Aprile 1916.
_Alla memoria di Gigi De Prosperi._
Fummo alle cave di Selz un pomeriggio dello scorso marzo. Visitammo
le posizioni e facemmo la conoscenza di un generale che ebbe dal Re la
medaglia d’oro.
Una giornata di sole. Cominciava la primavera. C’era ancora molta acqua
nei fossi e un po’ di polvere sulle strade: un cielo pazzerello, a
enormi spazi turchini, dove giocherellavano bioccoli leggeri di nuvole.
Oltre il ponte di Pieris udimmo qualche cannonata, rada, come dispersa:
le batterie parevano annoiate e stanche quel giorno. Quiete sul fronte,
quasi indolenza da una parte e dall’altra.
Era uno di quei pomeriggi di primavera che insonnoliscono gli uomini e
la terra, quando le palpebre scendono sulle pupille al riflesso delle
strade bianche, e gli occhi delle gemme buttano le prime fogliette,
coprono i rami neri di vivide ciglia. Mazzi di fiori di pesco
spiccavano su macchie verdi di prati punteggiati da ranuncoli d’oro.
Non pareva e non era una giornata di guerra; spaziava nel dramma una
parentesi d’idillio, s’era fatta una sosta di pace. Una calma enorme,
una tranquillità profonda, appena turbata da qualche sparo, era sulla
terra e nell’aria.
Andavamo verso il Carso. La vettura levava nella corsa un traino di
polvere. Vedevamo le creste occupate dal nemico, le sue vedette ci
vedevano.
Eravamo di fronte a quel primo ciglio del Carso che gira verso il
mare, e che è il più basso. Da Gorizia a Monfalcone si inarca a ferro
di cavallo questo gradino gibboso, che al S. Michele raggiunge i 275
metri e alle cave di Selz scende sotto i cento. È come il cerchio di
una balconata, alla quale siamo aggrappati: il monte Sei Busi ne è
quasi il centro. E da Sei Busi vediamo Doberdò, al di là delle linee
nemiche, come dal S. Michele gli altri vedono Cormons e Gradisca, al di
qua dell’Isonzo. Fra Sei Busi e la rocca di Monfalcone, sotto l’ondata
della roccia sono le cave di Selz, dove andavamo.
Come la strada corre alle radici di queste rosse gobbe carsiche, poche
centinaia di metri lontana dai muriccioli nostri e nemici, vedevamo
tutte le difese, il labirinto delle trincee nostre e nemiche.
Immaginate sulla sponda di un fiume un sistema di canalotti e di ripari
fatti con la mota e coi sassi da un branco di fanciulli che giocano.
Se ne fanno tanti d’estate sulla spiaggia del mare. Durano un mattino,
viene un po’ di maretta e spazza tutto.
Questa guerra formidabile, che occupa milioni di uomini, fa di questi
giochi, disegna di queste tracce labili, che pare debbano durare un
giorno, sul terreno tutto intorno devastato.
Vedute di lontano le linee, che si guatano, si fronteggiano, si
rincorrono, si cercano, paiono minuscole cose, effetti di un capriccio,
stranezze di una mente inferma. Sembrano proprio linee tracciate da
bambini o da folli. Ma vedute da presso hanno un’aria brutta, sudicia e
feroce, la perversità tortuosa dei reticolati, le punte offensive delle
armi e le lame taglienti, e son fatte per offendere, per sorprendere,
per sovrastare, per incunearsi nel cuore delle linee nemiche, per
tagliarne fuori i lembi sporgenti, per ributtarle indietro, per
rovesciarle tutte. Seguono il terreno nelle sue scabrosità, nella sua
crosta sassosa, si acquattano negli avvallamenti, risalgono i costoni,
si nascondono e rispuntano, hanno nella loro immobilità una vicenda
strana di intenzioni, di mosse.
Ogni tratto di muricciolo è una vita di uomo; dietro ogni pietra è un
fucile, fra sacchetto e sacchetto s’appiatta un elmetto e una testa. La
difesa di terra, di sacchi, di pietra è mobile, viva, animata, tortuosa
come un serpente. Gli uomini stanno fermi, le trincee non si movono, un
manipolo irrompe, la trincea si apre, i sacchetti si spostano avanti:
avviene il balzo da una posizione all’altra, s’accende la mischia,
le trincee si congiungono anch’esse, si abbrancano, si addentano,
s’avviluppano, e così in lunghi mesi il disegno si corregge, le linee
s’intricano e districano, i salienti s’allungano o si smussano, gli
archi si ampliano: sono gli episodi della lotta, le vicende della
guerra, segnate metro per metro con gocce di sangue.
