MATTINO DI BATTAGLIA

Marzo 1916.

_Ad Achille Benedetti._

Eravamo due corrispondenti di guerra, partiti a notte dal Quartier

generale. Avevamo scrutato il cielo partendo, per sorprendere un

accenno di tempo sereno. Ma in aperta campagna si vedevano uscire dalle

profondità oscure dell’orizzonte i fasci dei riflettori, pallidi fra la

pioggia e affondare in alto nella nuvolaglia sporca che lo scirocco da

venti giorni non faceva che sciogliere in pioggia su tutta la pianura

friulana. Parea di viaggiare in canotto lungo le strade, con le ruote

che giravano nell’acqua come quelle dei vecchi bastimenti a vapore,

gettando di qua e di là, oltre i fossi, nei campi, immense spruzzate

giallastre, a ventaglio.

In queste fiumane torbide, che allagano le carreggiate, il transito

caotico delle retrovie non ha più tregua nè giorno nè notte. Il

movimento ha preso un ritmo continuo e rapido, s’incanala, si dirama,

si intensifica, si allarga. Le colonne munizioni, più lunghe del

solito, al trotto serrato delle pariglie, vanno verso le batterie

avanzate; gli uomini a cavallo, incrostati sulle selle, i lembi dei

pastrani madidi, senza più colore, si raggricchiano sulle groppe.

Paiono strane teorie di fantasmi, alti, grossi, corpulenti, che

cavalcando si suscitino dietro un fragore stridente di legname duro,

di cassoni carichi di metalli. Ogni tanto su un cavallo di timone

spazia un arcione vuoto: lunghi sputi di mota chiazzano il cuoio

dei cuscinetti. Gli autocarri succedono agli autocarri, macchinosi,

pesanti come vagoni di un treno sgranato, che maciulla le massicciate.

Le sirene delle automobili sibilano per gli stradoni, lungo interi

chilometri; le vetture si aprono in alcuni punti varchi angusti, e

si perdono lontane. Reggimenti che vanno, reggimenti che tornano, un

movimento in grande di unità che cambiano sede, che debbono raggiungere

il posto di combattimento, di riserva, o di riposo. E su questo

tramestìo accelerato di uomini e di carri, di staffette e di generali,

spiccano, come gli annunciatori della tempesta, i grigi trasporti della

Croce Rossa, che si mobilitano verso il fronte, e in parte ritornano

recando i primi feriti, volti fasciati di garza, braccia fissate al

collo nei triangoli di tela. Il bombardamento dura intenso da due

giorni e i proiettili piovono anche sulle nostre linee.

Queste scene nella notte si intravedono, a squarci, o ammassate,

confuse; se ne afferrano i particolari solo in alcuna delle tante soste

forzate, nella strozzatura di una strada, all’imbocco di un ponte,

nella piazzetta d’un paese, al chiarore turchiniccio di un fanalotto

proteso sopra un radiatore.

Talvolta la sosta è meno breve; una prolunga s’è accasciata sull’asse,

attraverso la strada; una automobile s’è accosciata in un fosso; un

enorme cannone è affondato coi cingoli nel suolo di una via campestre,

e bisogna tornare addietro, voltare le macchine, spostare il traffico

verso un’altra arteria stradale, rifare chilometri e chilometri,

cercarsi lontano un’uscita. Dopo un’ora o due avete quasi un principio

di stanchezza e di stordimento, e sentite come la guerra pesi fino

nei luoghi dove il cannone non giunge che col boato smorzato, e che

cosa sia la fatica che si tira dietro una linea di combattenti, alla

vigilia di movere un passo fuori delle trincee. Sentite la gravità

incommensurabile che incombe su operazioni anche di non vastissima

portata, come forse son quelle che stanno per cominciare, quando il

tempo ci è così spietatamente avverso, quando si deve lottare sulle

strade come si farebbe nei pantani, e quando bisogna andare avanti

nei pantani come se fossero strade; notte e giorno, sotto l’acqua

che bagna, incolla i panni alla pelle, passa gli impermeabili e gli

stivali, e dà dopo qualche ora la stupidità brutale della pioggia che

inflaccidisce i nervi e stronca le giunture.

