DON BIGOLIN

Aprile 1916.

_A Giorgio Bardanzellu._

Pare ci fosse un cappellano in un reggimento dei nostri molto avanzato

in Valle Lagarina, il quale si chiamava don Bigolino. Anzi, più breve:

don Bigolin.

Sulle labbra dei soldati, degli ufficiali e dell’altra gente del

luogo, il nome o nomignolo che fosse sonava ogni volta al passare

rapido rapido d’una tonaca, che veniva di chi sa dove, che andava chi

sa dove, che si vedeva in varie ore del giorno un po’ dappertutto. In

paese i ragazzi dicevano: “Ecco don Bigolin”. E la tonaca scantonava

per le viuzze. Le donne che lavano i panni entro la vasca, alzavano il

capo quando sentivano il _fru-fru_ del panno, e don Bigolin passava.

Lungo la strada, dove sono i paletti con su scritto “passaggio battuto

dall’artiglieria nemica”, anche di lì passava don Bigolin, di pieno

giorno, col suo solito passetto affrettato, ma non per le parole

scritte sul paletto. Più avanti, dove i territoriali lavorano, e ogni

tanto, al fischio delle granate, si rimbucano entro le grotte, la

tonaca di don Bigolin sventolava. Gli artiglieri inginocchiati attorno

alla coda dei pezzi mascherati, tirando la cordicella per rispondere

alle missive nemiche, vedevano con la punta dell’occhio il cappellano

che batteva il sentiero scoperto, e procedeva oltre. Quando, molto più

avanti, i camminamenti nostri scavati nella sabbia erano ancora stretti

stretti, e bisognava in certi punti camminare di sbieco, i soldati con

l’elmetto vedevano passare anche da quelle parti, rialzando con le mani

la tonaca, l’irrequieto cappellano.

Più avanti ancora, dove i camminamenti sboccano nelle trincee e fra

le corone dei sacchetti s’aprono le fenditure degli osservatori in

cemento o quelle quadrate, in legno, le guardie che stanno all’agguato

col fucile in pugno e le bombe allineate sulle mensole, all’altezza

del petto, volgendosi si trovavano alle spalle don Bigolin. Nelle ore

calme, come nei giorni più caldi, don Bigolin era sempre in giro di

qua e di là, in un punto o nell’altro della zona, ed era sempre quella

tonaca, sempre quel passetto rapido, sempre quella vocetta di saluto

e di sorpresa, e, con quel suo essere dappertutto, pareva avesse del

leggendario e del fantastico. Questi era don Bigolin.

Di qui venne che un cannoncino austriaco, che tirava sulle nostre

posizioni da posizioni non precisate, e mandava i suoi colpi anche

lui dappertutto, improvvisi anche quelli e senza conseguenze, come

il _fru-fru_ della tonaca del cappellano, avesse dai soldati il nome

di costui, e si chiamasse senz’altro, don Bigolin. Chi fu il primo a

trasferire a un cannoncino il nome di un buon servo di Dio, non si sa,

e non si saprà mai. Nulla è più misterioso della prima origine delle

parole. Ora in Val Lagarina don Bigolin è nome comune: dal cannoncino

austriaco che tira ora da un punto ora dall’altro, si è trasferito a

più d’uno dei nostri che gli rispondono. Di dove precisamente, è un

mistero profondo. Noi si vede dove arrivano, e non si deve cercare

altro.

Ci sono dinanzi a Rovereto, dei pezzi che hanno ben altra importanza.

Coni Zugna e Zugna Torta, — che a guisa di sperone, si spingono fra Val

Lagarina e Vallarsa fin sulla bella città in mano al nemico, dividendo

le due magnifiche strade che da Rovereto si partono per raggiungere

l’una Verona e l’altra Vicenza — devono essere pieni di grossi calibri

nostri, che dànno alla guerra d’assedio una maestà terribile e sonante.

Non per nulla abbiamo cacciato gli austriaci di qui: credo bene per

mettere qualcosa di grande nelle piazzole e negli appostamenti che essi

s’erano preparati lassù. Ma accanto ai pezzi grossi, i nostri vari don

Bigolin conservano il proprio ufficio particolare che assolvono con

impegno.

