A don Luca poi capitò per la testa un'altra strana fantasia: si mise a
voler trovare il modo di fabbricare dell'oro, non mica per vaghezza di
oro, oibò! bensì per comporre l'oro potabile da prolungare la vita; ed
affermava come questo fosse altra volta accaduto, e doveva rinnovarsi:
anzi su tale proposito raccontava che certo bifolco, nelle parti di
Sicilia, ne aveva trovato pieno un fiasco; ed essendoselo bevuto tutto
di un fiato, campò cinquecento anni e non so quali mesi[6]. Fece
pertanto nelle sue stanze fabbricare fornelli, e quivi notte e giorno si
tribolava il cervello fra le storte, i lambicchi, vetri e pentole a
soffiare, rimestare, mescolare, bollire e squagliare, ch'era pietà: poi
leggi e rileggi certi libracci che pareano messali, e puzzavano
d'inferno cento miglia alla lontana: nè qui terminava la strana passione
dell'uomo, che quante bestie gli cascavano sotto ammazzava, ricercandone
poi studiosamente le viscere; piante, minerali e sassi, niente insomma
sfuggiva alla perpetua sua investigazione: frattanto anch'egli trasanda
le mondizie del corpo, e a lui pure diventano gli occhi torti e feroci.
Un altro demonio aveva preso possesso dell'anima sua.
Ora non istette guari che vedemmo comparire in casa uno accidente pieno
di terrore: non vi era animale, o vogli cane o vogli cavallo, che più di
tre giorni potesse durarci vivo; dagli animali la morìa passò negli
uomini; morì il lacchè; morì poco dopo la sua moglie; morirono quattro
staffieri uno dopo l'altro in un giorno solo; morì il cappellano che
veniva a celebrare la messa nella cappella di palazzo: appena ebbe
mangiato e bevuto il pane e il vino della eucarestia incominciò a urlare
disperatamente: ohi! ohi!, a rotolarsi per la terra, e in breve, così
parato com'era con la pianeta addosso, vomitando frammenti di ostia e il
vino consacrati, e dibattendo la testa sopra i gradini dell'altare, se
ne morì. Don Luca a tutte queste morti accorreva, tastava i polsi agli
agonizzanti, ne speculava sottilmente le sembianze prima e dopo la morte
loro, e raccolto con diligenza il vomito, si rinchiudeva dentro il suo
laboratorio.
Questi casi misero addosso ai suoi tanto fiera paura, che chiesta
licenza abbandonarono il servizio; e taluni furono spaventati per modo,
che se ne fuggirono senza domandarla nemmeno: nè solo i servi uscirono
di casa, ma i vicini eziandio fuggivano la contrada. Anch'io andai per
tòrre commiato da don Marcantonio come maiorasco di casa; ed egli
schiusa alquanto la porta di camera, per l'apertura guardatomi in viso
un cotal poco alla trista, mi rispose:
«O chi vi para? chi vi ha mai parato? Potete andarvene quando vi piace:
un mangiapane di meno.»
«Sta bene; ma prima di andarmene, eccellenza, capisce che sarebbe di
dovere mi saldasse il salario.»
«Non vo' malinconìe: — oggi mi duole il capo — ne parleremo la settimana
entrante....»
E mi chiuse furiosamente la porta sul viso. Sicchè non potendo ottenere
meglio, mi rassegnava ad andarmene; quando ecco con pari furia torna
quel tristo ad aprire la imposta, e, fatto capolino, e' mi dice spedito:
«Bene inteso però, che da oggi in poi non vi corre più paga.»
E da capo giù la porta a scavezzacollo, e tira catorci, e metti
bracciòli, come se si accostassero i turchi. Quinci me ne andai difilato
nelle stanze di don Luca, e lo trovai secondo il solito intorno ai
fornelli col soffietto in mano: mi udì senza guardarmi in volto, e
cessare la sua bisogna; ma terminato ch'ebbi di parlare, mi battè sopra
la spalla, e con sembiante umano mi disse:
«Orazio, hai paura, eh? Non temere... io... qui... no, tu in casa non
incontrerai niente di male..... fede di galantuomo..... anzi ho bisogno
di te..... non te ne andare....»
«Eccellenza, gli risposi, avendo avuto congedo da sua eccellenza don
Marcantonio....»
«Se don Marcantonio non ti vuole, starai con me; io ti voglio far del
bene, e non voglio che tu te ne vada, hai inteso? Rammentati che ho le
braccia lunghe, ed uscendo di qui mio malgrado, vattene difilato a
prendere a pigione una fossa al camposanto: hai inteso?»
«Eccellenza sì.»
In questo modo rimasi.
Nella stessa notte sento raspare alla porta della mia camera.
«Chi è là?» — domando un cotal poco spaventato.
«Zitto. Sono io; vèstiti prestamente, e vieni meco.»
«Oh Dio! a quest'ora; ed a che fare, don Luca? Veda, casco proprio dal
sonno!»
«Vèstiti.» — E me lo disse con tale un suono di voce, ch'io reputai
prudente vestire i miei panni e presto, senza altri discorsi; se non che
fingendo di cercare qualche cosa sotto il capezzale, agguantai il mio
bravo coltello, e me lo nascosi nel petto. Allora mi parve essere
rinato. Don Luca, vestito che fui, mi diè a tenere la lanterna, ed
ordinò mi avviassi alle cave del palazzo; e come mi venne comandato
feci. — Scesi là dentro, egli chiuse cauto le porte, ed io di traverso
gli stava attento alle mani; ma egli liberamente si accostò a me, mi
tolse la lanterna di mano, e sollevatala verso il soffitto mi disse:
«Vedi?»
