Maggio 1916.
_Alla memoria del Generale Carlo Giordana._
Siamo saliti sull’Adamello a trovare i nostri soldati. Abbiamo seguìto
le loro strade fin dove si perdono in sentieri, abbiamo battuto i
sentieri fin dove la neve li copre, siamo andati da capanna a capanna,
di pesta in pesta, dall’uno all’altro paletto lasciato a indicazione
del cammino nella desolata solitudine dei ghiacci, su fino alle grotte
candide dove si annidano a guardia delle linee recenti gli ultimi
nostri garibaldini delle Alpi.
Che scrive il _Berliner Tageblatt_ delle nostre azioni recenti
sull’Adamello? Che sono un miracolo della guerra moderna.
Siamo saliti a 3200 metri. Abbiamo portato cannoni anche più in alto.
Tutto il massiccio dell’Adamello, meno un tratto di poche centinaia di
metri, è in nostro possesso. Siamo attendati su un ghiacciaio che ha
più di sessanta chilometri quadrati d’estensione. Cercate in Francia,
in Russia, in Asia un campo di battaglia più inverosimile. Cercatelo
nella storia. Cercatelo nei racconti di Wells o di Verne. Non è mai
stato immaginato.
Neanche noi, all’inizio della guerra avevamo in mente che ci fosse
qualche cosa da fare lassù. I tratti del fronte nei quali avremmo
dovuto prendere l’offensiva erano scelti. Erano anche noti i punti dove
ci saremmo organizzati alla difensiva. Il massiccio dell’Adamello non
apparteneva nè a questi, nè a quelli. Rappresentava, per così dire, la
non-guerra. “_Di qui non si passa_” era lassù il motto della natura.
Negli orrori di quella solitudine neanche i camosci si spingono.
D’inverno è uno spento mondo, in cui vivono solo le nevi, in cui le
acque correnti si polverizzano o cristallizzano. Come viene l’estate,
il ghiacciaio si scioglie alla superficie, rivoletti d’argento
corrono per il piano vitreo, sgorgano dalle spaccature di cristallo,
precipitano nei crepacci, decine di metri profondi, azzurri come le
onde di un cupo mare, ricche di riflessi mutevoli, di scintillii, di
bagliori. Allora il ghiaccio vive, palpita e guarda dai mille occhi
mobili, fantastici, insidiosi: disteso con le sue vaste branche
dall’una all’altra cresta del massiccio, come un immane essere
prensile, una specie di mostruoso polipo, che avvolge di amplessi
possenti i granitici fianchi delle montagne che si denudano al sole.
La materia si agita in occulti misteriosi amori. Sono le nozze della
materia, gli incontri folli delle molecole, il ballo degli atomi, la
giovinezza del mondo, che rinasce da un sonno di morte, e ripartecipa
al travaglio della vita perenne.
Non era dunque l’Adamello un punto del fronte contro il quale dovessimo
pur pensare di premere, o dal quale potessimo attenderci una pressione
nemica. Esso non unisce, ma separa Val Camonica dal Trentino. Non
era una porta che si dovesse aprire od abbattere. Anche dinanzi
alla violenza delle armi, che sforza ogni resistenza, che rovescia
ogni opposizione, che si accanisce contro ogni tenacia, il gruppo
dell’Adamello rimaneva come qualche cosa di troppo elevato, di troppo
superiore ed estraneo a tutte le lotte, i tentativi e le competizioni:
ostile egualmente ai due avversari, che teneva fra loro lontani,
recinto di orrore e di silenzio, con le molte vette all’intorno e coi
passi dai nomi inesplicabili e maliosi: Tòpete e Fargorida, Veneròcolo
e Brizio, Mandrone e Carè Alto, Pisgana, e Crozzon di Lares.
Solo un appellativo squillava quasi come invito e incitamento
ardimentoso, incalzante: quello di Punta Garibaldi. E fu nel nome
eroico, che i nostri primi soldati diedero all’Adamello il battesimo
della guerra.
* * *
Alle falde del massiccio, sul versante italiano, fu costruito anni or
sono un rifugio.
Scoppiata la guerra, i nostri soldati vi presero stanza e cominciarono
a costrurre qualche baracca. Il contingente di uomini era piccolo, le
masse affluivano altrove.
Il confine correva a mezzo il massiccio, e noi sostammo al di qua.
Affidammo al ghiacciaio la prima e migliore difesa. Contro quel
baluardo ciclopico il nemico non aveva forze da lanciare. Nessuno
dei suoi piani d’invasione contemplava la traversata di quel mare di
ghiaccio, costituente una specie di angolo morto della gran guerra che
divampava su tutto il resto del fronte.
Eppure i nostri si mossero. Benchè il rifugio fosse un posto
avanzatissimo, gli alpini ne fecero il centro di una intensa attività.
Ogni mattina partivano di là pattuglie e compagnie in ricognizione.
Stavano fuori buona parte della giornata, tornavano a sera; talvolta
perlustravano le montagne circostanti di piena notte. Studiavano il
terreno, si allenavano alle più aspre fatiche, alle più rischiose
ascensioni. E come sul rifugio pendeva la cresta più occidentale del
ghiacciaio, su per il petrame della gradinata che conduceva a quella,
s’inerpicavano, in vista alla prima vitrea distesa, la vedretta del
Mandrone.