Questo il romanzo e il poema, il dramma inverosimile della guerra di
posizione, che ha lunghi, enormi intermezzi, e atti rapidi, fulminei,
nei quali centinaia di personaggi cadono e scompaiono attorno al
protagonista, che è un pezzo di muro, un lembo di reticolato, un
osservatorio blindato. È una guerra d’assedio, una lotta d’approcci:
rotolando le proprie difese le due schiere opposte s’incontrano,
cozzano come gli avari e i prodighi nell’inferno dantesco.
* * *
Trovammo il generale nei suoi ricoveri. Che ha il generale nell’occhio?
Che ha nello sguardo quell’uomo? Un sorriso dolce è sul volto giovane,
ma lo inquadrano due rughe, intorno alla bocca, profonde. La carne è
segnata come una maschera, uno spirito mite la illumina. La volontà
è maschia, assidua, tenace: l’animo ha un che di vago e pio, a tratti
intimamente mesto. È di quegli uomini raccolti, che ascoltano parlare
più che non parlino. I suoi silenzi hanno non so che di musicale al
paro delle parole. Tutta la figura piccola, armoniosa, gentile, è come
i tratti del suo volto, come i gesti parchi della mano, accomodata
alla misura dell’anima, che è senza orgogli e depressioni, calma,
limpida, vereconda. Il nastrino della medaglia d’oro brilla al suo
petto, quasi non come il premio di una giornata eroica, ma come segno
e riconoscimento di un che di puro e di aureo che è nella sua natura e
umanità perfetta.
Figlio schietto dell’Abruzzo, rampollo di una razza antica e giovane
sempre, robusta e vergine ancora, il generale che parla poco offre
nello sguardo e nella voce una effusa mitezza, una perpetua poesia
di fanciullo. Il braccio destro sente ancora le ferite di novembre;
camminando, il generale s’appoggia sul bastoncino, come un pastore
della sua terra lontana; non porta armi. Nei giorni d’azione, dove è
più vicino il pericolo, è la sua persona; sulle trincee, fuori delle
trincee dove passa l’assalto è il suo occhio che guarda, la punta del
bastoncino che accenna.
Quante altre cose avrebbe potuto fare questo uomo se non fosse soldato!
Forse l’agricoltore nelle terre di Popoli, sua patria; forse il pastore
pei monti, se fosse nato povero; forse il maestro di fanciulli in una
piccola scuola. Altre circostanze avrebbero potuto volgere l’animo suo
ad altre cure.
Tra i fanciulli non sarebbe stato diverso da quello che è fra i
soldati. Avrebbe voluto bene, si sarebbe fatto amare dai piccoli, come
si fa dai grandi, da questi nostri soldati fanciulloni di vent’anni.
Egli è lì, in uno dei settori più aspri del fronte, pacato, sorridente,
buono, come sarebbe fra i banchi. Loderebbe i suoi piccoli come loda
i grandi, si compiacerebbe dei loro progressi nel leggere e nello
scrivere, come si compiace con un sorriso, con una carezza, con
un groppo alla gola delle bravure, degli eroismi e sacrifizi delle
truppe dei suoi reggimenti. I soldati sono i suoi ragazzi. La loro
scuola comune è quella del quotidiano dovere: non della violenza o
dell’aggressione o dell’odio, ma del lavoro e della serenità nella
fatica e nel sacrifizio.
Tutti i rischi delle truppe sono anche i suoi. Egli visita i soldati
in trincea ogni giorno, una o due volte, parla con loro, assaggia il
loro rancio, si occupa e si preoccupa dei particolari minuti della
loro vita. Li ascolta e li consiglia, li guarda e li segue, li conosce
e li pensa; all’ora dell’attacco non li sospinge, non li manda; va
verso le loro baracche, passa in mezzo alle loro file, butta giù i
sacchetti, esce dalle trincee, li precede, e quelli si scagliano di
qua e di là dove egli accenna. Gli sono passati avanti molti che non
hanno fatto ritorno, molti gli sono caduti morti o feriti accanto;
fu ferito anche lui come gli altri, portò la sua ferita in silenzio,
finchè gli mancarono le forze, non l’animo. Allora disse: “Ragazzi,
vado a prendere rinforzi, voi continuate”. I rinforzi non c’erano, ma
si vinse ugualmente. Il generale fu portato via in barella, curato in
un ospedale, dove il Re andò a trovarlo, gli mise la medaglia sul petto
e gli disse: “Generale, sono sicuro che Ella guarirà”. E il generale è
tornato.