«Eh! vedo una bellissima carrucola agganciata dentro una campanella
murata nella volta; — vedo una fune lustra e insaponata infilata nella
girella toccare da due parti terra: e' non fa punto mestieri essere
profeta per vedere chiare e distinte tutte queste cose.»
«Or bene; fatti in qua.»
Ed io mi accostai: quando gli fui presso egli si chinò, e accolse dal
pavimento la fune; poi rialzò la persona, e mi pose una mano sul
braccio. Allora mi cadde in pensiero ch'egli disegnasse fare su di me
qualche suo matto esperimento con la corda, ond'io detti di un balzo
indietro gridando:
«Eh! don Luca, non vi sarebbe saltato in testa di darmi la colla?»
«Oibò! all'opposto; tu la devi dare a me.»
«Senti questa, che è nuova di zecca! — In fede di Dio mi sembrano gusti
guasti; ma che vi par egli, eccellenza, che io vi abbia a collare?»
«Fa' quello che ti comando, Orazio, e non badare ad altro.»
«Ma don Luca.... pensate...»
«Corpo di Pluto! Vuoi tu fare com'io ti comando? o che con le mie mani
ti scanno qui come un cane;» e traendo il pugnale faceva le viste di
corrermi addosso.
«Don Luca, rimettete il coltello nel fodero: non ci abbiamo mica ad
ammazzare per questo: corda volete, ed io vi darò corda a beneplacito.»
«Or be'; legami le mani, le mani dietro la schiena...»
«Eccole legate....»
«Adesso tirami in su un poco per volta.»
«Eh! Oe! Ecco, che vi tiro: faccio a dovere?»
«Sì.... così pian piano...»
«Don Luca, eccovi in cima...»
«Bene: ora giù lo squasso...»
«Che diavolo! volete anche lo squasso?»
«Lo squasso! lo squasso! Traditore.... tu mi mangi il pane a
tradimento... dammi lo squasso.»
«Non v'incollerite, don Luca, ecco lo squasso.»
Dopo lo squasso volle i piombi, ed io i piombi; dopo i piombi lo squasso
ed i piombi, ed io lo squasso co' piombi; insomma le asperità della
corda ei volle provar tutte, che voi, onorandissimi colleghi, già sapete
per pratica, o saprete in seguito, come dobbiamo fermamente sperare. Don
Luca sostenne da pari suo il tormento senza nè anche stringere ciglio; e
così per bene un mese durammo, facendosi ogni dì più gagliardo a
sostenere; per la qual cosa, su l'ultimo, quando lo sospendeva alla
corda gli pareva andare a nozze.[7]
Un giorno sul cadere delle foglie (saremo stati a fin di ottobre, o a
mezzo novembre) il cameriere, che unico aveva conservato presso di sè
don Marcantonio, venne ad avvisarci tutto atterrito, come il suo padrone
da bene ventiquattro ore non avesse aperta la stanza; non osare aprirla
egli stesso, perchè il padrone glielo aveva divietato; poi, perchè si
era chiuso per di dentro; ed in ultimo, perchè sforzando la porta aveva
sospetto di buscarsi una pistolettata; non sapere per tanto che pesci
pigliare, essere ricorso a noi per consiglio.
«Che vuoi tu ch'io ti consigli? rispose don Luca: quel tristo del tuo
padrone sarà morto di fame, tanto è misero costui; e tu pure, vedi,
barelli per la fame; vieni qua, sciagurato, prendi un sorso di questa
acqua arzente, ch'io stesso con le mie proprie mani ho distillata, e so
ben io che ti rimetterà l'anima in corpo»[8]. Il povero uomo dopo
qualche smorfia buttò giù il bicchiere fino all'ultima goccia, e gli
parve, com'egli disse, sentirsi riavere. — Io era lì presente, ma non lo
potei impedire.
Don Luca incominciò a pensare; sembrava sostenesse dentro una qualche
battaglia, imperciocchè le gambe come impazienti di andare si agitavano,
ed egli con le mani si aggrappava ora a questo, ora a quello altro
oggetto a guisa di uomo che caschi giù dalla tettoia rasentando la
parete della casa; e quando io lo confortai a rompere gl'indugi, e ad
accorrere in soccorso del fratello, egli mi lanciò contro uno sguardo da
basilisco, e mormorò fra i denti:
«Che tu sii maledetto!»
Finalmente ripiegò la persona, chiuse gli occhi, giunse ambe le mani
facendo scricchiolare le dita incrocicchiate, e la sua faccia gli
diventò verde: tacque lunga pezza a bocca aperta, poi susurrò con parole
tronche:
«Il demonio mi vince.... io non posso resistere al demonio.... e tra me
e Dio si distende la maledizione paterna.»
Ciò detto, prese risoluto certo suo astuccio con entrovi varie
caraffine, e venne via. Ci fu mestieri abbattere le porte, però che don
Marcantonio, come dubitava il servo, si era sprangato per di dentro; e
quando, atterrati gli usci, ponemmo il piè sopra il limitare, un molto
stupendo spettacolo si offerse agli occhi nostri.
Il soffitto da un angolo all'altro sosteneva festoni di ragnatele, donde
i ragni a modo di stelle cadenti precipitavano giù sopra gl'insetti: due
gatti stavano accovacciati a piè del letto sbalorditi dalla fame e dal
grave odore, che là dentro esalava: sopra un seggiolone a bracciòli
foderato di velluto cremisino sedeva un rospaccio dalla vista maledetta,
che pareva tutto un avvocato fiscale: di sotto lo stipo di ebano, per
tarsìe di madreperla e di argento prezioso, sbucavano fuori due
pizzughe: qua e là escrementi, ossa e rimasugli di sozzi cibi aborriti o
rigettati dagli animali; da per tutto immondezze. In un canto, coperto
da parecchie lenzuola, appariva un monte di argento lavorato: ve n'era
d'ogni maniera; candelieri, calici, reliquiari, lampade da cristiani,
lampade a sette becchi da giudei, cangiarri, ed altre più cose, tutto
sottosopra a rifascio: una lunga tavola andava ingombra di lavori di oro
e di gemme sciolte, o legate: alcune cantere dello stipo aperto
lasciavano vedere inestimabile quantità di moneta di oro e di argento.