Passo Brizio segna quella imboccatura del ghiacciaio, ed è come un
cancello aperto in una rastrelliera di vette, formata dall’allineamento
dell’Adamello propriamente detto (3554), di Monte Veneròcolo (3325),
di Monte Venezia e di Corno Bèdole: linea che digradando s’innesta
alla difesa del Tonale. Di fronte a questa specie di cancello la
vedretta del Mandrone si distende fino al secondo allineamento montano,
costituito da Monte Fumo (3478), dal Dosson di Genova, o anche Crozzon
di Genova (3441), dalla Cresta della Croce (3373), dalla Lobbia Alta
(3196), dalla Lobbia di mezzo (3002), dalla Lobbia Bassa (2959): linea
le cui depressioni formano i passi di Monte Fumo (3402) e della Lobbia
Alta (3036).
Oltre questa seconda cancellata, il ghiacciaio prende il nome di
vedretta della Lobbia, con uno sviluppo di circa due chilometri e
mezzo, mentre quella del Mandrone ne ha quattro all’incirca. E la
vedretta Lobbia è chiusa a sua volta da una terza serie di alture,
prolungamento del versante orientale dell’Alta Valle del Chiese. Nei
riguardi dell’azione nostra, queste ultime alture, con andamento quasi
parallelo alla precedente linea, culminano nel Corno di Cavento (3400),
nel Crozzon di Lares (3354), e nel Crozzon di Fargorida (3082), e si
deprimono ai rispettivi passi di Cavento (3195), di Lares (3256) e
di Fargorida (2923). Oltre la quale catena numerosi valloni scoscesi
conducono nella Valle di Genova, dove nel primo maggio della guerra
erano i posti avanzati del nemico, molto al di là del confine.
A guardia del rifugio ponemmo dunque in maggio alcuni piccoli posti
sul Passo di Brizio: lievissime pattuglie, che erano come l’occhio del
ghiacciaio. Nel mese seguente, approssimando l’estate, la prima linea
fu occupata con posti d’avviso di carattere stabile. Fra i sassi e le
nevi sorsero alcune tende.
L’osservatorio era stupendo. Pareva un nido di aquile. Tutta la
vedretta del Mandrone gli era sottoposta, un piano immenso di lago
gelato, una calotta polare, che andava a urtare contro lo sbarramento
della seconda linea montana, contro la piramide della Lobbia Alta,
per piegare alla destra e ridistendersi in ampiezza fino alla terza ed
ultima linea, precipite su Val di Genova.
Punta Garibaldi si leva alla sinistra del passo Brizio, come il
torrione d’una fortezza medievale a guardia del ponte. È una mole di
blocchi rettangolari, di color bruno, sovrapposti l’uno all’altro in
tante stratificazioni. Dalla parte della vedretta, esso scende a picco
sul tavoliere dei ghiacci: ed è senza neve, tutto essicato, scavato,
screpolato dal vento. L’aria lavora la pietra come l’acqua il fondo dei
torrenti, la rode, la morde, la lima, la spacca. La parete orientale
del picco ha le rughe profonde, le ferite, gli squarci di una vecchia
faccia di gigante alpino. La furia degli elementi ha tagliato nella
roccia le sue pagine levigate, sulle quali ha scritto la storia delle
sue lotte, dei suoi assalti. La tormenta che infuria sovente sulla
vedretta, viene a ingolfarsi in quella specie di forra e sbatte contro
l’ostacolo dell’immane pilastro.
Le nostre scolte avevano dovuto celare le tende entro i triangoli
aperti fra i blocchi granitici, perchè non fossero strappate
dall’uragano. Le avevano legate con corde, inchiodate alla roccia. Non
un filo d’erba cresce lassù, non un seme sbattuto dal vento riesce a
metter radice.
* * *
Settimane e settimane trascorsero lassù, dandosi cambi frequenti,
attendendo un nemico che non si faceva vivo. I giorni di tormenta
trascorrevano bui come le notti, sotto le tende senza paglia era
un’oscurità completa. Allo scoperto, quando la tormenta saliva dalla
vedretta, o irrompeva dalle gole, avvolgendo tutto in un pulviscolo
grigio, in un nebbione pungente, che feriva a sangue la faccia e
tagliava le mani, le scolte soffocavano.
Le notti di tempesta erano atroci. Nessun lume reggeva, non si
riusciva neanche sotto la tenda ad accendere un sigaro. Le mani, i
piedi gelavano. Bisognava ravvolgersi nelle coperte umide o incrostate
di ghiaccio. Erano ore indescrivibili di attesa, di pazienza, di
resistenza, di passione. La consegna era più dura della roccia. Gli
animi più duri della consegna.
Soldati e ufficiali aggrappati alla pietra vivevano di quella profonda,
semplice, tenace vita che l’uomo porta dentro di sè, sotto l’apparenza
della vita consueta, fatta d’immaginazione, di convenzioni, di
desiderî, di capricci. In ognuno di noi sono queste riserve elementari
di energia, queste possibilità fisiche di resistenza, delle quali in
tempi comuni ignoriamo la portata. Sono forse gli avanzi dell’antica
vita selvaggia, ferina, che la fatica, la lotta per l’esistenza, la
guerra, risollevano entro di noi.
E tuttavia la resistenza lassù era tanto più dura, quanto meno poteva
volgersi contro il nemico, quanto più era contro le cose. Non la
guerra, ma la solitudine, la pietra, il freddo, la tormenta lottavano
contro i nostri. Gli uomini si dovevano misurare con le cose enormi,
impassibili, eterne, fatte per superarci nello spazio e nel tempo; che
prima o poi ci vincono tutte, perchè noi passiamo e quelle rimangono,
l’uomo soffre e quelle non sentono, l’uomo si consuma e quelle si
rinnovano o si succedono sempre.
Le nostre scolte rimasero. Si doveva rimanere lassù fermi, soli,
perchè l’ordine era questo. Non di avanzare, ma di attendere. Si doveva
obbedire.