* * *
Fu condiscepolo di Gabriele D’Annunzio nel collegio Cicognini, a Prato.
E ci parlò quel giorno del “suo conterraneo glorioso”.
“Eravamo compagni di scuola, me lo ricordo benissimo. Era un bel
ragazzo, un po’ effeminato. Non studiava molto, era tuttavia il primo
in greco e latino. Scriveva allora le prime poesie. Noi veramente
credevamo che le copiasse. Lo avevamo in gran concetto, ma non
avremmo potuto presagire la gloria che ebbe. Di matematica mi pare non
intendesse nulla. E, se ricordo bene, quella lampada votiva che egli
celebrò in una delle sue prose, era una fiammella sulla quale mettevamo
a cocere la farina di castagne.
“Aveva grande fantasia e si appartava da noi sovente, faceva vita
piuttosto ritirata, leggeva molto. Da allora non ci siamo più veduti.
Egli è salito e mi ha dimenticato. Oggi ho letto che gli hanno dato la
medaglia d’argento. Gli voglio scrivere, per congratularmi”.
Anch’egli era salito molto alto, il generale. Ma a sentire lui non
pareva. Non si sale mai abbastanza per la via del dovere. Non ci sono
cime oltre le quali non si possa andare. È una via di tutti i giorni,
di tutte le ore, di tutti i minuti. Da quando la guerra è cominciata,
la via non fa che allungarsi. Quando la guerra sarà finita, sarà ancora
quella, e sempre aperta, per gli uomini di buona volontà, fino al
giorno del riposo, che non è in questa vita.
E si capiva che il generale non pensava mai, non aveva mai pensato a se
stesso, nè alla sua gloria, nè alla sua salvezza.
Nel suo sorriso era come la punta di una malinconia pensosa d’altrui,
quasi il ricordo mesto di quelli che gli erano morti accanto, che
avevano chiuso le pupille per dargli la vittoria. Egli li ricorda
tutti, i suoi caduti; li porta nel cuore. E con poche parole ci fece
l’elogio dei propri soldati. Ci disse che abbiamo dei grandi soldati:
perchè abbiamo dei veri uomini, dei quali si fa quello che si vuole,
che si portano dove si vuole. “Forse — egli ci disse — il nemico non ci
è inferiore nella resistenza fisica: ma noi abbiamo riserve e risorse
morali mirabili. Con queste vinceremo la guerra”.
Queste cose ci diceva un uomo nel quale sentivamo di poter credere.
Poichè egli ci appariva pieno di fede e insieme di ragione e di
buon senso, e la sua vita era di nobili fatti. Uno di quegli uomini
di razza, che hanno l’antichità dei padri nelle vene, l’esperienza
e l’istinto di molte generazioni sane. L’Abruzzo non ha politici,
ma tradizioni di poesia, di arte, di cultura e di agricoltura,
antichissime che si perdono nei tempi; e di guerra. Quell’uomo era
antico come la sua terra.
Come fummo all’aperto lo vedemmo guardare le piante d’un giardinetto
che fiorivano attorno alla sua casa. Le piante del giardino, là dentro,
e poi come fummo sulla strada, le piante degli orti e i mandorli
fioriti, le siepi, i campi.
— “Peccato che queste belle campagne siano tutte in abbandono”.
Avevamo le trincee nemiche a poche centinaia di metri, camminavamo
lungo la strada scoperta. E gli occhi del generale spaziavano sui campi
dove la primavera spargeva i suoi ciuffi di verde e i suoi grumi di
fiori.
* * *
Per salire alle posizioni infilammo un camminamento. Chi mai loderà
abbastanza i camminamenti nella guerra di trincea? Essi sono quel che i
grandi viali alberati, ombreggiati in una città avvampata, percossa dal
sole di un mezzogiorno di agosto. Ci si respira qualche boccata d’aria
fresca.
