DON SEVERO MASSIMI.

Alla memoria della maledizione di don Luca balzai ignudo da letto,

sentendo quasi il fischio della frusta scossa per isforzarmi le gambe;

onde, senza porre altro tempo fra mezzo, io mi disposi andarmene in

traccia del marchese don Severo come mi sforzava religione di

giuramento, e necessità di sollevarmi lo spirito agitato. Salito in nave

ad Ancona, giunsi in Vinezia. Appena confortatomi alquanto dalle fatiche

del viaggio, impresi a investigare sottilmente di don Severo: il quale,

dopo moltissime ricerche mosse indarno, mi dissero per cosa sicura

doversi trovare al Cerigo, luogo di convegno, per quel momento, delle

galere della serenissima Repubblica; dove egli, mercè la molta bontà sua

ed il valore miracoloso in più incontri dimostrato, era pervenuto al

grado di capitano di galera, avendo schifato sempre avvantaggiarsi

presso il Doge e i Signori per ottenere favore delle raccomandazioni del

magnifico messere Marcantonio Colonna suo consorto. Non mi riuscì

disagevole nè lungo rinvenire nave, sopra la quale imbarcarmi, dopo

avere costeggiato le terre di Dalmazia; e fatto scala ad alcune isole

del mare Ionio sottoposte al dominio viniziano, arrivai sul calare del

giorno a Cerigo il dì undici aprile anno domini mille cinquecento

ottantanove. In questa isola stanziavano per ordinario alcune fuste

viniziane con altri legni minori sparvierati e sottili, messi là come

sentinelle avanzate a speculare le mosse delle flotte turche,

sorprenderle alla spicciolata, combatterle e impadronirsene, o apportare

loro i danni, che si fossero potuti maggiori. Ond'io lascio che

consideriate voi, se a quelli che li governavano, o vogli uffiziali o

vogli marinari, e soldati, facesse mestieri essere arditi davvero,

avendo a mettere quasi quotidianamente la vita in isbaraglio frammezzo a

disperate avventure. Indicatami la galera di don Severo, mi parve bene

presentarmi a lui nella sera stessa del mio arrivo.

Egli mi accolse silenzioso e grave, salutandomi con un sol cenno del

capo; mi ascoltò senza proferire parola: ed io, comecchè ne avessi

soggezione grande, pure attentandomi di guardarlo sottecchi, gli vidi

espresso conficcato da una tempia all'altra il chiodo della maledizione

paterna. Pallido egli era, e i suoi capelli neri gli scendevano giù per

le guance e per le spalle rabbuffati a modo di criniera; profondi gli

occhi e sanguigni; i sopraccigli irsuti ed aggrottati per guisa, che le

pupille accese traverso i peli parevano fuoco in mezzo ad un roveto; nel

nome, insomma, e nelle sembianze egli appariva Severo. Sempre chiuso in

sè, passava le intere notti a pregare genuflesso sopra i freddi gradini

dell'altare, davanti la immagine di Gesù crocifisso; delle altre pareva

non facesse conto; correva fama eziandio ch'egli costumasse portare

addosso il cilicio, e lo avevano sentito più volte, nel buio,

flagellarsi a morte senza dire un fiato. Con i soldati e con i marinari

egli procedeva spietatamente giusto: nelle zuffe piuttosto belva feroce,

che guerriero valoroso; di dare, e verosimilmente di ricevere a

quartiere, alla ricisa nemico: ogni menomo indugio lo faceva montare in

furore: non pativa esitanza, non monito: sua smania irrefrenata, suo

delirio supremo, scorto appena un naviglio nemico avventarglisi addosso,

arrampicarsi su pel sartiame, e combattere pugna manesca sul cassero.

Sembrava cercasse con sommo studio la morte; e questa, siccome vediamo

per ordinario accadere, quanto più era cercata, tanto più lo fuggiva:

molte, e sconce ferite gli avevano lacero il corpo; ma, provvidenza o

caso, egli era riuscito a non rimanerne storpio della persona. Siccome

poi delle prede fatte egli non serbava per sè parte alcuna comecchè

minima, ma le distribuiva generosamente intere alla ciurma, ne avveniva

che marinari e soldati, un po' per affezione, molto più per paura, ogni

suo cenno con esattezza eseguissero, nè di gittarsi a capo basso fra le

baruffe più arrisicate balenassero. Tal era pertanto don Severo Massimi,

l'ultimo dei figli maledetti da don Flaminio marchese di santa Prassede.