Un giorno molto lontano, quando lo avevano fermato, quando più che
fermato, gli avevano imposto di tornare, il Generale non aveva scritto
su un foglio di carta, sul modulo di un telegramma questa parola:
Obbedisco?
Le oscure scolte dell’Adamello riconsacravano il luminoso esempio.
* * *
Un giorno, verso la metà di luglio, uno degli alpini di scolta a Passo
Brizio credette vedere una pattuglia sbucare dal fondo della vedretta
di Mandrone. Era un mattino chiaro, il lastrone lucido del ghiacciaio
mandava lampi abbaglianti, che ingannavano l’occhio. Ma non c’era
dubbio: il nemico avanzava in ricognizione. La pattuglia, in fila
indiana, era di una quarantina di uomini. I nostri erano quattro.
Nessuno descriverà la gioia, l’esultanza, l’allegrezza irrattenuta,
sfrenata che si impadronì dei nostri a quella vista improvvisa. Erano
soldati soli, senza ufficiali; comandavano se stessi. Scorgevano
il nemico per la prima volta, lo vedevano avanzare su per la crosta
liscia, venir sotto tiro passo per passo, senza sospetto.
Poteva essere l’avanguardia di un nucleo più numeroso: non sarebbe
stato inopportuno mandare qualcuno al rifugio per avvertire il Comando.
Nessuno volle andare, nessuno volle muoversi dal posto.
Di balzo i quattro si sparpagliarono su per il crostone di Punta
Garibaldi, ognuno si acquattò dietro un ronciglio, col fucile fra le
ginocchia, i pacchi delle cartucce a portata di mano, per terra. Erano
tutti tiratori scelti, sicuri del fatto loro.
Quando ebbero misurata a occhio la distanza aprirono un fuoco calmo,
avvicendato. Tirava l’uno e taceva, poi tirava l’altro da un altro
punto, poi il terzo, poi il quarto. Non c’era fretta, e non bisognava
neanche spaventare il nemico, facendogli credere che molti fossero alla
difesa del passo: nel qual caso la colonna avrebbe forse ripiegato
rapidamente. Si doveva capire che si trattava solo di quattro fucili
contro quaranta. Gli assalitori dovevano essere attirati dalla scarsità
numerica dei difensori, nella speranza di sopraffarli e di giungere
al passo dall’alto del quale avrebbero potuto esplorare la nostra zona
circostante al rifugio.
Ecco, le prime pallottole fischiarono sul passo, andarono a
schiacciarsi con un tonfo chioccio contro le rocce. Cercavano i nostri.
Dalle buche del torrione questi aggiustavano il tiro in tutta calma,
dandosi la voce, cominciando a contare quelli che si vedevano cadere.
Furono quattro, poi altri quattro, poi altri quattro ancora che si
afflosciarono sul ghiaccio, e non si mossero più. Allora i superstiti
cominciarono a indietreggiare. A un tratto uno si mise a fuggire,
un altro lo seguì, gli altri tennero dietro. Alcuni erano feriti,
camminavano zoppicando, senza più volgersi, senza più sparare.
E i nostri cominciarono a bersagliarli di grida e di urla. Pur
scaricando i fucili, li chiamavano indietro, li sfidavano a salire, a
venire a prendersi il passo.
Quelli, a uno a uno scomparvero donde erano saliti. I compagni caduti
rimasero sul ghiaccio; strane apparizioni di morte in un quadro di
fulgori abbaglianti, divini, che nessun episodio di strage aveva mai
turbato.
Solo allora le quattro scolte, scendendo per le scalinate della roccia,
si accorsero di perdere sangue. Erano state tutte e quattro ferite.
* * *
Questo accadeva il 15 luglio del primo anno di guerra. Da allora
sull’immenso ghiacciaio non apparve più l’ombra di un soldato nemico.
S’entrava nella grande estate e il massiccio dell’Adamello mutava forme
e colori. Le pareti dei picchi si spogliavano delle nevi; ai soffi del
vento caldo scrollavano a lembo a lembo la candida pelliccia. Nelle
anfrattuosità delle selle, nelle fenditure riposte restavano lucide
striature e sparsi candori. Il nero e il bianco s’avvicendavano, la
roccia erompeva dallo scintillio monotono dell’inverno. E le vedrette,
sul cui piano s’erano sciolte le nevi, si tingevano di azzurro,
balenavano alla luce. Apparivano qua e là, in forma di risucchi in una
gran distesa d’acqua, i nudi vitrei gorghi dei crepacci.
La stagione e il terreno invitavano alle escursioni alpine, e
le ricognizioni che si fecero ebbero questo carattere di _sport_
arrischiato. Il còmpito era di esplorare i luoghi e riconoscerli punto
per punto. La guerra era ancora all’inizio, l’inverno relativamente
vicino, e nessuno pensava a una occupazione del ghiacciaio. Pareva
che lo stesso nemico ne rifuggisse, poichè non si faceva vedere, ci
abbandonava tutto il deserto.
In perfetta quiete trascorse tutta l’estate e l’autunno. Alla fine
dell’anno le condizioni della montagna erano tali che l’occupazione
nostra del Passo Brizio, difficile e piena di sacrifizio, rappresentava
un còmpito per se stesso mirabile.
* * *
Ma un altro, anche più grave e complesso, ci attendeva al basso. S’era
venuti nel proposito di aumentare il presidio che teneva il rifugio.
Nuove reclute arrivarono, giunsero alpini delle classi richiamate, si
deliberò di costituire un nucleo di sciatori.