Camminamenti sono i sentieri che menano alle trincee. Nei più dei
casi ai loro fianchi sono due muriccioli di sacchetti, levati ad
altezza d’uomo. È già una buona protezione contro i tiri di fianco. Ma
certi camminamenti possono essere presi d’infilata, che è il tiro più
pericoloso; allora nei tratti bersagliati si posano tronchi d’albero
o travature spazieggiate, per sbarrare il tiro della fucileria e
delle mitragliatrici. I camminamenti più sicuri sono tuttavia quelli
scavati a fossato, con rivestitura completa e potente, o addirittura a
cunicolo, addentrati nella terra o nella pietra. Si è relativamente al
riparo anche dalle grosse artiglierie.
L’utilità di questi lavori è palmare. È proprio sulle zone
immediatamente retrostanti alle trincee, che batte quotidianamente
quella parte della artiglieria nemica che non ha il compito di cercare
i pezzi dell’artiglieria avversaria. Su queste zone le truppe vanno e
vengono per i cambi: passano a ogni ora del giorno le _corvées_, col
rancio, le munizioni, i carichi di materiale.
Le trincee, nei giorni di calma, godono d’una certa immunità. La
stessa vicinanza in cui sono verso le trincee nemiche le protegge.
L’avversario non tira sulle trincee nemiche per non colpire le proprie,
che distano in alcuni punti dieci, quindici, venti metri. Per lo meno
non tira con le artiglierie. Fra trincea e trincea la lotta si fa a
colpi di fucile, a scariche di mitragliatrice, a lancio di bombe. Gli
_shrapnel_ e le granate cadono sulle zone retrostanti, sulle strade,
sui sentieri, sui villaggi, dove si dubita siano truppe accantonate,
insomma sulle retrovie, dove l’occhio del nemico è in grado di
individuare una quantità di bersagli, colonne in marcia, carri, uomini
isolati.
I camminamenti sono dunque opere di protezione e di difesa;
indispensabili anche all’offensiva, per poter fare accorrere rincalzi,
per poter sgombrare il terreno dei feriti. Base di una grande offensiva
saranno sempre le solide e abbondanti opere di difesa.
Tutto ciò è intuitivo, fa parte, più ancora che dell’arte o scienza
militare, del buon senso.
Di fatto, le mitragliatrici, i cannoncini, i lanciabombe, armi
che si collocano nelle trincee stesse o nei tratti adiacenti, non
possono esplicare la loro funzione se non sono esse stesse abilmente
e solidamente coperte. Il loro fuoco essendo facile a individuare,
provoca un tiro concentrato, sotto il quale non si potrebbe reggere se
mancassero difese adeguate.
Solo un esercito che abbia condotto a termine grandi opere difensive
può ragionevolmente volgersi all’offensiva. Ecco anche perchè la guerra
moderna richiede periodi così lunghi, mesi e mesi, di sosta apparente
e di silenziosa preparazione, ecco perchè essa è fatta di lavoro e
di fatica, ecco come i nemici che abbiamo di fronte, gente dura e
metodica, che occupa in lavori gran parte del tempo, riesce ad opporsi
al nostro slancio, sminuzza le nostre avanzate, delimita e frastaglia i
nostri progressi. Ed ecco il punto in cui il soldato italiano ha dovuto
subire necessità del tutto nuove, e assoggettarsi a una disciplina che
pare aliena dalla sua natura.
Il nostro soldato era, specie nei primi tempi, sprezzante del
pericolo. Molti dei nostri giovani ufficiali credevano ancora alla
guerra brillante, alla lotta aperta dell’uomo contro l’uomo; erano
garibaldini. Contro il garibaldinismo il nemico usava poco gli uomini e
molto usava le artiglierie e le mitragliatrici.
Più noi ci scoprivamo, più egli si copriva; ai nostri balzi rispondeva
con altrettanti appiattamenti e interramenti. Noi cercavamo la vittoria
nella luce, nel sole, egli preparava la difesa e l’offesa nell’ombra,
nei camminamenti, nelle caverne. Non si fiaccava, ma ci massaggiava
duramente. Egli aveva su noi il vantaggio di un anno di guerra europea.
Per noi tutto era novità, per lui tutto era esperienza. Si impara
sempre qualche cosa dal peggiore dei nemici: noi abbiamo imparato molto
dal nostro.
* * *
Scendemmo dunque nei camminamenti a fossato che dovevano condurci su
alle trincee. Dopo le grandi piogge di marzo l’acqua stagnava ancora
lungo certi tratti. Pareva di camminare nel letto di un ruscello.