Prese la lettera del fratello don Luca, la lesse tre, quattro volte e

sei senza stringere labbro nè ciglio, o con altro moto qualunque

palesare la interna commozione dell'animo; poi, levati gli occhi al

cielo, esclamò:

«Oh! se bastasse... Povero don Luca! egli fu sempre per noi amoroso

fratello... ed uomo di ottimo giudizio... onde a me pare impossibile,

che egli non siasi accorto noi spingere inevitabilmente a mala morte la

maledizione paterna, e la vendetta di Dio.»

E rivolgendo a me la sua faccia, proseguiva pacato:

«Don Luca mi scrive lettere, nelle quali mi annunzia sentirsi prossimo a

morire; non pertanto io osservo i suoi pensieri gagliardi, e la

scrittura ferma così, che uomo sano non traccerebbe diversa. Non si

sarebbe egli per avventura reciso la gola?»

«Eccellenza no.»

«Preso veleno?»

«Oibò! le pare?»

«Gittato nel Tevere!»

«Nemmeno.»

«Or dunque, dite, come moriva egli?»

E siccome io, peritandomi, esitava a rispondere, don Severo con voce

incavernata e tremante, come uomo che faccia forza a sè stesso, balbutì:

«Orazio... questo sappiate... e tenete sempre davanti agli occhi... che

io non ho costume d'interrogare due volte... Dite aperto... io sto

apparecchiato a tutto...»

«Ei morì giustiziato... don Luca.»

«Giustiziato!»

E ci pensò un poco sopra, e quindi a breve don Severo riprese:

«E gli altri, giustiziati anch'essi?»

«Domando perdono, eccellenza;» — e qui, vincendo l'orrore da cui io mi

sentiva compreso, a parte a parte gli narrai il modo col quale avevano

terminato la vita loro don Marcantonio e don Mario.

«Dunque di mala morte sono morti tutti, tranne Pompeo?»

«Per lo appunto così, eccellenza;» risposi inchinandomi rispettosamente.

«Eh! già, così doveva ben essere; incerto il modo, certissimo il fine. —

Strana cosa però!... Don Luca aveva migliori viscere degli altri, e non

pertanto gli è toccata la morte più trista... ed ha commesso i delitti

più atroci. Fatalità, che strascina! E noi siamo condannati non pure a

capitar male, bensì a perdere la vita con accidenti strani e terribili,

onde lo esempio nostro ammonisca a un punto e minacci. Però...»

E qui si tacque rimanendo sospeso come persona, che ascolti le parole di

un'altra; e quando gli parve che avesse cessato di favellare, quasi

rispondendo, riprese:

«Io vi chieggo mille scuse, ma non mi rimuovo dal mio proposito niente:

ogni offesa ha espiazione, ogni vendetta confine; e la morte

ignominiosa, signor padre (e qui si riscaldava, e su per le gote gli

saliva un colore di rosa appassita), la morte ignominiosa poteva essere

risparmiata da lei; — non fosse altro pel decoro della illustre casata

donde ella e noi nasciamo — e per rispetto al suo bene amato Pompeo, a

cui doveva essere studio comune trasmettere senza macchia la nobiltà del

lignaggio dei Marchesi di santa Prassede. Lo avessero almeno giustiziato

come a gentiluomo si addice! — Dite voi (m'interrogava ad un tratto,

sbarrandomi incontro gli occhi ferocemente stralunati) come

giustiziarono don Luca, con la corda, o con la scure?»

«Con la corda? Nè manco per ombra! O che forse, dappoichè ella non ci è

più, crede che le sieno state dismesse le buone creanze in Roma? Don

Luca reclamò i privilegi del suo sangue, ed ottenne di quieto avere il

capo mozzo per filo e per segno.»

«Laudato Dio!.... ed anche questo è pure qualche cosa pel mio cuore

desolato.»