Don Marcantonio giaceva sul letto supino con gli occhi stralunati; sopra
le labbra gli ribolliva la spuma; contorcevasi smanioso, e mugolava ora
sommesso, ora con urli spaventevoli; e i gatti allo schiamazzo infernale
rispondevano miaulando, e il rospo gracidando. Don Luca, quando lo ebbe
contemplato in faccia, disse:
«Tra le altre belle doti, che il cielo gli ha dato, ci mancava il
benedetto[9]: adesso può chiamarsi compita: tenetelo fermo, ch'io vi
farò vedere mirabilia.»
E così favellando andò allo stipo, donde tolse una manciata di ducati di
argento, e questi prese a contare vicino agli orecchi dello infermo
battendoli forte fra loro: — ecco don Marcantonio cessa dalla
convulsione, e fa vista di porgere ascolto. Allora don Luca gli apre le
mani, e vi mette cinque o sei ducati per parte.
Volete crederci, o non ci volete credere? Se volete crederci fatelo
gratis, però che io non voglia nè possa pagarvi. Don Marcantonio
sgranchiò le dita; e quantunque fosse sempre fuori di sè faceva l'atto
di contare la moneta: alla fine rinvenne[10]. — Oh come ratte e feroci
vibrava le pupille d'intorno! parevano lingue di vipera.
«Chi siete? — urlava. — Che cosa volete? come qui dentro? Non mi portate
via la roba; piuttosto l'anima.... Non mi scannate..... vi do uno scudo
per uno.... quanti siete?»
«Tacete là, sciagurataccio, lo interruppe don Luca; chi mai vorrebbe
avere la vostra ricchezza a costo della vostra miseria? Lo vedete! La
trista vita che menate; — lo starvi qui perpetuamente intufato a
tribolarvi su l'oro e su l'argento vi ha fatto capitare addosso il mal
concitale. Adesso a che vi gioveranno le vostre ricchezze?»
«Io mi vi farò stendere sopra, e morirò contento... Io comando, e voglio
essere seppellito col mio argento, col mio oro, con le mie gioie....»
«La è cosa da barbaro, fratel mio. Alarico è fama che ordinasse come
voi[11]; ma forse si giacque costui più morbido degli altri morti sotto
terra? I vermi vedendo l'oro del re gli fecero di berretta, o si
rimasero a rispettosa lontananza? — Pensate che ogni testa di queste
vostre tante monete nel giorno del giudizio, per virtù di Dio,
acquisterà lingua e loquela per raccontare il misfatto pel quale voi lo
estorceste alla vedova e all'orfano per seppellirle nello inferno del
vostro forziere...»
«Don Luca, se il demonio vi ha deputato suo procuratore per prendere
l'anima mia, potete andarvene: tanto per ora non ho volontà di morire.»
«In quanto a questo, Marcantonio mio, la vita e la morte non istanno
nella volontà dell'uomo: e voi, vedete, tornate a sbadigliare e a
torcere la bocca: indizio certo, che vi riprende il male.»
«Andate via.... lasciatemi morire solo.... Taddeo, chiudi le cantere...
portami le chiavi...»
«Prendete presto una cucchiarata di questo elisirvite se non volete
tornare a svenirvi.»
E fattosi dare un cucchiaro pieno di acqua vi gettò dentro quattro gocce
o sei di liquore da una delle caraffine dello astuccio, e l'acqua
ribollì fremendo, e fiammeggiò come se fosse fuoco. Don Marcantonio
vedendosi accostare il cucchiaro alla bocca lo allontanò rabbioso,
dicendo con amaro sogghigno:
«Don Luca, don Luca! E sì.... e sì che dovrebbe bastarvi quello che
avete fatto fin qui...»
«E che ho fatto io?» — rispose don Luca spaventato.
«Voi? Siete presso a colmare la misura d'iniquità, che vi è stata
assegnata per vostro compito.»
Don Luca allora trangugiò il liquore che aveva mesciuto pel suo
fratello: poi favellò pacato le seguenti parole:
«Vedete, io l'ho bevuto; volete che io ne mesca un'altra cucchiarata per
voi? La sincope sta per ripigliarvi... io vi assicuro che vi
ristorerà...»
«Ebbene, mescete,» — rispose don Marcantonio; e bevve senza sospetto.
Di vero tanta parve esercitare virtù lo elisirvite di don Luca, che indi
a breve don Marcantonio si levò in piedi e ci accomiatò con pessimo
garbo, tenendo di occhio alle nostre mani; nè di ciò contento, quando
fui per uscire me lo agguantò di forza, e aprendomi le dita mi disse;
«Avete preso nulla? — E visto, ch'io le aveva vuote, soggiunse: — non
mica per non fidarmi; ma talvolta, senza volere, qualcosa si attacca
alle mani, e allora si passa per ladri... sicchè il meglio è ben
guardare avanti.» —
«Accomodatevi a vostro bell'agio, signor Marchese,» io gli risposi.
E don Marcantonio, prima che avessi profferito le parole intere, mi pose
le mani in tasca frugandomi così squisitamente, che un gabelliere non
poteva far meglio; e tuttavia andava dicendo:
«Non mica per non fidarmi... ma perchè in caso di mancanza... io non
abbia a sospettare di voi, Orazio, che siete un galantuomo... pare...»