Diguazzammo prima con le scarpe, poi fino ai polpacci. Il pomeriggio
era caldo, assolato, uno di quei pomeriggi di primavera che vi dànno
il senso della piena estate; e l’avventura era piacevole. Dieci giorni
prima avremmo detto altrimenti; le nostre calzature avrebbero dovuto
impegnare un’altra lotta.
Tuttavia in guerra ci si avvezza a tutto. L’uomo sarà sempre
l’animale più adattabile dell’universo. Vive sulla terra e sotto
terra, sull’acqua e sotto l’acqua, con qualunque tempo, a qualunque
temperatura. L’altra mattina, sul Pal Grande un ufficiale degli
alpini, in mutandine, faceva il bagno sulla neve, mentre sul capo
gli sfioccavano gli _shrapnel_. La guerra non fu mai così piatta:
tuttavia ha i suoi momenti e i suoi episodi fantastici. E nulla era
più fantastico in quel marzo radioso, fiorito di mandorli, del nostro
procedere al buio, curvi, nell’acqua, sotto le cannonate.
Raggiungevamo pel camminamento soldati che procedevano carichi di
sacchetti e di tavole: passavamo innanzi a gruppetti di sterratori;
davamo il passo ad altri che scendevano dalle trincee. Erano andati
su con gli asinelli ed ora tornavano. Le bestiole, piccole, grigie,
nerastre, facevano la loro strada tranquillamente al di sopra del
camminamento, o ai suoi lati, su un sentiero scoperto. Frustavano le
mosche col mozzicone della coda; soffiavano sulla polvere nuova, che
metteva loro nelle narici il gusto dolce della primavera, spiccavano
coi denti cespi di erbetta. Il loro fatalismo era sublime, di quella
sublimità esemplare, filosofica, che l’asino rivela in ogni sua
faccenda e che lo rende spesso di tanto superiore all’uomo, il quale si
è sempre vendicato delle sue virtù proverbiando i suoi difetti. L’asino
non è impressionabile, come prova la lentezza dei suoi placidi orecchi.
Non capisce perchè in una bella giornata si debba lasciare la strada
buona per la cattiva. Passando loro accanto ci accorgemmo di essere
guardati con indifferenza.
Ho veduto molte volte gli asinelli in terreno battutissimo, bersagliati
da una tempesta di medi calibri. Non movevano neppure la coda. A
differenza del cavallo, l’asino non si interessa affatto alla guerra,
non prende la più piccola parte alle battaglie, non ha slanci di
generosità e di odio per nessuno; delle lotte più accanite, delle
mischie più furibonde rimane sino all’ultimo spettatore impassibile,
inerte. È grande perchè è semplice, è eroico perchè mite, serve perchè
è buono, è buono perchè è sobrio.
* * *
Ai baraccamenti trovammo i soldati che si asciugavano al sole. Tutto
asciugava al sole, quel giorno: la terra, gli uomini, le baracche,
il piccolo cimitero che raccoglie i nostri morti. Forse anche quelli
asciugavano; ci deve essere molto umido laggiù. Si mettono le croci
sui tumuli, le tavolette coi nomi, le lodi brevi, i fiori, ma non si
può fare di più. Si ricordano, si tengono vicini, si dice la messa su
un piccolo altare improvvisato sulla piana di una macchina da cucire,
portata via da una casa diruta, ma l’aria, la luce, il sole, la
primavera non arrivano fino ai morti, sono il lusso dei vivi. Tuttavia,
quando piove fa ancora più pena saperli laggiù. E come il tempo si
rasserena si pensa che essi non lo vedranno, che hanno gli occhi
chiusi, sono distesi, coperti, e questo pensiero è triste.
Bene: dopo un poco non ci si pensa: la vita è piena di questi
mutamenti: tutti si deve o prima o poi morire. E intanto ritorna la
stagione buona, si può uscir fuori delle baracche senza avere sulla
pelle i vestiti umidi incollati, senza avere l’acqua nelle scarpe e
nelle ossa. È il piacere delle lucertole che si sdraiano al sole, la
terra fuma, l’orizzonte s’apre, si vedono le strade bianche lontano,
un occhio azzurro, aperto, che è quello del mare, distese di campi,
coi canapugli gialli, strisce brune di siepi, braccia di alberi che si
stirano al caldo, scossi dal torpore, le groppe del Carso, la schiena
del Sei Busi, con le nostre linee e le nemiche accanto, il padule,
i vigneti incolti, abbandonati, i canali irrigatori, la rocca di
Monfalcone, i frammenti intatti di boscaglie, tutto il paese fertile
e deserto, teatro della guerra e della solitudine, che va verso il
mare da un lato, verso l’Isonzo dall’altro, disseminato di paesi altra
volta popolosi e ridenti, ridotti a cumuli di macerie, a bersagli di
batterie, a ricoveri perigliosi di sentinelle o di truppe.