Ne fu affidata l’istruzione a un giovane capitano, e tutto l’inverno le
nuove truppe lo passarono in esercitazioni. Squadre volanti partivano
dal rifugio, si sparpagliavano sulle nevi, risalivano i costoni
intorno, a destra e a manca del passo che rappresentava l’estrema
occupazione nostra; si allenavano. Erano un pugno di uomini, ma la
guerra di montagna non si fa con le grandi masse.
Molte più braccia occorrevano pei servizi di rifornimento. Si
richiedevano lavori e fatiche immense, date le distanze dal piano, le
strade solo fino a un certo punto praticabili, poi i sentieri che la
neve aveva ricoperti, le ardue pendenze, le valanghe.
Si dovettero costituire colonne di portatori, vere cordate umane per le
quali salivano i viveri, le provvigioni, gli indumenti, le coperte, le
lane, le munizioni, le armi, i materiali per le baracche. Rifornimenti
enormi erano accumulati al piano. L’amministrazione militare mandava
roba, giungevano ogni settimana offerte di privati, centinaia di
pacchi, di sacchi, di scatole, di casse: ogni tanto perveniva una serie
di nuovi oggetti, tipi di scarpe più solide, _stoks_ di occhiali, di
passamontagne, di sacchi a pelo. Si preparava la ripresa d’estate.
Soldati cadevano malati, bisognava trasportarli agli ospedali; c’erano
casi di congelamento; bisognava organizzare i soccorsi e i trasporti
solleciti. Anche i poveri morti bisognava caricare sulle barelle,
portarli in ispalla a seppellire giù nella valle, dov’è il cimitero, la
terra. Lassù non era che neve e ghiaccio.
Truppe territoriali, uomini sopra i trent’anni che non avevano
còmpiti di prima linea, vennero a dare la mano agli alpini. Con le
lunghe catene ricongiunsero giorno per giorno i posti avanzati alla
sottostante vita dei villaggi e dei paesi. Centinaia di uomini andavano
e venivano nel più crudo inverno, sulla neve, fra la neve, nella
tormenta, pei valichi stretti e rischiosi, su per le falde impervie
come muraglie, strapiombanti l’una sull’altra. Erano giornate intere
di marcia; notti trascorse alla meglio, dopo le fatiche del giorno,
ritorni lenti e guardinghi giù pei pendii diroccati verso le sedi
più comode, che anche a valle s’andavano costruendo per opera d’altri
innumerevoli lavoratori.
* * *
Non appena fu possibile si provvide a una teleferica. Si trasportarono
le macchine, migliaia di metri di corda di ferro, l’altro necessario.
Alpini e territoriali si aiutarono a vicenda. Tonnellate d’acciaio
furono così trasportate passo per passo, si portarono su gli appoggi e
le travature: la macchina ancora smontata, pezzo per pezzo, chilogramma
per chilogramma, fu fatta salire: in pochi giorni la prima teleferica
funzionò. Abbreviava di circa tre ore il cammino.
Si provvide alla costruzione della seconda. I Comandi non perdevano
un giorno, l’Amministrazione mandava quel che si chiedeva, tutte le
autorità agivano con energia anche sugli ingegneri borghesi. Si fissò
il numero dei giorni nei quali la seconda linea doveva essere pronta.
Il trasporto dei materiali fu facilitato dal funzionamento della prima
e in pochissimo tempo la seconda teleferica funzionò.
Senza indugio si iniziarono i lavori per una terza, la più lunga di
tutte. Un altro motore salì, salirono le corde e i carrelli, furono
costruiti altri due capannoni, e la terza linea era pronta quando già
si cominciava a provvedere per la quarta.
La guerra usciva anche lassù dal puro sforzo muscolare, dalla
rudimentale fatica umana, per assumere il suo aspetto di organizzazione
e di lotta meccanica. Era la guerra ordinata e precisa, macchinosa,
agglomeratrice di trovati, di produzioni, di capitali, quale si svolge
per tutta l’Europa. Noi la facevamo in alta montagna, la spingevamo
audacemente verso le creste che si perdono nel tumulto caliginoso delle
nubi.
* * *
Ci rivediamo ancora in cammino, per un sentiero che s’inerpica da prima
in mezzo a boscaglie, contro il corso di un torrente. Poco fa erano
prati verdi intorno a noi: la primavera sta salendo dal fondo della
valle. Poi l’erba muore, la vegetazione dirada; i muletti scalpitano
sul suolo fangoso, nevoso. A un tratto l’ondata d’una valanga ci ferma
il cammino. Si abbandonano le cavalcature, si prosegue a piedi, lenti
lenti, per raggiungere la prima teleferica.
Il carrello sale ondeggiando, quasi mordendo con la ruota il filo.
Sotto di noi si spalanca un abisso vertiginoso, s’apre l’occhio
candido di un lago incrostato dal gelo. Tutto rimpicciolisce, si perde
lontano. La rotella della teleferica stride, manda un respiro sforzato,
affannato. Pare che si debba arrestare ogni poco, e qualche volta
accade che ci si fermi a mezza via per una lieve stanchezza del motore.
Il sottostante vuoto assume allora proporzioni più paurose e vaste, si
soffre un attimo la tentazione di saltare fuori.
Quando il vento soffia impetuoso, le corde di ferro stridono e
sibilano, il carrello ondeggia follemente nel vuoto, come un sughero
nella tempesta. Eppure lungo la guida aerea salgono senza interruzione
viveri e rifornimenti d’ogni sorta, quintali di legno e di ferro,
di arnesi, di sci, di maglie, pellicce, pale, zappe, piccozze. E
discendono i feriti e i malati rapidamente, che prima bisognava portare
in ispalla per decine di ore di cammino.