E mentre con le mani frugava me, con gli occhi ricercava don Luca: però
di un senso solo sembrava non si volesse fidare, e con qual pretesto
mettere le mani addosso al suo fratello non sapeva: di repente gli cadde
in pensiero un suo trovato, e fu di gittarsi alla vita, e abbracciarlo
con affettuosissimo amplesso, intanto che con bel garbo gli andava
palpando le tasche. Che pocanzi ci avesse accomiatati così villano o non
ricordava, o faceva le viste di non ricordare. Don Luca rideva; e mentre
don Marcantonio gli stringeva la vita, egli col pollice e lo indice
delle mani allargati circondava il collo di lui esclamando:
«O ineffabile dolcezza dello amore fraterno!»
Nella giornata don Marcantonio mandò pel fabbro, e fece mutare tutte le
serrature, e raddoppiare i ferramenti alle imposte. Inutili cure! Indi a
due giorni egli venne sorpreso da orribili convulsioni e da sincopi, che
lo lasciarono per morto. I fisici, dopo avere tenuto lunga consulta fra
loro, lo dichiararono spacciato. Allora sentendosi egli in fine della
vita, e degli umani rimedi senza speranza, ordinò gli si chiamasse il
prete; il quale accorse senza farsi pregare, e sedutosi a canto al letto
richiese il moribondo in che cosa potesse avvantaggiarlo. Don
Marcantonio, dopo avergli aperta la intenzione sua di lasciarsi tanto
bene quanto bastasse per andare in luogo di salute, se ci fosse verso,
ad un tratto gli domandò:
«Reverendo, e quanto mi metterete la dozzina di queste messe?»
«Don Marcantonio, parvi questo tempo di scherzare? O che le avete prese
per chiocciole? Parlate con più rispetto delle cose sacre.»
«Ma signor no, ch'io non intendo mancare di rispetto alle cose di
religione... segnatamente nello stato in cui mi trovo ridotto... e per
di più con la speranza di potermi salvare mercè di quelle: — io credo,
che senza peccato uomo possa informarsi di quello che ha da spendere...»
«Eh! togliete la mente dagli oggetti mondani; di ciò prenderanno cura
gli eredi...»
«Gli eredi? Ci vo' pensare io...»
«O che volete istituire erede voi stesso, come fece quel pazzo avaro di
Ermocrate nell'antichità?»
«Badate al fatto vostro, reverendo, e lasciamo stare gli antichi.
Dunque, a quanto la dozzina le messe?»
«Le cose di Dio non si comprano, nè si vendono: ma per elemosina della
messa potreste assegnare mezzo ducato.»
«Le dodici messe?»
«Misericordia! O che limosina sarebbe allora cotesta vostra? Intendasi
per ogni singola messa...»
«Signore! E allora a morire si va proprio in rovina. — Sentite,
reverendo, io non posso spendere assolutamente tanta moneta; — e poi ci
è chi me le dice a meno: — se mi fate prezzo più grato io vi do la
preferenza.»
«Questo non è possibile...»
«Come non è possibile? Il Priore di san Simone me ne ha chiesto
quarantaquattro baiocchi per messa; — e poi, sentiamo un po' quante
messe contate che mi abbisognino per andare in paradiso....?»
«Innanzi tratto, eccellenza, messe sole non bastano per ottenere la
eterna salvezza: in vita voglionsi opere buone; e se uomo ebbe la
sventura di commetterne delle prave, allora fa mestieri una sincera
contrizione di aver peccato: dopo la contrizione giovano i suffragi, ma
quanti ne occorrano non può determinarsi; questo dipende dalla infinita
misericordia di Dio.»
«Ma allora quel tristo del Priore di san Simone mi ha ingannato quando
mi accertava, che con sei dozzine di messe ed un mortorio egli lo
reputava affare fatto! Anzi, avendolo supplicato che rifacesse i conti
per vedere se qualcheduna poteva risparmiarsi, egli mi aveva promesso di
ripensarci sopra, e darmene risposta. Ora, a sentir voi, con quattro
dozzine si potrebbe sbrigare la faccenda, ed anche avanzarne...»
«Potrebbe...»
«Ma io non vo' che ne avanzi; ho sentito sempre predicare contro il
lusso, ed ha ad essere un grosso peccato anche in paradiso.»
«Difficile cosa è, che all'uomo avanzino meriti: ma quando anche ne
avanzassero, non per questo andrebbero punto perduti; chè voi li
potreste applicare in suffragio dei vostri defunti.»
«Io non intendo applicar niente a nessuno: ognuno pensi a sè, e Dio per
tutti. Quattro dozzine di messe per me giudico sufficienti: ora, alle
corte, se voi me le celebrate a quaranta baiocchi l'una, io vi
preferisco come parroco della mia parrocchia; diversamente mando pel
Priore di san Simone.»
«Eccellenza, io non venni qua a trafficare, bensì ad amministrare i
sacramenti: la grazia _gratis_ fu data, e _gratis_ la compartiamo; se
volete lasciare di che suffragare l'anima vostra, fatelo; la elemosina è
necessaria, perchè la Chiesa campa con la Chiesa: ma mi prende rimorso e
ribrezzo essermi trattenuto qui con esso voi, in momenti tanto solenni
per l'anima vostra, in mercato così vergognoso. Quando vorrete
confessarvi avvisatemi, che sarò da voi come me ne corre l'obbligo del
mio ministero.»
E se ne andò. Don Marcantonio nel vederlo partire diceva:
«Un degno sacerdote in verità! Ma caro appestato! — Ribasserà,...
ribasserà. Orazio, il falegname è venuto?»
