, condannato ad avere domani la testa mozza in capo al ponte

sant'Angiolo, per ragionarvi della maledizione del vostro signor padre

don Flaminio...»

Come manzo, che abbia sciolto le funi in quella che il maglio lo ha

percosso in mezzo alle corna, barcollò, chiuse gli occhi, e, declinata

la faccia, prese don Mario a borbottare suoni indistinti e rotti in

guisa di singulti: poi la pelle aggrinzandoglisi fitta fitta tremò,

diventò in viso prima violato come il petronciano, poi colore di lupino

secco: al fine aperse le braccia, e giù sul pavimento svenuto a mo' di

pane di piombo.

Degli adunati intorno alla tavola la più parte, presi da terrore,

restavano immobili: alcuni, ma pochi, mi guardavano biechi, ma non

ardivano muovere un passo. Io cinsi don Mario a mezza vita, lo sollevai

di peso, e così com'egli era scamiciato lo trasportai all'aria aperta;

immaginando tra me che il freddo, il quale in cotesta notte stringeva

acutissimo, gli avrebbe apportato notabile giovamento. Lo deposi sopra

un banco di pietra, e mi detti ad asciugargli il sudore strofinandolo

forte forte per la fronte e pel petto. Allo improvviso ecco, ohimè! si

risveglia... e sotto il pannolino vedo... in fè di Dio io non ho pelo

che mi stia fermo, a rammentarlo soltanto.

«Che cosa vedesti, di', Orazio?» domandarono ad una voce tutti i banditi

i quali stavano con la faccia loro ammusati con quella di Orazio, come

le formiche costumano quando s'incontrano per la via.

Che cosa vidi? — Io vidi dalla carne viva di don Mario uscire fiammelle

verdi e celesti, e scivolando attraverso i capelli abbrustolirglieli: i

capelli poi ardendo si attorcigliavano, per uno istante duravano cenere

figurata in sottilissime spirali bianche, e disperdevansi; la pelle

della fronte si rialzava in gallozzole, le quali scoppiando lasciavano

colare un sangue sieroso, e giallastro: pel seno altresì guizzavano

lingue di fuoco, e ne abbruciavano i peli: insopportabile il fetore. —

«Soccorso! urlai, soccorso per lo amore di Dio!» — Allora uomini e donne

slanciaronsi fuori della osteria per portare aiuto; ma contemplando

cotesto spettacolo spaventoso, presero a urlare a posta loro più forte

che mai:

«È il diavolo! Lo aveva detto, che non poteva essere altri che il

diavolo!» — Ed io:

«Ma venite appresso, che il vermocane vi colga; o non vi ho chiamati col

nome di Dio?»

E' fu fiato gittato: quei somari, come se mille demoni se li portassero,

sempre gridando «Domine aiutaci!» spulezzavano parte, e furono i più,

per la contrada; e parte, volendo ripararsi dentro l'osteria, accecati

dalla paura dettero del capo negli stipiti, e nei muri. A me poi lo

spavento partorì effetto contrario, dacchè mi sentissi come inchiodato

sul terreno, e privo della facoltà di muovere le gambe. Al divampare del

fuoco per la faccia lo sciagurato don Mario apriva gli occhi lustri da

gatto, e quindi subito li stringeva come persona, che ammicchi per

lascivia: le gote, in prima pendenti, ora gli si distendevano stirate

verso le orecchie, e mostrava i denti bianchi chiudersi e serrarsi;

talchè pareva che ridesse di matta allegria.

Più di una volta tentai con le mani spegnere le fiamme: ma, oltrechè me

le sentissi ardere da dolorose scottature, il leppo grave mi stringeva

la gola. Finalmente la paura cacciandomi addosso il delirio della

febbre, mi sciolse di un colpo le membra: — non corsi, volai via

fuggendo da cotesto spettacolo abbominato, e nel fuggire il vento mi

portava per le ombre della notte questa preghiera, singhiozzata dal

misero don Mario nel rantolo dell'agonia:

«Ho voluto affogare la mia maledizione nel vino, ed il signor padre me

lo ha convertito in fiamma dentro le viscere.... Ahi! ahi! — pietà....

misericordia... una volta sola lo inferno... e dopo spirata l'anima...

Oh Dio!» —

Io mi chiusi gli orecchi per non sentir più lo strazio di quel doloroso

guaio, ed alla prima chiesa che occorsi vi entrai dentro, e tuffai ambo

le mani nella piletta dell'acqua santa; donde, poichè io me l'ebbi

lungamente purificate, mi tolsi; ma non osando tuttavia uscire di

sagrato, mi ridussi in un confessionale, e quivi quanto fu lunga la

notte stetti battendo i denti per la gran febbre, che mi si era cacciata

addosso.

