Qual grido funesto risuona sul monte?
Qual gemito cupo si leva d'intorno?
È forse la Vila dal lucido fronte,
Che cinta di nembi si slancia nel ciel?
In cima a la rupe, nel niveo soggiorna
Riposa la diva le membra sue snelle;
Le danzano in giro le rosee donzelle,
La cullano i canti d'un astro fedel.
Fra l'ombre solenni, fra l'irte boscaglie
Forse urlan le belve pugnanti a la preda?
O, attorte agli abeti le rabide scaglie,
Di Bàlkan le serpi lingueggiano al Sol?
O figli di Serbia, se il cielo vi veda,
Balzate dai sonni, lasciate le selve:
Più fieri serpenti, più rabide belve
A l'aquila nostra tarparono il vol.
Ferita a Cossòvo dal turpe Islamita,
Perduto il remeggio de' giovani vanni,
Dai campi raggianti di gloria e di vita
Ne l'ombre di morte, stridendo, piombò.
Sbucâro i ladroni giurati ai suoi danni
Dai scitici ghiacci, da l'Istro interdetto;
La fissero in croce, sbranaronle il petto;
Chi men le diè strazio men prode sembrò.
Ah! dove in quel giorno, dov'era il tuo brando,
O Marco, o di Serbia speranza immortale?
Conosci e sostieni lo strazio nefando?
O il sonno e la morte ti avvinser così
Che nulla più curi? La morte? Il fatale
Momento di morte per lui non arriva:
Mutate la nenia ne l'oda festiva;
Ei dorme, si scuote, risvegliasi al dì!
Ei sorge, si appressa: de l'antro fatato
Risuona ai suoi passi la volta profonda;
Il negro cavallo gli scalpita allato;
Gli mette baleni lo sguardo e l'acciar.
Già monta in arcioni; la turba il circonda;
Il corpo squarciato si unisce e cammina;
La schiava spregiata si leva a regina;
La tomba dei prodi diventa un altar!