Ed io, che nella stanza appresso mi era sollazzato oltremodo a codesto
colloquio, presago che stava per seguitarne un altro ancora più strano,
accorsi pronto, e risposi:
«Eccellenza, e' fa presso che un'ora, che il maestro aspetta in
anticamera.»
«Fatelo passare.»
E il maestro passò. Don Marcantonio, di cui lo stato peggiorava a colpo
d'occhio, con voce rantolosa gli favellò:
«Buon dì, maestro Gioacchino: accostatevi qua... più qua... abbiamo
bisogno di una cassa...»
«Eccellenza sì; e per che cosa ha da servire?»
«Per me.»
«Capisco, eccellenza, che ha da servire per lei; ma per quale uso, via?»
«Per me... per me... per rinchiudermivi dentro quando mi seppelliranno
nella sepoltura di casa.»
«Capisco, capisco, una cassa da morto per vostra eccellenza.»
«Appunto così; — prendetemi la misura...»
«Oh! non accade; veda, eccellenza, si fanno tutte a un modo.»
«Male, malissimo. Per quelli che sono di statura breve come me avanza
legno: e da questo spreco vengono aggravati di una spesa, che hanno
ragione di non sopportare...»
«Eccellenza, creda, la è cosa che non mena a nulla...»
«Come non mena a nulla, sciupone? Io vo' che voi mi prendiate la
misura...»
«Come vuole vostra eccellenza;» — e lo misurò.
«E quanto mi farete pagare questa cassa?»
«A voi nulla, eccellenza; me la intenderò con gli eredi...»
«Che eredi, e non eredi? e sempre con questi eredi. L'erede sono io; i
conti l'avete a fare con me: — spendo del mio... vo' sapere io...»
«Non s'incollerisca, di grazia; a volere una cassa andante, con la sua
croce nera di tinta buona, e i chiodi di ferro pel coperchio, ci
vogliono due ducati come pigliare un pane al forno: questo anno il legno
è caro, ne chiedono otto ducati la canna: e se casca un baiocco te lo
ripongono in magazzino. Ma per lei bisogna lavorare una cassa nelle
regole, di legno noce, e chiodi con la capocchia di ottone, o di
argento: converrà eziandio foderarla di panno nero, e metterci sopra la
sua brava croce di tela bianca; — però... due e tre fanno cinque,
(continuò il maestro contando sulle dita) e dieci quindici, e sette
ventidue, trentaquattro... per farla co' chiodi a capocchia di ottone
voglionci giusti trentaquattro ducati, e coi chiodi di argento
quarantadue...»
«Misericordia! Oh che rovina! oh che rovina, ch'egli è morire!...
Maestro Gioacchino, la raccolta...»
«Che dice, eccellenza?...»
«Abbassatevi..... accostatevi..... mi manca la voce: la raccolta è
andata male questo anno, e non posso fare così grossa spesa.... poi ho
aborrito sempre queste vanità.... e dovete sapere, maestro Gioacchino,
che offendono Dio: — una cassa alla liscia, intendete, e adoprerete
certi usciali vecchi, che ho giù in cantina; un po' tarlati, è vero, ma
per quello che devono servire ne avanza... sono anche un po' spaccati,
ma con lo stucco rimedierete ogni cosa: col legno di mio... una cassa
liscia.... quanto vi ho a dare?»
«Allora mi darà — affare andante... due ducati.»
«Col legno di mio?»
«Eh! il legno non fa differenza, la è bagattella.»
«Come bagattella? Non avete detto pocanzi, che il legno costava un
occhio?... bugiardo... bindolo... andate via.»
«Don Marcantonio, non ci guastiamo su l'ultimo: ho avuto l'onore di
servirla sempre in vita, e intendo servirla anche adesso in punto di
morte... col legno di suo vada per un ducato e mezzo.»
«Un ducato... e ne avanza...»
«Orsù, come vuole; darà da bere agli uomini...»
«Ci è l'acqua _paola_... Io non posso accompagnarvi in cantina:
frugatemi qui sotto il capezzale, prendete il mazzo di chiavi grosso...
bene... quello... mostratemi le chiavi, non quella lì... quell'altra
accanto è la chiave della cantina: badiamo di lasciare stare l'altra
roba; quando entrerete e quando uscirete tenetevi davanti agli occhi il
comandamento di Dio: _non rubare_: ricordatevi, che questo comandamento
è uscito proprio da lui sul monte Sinai, e bisogna crederci... Voi
troverete gli assi nel canto a man dritta appena entrato... hanno ad
essere quattro... fate, che ne bastino tre... qui si parrà la vostra
maestria, ed io non rifinirò mai di raccontare le vostre lodi, e
raccomandarvi agli amici.»
Il maestro muoveva il passo per andare, quando don Marcantonio
incominciò a stralunare gli occhi, torcere la bocca, e volgere il collo
come se gli svitassero il capo; le mani attratte a uncini agitava, le
agitava in guisa di naufrago, e prima di perdere conoscenza affatto,
gridò:
«Ahimè! muoio... Orazio... don Luca, muoio... maestro Gioacchino, tre
usciali bastano... i chiodi... ah! adesso me ne sovviene... ci ho anche
i chiodi giù in cantina... dite... quanto mi defalcate dal prezzo co'
chiodi di mio...?»