Egli è di facile contentatura don Severo, pensava così tra me e me;

quando egli riprese a tendere il collo, ed a porgere le orecchie come

per ascoltare; e poi di nuovo immaginando egli nella viziata fantasia di

dar risposta allo udito, soggiunse: «No di certo.... io non

sofistico.... io non presumo scusare i miei fratelli, molto meno me: —

però, mi creda, il vituperio pungeva atrocissimo e tale, che ogni

gentiluomo onorato doveva sentirsene disfatto senza riparo nella fama.

Ma che mi burla, signor padre! Non sa ella come predicava l'obbrobriosa

scritta? Forse non lo avrà informato veruno; adesso, che siamo al

termine della tragedia, favorisca ascoltarmi. L'obbrobrioso libello era

intitolato a lei, signor padre,.... a lei rappresentante e capo della

prosapia dei Marchesi di santa Prassede, e diceva per lo appunto così:

_«Le corna di oro e' fanno come i denti;_

_«Rodon cresciute, e dolgono nascenti.»_

Come se il principe don Marcantonio Colonna avesse rinvenuto in lei un

vile paltoniere, che si fosse indotto a prestare il suo inclito nome per

moneta, onde servisse di tabarro agli amori di lui con la bella

Siciliana. — Eh! signor padre — la non tentenni il capo, e non si ostini

a dire di no. Nei piedi nostri, veda, vostra signoria avrebbe fatto lo

stesso, e forse peggio. — No?.. No?.. Ed io, salvo rispetto, persisto a

replicare: sì, sì. Per Cristo santo, e vivo! bisognava non avere sangue

nelle vene per patire di queto cosiffatti improperii. Dica piuttosto,

che la fatalità nostra, ed anche la sua volle così, che dirà bene, e

basta.»

Tacque; e poco dopo, tutto raumiliato come se avesse ricevuto qualche

rampogna, riprese:

«No, senta signor padre, io non lo faccio per redarguire, nè per

accusare; anzi mi chiamo soddisfatto del mio destino, e ne ringrazio

Dio: egli era così per dire, e forse valeva meglio tacere; imperciocchè

nè anche l'Onnipotente potrebbe cancellare lo accaduto.»

Io voltava gli occhi al punto ov'egli indirigeva la favella; ma non mi

riusciva scorgere persona, appunto come don Luca; sicchè incominciava a

entrarmi il tremito della paura addosso, e desiderava trovarmi un miglio

lontano da cotesta stanza; quando don Severo, allo improvviso chiamatomi

per nome, mi favellò:

«Io qui non possiedo altro albergo, dalla mia galera in fuori; andate a

bordo, e intanto ristoratevi: domani poi mi chiarirete a vostro agio se

piacevi restare, o andarvene. Se vorrete rimanervi, io vi accomoderò con

vantaggio vostro di presente, e con speranza di meglio in avvenire: — ed

io quanto più so e posso vi conforto a questo, perchè non può farsi nel

mondo opera che tanto approfitti alla salute dell'anima, quanto spendere

la vita in combattere i nemici della fede di Cristo. — Se all'opposto

scerrete partire, io vi darò commiato in guisa, che vi chiamerete

satisfatto: come vi talenta meglio operate.»

La mattina dalla parte di oriente incominciava a comparire un colore

grigio chiaro, che a mano a mano si faceva di rosa, quando amore di

rinfrescarmi con la brezza matutina invogliandomi a salire sul ponte, io

v'incontrai don Severo; il quale, con la vista tesa facendo delle mani

solecchio, guardava qualche oggetto lontano sopra l'orlo estremo

dell'orizzonte.

«Due... sei.... dieci..... Per san Marco! ella è tutta un'armata.» Egli

esclamò.

Io pure mi posi a speculare, ma non iscorsi nulla. Don Severo dà un

fischio, e subito dopo, come se fosse sbucato di sotto alle tavole per

le fessure, comparve il comito della galera. Don Severo con presti

accenti gli favellò:

«Momolo, stamani hacci passo di smerghi: vedete per costà lo stormo dei

mali uccelli: guardiamo un po' se qualcheduno ci riuscisse sbrancarne.

Lasciate stare la galera; faremo meglio con la fusta: quaranta rematori

bastano a spingerla come sparviere; del rimanente è in punto, che ieri

la visitai da per me stesso dalla carena al pappafico; — tra dieci — tra

cinque minuti alla banda della galera.»