Procedendo per Cormons nella luce diafana dell’alba, che spuntava fra

scrosci di pioggia, incontrammo, disseminati sullo stradone, alcuni

soldati che tornavano dalle trincee. Le truppe che tornano dal fronte

si riconoscono súbito, spiccano nella pittoresca stranezza sullo sfondo

comune delle cose. Portano sulle spalle tutto il loro carico greve, e

il pondo più greve della fatica. Non parlano, non cantano, procedono

mute, in ordine sparso, come stupite al rivedere il mondo, le vie

larghe, le case, le siepi, i campi pacifici.

I primi che ci passarono accanto nel lividore del giorno, erano

ancora i più freschi, formavano la testa della lunghissima colonna.

Riconoscemmo un reggimento che tiene alcune trincee del Podgora.

Venivano di là, e avevano camminato tutta la notte. Nella loro

stanchezza fisica, ridotta allo stremo, erano pur da descrivere.

Se pittura e scultura cercheranno mai nuove forme in questa guerra,

nuove espressioni, le troveranno meravigliose in queste parvenze di

uomini stracchi, sfiniti, sovraccarichi di impedimenti, di armi, che

paiono usciti dai cunicoli di una miniera. Soldati e ufficiali, non

riconoscibili gli uni dagli altri, procedevano insieme, uguagliati

dalla sorte e dall’affanno.

Nelle immagini, che parevano fantastiche, di quei piccoli uomini

stronchi, infangati, inzuppati di pioggia, riconoscemmo le colonne

formidabili della nostra guerra.

Avevano i bei cappotti giallognoli striati, insozzati di belletta,

striati da larghe pennellate di un colore sanguigno, tenace come

vernice. Avevano trascorso nelle trincee una ventina di giorni;

avevano dormito nelle tane di pietra e di terra, di tavole marce e di

tela; s’erano seduti, accosciati nel fango; avevano le facce, le mani

incrostate di mota. Le barbe lunghe invecchiavano i volti.

Tutte le milizie che combattono in questa terribile guerra lunga,

lenta, faticosa, come tornano dai covi delle trincee per il turno

di riposo, sono così. Pensavamo, guardandoli passare, che fra due o

tre giorni, mutati i panni, lavati, ripuliti, quelli sarebbero i più

allegri soldati del mondo.

Sotto quell’ammasso di panni, d’armi, di fango rimane, come un

focherello sempre acceso, come una lampada tenace, la nostra anima di

popolo cresciuto al sole nella robusta bontà della terra.

Ed ecco che alcuni compagni di quelli che avevamo veduti passare col

carico greve — zaino, coperta, tascapane, bisaccia, scarpe di ricambio,

giberne, fucile, baionetta — curvi e incappucciati, sotto l’acqua, o

seduti per terra, sul margine di un fosso, o sdraiati sulla soglia di

una casa — li ritrovammo nella bettola di un villaggio, dove s’erano

fermati per rifocillarsi. Rivedo un sottotenente con l’ordinanza, soli

a un tavolino; altri tre soldati a un altro, in disparte. Avevano

ordinato chi caffè, chi vino, pane e salciccia; quel che la bettola

dava. Avevano bisogno di buttare qualche cosa di tepido nello stomaco

vuoto, infreddolito, ristretto. E, mentre mangiavano, li ascoltammo

parlare.

Avevano lasciato a sera i posti della morte, quando il bombardamento

nostro durava da quarantott’ore; per dare il cambio a un reggimento

fresco, che trovava nei reticolati antistanti qualche breccia aperta.