Don Luca gli fece apprestare l'esequie magnifiche; immensi ordinò i
suffragi per l'anima sua; e quando il cadavere fu tratto al sepolcro
egli volle reggere un lembo del tappeto. Ripiegato come sotto un peso
che non potesse sostenere, andava a capo chino, a balzelloni, versando
dirottissimo pianto.[12]
A quanto sembra però monsignor Taverna, che fu governatore di Roma in
quel tempo, e credo che anche adesso lo sia, non si lasciava punto
intenerire da coteste lacrime: imperocchè messo in sospetto dal numero
spaventevole delle morti avvenute in casa Massimi, prese a ricercare
sottilmente il successo, ed in breve gli venne fatto di accumulare tanti
e tali indizi a carico di don Luca, che di subito ordinò alla Corte
ponessegli le mani addosso, e lo menasse nelle segrete. Innanzi di
scendere nel cortile dove lo aspettava la carrozza, impetratane licenza
dagli esecutori, i quali trattandosi di persona di alto affare
procedevano urbanamente verso di lui, mi trasse da parte, e a voce
sommessa mi disse:
«Orazio, fa' di aver cura degli arnesi miei, e tienli forbiti tanto che
io torni. Che cosa vonno sapere da me questi gaglioffi? Tu, Orazio, mi
hai armato, e fatato cavaliere della corda. A rivederci, Orazio.»
«A rivederci presto: e degli arnesi non dubitate» — e gli baciai la
mano.
Ora giudicate voi quali fossero la mia meraviglia e il mio spavento,
quando nel giorno appresso, verso l'un'ora di notte, venni chiamato in
Palazzo, dove mi fu detto essere aspettato al carcere di Tordinona dal
marchese don Luca mio padrone, il quale prima di andare a morte
desiderava parteciparmi i suoi ultimi comandi! — Stetti per diventarne
pazzo, e dubitai su le prime ch'e' fosse un rezzolone, come sanno trarne
questi uomini di corte, per pescare; ma per questa volta presi errore,
dacchè subito il Bargello mi licenziò. Corsi a Tordinona, e trovai don
Luca seduto in sembiante nè lieto nè tristo, che tranquillo in atto e in
sostanza, se non pareva di venti anni invecchiato, e tutta la sua faccia
aveva colore di avorio antico. Poichè gli ebbi baciato la mano, ei mi
fece cenno ch'io gli sedessi di contro; nella qual cosa avendolo
obbedito, attesi ch'egli mi favellasse; ma considerato come distratto di
pensiero in pensiero ciò non curava od obliava, ruppi io primo il
silenzio dicendo:
«Ahimè! riveritissimo padron mio, che novelle sono elleno queste? Che
cosa sono gli ultimi comandi di cui mi hanno tenuto proposito? Come non
vi ha giovato nulla lo esercizio della colla? E gli squassi, e i piombi,
e le strappate?»
«Anzi, rispose egli, giovarono moltissimo, che meglio non potevano fare:
per bene otto volte sostenni il tormento accompagnato da squassi di tale
maniera, da stiantare la campanella del soffitto: alla fine mi
sciolsero, e il Giudice considerando come le impugnative sostenute con
la prova della corda avessero virtù di cancellare agli occhi della legge
ogni indizio raccolto, riferitone prima a monsignor Taverna, decretò
essermi purgato da ogni sospetto ordinando la mia immediata
scarcerazione: ma non sì tosto ebbe costui scritto e suggellato il
decreto, e appunto in quella, ch'egli stava per consegnarmelo, non senza
grandissime congratulazioni della prova da me sostenuta in pro della mia
innocenza, ecco invadermi irresistibile il furore di confessare
accusandomi delle tante commesse scelleratezze. Invano mi adopro tenere
chiuse le labbra, invano stringere i denti, invano mordo perfino la
lingua, e con ambo le mani mi abbranco le mascelle; tempo perduto! — Una
forza feroce mi torturava dentro, e mi costringeva a confessare i miei
misfatti a parte a parte come si usa al capezzale della morte.
Raccapricciava il Cancelliere nello udire, ed a me pure correva un
brivido per le ossa in raccontare quante povere anime con la maligna
virtù dei miei veleni avessi traboccato all'altro mondo senza
sacramenti. Ora io pensava tra me: e perchè mai mi resi micidiale di
tanti cristiani battezzati? In verità non lo so. Odiava io forse gli
uccisi? mai no: veruno odiava, anzi qualcheduno fra essi amava. Mi
avevano per avventura offeso? neanche. Dunque? non ne so niente.
Avvelenai il mio fratello maggiore per cupidità delle sue ricchezze?
Neppure per sogno: di danari non fui vago giammai; e poi ne possiedo
molti, forse troppi, di mio. — Perchè dopo avere sostenuto il tormento,
perchè dopo ch'era stato spedito il decreto della mia liberazione mi
sono accusato io? Non ne so niente, non ne so niente. Io sono una
ruzzola in mano alla fatalità: io vado, io rotolo lanciato dal braccio
del destino, io sono condannato a precipitare inevitabilmente; e così
dissi al Giudice, e questo dico anche a te, Orazio. La maledizione di
mio padre mi tira pei capelli... Guardalo, Orazio... vedi ve'... egli è
qui...»
«Chi mai, esclamo voltandomi di soprassalto, è qui?»
«Il clarissimo Marchese di santa Prassede... don Flaminio Massimi... il
padre mio insomma. In meno che non fa un'ora egli si è affacciato ben
quattro volte sopra la soglia della prigione mostrando pressa, e mi fa
cenno di seguitarlo...»
«Per me non iscorgo nulla. E come volete, che si affacci sul limitare se
hanno chiusa la porta per di fuori?»