Proprio su Mori, che noi ci siamo lasciati alle spalle per inoltrarci

a monte dell’Adige, con un sistema di camminamenti, di trincee e

reticolati, s’erge e strapiomba sul paesetto abbandonato il Biaena: una

di quelle posizioni austriache che vi fanno pensare all’impossibilità

di un’avanzata. Il monte su in vetta è forato, e i buchi delle

cannoniere accennano dall’alto, giù dal regno delle nuvole. Più in

basso, pei canalotti, lungo i costoni ora lisci ora scabri, per le

schegge e i macigni, per i sentieri e i ripiani, s’abbarbicano le

difese nemiche. S’appostano i tiratori, si snodano i camminamenti, si

annidano altri pezzi, si stendono in brevi linee le trincee. Tutta

questa roba ci pende sul capo, e dovrebbe impedirci di muovere un

passo. Ebbene, laggiù in fondo alla valle, sulla riva del fiume, sotto

quelle difese aeree che paiono appostamenti di cacciatori, che sono

veri nidi di falchi, la nostra avanzata quasi tocca Rovereto. Quando il

nemico tenta di disturbare i lavori, questo cannoncino, o quello va coi

suoi colpi su per le rocce del Biaena, a scovare il disturbatore.

* * *

Da Mori si vede su pel Biaena un camminamento nemico; deve essere un

modesto sentiero, dove passano le truppe loro che vanno e vengono da un

tratto di trincea. Per coprire il passaggio, l’hanno coperto con una

fila di graticci, di quelli che servono all’allevamento dei bachi. Un

muretto di cannucce, giallognolo, leggero, che appena resiste al vento

di montagna. Dietro quello schermo passano non veduti: ma don Bigolin

sale a trovarli di quando in quando, e apre nel graticcio una falla.

In altro punto un loro sentiero è mascherato da una cortina di frasche:

e don Bigolin rovescia le frasche. Allora quelli s’indispettiscono e a

loro volta tirano. La lite s’ingaggia fra i piccoli pezzi. Se non cessa

intervengono i grossi.

Basta una fucilata a far nascere uno scompiglio. Una pallottola scatena

una tempesta. La valle rintrona per ore di ululi e di boati, gli echi

si sbattono da parete a parete, coprono il vasto profondo mormorìo

del fiume, trasportano la guerra in fondo ai burroni, la sollevano

ad altezze candide di nevi e di nubi. Alle batterie di Valle Lagarina

fanno presto compagnia quelle di Vallarsa, e Rovereto e la sua bella

conca sono in piena guerra d’assedio.

* * *

Dinanzi a Rovereto, come dinanzi a Gorizia, si è a poche centinaia

di metri dai borghi. Sulle sponde dell’Adige e su quelle dell’Isonzo

siamo risaliti a monte con quei lenti, prudenti passi che nella guerra

moderna movono avanti agli stessi uomini le trincee. Fin dove giungono

i campi, gli orti, le sparse propaggini dei suburbi, le prime case,

siamo giunti noi strisciando, appiattandoci, sprofondando nei lunghi

camminamenti tortuosi scavati nella terra o nella sabbia, sotto i

bracci distesi dei filari, lungo le siepi di biancospino, fra le radici

dei susini, dei peschi, dei meli.

Stratificazioni molli e profonde ha lasciate l’Adige súbito a valle

di Rovereto. Un soffice giacimento di arena si è accumulato ai piedi

delle montagne rocciose, dirupate, che si erigono come baluardi della

difesa nemica. Sotto un velo di terriccio fertile, dato tutto alla

vegetazione, si è trovato scavando questo strato di sabbia nel quale la

nostra avanzata ha proceduto con lavori di approccio silenziosi.

* * *

Chi venga qui dal fronte carsico, ha l’impressione quasi di un’altra

guerra. Le sponde dell’Adige fin presso le linee nostre più avanzate,

sono ricreative al paragone di quelle dell’Isonzo. Bel fiume è l’Adige

e si svolge fra pareti di roccia e piani verdi come una vena azzurra

che si disegni vigorosa in un bel corpo. L’Adige ha un aspetto di forza

e di letizia insieme, e intona mille episodi idillici. La sua corrente

non separa due nemici. Per lungo tratto è unicamente nostra, attraversa

le nostre città, specchia i nostri villaggi, le rustiche case, i bei

campi dove il lavoro ferve ininterrotto, e gira le alte nere ruote dei

nostri mulini e degli orti.