Udii, in meno che non si recita un _credo_, lo sfrenellare della ciurma;

e la fusta sottile volava sopra le ale dei remi, tutta impaziente, tutta

spumante, — cavallo arabo dei mari.

Andiamo a vedere anche questa, io aveva detto nel calarmi dalla galera

nella fusta; ma poi provai, che sarebbe stato meglio per me andare a

terra, o rimanermi a bordo.

Ora sapete voi, che cosa mi abbia tagliato così la faccia? Su, dite,

via: giuoco Roma contro uno scudo, che veruno di voi la indovina in

mille.

«Una punta di picca?» disse un bandito.

«Niente.»

«Un man rovescio di pistolese?» interrogò un altro.

«Neppure.»

«Una scaglia di bombarda?» domandava un terzo.

«Cerca.»

«Da' retta, che la indovino io; e' fu una stiappa di legname...»

Orsù, ve lo dirò io, interruppi; dacchè tanto non vi basterebbe l'animo

di trovarlo di qui a un anno. Così mi ha concio un pezzo di cranio, ed

ecco come. Di onda sguizzando in onda, giungemmo a tiro di bombarda

dalla squadra turca. I legni nemici procedevano di conserva, ed a

nessuno di quelli venne vaghezza di scompagnarsi per darci la caccia;

molto più che vedevano potere ciò molto disagevolmente fare come quelli

che avevano legni gravi a governare, ed il nostro scivolava

stupendamente snello e leggero.

I nostri zimbellavano in varie guise per attirarli, ora nascondendosi

giù sotto le paratìe per dare ad intendere che scarsa fosse la ciurma a

bordo, ora straziando la bandiera turca con mille vituperi: però

lusinghe e minacce tornavano indarno, nessuno dei legni si scompagnava.

Voga, arranca, ci accostiamo sempre più: in verità di Dio la nostra

fusta aveva l'aria di una rondine, che andasse ad accattare briga con

uno stormo di falchi.

Il Comito si accostava a don Severo, e, cavatosi ossequiosamente il

berretto, gli domandò:

«Non vorrà l'eccellenza del signor Capitano ordinare, che voltiamo di

bordo?»

«Avanti! avanti! arranca! Forza di remi!» gridò don Severo con voce

tonante.

E fu fatta forza di remi. Oggimai eravamo arrivati a meno di un terzo di

tiro di bombarda, quando il Comito, levatosi da capo il berretto con i

medesimi segni di devozione profonda ripetè:

«Sembrerebbe tempo alla eccellenza del signor Capitano ordinare, che

dessimo di volta al timone?»

E siccome don Severo teneva gli occhi accesi nella armata turca intenti

così, che pareva volerla ardere col guardo, e come tratto fuori di sè

alle parole del Comito nè badava, nè rispondeva, questi soggiunse:

«Io mi tolgo ardimento, signor Capitano, di ammonirla, che alla prima

scarica del turco, della carcassa della povera fusta non rimarrà tanto

legno che basti per farne una croce, da piantarsi sopra la nostra

fossa.»

In questa, ecco si leva di sul legno nemico una leggera fumata; e in

meno, che non si batte occhio, immaginatevi come fa il grano sbalzato

dai vaglio quando di qua e di là si spande, e il vento se ne porta la

pula... così se ne andò frantumato il capo di don Severo, colto in pieno

da una palla di bombarda.

Un pezzo di cranio, schizzato con forza, mi lacerò la gota sotto

l'occhio sinistro. Il Comito trovò il cervello del marchese don Severo

dentro il suo berretto. Il tronco del Marchese non cadde, giravoltò su

le calcagna; poi mosse in fretta quattro passi o cinque, quasi volesse

correr dietro alla testa; senonchè giunto alla sponda della fusta vi

battè fieramente dentro con la pancia, e a gambe levate precipitò in

mare. Il Comito, senza punto smarrirsi, e come se non fosse fatto suo,

gridò:

«Gira di bordo! Forza di remi!»