Quando incominciò a spuntare l'alba uscii inosservato per mutarmi di

vesti, e poi piano piano mi avviai per la contrada di santa Agata,

dov'era successo il caso; non bene sicuro per anche, malgrado le

scottature delle mani, se quanto aveva veduto fosse sogno

d'immaginazione febbrile, o verità.

Appena io m'ebbi messo il piè nella ruga, i frequenti capannelli di

popolo e le diverse novelle che si contavano a vicenda, mi persuasero il

fiero caso essere stato vero pur troppo, ed a chiarirmene affatto io

vidi...

Oh! vogliatemi credere, compagni miei, — non mi date del bugiardo, chè

in verità di Dio voi lo fareste a torto — un volume colore carbone, non

più grosso di un pane da cinque libbre... una qualche cosa, come sarebbe

a dire, una palla di terra argilla sformata, in capo a questo volume...

quattro pezzi di materia carbonizzata pendenti giù dai lati, uno insieme

schifoso, strano e terribile, somiglievole, più che altro, ad una

testuggine tinta in nero voltata sotto sopra... ecco tutto quello che

avanzava dì don Mario.[14]

Lo schiamazzo, il frastuono, il lamentìo andavano a cielo. Un nugolo di

frati, come i gabbiani sul mare agitato, si aggiravano pel popolo da

molte passioni commosso, e andavano dispensando medaglie e insaccando

testoni, secondo il solito. Uno di loro, nei panni e nella faccia tutto

scarduffato, salito su di un muricciuolo, dopo averci predicato miracoli

terribili e paure da cacciare la quartana addosso a noi altri poveracci

che stavamo a udirlo, terminò con queste parole, che vi riporto tali

com'ei le disse:

«Profferire più bestemmie in un giorno, che dieci conventi di cappuccine

non cantino litanie in un anno: tenere sempre in mano il boccale, e non

mai il rosario: frequentare le bische, le taverne e il bordello, ed

esser vago di chiese come i cani delle mazze: — per vizi, che

precipitano giù a scavezzacollo nello inferno, tenere sempre preparato

uno scudo nuovo di zecca; e pei fraticelli di Dio, che stanno a fare

penitenza per voi, e vi menano diritto in paradiso, non avere mai un

papetto... Ma che parlo io mai di papetti? nè manco un bolognino! — nè

manco un baiocco di quelli vecchi col verderame sopra! — I sacramenti

tenuti cari quanto i sassolini dentro le scarpe... I perdoni avuti in

conto di bruscoli dentro gli occhi... i digiuni di zanzare, l'elemosine

di tafani. Queste, queste con altre più assai, che taccionsi _honestatis

causa_, furono le virtù, fedelissimi e carissimi fratelli in Cristo,

_con le quali, e nelle quali venne a sostanziarsi_ quel peccato

_connesso, complesso, e per di più continuato_, per cui il diavolo

s'impossessò di quest'anima e s'impossesserà (se le speranze non tornano

corte) quanto prima anche della vostra. Il demonio è venuto come _leo

rugens quaerens quem devorans_, e con un colpo della sua terribile coda

(dacchè i demoni giudicano e condannano soprattutto con la coda) lo ha

frombolato dalla taverna nella ruga, dove avendolo abbracciato,

stazzonato e baciato, mirate un po' come lo ha concio!...»

E qui messo il dito sopra quella parte delle reliquie infelici, che

presentava la traccia della testa, ella venne a sciogliersi in polvere;

per la qual cosa tutti i circostanti proruppero in un grido di orrore, e

si allontanarono.

Ma questo spulezzare della gente non garbava punto ai disegni del frate,

che, mugolando come toro di maggio, si sbracciò tosto a richiamarla con

queste parole:

