Voi altri tutti siete romani di Roma, o della campagna; però di
raccontarvi quale e quanta sia la famiglia dei Massimi di santa Prassede
io mi passo. Questo poi importa che sappiate, come il marchese don
Flaminio _requiescat_ rimanesse vedovo di donna Vittoria Savella, nobile
e virtuosa dama se altra mai ne fu pari nel mondo, dalla quale egli
procreò cinque figliuoli grandi della persona secondo la loro età, ben
fatti a maraviglia e belli... parevano cinque di quelle sette stelle là
dalla parte di tramontana, che hanno forma di un pastorale di vescovo: e
poi parlavano come Marco Tullio; alcuni di loro cantavano di poesia
all'improvviso, ch'era un portento; a spada e a pugnale da stare a petto
e a mettere in cervello qualunque cavaliere, o vogli spagnuolo od
italiano, che portasse cappa; nelle brigate piacevoli con tutti,
festosi; insomma, fra i baroni romani per universale giudizio facilmente
primi. Se il vecchio Marchese se ne tenesse lascio considerarlo a voi; e
quando gli udiva lodare (cosa che di frequente gli accadeva) dava in
pianto di tenerezza, il povero signore, ed esclamava: «Dio, Dio, questa
è maggiore felicità di quella che il tuo servo possa sopportare: deh!
temperamela con un poco di amaro, onde il troppo giubilo non mi
ammazzi!»[2]. Va pur là, sciagurato, che moristi di giubilo! Questo
degno barone aveva un cuore come il sole, che quando si leva fa bene a
tutti così ai buoni come ai malvagi; alla rosa e all'aconito, a chi
piange e a chi fa piangere; e là glorioso, affacciato dalla cima del
colle, sembra che voglia dire propriamente così: «il mio ufficio è
illuminarvi, esultate: più tardi verrà il mio creatore e il vostro a
giudicarvi: io frattanto non condanno, rischiaro.» E poi non poteva fare
a meno che non fosse così, perchè egli si reputava, ed era beatissimo; e
l'anima nostra quando si sente serena vorrebbe che tutti fossero
contenti. L'allegria rende l'uomo buono, e in fondo al fiasco, Dio mi
perdoni, si pescano più sentimenti da galantuomo che su la bocca di un
padre predicatore: ad ogni modo le prediche mi fanno dormire, e il vino
cantare; e da noi vuolsi cosa ben truce stanotte, dacchè è chiaro che il
signor nostro lasciandoci senza vino intende che ci sprofondiamo in
pensieri di tristezza, brutta semenza d'iniquità.
«Pur troppo! sospirò il vecchio Ciriaco, Orazio parla come un libro
stampato. Ed io ancora mi buttai alla foresta quando mi ebbero impiccato
Trofimo... il povero figliuolo. Che cosa aveva io a fare?... Lo aveva
unico, e solo... e sua madre... meschina! ne morì di dolore... oh! oh!»
Queste parole caddero sopra l'anima dei circostanti lugubri quanto
l'antifona del _miserere_. Il buio denso della notte rotto a quando a
quando dalla fiamma, che prorompeva crepitante... cessava, e tornava a
comparire; il singulto degli uccelli notturni nel profondo del bosco,
l'ora, la esitanza delle lunghe insidie, la memoria del passato, la
minaccia dell'avvenire e l'aspettativa paurosa del racconto percuotevano
il cuore, e lo empivano di affanno.
Orazio proseguiva con voce più cupa:
Voi potreste giuocare più presto agli aliossi con gli obelischi di papa
Sisto, e mettervi in capo la cupola di san Pietro per morione, che
cancellare una virgola dallo scartafaccio della sorte. Che cosa è mai
questa sorte? Lo sapete voi? no: ed io? nemmeno. La sorte è una forza,
che ti conduce per mano, se acconsenti, e ti strascina pei capelli, se
resisti. La sorte è una necessità, che quando tu vai a dormire si pone a
giacere teco, e ti si caccia sotto il capezzale; quando ti levi ti salta
addosso prima della camicia: non dorme, perchè non ha palpebre; non si
commuove, perchè ha viscere di pietra; le preghiere entrano nelle sue
orecchie come la brinata in quelle delle statue di bronzo, e vi fanno
effetto pari... ed ora, che cosa avete capito? Nulla; ed io quanto voi.
