Plava, febbraio 1916.
_Ad Alighiero Castelli._
Il 5º battaglione lasciava quel giorno gli accantonamenti, trascorso in
pace il mese di riposo. A notte doveva essere di ritorno nelle trincee.
Già innanzi l’alba un sottotenente e un graduato del 4º, che attendeva
il cambio, erano venuti giù di staffetta a prendere in consegna gli
alloggiamenti. Erano partiti di prima sera, per non farsi cogliere
dalla luna, che s’alzava sul tardi, a mezzo le falde del Kuk. Calati
a Plava avevano risalito il versante nostro, preso la strada scoperta
e poi la mulattiera, che mena verso Cusbana. Giungevano che sul
bivio di Cusbana splendeva la luna e illuminava a giorno i colli e i
valloncelli, e batteva sul Planina nevoso.
In una valletta che s’apre sulla strada, fra due speroncini di un
poggio, erano le baracche del 5º, chiuse, addormentate. La sentinella
passeggiava davanti alla garitta, su e giù col suo fucile a spalla e la
sua ombra per terra.
L’uscio del baraccamento degli ufficiali era socchiuso. Il tenente
entrò nella saletta da pranzo e s’inoltrò nel corridoio. A destra e
a manca gli uscioli delle cabine erano chiusi, e si sentiva russare.
Dormivano tutti. Dormivano sodo, quella mattina, gli ufficiali del 5º
battaglione, trentasettesimo fanteria.
S’erano lasciati andare a una baldoria solenne, la sera; lì in quella
saletta da pranzo ornata di coroncine d’edera e di festoni, come per un
ballo campestre. Avevano sturato bottiglie su bottiglie di bianco e di
rosso spumante e cantato in coro sulla chitarra e il mandolino, alla
vigilia di tornare negli appostamenti del Kuk. Dove non si canta la
sera e dove non si va attorno.
Il Kuk è quella cosa
Che sta ritta sull’Isonzo
Non si può più andare a zonzo,
C’è il cecchin che fa ta-pum.
Erano una quindicina di giovani. Facevano la guerra da otto, da sei,
da cinque mesi, molti venuti su dal niente, entrati nell’esercito
volontari, o richiamati come tenenti di complemento e passati capitani.
Due avvocati, un ingegnere, un dottore, altri studenti di secondo e
terzo anno di liceo. Erano stati e avevano combattuto chi nel vallone
di Paljevo, chi alle case di Zagora chi sul Sabotino e a Oslavia
coi granatieri, chi a Globna e chi in qualche altro inferno. S’erano
tirati dietro nelle giornate d’ottobre e di novembre i propri uomini,
contadini, braccianti, operai, quasi tutti di leve più anziane: li
avevano scatenati su pei gironi della bolgia di Plava non come uomini,
come demoni.
Avevano fatto cose garibaldine, compiuto gesta da camice rosse, con
quei volti imberbi di adolescenti, quasi di fanciulli, cresciuti fra
i comodi della vita, presi un bel giorno nel fondo di una provincia
o nel mezzo di una città grande dalla passione politica, riscaldati
dal circoletto o dal giornale nazionalista, divenuti feroci contro
l’Austria, alla quale avevano gridato tante volte abbasso andando
in corteo sotto i Consolati, e adunandosi a comizio nelle aule o nei
cortili delle Università nei pomeriggi di sciopero scolastico. Ed erano
tutti andati a sbattere contro reticolati immani, contro gabbie di
fili e trabocchetti; e con la loro spensieratezza, le loro canzoncine
napoletane, il loro indicibile slancio e disprezzo della vita, avevano
fatto fare all’Italia, essi con le anime, coi corpi, col sangue, il
balzo oltre i confini vietati. E la patria oggi è abbarbicata alle
rocce dove essi hanno esposto il petto e costruito le difese, mettendo
pietra su pietra sempre sotto il fuoco, fra i corpi insepolti dei
compagni caduti al loro fianco.
Ed ora, dopo avere gioito della mensa e dei canti e dei suoni nella
notte serena, alla vigilia del ritorno nelle vecchie buche, dormivano
il sonno ristoratore nelle loro cuccette.
Come il diritto di alloggio appartiene, fino all’ultimo istante, al
battaglione in riposo, prima che i vecchi inquilini ne siano sloggiati,
i nuovi non entrano. Considerato dunque che l’attesa era lunga,
il graduato depose zaino, coperte e fucile e si buttò sulla terra
a dormire. Il sottotenente accese una sigaretta, s’appoggiò ad un
alberello e considerò dal poggio la luna che tramontava. Era la luna
di febbraio, così mite fino ad oggi, che ha dato quasi ogni notte il
sereno ai nostri uomini.