«Fratelli dilettissimi, alto là! Se muovete anche un passo, guai a voi,

fratelli, e soprattutto a voi altre sorelle! Cristiani, accostatevi, e

udite la vera verità dalla mia bocca: Non vi ha peccato, per quanto

grande egli sia, il quale non possa trovar grazia appresso Dio mercè una

contrizione sincera e profonda. Così è, dilettissimi: il pentimento non

opera mica in ragione della sua durata, bensì in ragione della sua

intensità: un sospiro, vedete, ma di quei buoni, è capace a sollevare la

basilica di san Pietro fino alle porte del paradiso: anzi si legge sui

libri stampati come abbia di questo il diavolo mosso querela grande

davanti la Corte del cielo, specificando qualmente una lacrimetta pianta

a tempo lavasse più, e meglio, che ventiquattro bucati di voi altre

donne romane: ed egli dopo avere lavorato ben trenta, cinquanta, e

talvolta ancora ottanta anni intorno ad un'anima per farsela sua, mentre

già teneva aperta la bocca del sacco per insaccarcela dentro, ad un

tratto si trovava con le mosche in mano, e come, puta il caso, sarebbe

ad aver giuocato di noccioli agli aliossi; — e questa, rimettendosi, non

gli pareva giusta. — Sulla qual cosa io lascio che giudichino i più savi

di me: quello però che posso giudicare io si è, che la sbaglia a

partito, prende un granciporro grossissimo chiunque si avvisa potersi

pentire con una sola parte del corpo; mentre, per lo contrario, il

pentimento deve resultare dal complesso delle intere facultà e potenze

così del corpo come dell'anima: e se volete pentirvi in parti, fatelo,

io non vel contrasto; ma deh! che non sieno queste parti sempre le

stesse. Infatti voi dite: — Padre, mi sono pentito. — Davvero? E dove,

figliuolo mio? — Padre, nel cuore. — Ottima cosa, e nobilissimo viscere

è il cuore, io non lo vo' negare, e non lo nego; ma chi ci vede là

dentro? Dio, e il beccaio: e noi dii non siamo, e per vedervelo, come fa

il beccaio, bisognerebbe spararvi per lo mezzo. In questo voi non

trovereste il vostro tornaconto: dunque, orsù, pentitevi con qualche

altra parte che possa esser veduta anche dagli uomini senza spararvi;

pentitevi un po' con la mano: vediamo, su, via, da bravi; un segno di

questo pentimento con introdurvela in tasca, e cavarne fuori

un'abbondante elemosina.[15] Taluno forse di voi mi domanderà: e a che

pro la elemosina? per suffragare l'anima del defunto? Ma no; s'ella se

ne andava nello inferno non ci ha più mestieri acqua santa, nè moccoli;

egli sarebbe un raddrizzare il becco agli sparvieri. No, dilettissimi;

quelli che vestono un abito come il mio non consumano più olio che vino,

per consigliarvi a gittar via ranno e sapone; conciossiachè io vi abbia

fatto toccare con mano, che la sua anima anche di mezzo agli artigli del

Maligno poteva riscattarsi in virtù di un sospiro: ma forse perchè dalle

porte Salara e del Popolo entrano carni e frutti, e di ogni maniera

derrate, non pagano essi la gabella? Mai sì che la pagano. Qual è

pertanto la gabella, che le anime hanno da pagare innanzi di entrare in

paradiso? Ho io bisogno di dirvelo? Questo conoscono i putti; questo è

noto anche a quelli, che non sanno nè anco a quanti dì vien san Biagio:

il Purgatorio — il Purgatorio. Ora lascio fare a voi; per me non me ne

intrigo, che ne perderei la tramontana: a voi lascio fare il conto di

quante diecine di centinaia di migliaia di anni dovrà questa povera

anima tribolarsi dentro le fiamme del purgatorio. Dunque la messa torna

a matutino: suffragi ed elemosine. Ma se ci ha tra voi altri (o ci sarà

di sicuro, perocchè fin qua mi giunga certo odore di zolfo, che mi

sforza a starnutire) qualche maledetto da Dio, turco o cristiano

rinnegato, che a ciò non creda, si faccia avanti questo ser tale, e mi

dica, su via, se ad ogni modo i suffragi anderebbero perduti? No

davvero; perchè o si applicherebbero alli parenti vostri, o sarebbero

messi da parte in benefizio di voi medesimi ora per quando passerete a

migliore vita: la qual cosa io vi conforto a fare, quanto per voi più

sollecitamente si possa, per la massima gloria di san Francesco ed

esaltazione della santissima Madre Chiesa _in omnia sæcula sæculorum,

amen_.»

Tanto mi mossero le parole di questo valentuomo di frate, che sua

disgrazia fu non avessi riscosso gli ottocento ducati, però che cento

almeno io gliene avrei dati per suffragare le povere anime dei miei

defunti padroni; non mi trovando addosso altro che uno scudo, quello

donai, e volsi altrove i miei passi.

Per parecchi giorni mi rimasi come melenso, ma il peggio avveniva

durante la notte: aborriva nutrirmi; strane fantasie mi si aggiravano

per la testa; la terra sotto non mi pareva ferma mai, e le gambe mi

tremavano. Come sarei andato a finire io non so, quando mi risovvenni di

colpo della lettera, che avevo promesso consegnare a don Severo.

§ VII.

La vendetta paterna · 第 13 / 69 题