Le _corvées_ continuano a salire per i sentieri, a svolgersi lente
e faticose. Ne vediamo una dall’alto: una fila nera di formiche nel
bianco, carica ognuna del suo fuscello e del suo granello. È una vista
che induce nell’animo una commozione senza parole.
Ci si sente diventare più modesti quassù, più pensosi e più buoni.
Un sentimento di devozione, di rispetto, di riconoscenza devota
cresce nell’animo verso i nostri fratelli. Non è il tramonto grigio
e malinconico che induce questi pensieri, ma la scena che abbiamo
d’intorno.
La seconda teleferica ci attende. Il carrello è partito poc’anzi,
carico di viveri. Si allontana verso le nubi, scompare. Piano, piano,
un rettangolo nero spunta giù dalla nebbia, si avvicina quasi col moto
strano d’un grosso ragno appeso ad un filo. Reca un carico strano,
allungato. Quando il carrello si ferma compaiono le aste gialle di una
barella, sulla quale un corpo umano è avviluppato.
La barella affidata a due sci è deposta sulla neve. Gli scarponi
ferrati, d’un colore bruno, di cuoio tutto bagnato, sporgono fuori
delle coperte. La faccia è velata: nessuno la scopre. Le mani chiuse
nei guanti sono composte sul petto in un segno di croce. Due giri
di corda passano attorno al cadavere, lo fermano alla barella. Un
biglietto sotto la corda reca nome, cognome, qualità del caduto. È un
alpino di Edolo andato volontario. Ha compiuto dieci mesi di guerra,
ha offerto alla patria tutta la sua anima, tutta la sua fatica mortale;
ora riposa, raccolto in poco spazio come quando si sta per lasciare il
mondo e cercare la quiete dentro la terra.
Quattro soldati, senza parlare, prendono in mano le funicelle; a passi
lenti, sulla neve, trascinano la slitta, scendono verso la stazione
dell’altra teleferica.
Lo stesso carrello ci prende e ci solleva. Noi seguiamo dall’alto in
silenzio il convoglio dell’oscuro eroe che scende verso la valle.
* * *
Il primo nucleo di sciatori fu pronto verso la metà di marzo — che a
quelle altezze è fitto inverno.
Era, sul terreno quanto mai duro a praticare, una truppa leggerissima,
uno stormo di gente volante: i cavalleggeri della montagna. (Avevano ai
piedi le alette gialle o nere dei volatori del Nord: i legnetti sottili
e lunghi, dal becco ricurvo, di tempra fine come il più nobile acciaio.
A mezzo la stretta assicella s’imposta lo scarpone chiodato, massiccio
come uno zoccolo: le stringhe allacciano il collo del piede, il peso
della persona va leggero sulla neve). Erano alpini scelti, bergamaschi
e bresciani.
Fu dunque ordinata per il venti di marzo una ricognizione in forze su
tutta la zona del ghiacciaio: la traversata di quella ampia terrazza
polare che la neve copriva ancora: dalla prima cancellata di monti,
cioè dal Passo Brizio, alla seconda, cioè al Passo della Lobbia Alta,
e di là alla terza, dove s’apre il Passo di Fargorida, che mena alla
nemica Valle di Genova. La sera avanti, al Rifugio, si apprestarono
alla partenza.
Tempo meraviglioso, cielo puro, freschezza luminosa di stelle, aria
calmissima. Attorno alle baracche, centocinquanta uomini, chiusi negli
scafandri di tela bianca, i cappucci sul capo, le mani inguantate, i
volti cotti dal freddo, s’aggiravano come fantasmi. Era lo stormo che
voleva alzarsi.
La partenza fu data dopo la mezzanotte. Si salì a Passo Brizio, sulla
neve gelata, che sotto i pattini crocchiava. E raggiunto il Passo,
calarono giù pel ghiacciaio, sul pendio dolce, quasi in una sospensione
di volo. Lievi pattuglie di sicurezza precedevano, ed esploravano il
campo, che appariva deserto. Si sapeva che nella prima vedretta non si
sarebbe incontrato il nemico. Si dubitava che fosse annidato al termine
della seconda. E come si giunse alla Lobbia Alta, primo obbiettivo
della ricognizione, fu dato l’_alt_: le forze si divisero in tre
colonne, che puntarono a ventaglio sul Passo di Lares e Cavento, sul
Crozzon di Lares, sul Passo di Fargorida.
S’era fatto giorno, il luogo appariva in tutta la sua miracolosa
bellezza, ampio, solenne, come un paese nuovo, vergine d’ogni traccia;
scenario luminoso, fantastico, teatro aperto alle voci sonore del
vento, alle orchestre immani delle bufere: che ora un gruppo di uomini
occupava, infinitamente piccolo nella solitudine e nel silenzio.
La guerra si presentava lassù diversa da tutte le altre parti. Gli
uomini lottano per la terra, si battono per questa crosta lavorata e
scavata, per i suoi campi recinti di siepi, arati e seminati, popolati
d’alberi e di erbe, carichi della secolare fatica umana, gravi dei
segni della nostra passione. Lassù, nulla. Il luogo non è di nessuno,
l’uomo ci passa ma non ci si radica; tutto è dimenticanza e sterminio.
Non una traccia, un segno che duri: soli i nomi delle vette, delle
vedrette, dei passi, dànno l’illusione che anche quel lembo di mondo
sia nostro, che l’uomo lo popoli. L’uomo ci passa con la sua anima,
solo, e cerca un suo simile per suscitare la guerra dalla stessa
fraternità comune.
