VOCE DELLA GERMANIA.

O prima reggia del Pensiero, augusta

D'idee madre e di genti,

Patria del gener nostro Asia vetusta,

A te col grido dei perfetti eventi,

Vetusta Asia, il saluto

La libera Germania alza su' venti.

Odi: stridono ancor su'l combattuto

Reno i miei plaustri; echeggia

Il mio vittorïoso inno temuto;

E con securo il vol come in sua reggia

Quant'è di cielo intorno

Di Brandeburgo l'aquila passeggia.

Sorgete, o voi dal feüdal soggiorno,

Tremende Ombre, sorgete,

Fiere stirpi d'Arminio, al novo giorno;

E voi che sul divin Tebro scorrete,

Secure Ombre, e la nova

Stirpe latina a magne opre accendete,

Venite: a la funesta ira non giova

Dar l'alma, or ch'ogni gente

Guida un solo pensiero a varia prova.

Voi condurrò nel mio volo possente

Dove com'aureo sole

Poggia di Brama la magion lucente;

Dov'erge l'Imalai l'intatta mole,

Ed a la Ganga in giro

Del loto degli Dei splendon le aiuòle.

Come giorno che irradia il vasto empiro,

Tal da le rive bionde

Sorger tranquilla una gran luce io miro;

E a la gran luce un'armonia risponde,

Da cui senso e pensiero

Prendon l'aure, le stelle, i fior, le sponde:

--Smetti, o figlio del Lazio, il vanto altero,

E tu, d'Arminio figlio,

Riponi il brando insanguinato e fiero!

Se l'un ne l'altro insanguinò l'artiglio,

Roma lo sa; lo sanno

De l'Elba i flutti e il Reno ancor vermiglio.

Troppo fra voi di servo e di tiranno

Voce sonò: gli avelli

Son anco aperti, ed ancor vivo è il danno.

Ma se i miei sensi al ver non son ribelli,

Io qui da questa sponda

Secura griderò: Siete fratelli!

Là sul vasto altipian radice e fronda

Pose l'Arìana antica

Pianta, che fu di molto fior feconda;

E se il turbo la svelse, e la nemica

Sorte ne infranse i molti

Rami, i germi educò la terra amica;

Onde sott'altro ciel giovani e folti

Sorser mutati, e fûro

Da inconscia man moltiplicati e còlti.

O gente cieca, a cui pur l'oggi è oscuro

Voi de l'Arìana pianta

Siete due rami, in faccia al Ver lo giuro.

L'un s'infrondò su'l Campidoglio, e tanta

Arbore al ciel spiegossi,

Che cadde alfin dal proprio peso affranta.

Tal su l'altro di nembi ira sfrenossi,

Che le pigre ombre e 'l gelo

Fuggendo e da pugnace indole mossi

I suoi fieri cultor sott'altro cielo

Ruppero, e fûro al corso

Tigri, e demòni al fulminar del telo.

Serrate, o stolti, a l'ire orrende il morso;

E più dei truci acciari

Abbia su'l vostro cor punta il rimorso!

Entro al fin dei suoi monti e dei suoi mari

Vigili ognuno, e il volo

Sfreni al pensier, che fa temuti e chiari.

Vedrete allor da l'uno a l'altro polo

Sorger le genti, e avranno

Per sentiero diverso un pensier solo;

E, spento prima ogni desío tiranno

Ed ogni error conquiso,

Fide a Giustizia e a Libertà staranno!--

Salve, o diva Scïenza; al detto, al viso

Che sopra ogni altro estimo,

Ai voli rutilanti io ti ravviso!

Per te del mio pensier l'ali sublimo;

Per te nei sanguinosi

Studî de l'armi il popol mio va primo.

Tu che, amica de l'opre, i neghittosi

Ozî diradi, e vivi

Vigil sempre ed eterna e mai non posi,

Tu che redimi a libertà i captivi,

I restii sproni, e godi

Sovra l'ombre versar la luce a rivi,

Tu, assidua e paziente il tempo rodi;

Tu i diradati stami

Dei popoli dispersi ordisci e annodi.

Da l'abisso dei morti anni richiami

L'ossa eloquenti: ritte

Composte in scheltri in sugli altari infami,

Gridan così, che a mezzo il cor trafitte

Da la parlante luce

Precipitan le sacre Ombre sconfitte.

Salve, o diva Scïenza; auspicio e duce

D'ogni grand'opra; ai santi

Regni del Vero e a Libertà ne adduce

La voce tua, che grida sempre: Avanti!