Ma nel punto, che ogni supremo sforzo adoperavamo per allontanarci

sollecitamente, ci piove addosso una vera tempesta di ferro e di fuoco:

rotto il sartiame, crivellate le vele, gli alberi tronchi, spezzati i

remi: i morti molti; troppi più i feriti. E la sciagurata fusta? Oh!

ella non sembrava più il balioco cavallo arabo di dianzi, spumante e

leggero; bensì ranchettava come pecora incannucciata. Alla Beatissima

Vergine piacque salvarci per miracolo!

Il Comito, ch'era di Spalatro in Dalmazia, garbato quanto il taglio di

una scure, gittata ch'ebbe l'ancora ci chiamò tutti intorno a sè; e,

bevuto prima un lungo sorso di acqua arzente, si forbiva con la mano la

bocca, e poi ci favellava in questa sentenza:

«Strenuissimi compagni! Don Severo da gran tempo cercava il male per

medicina, ed io me n'era avvisto: egli voleva morire; le religione gli

difendeva ammazzarsi, ed egli ha scelto questo partito per uscire dal

mondo: adesso ha ottenuto il suo fine, e mi figuro che sarà contento!

Essendo egli ottimo cristiano, hassi da credere altresì che con le

faccende dell'anima si tenesse apparecchiato, come il buon capitano

cerca di avere più presto che può le sue patenti a bordo. Tuttavolta,

siccome qualche _de profundis_ di più non guasta nulla, così, o fuori o

dentro la chiesa, voi farete bene a recitarglielo. In quanto alla sua

morte non vi ha causa di piagnisteo, perchè morto per la fede; in quanto

alla sua sepoltura nemmeno, perchè il sepolcro ampio e di acqua conviene

al marinaro; dentro una fossa, con tanta terra addosso, ahimè! mi

parrebbe affogare. Per le quali cose tutte concludo: che chi è vivo e

sano vada alla osteria, chi è ferito sia portato all'ospedale, e chi è

morto sia sepolto al camposanto. Amen.»

A me parve di sentir parlare Marco Tullio in persona; però come a me non

sembrò al cappellano della galera, il quale cheto cheto si accostò al

Comito, e ponendogli la destra sul braccio glielo battè leggermente due

volte, e favellò con voce soave queste parole:

«Momolo, voi non avete parlato con spirito di carità. Don Severo pei

molti meriti suoi era degno di miglior sepoltura, che le onde del mare

non sono.»

Intanto il sole si accostava al tramonto. Signore! come era terribile a

contemplarsi! Pareva che nel fare il giro della terra egli avesse

attratto a sè tutto il sangue, che gli uomini hanno versato sopra

gl'infiniti campi di battaglia dappoi che mondo è mondo, ed ora lo

rivomitasse a torrenti pel cielo e pel mare.

Un flutto incalzava l'altro flutto, e nel rovesciarglisi addosso di

vermiglio si faceva nero, mormorando un suono come di migliaia di

disperati, che piangessero. Per mezzo ai flutti galleggiava un cadavere

tronco, che di tratto in tratto sollevava le mani, e non sapevi ben dire

se in attitudine di preghiera o di minaccia. La nera apparizione con

istupenda celerità si accostava, si accostava alla banda del bastimento.

«Misericordia!» Gridò il marinaro, che primo lo scoperse: un morto

cammina sul mare.

E gli altri tutti spaventati urlarono ad una voce:

«Misericordia! È don Severo, che torna a visitare la sua galera.»

Il Comito, ambe le mani appoggiate sopra la sponda della nave, e il

busto sporto in fuori, sgomento in vista, urlò anch'egli:

«Che vuole adesso? Che cosa cerca costui?»

E il cappellano, facendosegli appresso, gli susurrò negli orecchi:

«Cerca cristiana sepoltura in sacrato, e voi gliela darete. La

espiazione è compita; l'ora della misericordia incomincia.»

Il cadavero di don Severo fu ripescato, ed ebbe onorevole sepoltura a

piè dell'altar maggiore nella Primaziale del Cerigo.

Don Pompeo, l'unico figlio di don Flaminio non compreso nella

maledizione paterna, vive e prospera; e, per quanto udii favellare in

Roma, sta in procinto di condurre a moglie una dama di casa Obizza,

nepote del cardinale.

Questa è la vera storia dei figli maledetti da don Flaminio, marchese di

santa Prassede.

La vendetta paterna · 第 14 / 69 题