«Maledetto chi non onora suo padre; — maledetto nella città,
maledetto nella campagna —; io ti percuoterà con miseria,
febbre, freddo, ardere, melume e malaria finchè tu muoia. —
Il cielo sopra te sia di bronzo, la terra che tu calpesti di
ferro. Il Signore sommuova dalla terra polvere, dal cielo
piova cenere finchè tu vi rimanga sepolto; — ti dia in mano
ai tuoi nemici; e mentre tu sorti per una via contro di
loro, tu ne fugga per sette andando disperso per la terra.
Il tuo cadavere diventi pasto di tutti i volatili del cielo,
di tutte le bestie della terra, e nessuno lo porti via...
Sii percosso d'insania, di pazzia, di furore di mente. — Va
di mezzogiorno tentoni come il cieco nelle tenebre. — La tua
moglie accolga nel suo braccio adulteri. — Fabbricherai la
tua casa, ma non vi abiterai; pianterai la vigna, ma non la
vendemmierai; ti uccideranno il bove, e tu non ne
mangerai... e di questo si vedranno in te segni espressi, e
prodigi.»
_Deuteronom._ CAP. 27. 28.
§ I.
ORAZIO, COME TUTTI I PERSONAGGI DI ROMANZO, PRIMA RICUSA A RACCONTARE, E
POI RACCONTA; PERÒ CHE DIVERSAMENTE NON SI STAMPEREBBE LA STORIA.
«In quanto a capelli diventati bianchi tutto ad un tratto, notò un
bandito mentre scuoteva la pipa per farne uscire la cenere del tabacco,
ho inteso raccontare, che quando don Flaminio il Marchese di santa
Prassede maledisse i suoi figliuoli, le imprecazioni del vecchio
bruciassero i capelli su cotesti loro capì, e ne calcinassero i cervelli
come pietra in fornace: insomma, che il fuoco di Sodoma non facesse men
peggio, nè più tardi.»
«Fanfaluche!» esclamò Orazio avviluppandosi nel gabbano, e mutando
fianco sopra il letto di foglie, che si era fatto sotto la quercia.
«E come potete voi affermare che le sono fanfaluche?»
«Perchè lo so. — Ah!, soggiunse poi, troppo più dura sorte incolse a
quei miseri.»
«In fede di Dio, interrogò una voce diversa che usciva da un cespo, che
cosa mai poteva loro accadere di peggio?»
«Marco, rispose Orazio con parole lente, e parti poi gran male la morte
se ti coglie subita, e improvvisa? Di minuto in minuto limarti anima e
corpo, e mandarteli dispersi come limatura di ferro, allungarti
l'agonia, e non darti la morte, lasciarti la smania di rifuggirti sotto
terra, e levarti il fiato di percuoterla, e dire: o terra, cuoprimi!
Questo vedi, Marco, è troppo peggio della famosa spinta che un giorno o
l'altro ti darà mastro Alessandro, per la quale fa conto di trovarti
nello altro mondo senza che tu te ne accorga nemmeno.»
«E pure, riprese il bandito che fu primo a parlare, che il caso dei
figli del Marchese di santa Prassede fosse successo per lo appunto come
io l'aveva contato seppi per cosa certa da un cugino della cognata del
guardaportone del palazzo Massimi, che di coteste faccende doveva essere
a parte meglio di voi. A voi chi lo ha raccontato, Orazio?»
«A me? Nessuno.»
«Or dunque, come lo sapete?»
«Io ho veduto morire i figli maledetti.»
«La notte è lunga; e al sonno, quando posa su le palpebre del bandito,
par di sedere su i pettini da lino: or dunque narraci questa storia,
Orazio; noi ti staremo a udire.»
«Io conto, e narro quando me ne piglia l'estro, disse Orazio riponendosi
a giacere sopra il letto di foglie: — voi poi, soggiunse poco dopo, se
non sapete logorare meglio o peggio il vostro tempo, fischiate.»
Ma il giovanetto, che soleva cantare le canzoni composte da Orazio, gli
si pose accanto; mise le mani incrociate sopra la sinistra spalla di
quello, e sopra le mani appoggiò la guancia; poi levando dolcemente gli
occhi, così prese piuttosto a mormorare, che a dire:
«Racconta, mio buono Orazio, racconta. Dio ti ha creato apposta per
raccontare, come il rosignolo per cantare. — Orazio, in dieci colpi di
archibugio tu ne sbagli due; ma le tue storie valgono anche meglio dei
tuoi tiri. Orazio, tu sai condurre una imboscata come il Cavaliere dei
Pelliccioni[1]; ma più hai talento per esporre un racconto. Tu sai
tutto; tu ti sei trovato a tutto. Io penso, che tu ti fossi presente
quando Dio appiccò in mezzo al cielo il gran lampione del Sole; tu devi
avere insegnato a Noè a pigiare l'uva; e se non portasti mattoni alla
torre di Babele ha da essere caso. Se non sapessi che tu sei carne
battezzata, io ti crederei quel cane di giudeo che negò a Cristo di
riposare all'ombra della sua casa, onde ei ne va condannato a ramingare
pel mondo fino alla consumazione dei secoli. Se il Papa ci offrisse una
coppia dei suoi cardinali in cambio di te, noi gli diremmo: — Santo
Padre, tienti i tuoi cardinali, e lasciaci il nostro Orazio. — Veda un
poco papa Clemente se possiede in corte un fiore di lingua come sei tu:
forse il Baronio, che scrive storie da far dormire ritti? Racconta,
Orazio, racconta una storia; tando tu ci metti quanto a cogliere una
rappa di finocchio, e a strofinartene i denti.»
Orazio a mano a mano che il giovanetto parlava si levò su la vita a
sedere, gli toccò carezzando i capelli, e così prese a dire:
«E non ci è verso; bisognerà che racconti la storia. Finchè l'uomo vive
ha mestieri di un cappellinaio per appiccarvi il gabbano dei suoi
affetti, per quanto logoro e rattoppato e' sia; ed io non posso negare
niente a questo ragazzo. Il mondo va alla rovescia; gli usignoli
incominciano a prendere i rospi: tu mi sforzi a parlare, Genesio, e poi
tu piangerai; guarda bene ve' ch'io non ti veda nè ti senta; che alla
croce di Dio ti do uno scavezzone da intronarti la testa; e il peggio è,
che il caso al solo pensarci sopra mi stringe la gola, e nella zucca non
ho goccia di vino. Ad ogni modo udite.»
§ II.