Avevan passato lassù, fra prima, seconda linea e posti di riserva

una ventina di giorni sotto l’acqua incessante. Non s’era più veduta

una stagione simile. I muretti delle trincee bisognava ogni notte

rimetterli a posto, perchè l’acqua sgretolava, rovinava, portando

via tutto, correndo a ruscelli pei camminamenti che si sfaldavano. Si

stentava a tenersi in piedi, camminare era un’impresa. Nelle grotte

s’entrava a schiena curva, a capo basso, per non urtare nelle travi, e

si camminava nell’acqua, come nei corridoi di cantine allagate.

Il sottotenente, dietro le lenti a staffa, moveva lo sguardo

vago, intontito dal lungo cammino: le mani terrose, intirizzite,

spezzavano il pane con stento. Ma il volto imberbe, di studente,

era d’una serenità tranquilla, in cui affiorava il sorriso. A fianco

dell’ufficiale, in silenzio, in atto di devozione stava l’ordinanza.

Si capiva che s’erano trovati tante volte insieme al pericolo; una

comunanza di pensieri e d’affetti s’era stabilita fra loro.

All’altro tavolino tre siciliani, occhi neri, lucenti, volti vivaci

di saraceni, razza vergine ancora, belle fisonomie argute. Dicevano

motteggiando, che con questi tempi da ladri, deve per forza esserci la

guerra. “_Lu Signore si mise a pi_...”. Avevano sulle labbra arguzie

aristofanesche, quei contadini siracusani, che fino a ieri scassavano

la terra attorno ai ruderi della civiltà magno-greca. Mangiavano di

gusto, inaffiando il pasto con sorsate di vin bianco, aspretto, cavato

dai vigneti austriaci. “Mangiamo, chè la pelle tirata vuol essere!”

Tutti e tre sopra i trent’anni, si motteggiavano come fanciulli. Uno di

essi diceva di avere una lotta col proprio zaino: “L’uno vuol fare f...

l’altro. Vedremo chi vince dei due!” Si sarebbe stati lì a sentirli

parlare: incantavano.

Che curiosa varietà di sentimenti, di fantasie, quanta poesia di anime

in queste masse grige di uomini, che paiono l’uno uguale all’altro,

quando si vedono passare in colonne lungo le strade! Chi ce la ridirà

questa poesia, chi ce lo scriverà il romanzo vero della guerra nostra,

il poema di questa italica unità discorde, della Nazione in cui le

stirpi diverse non sono ancora perdute, in cui le regioni più lontane

si ritrovano ognuna coi propri accenti, coi canti e i lazzi della

propria terra?

Come usciamo all’aperto, ritroviamo sulla strada, che giungono, che

vanno oltre, o si soffermano soldati e soldati ancora, con lo stesso

numero sopra la visiera, che vengono dalle stesse buche, che vanno

verso lo stesso riposo: che hanno gavette, fucili, vanghette, zappe,

coperte, zaini, elmetti, tutto accatastato sulle spalle, e vanno

sotto la pioggia, specchiando i volti sulla strada bagnata, lucida al

biancicare del giorno.

Sull’uscio d’una bottega, un gruppetto s’accalca dinanzi a una cesta di

frutta. Hanno comperato gli aranci; mordono coi denti bianchi la polpa

dolce, succosa, che sanguina dalla buccia rossastra. Li riconosciamo

siciliani all’accento. E tengono in mano quei frutti del sole, come una

cosa cara, un prezioso dono. Non c’è che grigio colore intorno, su cui

spiccano i rossi dischi rotondi, e pare che se ne riscaldino il cavo

delle mani i buoni figli della Sicilia lontana, che hanno tenuto per

tanti giorni filati il tristo Podgora!

* * *

Filiamo verso un osservatorio di artiglieria.

Come l’aria schiarisce, i tiri delle batterie nostre rinforzano.