Poi che al veggente immaginar l'altero

Ribellator degli uomini si tolse,

E mirò intorno il vasto Circo, un alto

Silenzio s'assidea sui tenebrosi

Menïali titanici, e fra' rotti

Pilastri ed i corintî archi passavano

Lunghe file di mute Ombre e la luna,

Ei mirava e tacea. Ma tu nei santi

Penetrali del ciel già non tacevi,

Gran signor dei beati: acre e vorace

Ti rodea l'alma una gran cura; e come,

Se fra poche pareti arda un occulto

Foco, di quante masserizie ha intorno

In pria fa preda e cheto si alimenta,

Finchè di sua virtù gonfio e superbo

Tutto divora il chiuso aere, dirompe

L'avverso tetto, e al ciel, mugghiando, esplode;

Così del padre dei Celesti a un punto

Proruppe la repressa ira, nudrita

D'antiche onte e di cure; a mezzo i morbidi

Guanciali alti si eresse, e si folcendo

Del tentennante cubito, in tal guisa

Parlò ai beati ivi a consiglio accolti:

--O beati, se pur lecito è ancora

Con tal nome chiamarvi, or che le pingui

Mense e i tiepidi letti, unica gioia

Di voi sereni abitator del cielo,

Sparecchiar ne minaccia un rio destino,

Beati, a voi di gran stupore obietto,

E il vi leggo su'l fronte, è ch'io vi aduni

A insoliti consigli, io che finora

D'ogni assoluto mio voler fei legge

A le vostre cervici, a cui fu somma

Virtù il tacere e l'ubbidir. Se or muto

Al gagliardo agitar di venti avversi

I propositi miei, già non direte,

Che sopraffatto o paventoso io pieghi:

Fermo son io, siccome il sole; e questa

Picciola libertà, ch'oggi vi assento,

Vuo' che qual liberal dono s'accolga.

Di che perigli il regno mio sia cinto

È noto a voi, che spennacchiato e stracco

Redir vedeste un giorno ai nostri alberghi

L'Arcangelo Michel, lui, già tremendo

Fulmin di guerra e condottiero invitto

De le nostre legioni. A lizza estrema

Col superbo Lucifero si spinse

Ardimentoso, e gli ridea negli occhi

La securanza del trïonfo: inerme,

Rotto dal lungo battagliar co' flutti

Gli si opponeva il gran Ribelle, e un ghigno

Solo, un sol ghigno a debellar gli valse

L'adamantina ira celeste. Io taccio

L'altre sconfitte, e la più grande e indegna

Per avventura e più recente: io stesso,

Io l'eterno Signore, io... ma gagliardo,

Onnipossente ed infallibil sono

Siccome un dì! Solo provar voll'io...

Fu soltanto una prova; e alcun non osi

Ricercar con profano occhio gli abissi

Del mio pensier! Questo saper vi giovi,

Che il mio nemico, il gran ribelle è in Roma!--

Disse, e un sospir traendo, giù di peso

S'abbandonò su le soffici piume,

A cui di sotto scricchiolar compresse

L'agili spire dei cedenti ordigni,

Che di acciaro eran tutti, A quella guisa

Che fra un popolo avvien, che, scosso un ferreo

Giogo di servitù, sfrenasi ai novi

Deliramenti e a l'oblïosa ebbrezza

De l'acquistata libertà: risuona

D'inni ogni via; tuonan le piazze al grido

Dei Catoni d'un giorno; ardon le notti

D'assidui fochi, a cui tripudia in giro

Clamorosa la plebe; ove fra tanto

Spensierato tumulto odasi il cupo

Reböar del cannone, un improvviso

Pallor si sparge in tutti i volti; tacciono

Gl'inni, spengonsi i fuochi, in varia fuga

Mugghia qual mar l'immensa folla, sperdesi

Per le vie, per le piazze; odi a l'intorno

Un chiamar sospettoso; un concitato

Serrar d'usci, e suonar per la deserta

Via dei pochi animosi il passo e il grido;

In simil guisa al favellar del Nume

D'improvviso terror si ricoperse

L'anima e il volto dei Celesti, a cui

Solo è dolce allegrar gli ozî immortali

Di concenti, di danze e di conviti.

Si sgomentâro a la terribil nuova

Anco i pochi gagliardi; ed altri in volta

Diêrsi precipitosi, altri in querele,

Altri in preci. Piangean le vereconde

Dive, e al petto ed al crin faceano offesa;

Battean le picciolette ali indorate

I paffutelli Cherubini, e indarno

I bellicosi Arcangeli in piè ritti

Fan sdegnosa rampogna ai fuggitivi.

Scrollava il capo il divin Padre, e:--Imbelli,

Gridava, imbelli; ecco, qual pregio io traggo

Da l'aver per sì lunghi anni impinguati

I non mai sazî fianchi vostri! Avessi

Nudrito oche! Potrei nei delicati

Èpati almen delizïare il dente!--

Si chetarono alquanto, e vergognosi

Stettero. Allor dal radïoso scanno

Rizzossi in piè la diva Cate, illustre

Italo germe, e dei tuoi monti onore,

O belligera Siena, a cui più volte

Diè femmineo valor soccorso e grido.