* * *
Cominciarono i soldati a svegliarsi, verso le sei, pizzicati attraverso
le fessure dell’assito dal frescolino dell’alba. S’udirono là dentro
i primi dialoghi, il tramestio di quelli che si alzavano, i brontolii
dei sonnacchiosi, che indugiavano a uscire di sotto le coperte. Si
spalancavano usci e finestrelle. Il valloncello si popolò di soldati in
farsetto. Cominciavano sparsamente i preparativi della partenza.
Altra cosa è quando un battaglione in riposo, chiamato da un fonogramma
inatteso, è fatto partire d’urgenza a rincalzo di truppe impegnate
in una seria azione! Allora si è tutti fuori in pochi minuti, gli
ufficiali lanciano ordini, e magari si parte senza gli zaini. È un
altro spettacolo.
Ma perdurando lo sverno e la calma sul fronte, col cambio metodico
delle truppe, il ritorno in trincea è tranquillo. Si sa per tempo che
si deve partire; si sa dove si torna; ognuno si prepara con calma a
riprendere il suo posto.
Due ore dopo, le carrette caricano le cassette, i sacchi di tela grigia
degli ufficiali, coi nomi e cognomi inscritti a lapis copiativo,
i lettucci da campo: tutto il superfluo che si manda indietro al
magazzino, quando si fa il periodo di trincea.
L’ufficiale venuto di là reca ai colleghi le notizie più interessanti:
rende conto dei lavori compiuti nel frattempo, dei nuovi camminamenti
coperti che ora conducono ai ridottini, delle piccole correzioni
di linea; fornisce particolari sugli umori del nemico, che variano
anch’essi come i nostri, col mutare delle truppe. In un luogo si è
venuti a una tregua per il seppellimento dei cadaveri; in un altro
si sono rafforzate le difese con lancio di cavalli di Frisia; in un
altro abbiamo appostato una mitragliatrice; altrove il nemico riesce
a prenderci d’infilata e bisognerà far nuovi lavori per non avere ogni
notte qualche morto o qualche ferito. Nel vallone di Paljevo si dà una
caccia stupenda ai merli: ci si tira a palla e si vanno a raccogliere
sui reticolati la sera. E il tenente racconta tutte queste cose col
sorriso contento, attendendo solo che il battaglione se ne vada per
entrare lui e scegliersi la sua cabina. Il graduato è lì per terra, e
non si moverà fino a sera.
Girando per gli alloggetti degli ufficiali pare d’essere in uno
di quei minuscoli alberghi di montagna, il giorno in cui parte una
comitiva. Uno sbattere di usci nel corridoio, un via vai affrettato,
un rintronare di scarponi chiodati, gente che insacca roba, arrotola
coperte, ripiega sacchi a pelo, ripone panni, spazzole, boccette
di profumi (quei tenentini sono rasati, pettinati a lucido, con la
scriminatura); chi infila il passamontagna, chi si mette a tracolla il
binoccolo, chi intasca la minuscola Kodak, chi straccia in quadretti
minuti la corrispondenza. Si spazza via tutto, si fa il vuoto, fin
che nelle cabine non restano che i telai di legno delle brande coi
pagliericci gualciti, e qua e là una borraccia felpata, d’alluminio, o
un bastone ferrato, che saranno presi all’ultimo momento.
Nelle baracche della truppa, lunghe, ampie, aperte come corsie, dove si
dorme sulle tavole, e la roba e gli uomini e le armi e gli attrezzi si
pigiano e si affastellano, è una maggiore confusione; è un’altr’aria,
una mistura ingrata di odori di scarpe ingrassate, di aliti grevi,
di strame, di medicazioni. Pare di essere nella terza classe di un
bastimento di emigranti, poco prima di entrare in un porto, quando ci
si prepara a portare tutto in coperta. Il sole entra per i finestrini,
come per tanti _hublots_; si direbbe che fuori c’è il mare. Chi sale,
chi scende per le scalette; chi si gira le fasce intorno alle gambe,
chi arrotola la coperta, chi, in un canto, si rade.
Sull’uscio, all’aperto, il dottore passa la visita. Bocche che si
spalancano, corone dentarie nere, guaste, tonsille infiammate, mani
fasciate, che se si sviluppa la garza appaiono tumefatte, bluastre, e
ne spiccia sul dorso una perlina di liquido giallognolo. C’è qualcuno
che non andrà in trincea. Due accusano la febbre, e attendono il turno
mogi mogi, le gote arrossate, il bavero della mantellina rialzato,
pazienti, come sono i poveri che attendono negli ambulatori gratuiti.