La sorte è sorte; ciò è il più e il meglio che possiamo dirne, come di
mille altre cose di questo mondo; e tiriamo innanzi.
Marcantonio Colonna, il famoso nostro barone, che fu tanta parte della
batosta che dettero i Cristiani a quei cani senza fede dei Turchi nella
battaglia di Lepanto, pei molti meriti suoi venne eletto vicerè di
Sicilia, dove sua virtù corrompendosi, siccome suole ordinariamente
avvenire al soldato negli ozi della pace, ed essendo per natura
inchinevole alle cose di amore, viziò una fanciulla bellissima di nobile
parentado, e la tenne seco pei suoi piaceri. Le passioni nei petti di
questi signori fanno come le rondini; sono di passo. Ormai al signor
Marcantonio della sua bella Siciliana premeva più, che tanto; ma la
generosità romana, la quale abita come in casa propria nel cuore di
cotesto barone, non gli consentendo lasciare dietro sè quella meschina
in balia del furore dei suoi parenti, i quali l'avrebbero senza fallo
ammazzata, quando cessò dall'ufficio se la condusse a Roma. Però donna
Rosalia, che tale aveva nome la bella Siciliana, stavasene in palazzo
Colonna albergata magnificamente, e nutrita in sembianza di dama della
Principessa madre; la quale essendo quella saputa e discreta matrona che
tutti voi conoscete, andava pietosamente rammendando come meglio poteva
gli strappi del figliuol suo.
Ora don Flaminio Massimi, per essere nato da donna Fulvia Colonna e per
la molta bontà e piacevolezza sue, aveva entratura grande con
Marcantonio e con la madre di lui: per la qual cosa usando
frequentissimo in casa Colonna, non potè fare a meno di mettere gli
occhi addosso alla bella Siciliana; e parendole, come veramente ella
era, leggiadra molto e sventurata, gli venne al cuore una immensa
passione di conoscere i casi suoi, e quelli, potendo, sollevare. Oh
bella! egli è tanto meritorio sentir compassione per le belle desolate,
che il Papa le dovrebbe assegnare indulgenza plenaria per cento anni
almeno. E se al Marchese urgeva consolare, a donna Rosalia urgeva del
pari essere consolata, e sfogare le sue pene vecchie e nuove nell'animo
di creatura disposta a compatirla; cosa che non poteva fare con altri,
perchè da confidarsi con gente della famiglia la tratteneva pudore; e
donna Fulvia la proteggeva, è vero, ma con quel suo fare alla spagnuola
intirizziva la povera fanciulla per di dentro e per di fuori. Su cento
consolatori novantanove diventano amanti; e questo è provato: nè
chierica salva, che non è fatatura contro i colpi di amore; nè età,
perchè il legno più arde quanto meno è verde. Breve; il vecchio Marchese
tanto andò di giorno in giorno infervorandosi in cotesto suo
sconsigliato amore, che certa volta propose a donna Rosalia di condurla
per sua legittima sposa, e donna Rosalia rispose: «magari!»
O perchè la giovane donna acconsentiva? Vallo a pesca. Forse in grazia
degli anni di don Flaminio? Dio ne guardi: già essi erano troppi, e poi
l'amore per gli anni camminava alla rovescia dello amore pei ducati; e
di esperienza, amore che vive di scapataggine, non sa che fare: io so di
certo, che le corde con le quali il carnefice fastidio strozza l'amore
sono attorte co' primi capelli bianchi che spuntano sul capo degli
amanti. In grazia della sua persona? Ahimè! Dallo insieme del corpo del
vecchio Marchese si argomentava di leggeri come la bellezza fosse
passata per di là, ma qual via avesse tenuto era difficile dire; —
bottiglia di vino buono bevuto un anno fa! — E neanche io voglio
credere, che la Siciliana il facesse per cupidità di averi; — forse per
la molta piacevolezza e bontà del Marchese di che ho parlato; forse lo
studio di uscire dalla abiezione in cui ella si trovava, che in queste
faccende si ha un bel dire i panni non rifanno le stanghe, e vergogna
non cuopre broccato d'oro; forse anche veruno di questi motivi, e la
vaghezza di mutare stato, fosse anche in peggio, governa i cervelli
degli uomini, e quelli delle donne molto più.