Girò il guardo a l'intorno, e, nel capace

Petto premendo una gagliarda impresa:

--Arrossite, sclamò, voi non già eterni

Spiriti, non pur uomini nè donne,

Ma ventri e piedi senza sesso! Oh! foste

Tutti esclusi dal ciel! Ma già di voi

Cura io non ho: d'incliti spirti ancora

Forte presidio ha il paradiso, e quando

Fosse infranta ogni spada, infranta al certo

Non saría la mia lingua! Or tu mi ascolta,

Eterno Padre, e voi mi udite, alteri

Spiriti: in terra io scenderò soletta,

Inerme, come il dì, che a pace astrinsi

Di Pier le chiavi e di Fiorenza il giglio;

O come allor che a l'interdetta chioma

Di Clemente strappai l'aureo triregno,

E a schiacciar la fischiante Idra sospinsi

Sul carro de la Fede il saggio Urbano.

In Roma andrò; starò di fronte al fiero

Lucifero; e se ancor serba qualcuna

Di sue virtù questo mio labbro, ho fede,

O d'indurlo a tornar nel derelitto

Regno de l'ombre, o persüaso e vinto

Rendergli l'ali e ricondurlo in cielo.--

Tacque; e del suo parlar paga si assise

In sua beltà. Fremean d'assenso intorno

L'auree sedi del ciel; quando con voce

Di tutta tenerezza, e la mirando

Con dolcissimo sguardo:--Oh! che tu speri,

Che tenti mai? l'esperto Iddio rispose;

Lucifero domar? lui che de l'ira

Di tutto il cielo e di me pur si ride?

Tutta non fosse congiurata ai nostri

Danni la terra, agevol cosa invero

Il domarlo saría; ma come rupi

Stanno le fronti dei mortali erette

Contro ai fulmini miei; sfrenato e baldo,

Qual cavallo che irrompe a la battaglia,

Corre il Pensier, che, divorato il breve

Tramite de la terra, al ciel si lancia.

Annientarlo io potrei, ma me'l divieta

Un'occulta prudenza! Oh! sì ti fosse

Dato il frenarlo e ricacciarlo ai neri

Báratri, là dove il mio sdegno un tempo

Fitto l'avea con ferrei chiodi! Il cielo

Non avría stella mai che fosse degna

D'incoronarti! Ma timor mi accora,

Ch'opra vana tu tenti, e de l'ardito

Generoso tuo cor vittima resti!--

--E vittima sia pur, balzando disse

La divina Sanese: un dì potevi

Ricondurre vincente al patrio albergo

Una mortale di Betulia; io diva

Imploro a te pari soccorso, e parto!--

--Ma egli è un vecchio barbogio, egli è un fantoccio!--

Gridò in quel punto una stridula voce,

Bizzarramente modulando il verso.

Si conversero tutti a l'empio grido

Inorriditi, e ignuda in su la soglia

Videro sghignazzar ballonzolando

L'insanita Teresa. Era già il fiore

Del paradiso; ora istecchita e nera,

Rapata il crin, gli occhi sbarrati e pazzi,

Salti facea sugli spolpati stinchi,

Come scimmia strillando. Avvinto a un refe,

Che a' vizzi fianchi le facea cintura,

Giù pendevale un foglio, o fosse un brano

Del vangelo di Marco, o un'ispirata

Lettera, ch'ella avea nei suoi bei giorni

Fra l'isteriche ambasce a Dio già scritta.

Tremâr di sdegno a tanto osceno aspetto

Gli angioli santi, e gracidâr commosse

Le stagionate vergini, che assise

Qua e là pe' remoti angoli, a Dio

Biasciano tutto dì salmi e preghiere.

Drizzâro a stento l'aggobbite schiene,

E, sguardando di sopra a' tentennanti

Su la punta del naso argentei occhiali,

L'infelice avvisâr; brandîr con fiero

Piglio i lunghi rosarii e i crocifissi,

E già già si avventavano; ma stesa

Il buon Dio con pacato atto la destra:

--Perdonatele, disse, e a la sua cella

Dolcemente traetela. Infelice!

Troppo osò co'l pensier farsi vicina

A la fiamma del Vero, e in questa guisa

Del suo folle ardimento or paga il fio.--

Così dicendo, con paterno affetto

Schiuse le braccia, strinse al cor la bionda

Testa di Cate, e le concesse in fronte

Il caro bacio del commiato. Altera

Di cotanto favore ella si avvìa

Fra' plaudenti Celesti; inni e saluti

Le mandan l'arpe. Ai suoi custodi intanto

Sguizza di man la santa pazzarella,

E, sovra il naso il pollice appuntando,

Ghigna, sgambetta, e saltellando involasi.

Lucifero · 第 40 / 63 题