Verso le dieci distribuzione del rancio, odore di minestra, zaini
a terra, fucili poggiati sugli zaini, in due lunghe file fra le due
baracche. E una visione varia, un po’ strana, di elmetti ampi, rotondi,
leggeri, senza quel che di truce o di fiero hanno i caschi aderenti
e grevi e certi altri elmetti di acciaio, più spesso, che si calcano
sulla fronte con un taglio netto e risalgono sulle orecchie, alla bella
foggia degli elmi antichi, guerreschi e tutelari. Questi hanno una
forma quasi di coccio, non so che del vaso capovolto, e spiovono cogli
orli ampi sulla faccia, o sormontano sul berretto o sul passamontagna
come una casseruola sopra un turbante. Ci vengono di Francia, e, a
dire la verità, poco hanno della grazia e cavalleria francese. Dei
nostri, i più burloni li lasciano ricadere sulle ventiquattro, con una
ironica trascuranza. Si direbbe non ne vogliano sapere, preferiscono
arrischiare il capo. E, certo, quell’azzurro cuccumone gallico non
è bello. Ma quando il battaglione è adunato o in marcia, allora,
moltiplicato per centinaia di teste, spalma una vernice fresca sulle
linee, e di lontano fa una bizzarra nuvola turchina.
Finalmente si sgombrano le baracche delle cartacce e della paglia
marcita, si dà il fuoco ai mucchi di pattume, agli avanzi sudici, agli
stracci. Fumacchi nerastri si svolgono in aria, lenti, pigri, con un
bruciaticcio nauseabondo, e tra il fumo scoppiano, con una piccola
risonanza chioccia, le cartuccie dei fucili cadute a terra, talvolta
anche buttate via.
Poichè il soldato nostro è qualche volta struscione. Non sempre misura
l’utile, nè considera il prezzo di ciò che gli si dà abbondantemente, e
che bisogna ridargli spesso. Vanghette, ad esempio, piccozzini, zappe
(in genere l’attrezzamento leggero), lascia anche cadere e non sempre
si china a raccogliere.
È un segno che la guerra di trincea gli pesa, che non ama questi modi
tedeschi della guerra. È contadino, e gli piace affondare la vanga
nella scassatura della vigna, lavorare di zappa nel terriccio dei suoi
orti. È bracciante, e fruga nel mucchio di sassi o nella grotta, con
la pala e il piccone, per guadagnarsi la giornata. Ama l’opera bella,
il nostro soldato italiano, l’opera buona, la fatica del suo vecchio
mestiere, il suo arnese pacifico. Quanto ai pericoli della guerra li
sfiderebbe volentieri allo scoperto; l’istinto lo porta a ripararsi
alla bell’e meglio. Operaio meraviglioso in tutto il mondo, attaccato
alla terra sempre dov’egli vada, sterratore, minatore paziente,
resistente, magnifico, in guerra pare rifugga dai nascondigli sapienti,
dalle gallerie sotterranee, da tutti gli apprestamenti d’approccio.
Questa lotta cieca e minuziosa di talpe non è la sua. Eppure quanto non
ha lavorato il soldato nostro nelle retrovie e nelle trincee! Quanto
sudore non ha sparso sulle roccie, quante strade non ha aperte, quante
mine non ha fatte brillare, quanti ponti non ha gittati tra l’acqua e
il fuoco, bagnando la propria opera col proprio sangue!
Tutto gli si fa fare, a tenerlo d’occhio, a curarlo, a trattarlo
bene, a volergli bene. A tutto lo si muove parlando alla sua
intelligenza e al suo cuore, facendogli capire che cosa è la guerra
oggi, dimostrandogli che deve fare così per il suo stesso bene, per
salvaguardare la sua vita, e per non essere da meno del nemico. Il
nemico lavora dall’altra parte, dobbiamo lavorare anche noi. Il nemico
non fa la guerra garibaldina, neanche noi possiamo più farla. Quando il
soldato ha capito che non basta essere eroe della guerra, ma occorre
anche essere manovale, operaio, minatore, sterratore, allora lavora
di gusto e tiene cara la sua vanghetta come il fucile, e non butta via
nulla di quel che gli si dà, e non sperpera più.
— Forse il pane sperpererà sempre — mi dice un ufficiale sorridendo,
dopo che c’eravamo scambiati questi pensieri. — Li guardi.....