Sopra i baraccamenti, via via per la traccia bizzarra delle trincee,
quali siano le posizioni nostre non si può dire, non si può fare
intendere a chi non ha visto, a chi non c’è stato. Descrivere, non è la
parola; non si riesce a descrivere. Abbiamo fatto tante fotografie di
questi luoghi e di altri, ma le fotografie non rendono che particolari
minuti della scena; la scena nella sua larghezza, nel suo tutto
insieme, nel suo groviglio e confusione inestricabile di muri, di
fossi, di ridotti, di scavi, di grotte è quella che conta. E con mezzi
meccanici non si rende.
Bisogna esserci stati, bisogna tornarci, bisogna averci vissuto. Allora
l’occhio, la mente, l’animo s’accasano in questi luoghi, ognuno di essi
diventa un mondo; in essi si vive da quattro, da cinque, da sei mesi;
si conosce ogni sentiero e ogni pietra, ogni parapetto e ogni cuccia,
ogni passaggio mortale e ogni riparo; questa è una tomba recente,
quella è un avanzo di vecchia trincea espugnata il tale giorno, dal
tale battaglione, che ebbe i tali morti, i tali feriti; quello è il
punto dove il generale fu ferito in novembre, dove il maggiore Embabi
morì. Adesso ci si passa, ci si cammina, ci si sofferma; allora era
tutto terreno scoperto, qui era l’inferno, là era l’inferno, più
oltre era l’inferno. I feriti imploravano, i morti imbarazzavano, i
vivi urlavano, erano attacchi, contrattacchi, progressi, regressi,
spiegamenti di truppe, irruzioni violente, assalti alla baionetta,
colonne di prigionieri, barelle che passavano, l’inferno, l’inferno.
Ma ci volevano ributtare dalle cave di Selz, come dal Sei Busi, come
dal San Michele, e più oltre dal Sabotino, dal Podgora, dal Kuk; e
non ci riuscirono, lasciarono morti su morti a centinaia, armi, feriti
dappertutto, e andarono indietro. Gli strappammo di sotto i piedi la
terra passo per passo, ci affacciammo qui sulla cresta delle cave, fino
a vedere la loro conca mortifera, pestifera di morti, quella tragica
conca di Doberdò che pare un vaso in cui le artiglierie nostre da mesi
maciullano il nemico come con un pestello che non ha tregua.
Verso il mare essi hanno il Cosich, il monte a cono, con ciuffi
di alberi senza foglie, da cui tirano con le batterie e cercano di
tagliarci ogni avanzata.
* * *
Eppure abbiamo fatto un passo avanti anche di questi giorni su questi
crostoni del Carso. In una settimana abbiamo messo fuori combattimento
più di mille nemici, abbiamo espugnato un lungo tratto di trincea.
Cominciammo col dare l’assalto a circa centocinquanta metri di
trinceramento nemico. Fermati nel primo sbalzo, ne demmo un secondo.
Contrattaccati, mandammo avanti nuove truppe; assalite anche queste
di notte, ci ributtammo avanti di pieno giorno. I centocinquanta metri
divennero circa seicento; i prigionieri salirono a più di duecento. I
morti non si sono contati. Si calcola che il nemico ne abbia lasciato
almeno uno per ogni metro di difese perduto.
Venivano avanti come demoni. Prima a masse dense, poi a colonne
serrate, alfine a piccole squadre. Si può vedere anche adesso come
cadevano, le file addosso alle file, i mucchi accanto ai mucchi. Le
mitragliatrici li falciavano come si falcia il grano, l’erba. Cadevano
a decine sulle gambe stroncate, coi petti e le teste che buttavano
zampilli di sangue. I colpi dei nostri cannoni prendevano su gli
uomini, li buttavano in aria, le braccia e le gambe divaricate, li
rammulinavano a venti o trenta metri dal suolo insieme coi fucili,
le pietre. Era uno spettacolo di orrore, di follia, di strage
indescrivibile.
Quella di Selz è stata una lezione. Ma poichè tutto è possibile,
potrebbe anche darsi l’assurdo: che gli austriaci non l’avessero
capita.