Andiamo a vedere i fumacchi delle granate sui baluardi del Sabotino,

se è possibile, e sul S. Michele. Bisogna cercarla così, da punto a

punto, questa battaglia, che si distende in proporzioni vaste come

l’orizzonte, e dilaga per tanti panorami.

Questa notte, verso l’una e verso le quattro, hanno tirato sulla

stazione di Cormons. Ce lo dicono all’osservatorio, aprendo gli

sportelli per dove si contempla il duello lontano dei grossi e medi

calibri sulle posizioni del San Michele. Podgora, Sabotino, Monte Santo

sono nascosti dalla nebbia. Ci dicono anche che finora le batterie

austriache hanno controbattuto debolmente. Ma qualche cosa accade sul

S. Michele verso il Bosco del Cappuccio. L’azione si orienta verso

il Carso. I nostri devono essere usciti, e a quest’ora attaccano, non

v’ha dubbio. Sul Bosco del Cappuccio gli _shrapnel_ nemici scoppiano

l’uno dopo l’altro, c’è un lampeggio continuo, un ballo di scintille

elettriche che scoccano, in furia. Il nostro fuoco è concentrato ora

sul rovescio del San Michele: si battono i camminamenti nemici che

menano alle trincee.

E nulla è più sorprendente della pace che regna attorno a noi,

attorno a questo buco donde si spazia con l’occhio su tanta distesa

di orizzonte, su un quadro mattutino di battaglia. Non s’ode che la

pioggia scrosciare sulla terra molle, rimbalzare con un suono dolce;

strepere tepida nella giornata sciroccale, con un invito alle radici

e alle fronde di scuotere il sonno dell’inverno, chè la primavera già

viene, coi quadratini verdi di grano, coi prati che germinano.

Andiamo a vedere un po’ più da vicino quel che succede laggiù. Sono le

otto della mattina.

* * *

Per via ci soffermiamo a un ufficio di collegamento, dove affluiscono

notizie dal fronte per telefono e per mezzo di staffette. Abbiamo:

che verso Zagora, nella giornata di ieri, è stato segnalato un gran

movimento di truppe nemiche e di feriti. Da tutta altra parte, verso

Monfalcone, pattuglie nostre sono uscite ad assaggiare il terreno.

Alcune azioni di varia importanza paiono in corso sul San Michele.

Verso la chiesa di San Martino abbiamo provocato incendi. Si tratta, in

sostanza, di una ripresa offensiva, che di ora in ora prende maggiore

sviluppo. Il nemico impressionato, ha ricominciato a tirare coi più

grossi calibri, che da un pezzo dormivano. Riserve numerose sono

state portate avanti, le trincee loro sono piene di truppa, come si

arguisce dalla vivacità della fucileria, e come hanno constatato ardite

esplorazioni e irruzioni di piccoli nostri riparti.

Sfortuna vuole che il terreno sia così molle, che le granate si

smorzano nel fango e non tutte possono scoppiare come quando picchiano

sull’asciutto e sul sodo.

Procedendo verso Gradisca il tempo accenna a schiarire. Le quattro cime

del S. Michele si disegnano fuori della nebbia, come le gobbe di un

mostro accovacciato sulla sponda sinistra dell’Isonzo, e rivolto col

muso basso verso Gorizia.

Sotto ognuna di quelle quattro cime che il nemico tiene corrono le

linee dei nostri. Dagli osservatori delle creste l’occhio della difesa

spazia giù sul costone, e sul fiume sempre ineguale, ora gonfio d’acqua

gialla, ora striato da venature di smeraldo, e sul piano nostro che si

allarga alla destra dell’Isonzo.

Dall’alto il nemico contempla tutte le nostre vie, batte col cannone i

paesi, i villaggi, le case sole, le solitarie rovine.

Gradisca è ancora a tiro dei suoi fucili.