Giunti che fummo alla terza catena, senza intoppi, senza trovare
nessuno, ci affacciammo alla sottostante valle, vedemmo in quel fondo
i segni della vita: sentieri che si perdevano lontano, macchie nere
di boschi d’abeti, un lembo di terra ancora nevosa, ma che recava le
malghe disperse, le piccole solitarie abitazioni umane, attorno alle
quali la primavera avrebbe presto scoperto i prati novelli, i pascoli
fioriti. Era uno degli angoli della cara terra del Trentino, che pareva
ci attendesse.
Il mezzogiorno era alto, e frugava coi raggi nella valle, stretta alla
testata, dominata dalla vetta impervia della Presanella, come da una
scolta; una valle tacita e povera, dove cercando con l’occhio non si
scopriva un solo nemico.
Il ritorno fu come l’andata, tranquillo. Il tempo si mantenne sereno.
E tuttavia, volgendo l’occhio da cima a cima, si aveva l’impressione
della difficoltà di una azione a quelle smisurate altezze, dove le
sorprese del cattivo tempo s’annidano quasi in ogni punto, e balzano
fuori d’un tratto, per assumere proporzioni e forme terribili.
Le nubi stagnano pigre in qualche seno riposto, sono acquattate nei
bacini profondi quasi dormissero, torpide. Si vedono i loro crini
bianchi, le code tortuose che il vento solleva in furia. Si mischiano
le nubi alle nebbie, le nevicate piovono improvvise, la tormenta
flagella intere zone, ammucchia l’oscurità sul massiccio. La montagna
si rattrappisce in un chiarore smorto, crepuscolare.
Gli austriaci conoscevano il luogo, e non avevano osato violarlo, ma la
nostra ricognizione li fece reagire.
Qualche giorno dopo, la parte del ghiacciaio dove c’eravamo avventurati
lanciò i primi segni di vita, offrì le prove d’una recente occupazione.
Dal Passo di Tòpete, imminente su Val di Genova, fu visto salire
nell’aria un filo di fumo. Movimenti minuscoli di pattuglie si
svolgevano anche sulla seconda linea, specie a Lobbia Alta: si videro
sulla neve numerose piste.
Attraverso il deserto i due nemici cominciavano veramente a
fronteggiarsi: si avvicinavano, si osservavano: s’iniziava un contatto
che avrebbe ben presto suscitato un’azione.
* * *
Da parte loro essa era più facile. Più rapidi e brevi sono i
rifornimenti per Val di Genova. La via più lunga, più aspra è la
nostra. Ma questo è il proprio della guerra italiana: non ci spaventò
altrove, non ci fermò sull’Adamello. Anzi, poichè il nemico usciva dai
ricoveri, meglio farglisi incontro, azzuffarsi.
La prima linea fu rafforzata, fu studiata ed eseguita l’impostazione di
alcuni pezzi. Si accrebbero i depositi delle armi e dei viveri; munite
le truppe d’ogni conforto, si equipaggiarono splendidamente, e fu
decisa pel 12 aprile la prima vera azione: la conquista della linea di
mezzo, che sarebbe stata battuta dai più alti cannoni d’Europa.
Le truppe non erano mai state così belle. La presenza del nemico le
infervorava: non si sentivano più sole: non si trattava più di avanzare
nel deserto. La montagna era un campo di azione.
L’11 aprile, a sera, dal rifugio muove una grossa colonna di sciatori,
per portarsi al Passo di Brizio. Il tempo era coperto, ma poichè
bisognava operare di sorpresa, nessuno desiderava il sereno.
Al Passo di Brizio, quando i primi si affacciarono alla cresta
rocciosa, nella notte buia, furono schiaffeggiati dal vento. Fu un
trapasso brusco, una specie di assalto improvviso. Questa volta il
ghiacciaio non ci voleva. Il suo saluto non poteva giungerci più
ostile.
Gli uomini stentarono a valicare quel punto. La bufera ci s’ingolfava,
ributtava addietro come per furia di ondate. Pareva di scendere dal
vertice di uno scoglio in un mare burrascoso. Il terreno diroccia a
picco, frana, come una sponda a perpendicolo. La neve, i ghiacci, le
pietre fanno impasto, e si sdrucciolava, bisognava aggrapparsi con le
mani, calarsi adagio; a ogni passo si rischiava di rotolare.
Si calò, e ci si raccolse più a basso, dove il piano del ghiaccio
comincia a distendersi. Ma lo sguardo si perdeva in un rammulinamento
furioso. Si dovettero subito abbassare gli occhiali per non avere gli
occhi feriti dagli aghi della tormenta. I ghiaccioli schiaffeggiavano
la pelle, come manate di pezzi di vetro lanciate con forza da tutte le
parti.
In queste difficoltà si formarono tre colonne, che da quel punto si
mossero, divergendo, affidate all’istinto delle guide. Era passata la
mezzanotte.
Andarono per qualche tempo ognuno per avvicinarsi al punto convenuto.
Non era possibile orizzontarsi se non palpando il terreno, seguendone i
molli ondulamenti che dànno la fisionomia alla vedretta. Ma la tormenta
operava con stordimento sui sensi. Gli uccelli si perdono nella
tempesta, si persero anche i nostri. Le tre colonne, dopo avere piegato
a destra, forse nella direzione più forte del vento, andate per un
lungo tratto alla deriva, giravano su se stesse. All’alba, schiaritosi
il tempo, i nostri si ritrovarono vicini.