Don Flaminio, come i vecchi amanti costumano, sospettoso non gli venisse
sturbato il disegno, sposò in segreto e senza farne motto a nessuno la
sua bella donna; e un bel mattino, parendogli avere espugnato Cartagine,
ne menò trionfo per Roma a mo' di Scipione Affricano. — I vecchi, come
pratichi delle faccende del mondo, vedendo quella nuova cosa
stringevansi nelle spalle, tentennavano il capo, e tiravano innanzi.
Giunto al palazzo don Flaminio petulante e festoso come fanciullo,
raduna i figliuoli e la famiglia dei servi; e presa per mano la bella
Siciliana, la presentava loro dicendo:
«Figli miei, della mia esultanza esultate; io vi ho dato una nuova madre
in questa mia consorte...... Marchesa di santa Prassede....»
I figliuoli lo interruppero levando al cielo un grido acutissimo di
dolore e di rabbia, dal quale rimasto il vecchio Marchese sbalordito,
non seppe che cos'altro aggiungere di buono; ma perduta affatto la
tramontana se ne andò per le corte, aggiungendo con voce commossa, che
indarno però sforzava di rendere severa:
«Voi, miei figliuoli, onoratela come mia consorte; e voi, servi,
obbeditela come padrona: non occorre altro; andate.»
Io che, come staffiere in casa al Marchese, chiamato con l'altra
famiglia mi trovava presente a cotesto fatto, pensai vedere, ma avrei
giurato aver veduto per certo una mano di scheletro girare lenta lenta
per l'aria, e tracciare un cerchio dentro del quale venivano come ad
essere comprese tutte quelle teste.
Il vecchio Marchese si chiuse nelle sue stanze, e quivi rimase tutto
giorno presso l'amata donna, consolandola con molli carezze e dolci
parlari come giovanotto per la prima volta innamorato. I padroni giovani
non furono visti in palazzo che a notte tarda, tranne Pompeo, il quale
per essere tuttavia fanciullo stette in casa, ricusando però
ostinatamente sempre sedersi in grembo alla bella Siciliana, che lo
tirava a sè con modi soavi, e gli andava offerendo baci e confetti; anzi
avendogli detto:
«Don Pompeo, io vi farò da madre,» il giovanotto le rispose stizzito: «A
me non fa mestieri altra madre che donna Vittoria Savella, la quale a
quest'ora è lassù;» e col dito indicava il cielo.
Non pareva davvero che in casa fossero state celebrate nozze, bensì
mortorio; però che assai prima del consueto il palazzo fosse sepolto nel
silenzio e nelle tenebre, — precursori della tempesta.
Fortuna volle che a don Flaminio, il quale in corte del Papa teneva
ufficio di camerario privato, ricorresse la volta nella prossima
mattina; onde egli per non mancare si levò per tempissimo, e si abbigliò
squisitamente di gala come costumano i vecchi, che studiano riparare con
l'arte le offese degli anni: premeva a lui (che passata la prima notte
aveva incominciato ad accorgersi del granchio preso) non gli fruttassero
discredito in corte gl'improvvidi sponsali; e raddoppiando di reverenza
e di zelo sperava che non glieli apponessero a torto, o alla più trista
valessero a temperarne la sinistra impressione. La donna poi che viveva
con sospetto grande, e a cui il sangue non porgeva nulla di buono,
andava consolando dicendole:
«Deh! cuore mio dolce, fatevi animo: per un po' di nebbia, o che credete
voi che non abbia più a comparire il sole? Tutto si accomoda in questo
mondo con un poco di pazienza e di piacevolezza, e voi di ambedue queste
cose possedete dovizia. Orsù, fatevi animo; che a fine di conto i
Marchesi miei figli sono cavalieri compiti, e fiore di gentiluomini, i
quali si guarderebbero bene di far piangere quei due bei soli che avete
in testa. Sicchè, vita mia, state lieta, e pensate stanotte, quando
tornerò a casa, di farmi ritrovare la luce in un raggio dei vostri
labbri divini.»