Verso Rovereto, i colpi di cannone fioccano; ma non si trovano

le rovine dei paesi che l’Isonzo costeggia o bagna. Qualche casa

scoperchiata, un muro sforacchiato da un finestrone rotondo,

irregolare, il cornicione d’un campanile sfrangiato, qualche fossa

orlata di terra nera, smossa di recente e che s’apre lungo i sentieri

o in mezzo all’abbandono dei campi. Sono i segni della guerra, ma non

della devastazione, dello spopolamento, del terrore. La popolazione

rimane ad abitare le case, a lavorare i campi, ad accudire alle proprie

faccende. Sono bambini che giocano, donne che lavano curve su una vasca

o vanno alla fontana col carico dei bei secchioni di rame lucente.

Sono contadini che menano il carro coll’unico bove aggiogato fra le due

stanghe che si riuniscono sul davanti a punta di timone. Tutta questa

gente è sotto il tiro, vive nel pericolo, e non ci bada. La guerra

passa loro accanto, ma non li caccia e non li schiaccia. Traversano i

passaggi comunemente colpiti, rimangono lunghe ore in zone scoperte,

non si dànno pensiero di quel che accade.

Questo è anche un effetto della montagna. La pianura è terribile

perchè ogni suo punto può essere individuato, bersagliato, colpito.

I monti hanno dei fianchi scoscesi, anfrattuosi; hanno una fronte ma

anche una schiena, hanno delle rughe profonde, una vegetazione folta,

un rivestimento denso; hanno mille angoli morti, nei quali si annida

la pace, il placido idillio dell’erba col ruscello, della cascatella

col musco, della zolla col sole. Le gole rombano, riecheggiano al

tuono delle artiglierie, ma la montagna mormora e sospira da tanti

piccoli angoli calmi, che empie solo il mormorio dell’acqua cadente,

il borbottio della roggia e del canaletto, lo strepito lene, uguale,

monotono della fontana.

* * *

La conquista di Coni Zugna e di Zugna Torta è stata per noi di

un valore inestimabile. Ci ha permesso di andare innanzi in Valle

Lagarina, lungo l’Adige, e contemporaneamente in Vallarsa, per le

due strade alle quali accennammo, che muovono da Verona e da Vicenza

e convergono a Rovereto. In Vallarsa siamo passati proprio sotto

l’immenso forte del Pozzacchio, che è tutta una montagna scavata a

fortezza; gli austriaci ne volevano fare una porta chiusa per sempre a

noi; non sono riusciti a fornirla a tempo di truppe e di cannoni. Don

Bigolin ci avrebbe aiutato poco da quella parte, se il Pozzacchio fosse

stato pronto nel maggio del 1915!

Chi da Valle Lagarina passi in Vallarsa e salga a visitare i lavori

interrotti sul grosso cocuzzolo del monte, che doveva difendere

Rovereto sbarrando la rotabile che porta da Vicenza e da Schio per il

pian delle Fugazze, resta attonito dinanzi alla enormità del disegno,

alla maestosa potenza di quell’abbozzo di forte. Una intera montagna

è stata scavata per annidarci le più potenti artiglierie di cui

l’Austria dispone. Chi ha visto a Siracusa le Latomie può farsi un’idea

dell’immensità di quest’opera, nelle cui grotte ampie, ciclopiche,

lugubri come catacombe si sarebbero facilmente adunate provviste

inesauribili di proiettili di maggiori calibri, capaci di sostenere una

guerra senza limiti di tempo. Il Pozzacchio doveva essere un caposaldo

della difesa delle terre italiane aggiogate all’Impero. Così com’è

rimasto a mezzo deve essere costato milioni.

La fortezza immane è in nostro possesso, e le nostre truppe l’hanno

sorpassata di parecchi chilometri. Anche da quella parte esse stringono

Rovereto dappresso, con opere d’approccio che il nemico vede ogni mese

crescersi sotto gli occhi.

La sua rabbia deve essere stata grande, se proprio in questo settore ha

creduto di dover sperperare contro di noi una cinquantina di colpi di

quell’unico pezzo da 420 che esso abbia finora rivelato lungo tutta la

linea del fronte. Povero pezzo, deve essere ormai fuori uso. E doveva

essere malandato quando intraprese il compito vano, se quasi tutti i

proiettili che lanciò caddero senza esplodere, sulla viva roccia. Ne

abbiamo veduto uno in una sella di monte, lungo, lucido, rossastro,

rimasto lì sugli scogli come un cetaceo arenato. Pieno di polvere e di

spocchia, grottesco, nella sua fine, più innocuo assai di un piccolo

don Bigolin che sentivamo correre in aria mentre eravamo chini a

guardarlo.

Racconti di guerra · 第 16 / 23 题