Fu dato l’ordine di comporre quattro colonne e di riacquistare il tempo
trascorso. Tornava il sereno. La sorpresa veniva a mancare, ma si andò
avanti ugualmente. Il nemico forse allora cominciava a vederci, ma non
tirava ancora. Si profilavano le loro sentinelle sul Passo di Lobbia
Alta; e noi avanzavamo bianchi nel bianco, gli zaini e i fucili chiusi
nelle fodere di tela, perchè non facessero macchia, cogli scafandri
ingannatori.
Una prima colonna sale per Monte Fumo, un’altra pel Dosson di Genova,
una terza tenta la Cresta della Croce; una quarta la Lobbia Alta.
Questi reparti salendo dovevano biforcarsi, espandersi, per procedere
verso la vetta all’aggiramento dei nuclei nemici. Questi come ci
videro salire aprirono il fuoco. Erano acquattati alti fra le rocce,
scaricavano giù fucilate e raffiche su raffiche di mitragliatrici.
Fu allora che le nostre artiglierie cominciarono a batterli, aprendo
la strada ai nostri che si inerpicavano cogli sci. Approfittavano
dell’aria limpida a nostro vantaggio.
Inerpicati com’erano a ventaglio su per i vari crostoni, i nostri
s’andavano stringendo a tenaglia addosso al nemico. Andavano su così:
una raffica di fucileria e uno sbalzo. Un’altra raffica e un altro
sbalzo. La conquista delle quattro posizioni progrediva uniforme,
pareva regolata sul cronometro.
I pezzi spostavano i tiri da punta a punta, battendo la resistenza
nemica più dura, facendo volare qualche mitragliatrice.
Sul Dosson di Genova fu intimata ai nemici la resa a tre metri di
distanza: si invitarono a darsi prigionieri. Ma un colpo partì dalla
loro parte a bruciapelo, e allora con una scarica pulimmo la posizione.
Uno sciatore che precedeva di qualche metro la pattuglia si trovò di
fronte, improvvisamente, tre o quattro austriaci. Vedendosi solo,
gridò: “Avanti la compagnia!” colla baionetta innastata. I nemici
sorpresi alzarono le mani e gli si diedero prigionieri.
Sulla Cresta della Croce, un caporale avendo avvistato un punto adatto
per impostarci una mitragliatrice, fattosi avanti con le bombe a
mano, le gittò su coloro che lo occupavano, li uccise e disperse, fece
piazzare l’arma, e la mise in azione.
Prima di sera tutta la linea assalita, che oggi teniamo saldamente, era
in nostro potere.
* * *
Si sono prese a occhio le misure, non sono venti metri quadrati.
Bisognerà dormire qui in sei.
Per la cena si sono dovute disporre due serie, come nei
_Wagons-Restaurants_, poichè tutti non ci si stava. Ora portano fuori
la tavola e mettono su i letti. Non si dormirà certo bene come al
Rifugio.
Che dormita al Rifugio, in quella cuccetta di legno, che veniva fuori
dalla parete, come una cabina di bastimento! Ce n’erano altre otto
attorno a noi, e vaporava un calduccio che ristorava. Un professore
di greco, che ai bei tempi della scuola batteva i più grossi filologi
tedeschi sul campo della restaurazione dei testi monchi, allungato
nel suo rettangolo pareva una di quelle statue che si posano sui
sarcofaghi: gli occhietti semichiusi, il volto soffuso del sorriso
serafico del pedante ingegnoso e fine, filava a mezza voce esametri
su esametri di Omero. Avevamo assaporato, anzi c’eravamo nutriti di
uno di quei sonni ristoratori che tolgono dieci anni di sulle spalle e
venti dall’anima. E di buon mattino s’era ripresa la salita verso il
ghiacciaio; attraversata la prima vedretta, eravamo giunti nel mezzo
del teatro della guerra.
I letti che ora si apprestano sono questi: tante barelle, coi pattini
sotto. Le stanno infilando di traverso per l’uscio, a una a una, le
distendono sul pavimento di tavole. Come le tele erano ricoperte
di neve, l’hanno dovute scrollare: c’è rimasta l’incrostatura del
ghiaccio, ma per raschiare che si faccia col paletto, non vuole
andarsene. Si stenderanno due coperte sopra, in vece del materasso, e
delle nostre giunture sarà quel che Dio vuole.
Pensiamo un po’! Gli alpini che ci hanno fornita questa sontuosa
baracca di legno tolta a un Comando austriaco, sono là, nella
notte piena di nevischio, entro grotte, aperte nella neve. Dormono
impacchettati nelle coperte umide. Sono quindici giorni che salgono,
che combattono, che vigilano. Sono quelli che hanno preso la seconda
linea, quasi tutta la terza. Gli attacchi nostri del 29 aprile e del
30 ci hanno dato in mano quasi intero il terzo ed ultimo sbarramento
del ghiacciaio. Restano alcuni posti nemici nel mezzo della linea, che
andremo a prendere fra cinque o sei giorni.
Ora ch’hanno distese le barelle sul tavolato ci si può anche
distendere. Ma uno alla volta, perchè tutti dentro non ci si sta.
Vestiti, s’intende; tolti i soli scarponi che la marcia nella neve ha
inzuppati; e due soldati ci rinfagottano fra le coperte, come tante
mummie grottesche, col passamontagna in capo, le mani nei guantoni
di lana. Verso il mattino, se non fa freddo, sono sempre quei dieci
gradi sotto zero. Quando gli alpini escono dalle loro buche, trovano
la coperta distesa la sera sulla bocca della caverna, dura come un
lastrone di zinco.
— Soldato, fammi il piacere di stendere anche l’impermeabile sulle
coperte. Mi piove addosso.