«Chiusa! chiusa! Come se porte e serrami lo potessero trattenere. Signor
padre, io la supplico in cortesia a lasciarmi un'ora di libertà; poi
stia pur sicuro, ch'io mi darò interamente ai suoi ordini... bene...
gran mercè, signor padre. — Or via, Orazio, dacchè il Marchese ce ne dà
licenza, torniamo al proposito nostro, e fa di ascoltarmi bene a dovere;
avvegnaddiochè tu per te stesso tel vegga, il tempo stringe, ed è lunga
la via. Bisogna che tu ti riponga bene in mente come domani a quest'ora
la testa mi starà distante dal collo... poco... la grossezza di un
ducato... forse anche meno... però quanto basta per non sentire più
caldo nè freddo. Così l'anima potesse non sentire più nulla domani
mattina, come il mio corpo non sentirà! Riceverò, o ricuserò i
sacramenti? Chi lo sa? Io non dipendo mica da me. Se la forza che mi
governa si parte dal demonio, posso fino da questo momento affermare di
no; ma staremo a vedere...»
«Mio reverito ed onorato padrone, interruppi io, dacchè la faccenda ha
preso questa mala piega, che ormai, a giudizio mio, non lascia luogo a
rimedio, o come l'alterezza vostra si accomoda a patire tanta infamia? A
voi, che pur siete di sottile ingegno, non può davvero mancare un
partito capace di sottrarvene... Mi spiego, don Luca?»
«Anche troppo; ma non posso; te l'ho già detto: io non sono padrone di
me: quello di che mi avverti mi viene impedito. Vedi, ecco qui il mio
astuccio; non mi ha abbandonato: questo è tossico, e quest'altro è
antidoto: quattro gocce del primo basterebbero ad avvelenare uno
elefante; ma s'io mi provassi recarmi la caraffa alla bocca, il braccio
mi ricuserebbe il suo ufficio; o se pure me lo prestasse, il liquore mi
si spanderebbe giù pel mento...»
«Ad ogni modo tentate...»
«Ho capito... Tu credi, Orazio, che le sieno fisime di mente inferma: ti
assicuro ch'è inutile; ho già provato meglio di dieci volte.»
«Provate la undecima...»
«E sia...»
E' non ci fu che dire: chiuse tenacemente i denti e le labbra; e
comecchè io vi adoprassi tutta la forza delle mie mani, non venni a capo
di smuovergli i labbri, non che schiudergli i denti: i nervi su le
mascelle gli s'incordavano duri più di metallo.
«O Madonna dei dolori! Provate a cacciarvi di un coltello dentro al
cuore; — quando sarò uscito di prigione, bene inteso: — se non avete
pugnale eccovi il mio, io ve lo impresto volentieri, don Luca; non è da
pari vostro, ma l'uffizio suo sa fare quanto un altro...»
«No... no, tienlo per te: io non voglio fuggire al destino; egli è più
forte di me; ma io voglio guardarlo in faccia fino all'ultimo, e
morire.»
«Signore! signore!, esclamai battendomi forte del pugno nel capo; e
dovrò io sentire, che una fune plebea si dia il vanto di avere
strangolato il mio nobile padrone come un volgare bandito?»
«Oh in quanto a questo, Orazio, ti puoi consolare, perchè io sarò
decapitato con la scure ai termini dei privilegi di cui gode da tempo
immemorabile la nobiltà romana: su tal punto ci siamo già messi
d'accordo. — Ma io sto novellando teco come se questo non fosse l'ultimo
giorno della mia vita, senza averti dichiarato il motivo pel quale io ti
chiamai. Porgi attenzione, Orazio, e bada non ti addormentare... — La
maledizione di mio padre non si estingue nella morte di don Marcantonio
e mia, ma dura sempre viva ed aperta sopra la testa dei miei fratelli,
che mi sopravvivono; e quantunque volte io mi faccio a considerare come
loro sovrastino destini pari ai miei, un peso di amarezza inestimabile
mi si aggrava su l'anima. Quando la maledizione esige le sue giustizie,
io fermamente credo che ricovrarsi nelle braccia di Dio non salvi:
difatti per saldare l'antica maledizione dell'uomo lo Inesorabile volle
sagrifizio di sangue.... nè Cristo supplicando potè ottenere, che il
calice senza fine amaro fosse rimosso dalle sue labbra innocenti; — ed
io mi sento immensamente colpevole. No, la vendetta strappa la sua
vittima espiatoria anche di sotto al trono dell'Onnipotente; — tu, che
rimani, vedrai, comunque sia, a me incumbe l'obbligo di tentare
d'impedirlo... Consiglio inane, lo so; ma la mia vita non si compone
ella di disperati conati? A noi non avanza che la intenzione.....
pertanto, Orazio, prendi queste due lettere, e promettimi dì consegnarle
tu stesso nelle proprie mani dei miei fratelli, Mario e Severo. Il primo
io penso abbia a trovarsi qui in Roma; l'altro, comecchè io non ne
udissi più novella mai, ha da stare a Vinezia: togli ancora questa
marca, e recala al Sagrestano di santa Maria la Minerva, il quale tiene
in serbo mille ducati d'oro di mio, e digli che te ne consegni
ottocento; questi ti serviranno pel viaggio e gli bisogni che avrai,
compreso il saldo del tuo salario con la casa Massimi: parti di essere
contento?»
«Magari, mio reverito padrone!» mi affrettai di rispondergli; ond'ei
riprese:
«Tanto meglio; e gli altri duecento aggiungerai da parte mia a fra
Zanobi, ch'è l'uomo più piacevole del mondo, ch'io li lascio a lui _in
primis et ante omnia_, però che quando si mettono danari in mano ai
frati egli è lo stesso che cacciare la pecora dentro al roveto; qualche
bioccolo di lana bisogna che si rassegni a lasciarci; e poi perchè ne
faccia tante elemosine ai poverelli di Dio: e questo gli dirai che lo
credo difficile, ond'io me ne rimetto in lui; — o ne celebri tante messe
per le anime di Marcantonio e mia, e questo parmi più facile: o, se
meglio gli sembra, gl'impieghi in tante merende e desinari, e questo gli
tornerà facilissimo: — però bada ammonirlo, che tutto ciò io gli mando a
dire per giuoco, e per sollazzarmi in questi momenti di passione,
avvegnadio egli sia così giocondo come religioso e dabbene: e so che non
mancherà ai suffragi ch'io gli ho commessi. Orazio, la tua madre vive?»