Guardai, e vidi che sì, lo sperperavano il pane, ma in carità.
Porgevano le pagnotte o le lanciavano a certi bimbetti sloveni accorsi
coi sacchi e le ceste a fare incetta. Come facevano in Libia coi
piccoli arabi, le donne e i fanciulli.
— Sempre la stessa storia.
— Buono l’italiano.
— E sfama sempre qualcuno, quando è soldato.
* * *
Si attese il calare del sole per prendere le mosse: sì da essere al
punto dove si divalla su Plava di prima sera, quando la luna non è
ancora levata. E dato l’ordine della partenza, i capitani si misero
alla testa, e gli uomini, per due, dietro.
Si risaliva una mulattiera, a passo lento, per le dorsali dei colli
coltivati a vigna e a frutteto. C’era tanto oro diffuso nell’aria e
sui costoni vicini, e ricascava giù come una pioggia magnifica da
certi cestelli candidi di nubi sospese a mezz’aria, nel turchino.
Ci passavano sul capo alberelli di ciliegio, alti sui ciglioni
del sentiero. Le pianticelle di vite, arroncigliate come serpenti,
spiccavano nere sulla terra invernale, vestita di seccumi giallastri.
Più oltre si strisciò coi gomiti fra la ramaglia di un bosco novello
di querce: migliaia di foglie colore di rame, secche, accartocciate
tintinnavano sui rami, scosse al venticello della sera come campanelle
di carta. E a mano a mano che si saliva apparivano in fondo alla valle
i villaggi e i nastri bianchi delle strade e i filamenti pallidi dei
sentieri, e i tetti neri delle baracche nostre, che mandavano fumo.
La colonna veniva su adagio, ma senza fatica, e gli elmetti, gli uni
dietro gli altri, parevano le scaglie lucide di un enorme colubro
turchino, che si snodasse fra le piante, con un lungo fruscio.
Erano nel battaglione molti che avevano preso per questi sentieri nei
giorni di maggio, mentre le viti erano tutto uno spampanio verde per le
terrazze, e i ciliegi si picchiettavano di rosso. Avevano compiuto la
prima avanzata, erano scesi i primi su Plava, avevano varcato l’Isonzo.
Morti quelli che erano morti, i fortunati tornavano ora anche una volta
in trincea. Avevano ormai nello sguardo il senso e quasi il segno di
tanta vicenda e monotonia della sorte.
Emozioni vive, scosse al cuore, erano state dei primi giorni. E queste
io ritrovavo mentre il battaglione saliva, sulle pagine ingenue d’un
taccuino, che un soldato mi aveva dato a prestito perchè leggessi.
Lessi fin che la luce non mi mancò. Più tardi trascrissi, e la parte
del poema che si può pubblicare dice così:
_Il 24 maggio._
Il 24 la notte un rombo si sente,
Sul far dell’alba continua sovente.
Il nostro tenente gridava a terra
Che questa notte è cominciata la guerra.
Fino al confine noi siamo arrivati,
Con due bandiere che segnavano i lati.
Avanti, ragazzi, non c’è paura
Prima che la notte si faccia scura.
Alla mattina siamo rivati,
A San Martino che c’erano stati.
Una confusione come quel giorno
Non l’ho mai veduta da che sono al mondo.
Da dieci chilometri li abbiamo seguiti
Con una maniera di non usar fucili.
Siamo arrivati fin là in fondo
Dove dicevano questo è l’Isonzo.
Plava l’abbiam passata senza paura
Perchè ancora non si sapeva nulla.
Avanti, ragazzi, dice il maggiore,
Mentre si vedeva un grande splendore.
Quando noi siam giunti al posto
Su quel burrone vicino al bosco,
Il mio compagno è stato ferito
Disse il colpo è venuto e non l’ho sentito.
Porta feriti, venitelo a pigliare
Ma lui aveva poco da respirare.
Il 16 un caso succede
Che bisogna andare nelle trincee.
Fra cinque minuti comincia l’attacco
Era una cosa da diventar matto.
Il 18 ottobre il bombardamento comincia
Dicevano tutti questa volta si vince.
Dopo tre giorni di bombardamento
Una compagnia tentò pel centro.
Chi ha fatto questa stragedia
È stata l’eroica sestesima.
Ti ringrazio fortuna di quel giorno tristo
Che tante volte il pericolo l’ho visto.
Tristi giorni la pioggia cadeva
Con tutti i fatti che succedeva.
Trenta prigionieri venivano avanti,
Gridando siamo fratelli tutti quanti.
Una ridotta è stata occupata
Da quel giorno è tutta insanguinata.