* * *

Gradisca era un giorno un’amena villeggiatura Oggi è una vittima

squallida della guerra; porta i segni di una devastazione più

impressionante ancora di quel che potrebbe essere la distruzione

completa. Una borgata rasata al suolo, senza più una casa in piedi,

ha perso tutte le sue proporzioni, non esiste veramente più. Una città

come Gradisca, la quale ancora si tiene su, fa meglio vedere la rovina,

la solitudine, l’abbandono, lo strazio che ha sofferto e che soffre,

ed è piena di accorata tristezza. I giardini, le piazze, le strade, le

case, le ville, sono ancora lì, come un tempo, ma il luogo è spopolato,

deserto, gli usci spalancati, le finestre a pian terreno vi lasciano

guardare negli interni, oltre le cancellate vedete aiole verdeggiare

e fiorire. Tutto non è morto, non tutto è abbattuto, ma appunto per

questo il contrasto è duro per il ridente abitato di un tempo e la

sconquassata solitudine attuale.

Vedete le facciate scrostate dalla fucileria, come picchiettate

da tanti schizzi; le pallottole cadono con un tonfo tra il folto

dei bossi, o passano sibilando fra i rami, picchiano nei tronchi,

rimbalzano sui marciapiedi. A notte il tiro rincalza: si cammina con

sospetto sotto i viali, rasente i muri; non si è mai sicuri di arrivare

di qui a lì. Ogni tanto un ferito, un morto. Ogni tanto una granata va

a cadere su una casa, sfonda un tetto, sbreccia una finestra, squarcia

un muro, storce un tratto di cancellata, butta in aria tavolini

e credenze di un caffè, fra un rovinìo di legname, di vetri, di

bicchieri. Un silenzio profondo tien dietro a quegli scoppi di collera

cieca.

Se ne possono essere viste di rovine, ma ogni volta stringono il

cuore. La insistenza nella distruzione ogni volta vi colpisce e vi fa

male. C’è sempre qualche abitazione intatta, o che non mostra i segni

della rovina: soffrite per il suo strazio, che il nemico persegue

metodicamente ogni giorno e ogni notte.

Come le città resistono a questo martirio! Come stentano a morire, a

finire tutte in polvere e frantumi; come continuano, dopo mesi e mesi

di bombardamento a opporsi alla propria fine, come si erigono al cielo

anche con le rovine, ora con la vetta di un campanile, ora con la

punta di un comignolo di fabbrica, ora con le pareti scheletriche di

una casa. Le città hanno una vita tenace, come le foreste, come tutte

le cose cresciute a poco a poco, con somme di lavoro e di fatiche, col

tempo, l’industria e la pazienza: la furia della guerra le martirizza

per mesi e mesi, le fa agonizare, ma si direbbe non riesca mai a

ucciderle, ad abbatterle, a sprofondarle in una sepoltura quieta.

Quando libereremo Gradisca?

Solo quando la testa di ponte di Gorizia sarà caduta. Caduto il

Podgora, il Sabotino, il San Michele; e caduta tutta la prima linea

nemica da San Michele al mare, liberato l’Isonzo da una parte e

dall’altra.

Oggi si sta con l’unghie e coi denti ancora aggrappati al primo

ciglione del Carso: ed è guerra ingrata, terribile. Siamo al di

là dell’Isonzo come naufraghi usciti dall’acqua sbattuti contro lo

scoglio, attaccati alla pietra. Sui camminamenti, sulle baracche, sui

cimiteri piove il ferro e la morte, incombe la molestia quotidiana,

continua. Ogni metro di terra fu intriso del sangue dei nostri.

Ora si ode il crepitare della fucileria, e la voce roca delle

mitragliatrici: segni d’attacco.

Si lotta e si muore: per una trincea, per un elemento di trincea.

Quando si sfonderà tutta la linea, quando si caccerà il nemico; a

quando il balzo in avanti e la vittoria?

. . . . . . .

Racconti di guerra · 第 13 / 23 题