E qui abbracciatala, e baciatale rispettosamente la mano, tolse commiato
da lei cacciandosi festoso giù per le scale.
Le camere dei giovani padroni stavano chiuse, e silenziose come
sepolcri: noi altri servitori alzavamo gli occhi di ora in ora al
campanello per vedere se si agitava: ma no, esso rimaneva come
impietrito: verso mezzo dì si fece sentire un tocco solo — acuto,
stridente, che parve gridasse: — ahi! — Accorsi, e trovai tutti i
padroni vestiti da viaggio, tranne Pompeo, il quale io non vidi con essi
loro. Don Marcantonio senza levare gli occhi di terra, con parole lente
e stentate come se recitasse il _de profundis_:
«Andate, Orazio, mi disse, ed avvisate la clarissima Marchesa di santa
Prassede, che i suoi figliastri le domandano in grazia di essere ammessi
all'onore di baciarle la mano, e di augurarle il buon giorno.»
Mentr'egli così meco favellava, udii i suoi fratelli commettere ad altri
famigli accorsi alla chiamata, che prendessero le valigie, e le
accomodassero subito subito in groppa ai cavalli, che dovevano tenere in
cortile insellati, e in punto di partire. Io sbirciando di traverso
notai quattro sedie remosse da canto alla parete, e disposte intorno
alla tavola dove pareva si fossero trattenuti a consulta, e vidi ancora
sopra la tavola una carta scritta, e quattro para di pistole. Mala
parata mi sembrò cotesta, e l'obbedire mi doleva; ma chi mangia pane
altrui non ha la scelta: però senza badare ad altro portai l'ambasciata.
Donna Rosalia udita l'ambasciata stette alquanto sopra di sè; poi come
se di moto proprio non si sapesse risolvere, girò intorno la faccia
quasi cercando chi la sapesse consigliare in cotesto frangente; ma non
vedendo altri che me parve esitare, poi risolversi, e mosse le labbra
per articolare parola: ad un tratto diventò vermiglia, punta forse dalla
vergogna di consultarsi con un fante; e se fosse così, ben le incolse
quello che le avvenne; forse anche non volle mostrare paura, e allora la
compiangerei di più: fatto sta, che mi disse animosa:
«Vengano, e saranno i benvenuti.»
E come mi disse io referii. Ecco (mi pare di averli sempre davanti agli
occhi) i padroni muovere lenti, pallidi, muti nel modo col quale è fama,
che le anime dei morti nella notte precedente al giorno dei defunti se
ne vadano a processione incontro alla tempesta, che Dio manda perchè i
vivi si rammentino di loro.
Appena si furono affacciati nella stanza ove si era fatta ad attenderli
donna Rosalia, ella si levò in piedi e mosse un passo o due verso di
loro, atteggiando il sembiante a lieta accoglienza. Quando i padroni le
furono discosto un paio di braccia, e nè anche tanto, poco più di un
braccio, il marchese Marcantonio così parlò:
«I Marchesi di santa Prassede, prima di abbandonare per sempre, in
grazia vostra, il palazzo dei loro onoratissimi antenati, sono venuti a
darvi il buon giorno, e ve lo danno.»
Quattro terzettate sparate a un punto stesso, che parvero una sola,
fecero quattro finestre nel petto alla povera donna, che gridò Ge, e non
ebbe balìa di compire Gesù, e cadde giù bocconi morta sul colpo.
I padroni giovani com'erano venuti se ne andarono lenti, muti, senza pur
degnare di uno sguardo il cadavere: scesi nel cortile inforcarono i
cavalli, ed uscirono di Roma. Per la bella Siciliana non ci fu mestieri
nè medico, nè prete. La copersi con uno arazzo; dalla parte del capo le
posi il crocifisso grande di argento fitto sur un candelabro, che il
marchese don Flaminio teneva nella camera da letto; da piedi le
accomodai una lucerna accesa; le dissi presto presto un po' di _de
profundis_, e poi mandai al Vaticano pel Marchese onde venisse subito a
casa per affare, che non pativa dilazione; — e feci male; perchè a
quello che era accaduto, o un giorno o un secolo oggimai non guastava
più nulla.
§ III.