— Dove li hai scritti questi versi?
— In trincea, quando non avevo niente da fare. Ma lei, che è borghese,
perchè ci viene?
— Per vedere quello che fate, gli ostacoli che dovete superare, per
farlo sapere al Paese.
— Allora venga su e vedrà. E leggeremo sul giornale la sua scrittura.
* * *
Si era giunti dove si inizia la discesa nella gola di Plava. Fu dato un
breve _alt_. Bisognava che le compagnie scendessero in silenzio, a una
a una, gli uomini distanziati.
Dalla parte nostra il costone cala quasi a dirupo sul letto del fiume,
e dall’altra si alzano sopra le nostre posizioni basse di Plava e di
Zagora le cinture dei trinceroni nemici, irti di fucili puntati e di
mitragliatrici. Ci potevano tirare a una distanza di poche centinaia di
metri.
Senza una parola, alleviando lo stropiccio dei piedi, gli uomini si
defilarono giù, a uno a uno, curvi, lesti, come ombre. Ogni tanto
qualche fucilata partiva dal versante opposto. Ogni tanto si levavano
dalle loro posizioni quei maledetti razzi illuminanti, e la colonna
sgranata, uomo per uomo, si fermava tutta d’un tratto, per non essere
scorta. Tornata l’oscurità, quelli alla testa mormoravano: “Via!”, e
d’un lancio si ripartiva, con certi passoni lunghi, la testa bassa.
La scena aveva del fantastico. Centinaia di uomini venivano giù, quasi
di corsa, la vita sospesa alla sorte. Taluno cominciava ad ansare,
tutti sudavano sotto il peso dello zaino affardellato. Qualcuno
inciampava e rotolava a terra. Prima che si alzasse, chi gli veniva
dietro balzava avanti a prendergli il posto nella fila.
Si camminava forse da mezz’ora e pareva un tempo infinito. La colonna
s’era fatta straordinariamente lunga. Non si vedevano più i primi;
chi sa dove erano gli ultimi, ancora. Soffermandosi, uno vedeva queste
ombre di uomini calarsi giù una dopo l’altra, l’una uguale all’altra,
senza mai fine, dando i medesimi balzi, facendo gli stessi tratti di
corsa, girando stretti alla stessa voltata. Non un metro di terreno
coperto, non un muro dietro cui acquattarsi in caso di pericolo.
La gola del vallone si faceva profonda più si scendeva: c’era sempre
dell’ombra sotto di noi, c’era ancora del vuoto e dell’ignoto, e
l’occhio, che cercava di scoprire il fondo, la fine, si perdeva in
una vacuità immensa, cupa, continua di gola selvaggia, da cui non
saliva eco di voce. Apparivano soltanto dei lumicini lontani lontani,
dispersi, come quelli delle casine fra i boschi delle favole. E non
c’era altro di umano nel silenzio, in quell’orrido, in quella notte
cupa che il passo del compagno che inseguiva il compagno e l’ansia
delle respirazioni stanche.
Sotto il piede si sentiva sempre la strada in pendenza, e col capo
in avanti si continuava a discendere, il sudore che grondava per la
faccia, un ronzio metallico negli orecchi, che parevano intoppati, giù
giù, automaticamente verso una mèta misteriosa in fondo all’abisso.
Finalmente si arrivò su un tratto di strada pianeggiante, e si udirono
le prime parolette, nel buio: “L’Isonzo!” Avevamo, di fatto, il fiume
al nostro lato: riluceva un corso d’acqua non largo, incassato fra le
pareti di roccia.
E fu traversato l’Isonzo, e cominciò poi la salita per il pendio del
monte, popolato di nostri alle falde e di nemici più in alto, tutto
intorno alle spalle e sulle vette.
La luna dava fuori allora con rossori sanguigni, che sparpagliava come
spruzzi di vernice lucente su certi tratti neri dei costoni; e frugava
dall’alto della sua pace celeste nel fiume verde, con sottili razzi di
argento, e pareva aprisse tutta la valle con la luce distesa, diafana,
bianca come un vestito di fata.
E gli uomini, salivano per i camminamenti, stanchi, muti, inciampando
nelle pietre, battendo con gli elmetti nei traversoni di copertura.
Come la testa della colonna fu giunta presso alle trincee, s’imbattè
nei primi manipoli del battaglione, che cominciavano a scendere. E man
mano che le cuccette restavano vuote, i nostri, appena arrivati, ci si
buttavano a giacere.
Finalmente, a pochi metri dal nemico, si prendevano un po’ di riposo.