Sul tetto della baracca il tepore scioglieva la neve: era uno
stillicidio sulle mie spalle.
— E voi come state?
— Così, così.
— Io ho le estremità gelate.
— L’umido della tela della barella comincia a passare le coperte.
— Buona notte.
— Non sarà una buona notte.
Per fortuna, ai nostri piedi ardeva una stufetta portatile, a petrolio.
Aveva certi quadretti di vetro rossi, pareva una lanterna e diffondeva
nel dormitorio un mite chiarore.
* * *
Dopo un po’: _cr cr cr cr cr cr_..... Il telefono.
Ci eravamo allogati nella baracca del centralino (voglio dire che
in quei venti metri quadrati si facevano i pasti, si dormiva e si
raccoglievano tutte le comunicazioni telefoniche del vasto settore).
_Cr cr cr cr cr cr_; chioccio chioccio.
Il soldato telefonista stava per prendere sonno, s’era allungato sulla
branda.
_Cr cr cr cr cr cr_.....
— Pronti! Pronti! Centralino. Chi sei? Scuoti il microfono, non
si capisce un accidente. Prontiiiii! Comando?, sta bene. Ti metto
in comunicazione. No. Sì. “La compagnia ha avuto questa notte il
cambio”..... Nevica..... virgola..... La terza teleferica ha avuto
una interruzione di circa un’ora. Punto. Ciao. _Cr cr cr cr cr cr cr
cr_.....
Il telefonista torna alla sua branda. La stufa borbotta, come una
pentola in bollore, ripiena di fagiuoli.
Dove siamo? in Russia? Al Polo Nord? Che siamo? Esploratori
dell’Artico o dell’Antartico? Ma! Senti quello come russa! Beato lui!
Sull’impermeabile piove, piove. Le gocce cadono l’una dopo l’altra,
ritmicamente, come da una grondaia. Fuori s’ode l’urlo della tormenta,
che scorrazza sulla vedretta e viene a sbattere contro la baracca.
Qualche spiritello maligno zufola alle fessure. Quando ancora la
baracca era senza uscio, si doveva stare molto peggio. Allora la
tormenta entrava dentro, la mattina ci si trovava con le coperte tutte
bianche, impaccati nel gelo. La situazione è migliore assai.
— Dormi tu?
— Io no.
— Hai visto l’onorevole come resiste, a queste fatiche?
— Come è andato via e come è venuto qui a balzi, dalla Lobbia Alta!
— Un vecchio alpino, quello!
— Un bel sergente.
— E quel tenente volontario, che ha fatto il bagno sulla neve!
— Quello è un tipo! Sai che ha preso parte anche lui alla conquista
della terza linea, senza essere del battaglione? Era venuto quassù per
servizio. Quando ha saputo che c’era qualche cosa in aria, s’è fatto
dare sette uomini e su, alla carica, per un roccione a nord di Passo
di Cavento. Pensa: sette uomini! Andavano su a balzi: si fermavano ogni
tanto per riprendere fiato, per cercare un passaggio. “Avanti ragazzi!”
Un soldato non si voleva muovere. “Va su, che fai?” Lo prende per il
cappuccio, lo scuote, si abbassa per guardarlo in faccia. Era morto!
— _Cr cr cr cr cr_.....
Il telefonista si rialza.
— Ma è così tutta la notte?
— Tutta la notte. Pronti! Va bene. Qui la tormenta fino a poco fa.
Adesso si deve essere rasserenato. Sì, sì, sì..... Faremo verificare la
linea appena sarà giorno. Ciao.
— _Cr cr cr cr cr cr cr cr cr cr cr cr_.
— Di’ un po’, e il colonnello, che ti pare?
— Quello è un uomo!
— Hai visto che occhi dolci in quella faccia dura come il legno?
Li tiene nel pugno tutti, dal primo all’ultimo, i suoi uomini,
ufficiali e soldati! Quello che vuole vuole. Quando il tenente gli ha
detto: “Signor colonnello, due alpini della compagnia che ha ricevuto
il cambio, sono mezzo svenuti”, hai sentito lui? “Non è vero; nel
mio battaglione non è mai svenuto un alpino, in vent’anni che ho di
carriera”. Lui gli uomini li tiene su con una parola, con un’occhiata.
Vedrai come li spazza gli austriaci, fra qualche giorno!
— Sì, ma io ho le ginocchia intormentite.
Una voce assonnata: — E se ve la finiste una buona volta? Non potreste
provarvi a dormire, come facciamo noi?
— Ha ragione. Proviamo a dormire.
Ma piove sempre sull’impermeabile, e giù pel collo s’infiltra il freddo
frizzante dell’alba. La stufa non borbotta più, ha consumato tutto il
petrolio, si è spenta. Per fortuna, fuori comincia a schiarire. Con
l’aria gelata scocca per le fessure la luce. L’interno della baracca
s’illumina. Quella è la parete destinata alla cucina. I fornelli, i
piatti, tegami e tegamini, uno zampone appeso allo spago. Là è una
mensola con un par di occhiali gialli, una rivoltella nella busta di
cuoio, un par di grappette fra alcuni oggetti di cancelleria, una
macchina fotografica. A quest’altra parete, cappotti di pelliccia,
passamontagne, mantelli impermeabili.....
Un colpo di cannone: un proietto che passa alto alto nella parabola
sibilante. Un pezzo grosso!
_Cr cr cr cr cr cr cr._
— Pronti! Sì, ha sparato ora. No, è il..... Sopra i tremila metri!
Scuoti il microfono. Pronti. È il pezzo postato sopra i tremila
metri..... Va bene. Ti metto in comunicazione con la batteria.....