«Eccellenza no.»
«E il padre?»
«Nemmeno.»
«Cospetto di Dio! O che sei nato come un fungo?» proruppe impazientito.
«Ah, reverito padrone, io nacqui da un uomo e da una donna travagliati
quotidianamente dalla miseria così, che si affrettarono ad uscire da
questo mondo come da una stanza senza impannate.»
«E figliuoli ne hai mai generati?»
«La villana che corre scalza alla macchia, potrà ella dire qual pruno le
ha punto il piede? Nella medesima guisa la femmina, che a me si dette,
avrebbe potuto dichiarare da cui rimase piena. Non menai moglie, e mi
astenni dalla dolcezza dei figli: la memoria della brutta miseria dei
genitori mi dissuase dal perpetuarla nei figliuoli.»
«Tu parli di oro, Orazio; io te lo domandava perchè intendeva
assicurarmi lo adempimento, che a te commetto delle mie volontà, col
terrore della maledizione paterna, o materna; nè quella dei figliuoli
deve pesare meno grave, se meritata; — ma bada, Orazio, ti arriverà
terribile anche la maledizione del moribondo; — e dove, trasgredendo
alla promessa sacra, tu mancassi di consegnare queste mie lettere ai
miei due fratelli, Orazio, fino da questo momento io ti maledico...»
«Eccellenza, oh! non mi parlate così, risposi io portandomi la mano
destra al cuore; voi pensate a morire, ch'io penserò a consegnare le
lettere ai vostri fratelli»[13].
«Sta bene; or bevi questo bicchiere di vino, e vattene.»
Io bevvi senza sospetto. Allora come commosso dalla mia fiducia si alzò,
e gittatemi le braccia al collo mi baciò in bocca. Povero don Luca! egli
mi si era mostrato sempre umano e generoso: io per rispetto non gli resi
il bacio sul volto, bensì su la mano, e come la faccenda andasse io non
so dire; fatto sta, ch'io gliela bagnai di pianto.
«Orsù, partiti, Orazio: incominciò di nuovo a parlare il mio signore,
con quel suono pacato e soave di voce, che gli era consueto prima del
casaccio della bella Siciliana: che pensi fare con le tue lacrime? che
pensi che sieno le lacrime? Io volli conoscere di che cosa fossero
composte, e le trovai formate con un po' di acqua e un po' di soda. Un
pozzo di lacrime non crescerà ne diminuirà di uno scrupolo solo il tuo
volume pesato dalla Provvidenza nella bilancia del destino: a me poi le
tue lacrime fanno quanto il battesimo alle campane: non ch'io te ne sia
ingrato, oh! no... fossero tanti diamanti del piviale del Papa io non le
stimerei di più. Su, via, Orazio, risparmia gli occhi, che ben ti
gioverà averli acuti per quelle maledette scale buie o a chiocciola, che
ti hanno menato quassù. — Addio.»
E in questo modo favellando mi prese risoluto pel braccio, e mi menò
alla porta. Uscii pertanto lasciandolo solo: ma non sì tosto il
carceriere ebbe richiuso la porta, che lo udimmo favellare a voce alta,
ed anche un cotal po' risentita: onde presi il carceriere ed io dalla
curiosità, incollammo, quasi per sentir meglio, le orecchie alla
imposta, e senza perdere pure una parola ci venne fatto di raccogliere
il seguente colloquio:
«Ma signor padre, via, dove ci ha uomini ci ha modo; e salvo il rispetto
filiale, che le ho professato sempre e professo, mi consenta
dichiararle, che cotesta sua è una vera vessazione. Oh! che teme vostra
signoria ch'io le fugga? — Momento più, momento meno non guasta: le
mancherà forse tempo di starsi con me? Non ci dobbiamo trovare insieme
per una eternità? E mi figuro che l'abbia ad essere una cosa ben lunga
la eternità; da soddisfare eziandio i meglio indiscreti: poteva dunque
soffrire in santa pace che mi trattenessi per un quarto di ora con
Orazio fuori della sua presenza, come (e questo le dico senza amarezza
alcuna, e nè anche per ombra di rimprovero) vostra signoria potrebbe
pure chiamarsi contento, che don Marcantonio ed io avessimo espiato la
sua maledizione.... Alfine siamo suoi figliuoli noi, ed ella col suo
sangue ci ha generati, e le fummo cari una volta. No? — Ella tentenna il
capo, ed accenna di no? Non le pare di avere ancora il suo saldo? Vostra
signoria di mala morte li vuole dunque spenti tutti? propriamente tutti?
Diavolo! Chi mai ebbe a fare con un uomo tanto inesorabile? Po' poi nè
anche vostra signoria fu senza peccato; e mettere in casa Massimi per
marchesa una femmina di partito e' fu azione, signor padre, da doverne
render conto a Dio ed agli uomini. Se il Signore ha messo sopra la
bilancia le nostre colpe, non creda già ch'ei non ci voglia mettere
anche quelle di vostra signoria — ed egli imparzialissimo giudicherà. Vi
ha qualche cosa, signor padre, che è troppo più potente della sua
maledizione, e questa è la misericordia di Dio, nella quale sciolto
adesso dalla nebbia della sciagura e del delitto riposo intera l'anima
mia....»
«Manco male, che ci si è accomodato!» — pensava io allontanandomi di
costà; però che assistere più a lungo a quel vagellare di uomo sano
avrebbe terminato col farmi dar di volta alle girelle anche a me.
§ VI.