Zagora, marzo 1916.
_A Gino Berri._
Questa storia di Plava non è ancora finita. Il libro dei suoi martiri
ha qualche pagina bianca, che attende. Siamo rimasti al punto dove s’è
fermata l’offensiva d’autunno.
L’offensiva d’autunno nel settore di Plava faceva parte della più vasta
offensiva. Come l’Isonzo, in quel punto, scendendo da Canale e andando
verso il Sabotino, fa un gomito a occidente, ci era utile allungare da
ambo i lati le branche di quella morsa di ferro con la quale dal giugno
mordevamo il terreno della riva sinistra e serravamo da presso il
nemico ritirato sulle alture. Alta nel mezzo di questo gomito la quota
363 era nostra e si prestava bene, a guisa di pernio, al collegamento
delle due ali, specialmente sul lato di Globna. Sull’altro il vallone
di Paljevo divideva la quota dalle poche case di Zagora, che dovevamo
occupare. L’offensiva doveva iniziarsi il 20 ottobre.
Si trattava di operare in un vallone profondo, a pareti ripide,
incassate, con un fiume, in mezzo, inguadabile e turbolento, munito
di ponti mobili di legno che le artiglierie nemiche battevano e che
la piena poteva asportare. Ogni momento la riva sinistra poteva essere
separata dalla destra, e le truppe operanti restare senza collegamento.
L’ottobre è generalmente mese di piogge grosse e continue.
L’unica rotabile che mena nel vallone di Plava, da Verholje, dal
punto in cui scende a nastro sulla sponda destra dell’Isonzo verso il
paese, è tutta sotto il tiro del fucile nemico. Gli austriaci l’hanno
disegnata e costrutta in modo che dalle posizioni di riva sinistra un
passeggero sia scorto e seguìto passo per passo fino al fondo della
valle. E, benchè venga qui costeggiando il burrone e a tratti si sporga
sul precipizio, non ha sull’orlo un tratto di muretto, non ha da un
lato la scanalatura di un fosso: liscia, dura, marmorea. Di lì doveva
di necessità andare e venire tutto il nostro carriaggio.
S’aggiunga che nel mese di ottobre i lavori nostri nelle posizioni
occupate non erano ancora perfetti, perchè disturbati ininterrottamente
dal nemico; non molti, di necessità, i camminamenti coperti. Tutta la
conca era sotto il fuoco nemico, quasi un imbuto che raccoglieva d’ogni
parte migliaia di proiettili. Le truppe di rincalzo erano sotto la
morte come nelle trincee.
Dai primi del mese il tempo s’era mostrato incerto, il fiume
repentinamente ingrossava, decresceva un poco, tornava a crescere.
La truppa era spesso costretta a consumare viveri di riserva. Con una
barca si traghettavano le provviste.
Il primo del mese si stabilì una comunicazione, fra Plava e quota 363,
mediante un cavo d’acciaio, per il passaggio dei viveri ordinari.
Verso il 5 si riuscì, con l’Isonzo in piena, a riattivare un ponte di
barche. Un secondo fu gettato qualche giorno dopo.
Intanto si approfittava del tempo che ci separava dall’offensiva,
per dare un turno di riposo a parte delle truppe, sì che fossero
fresche alla ripresa. Ma con le altre si doveva procedere ai lavori di
rafforzamento e di approccio, e alla vigilanza specie nelle ore della
notte, col tempo cattivo, la pioggia, il freddo. Ad alcuni reggimenti
il vitto era distribuito ad ore insolite, alle 3 del mattino e la sera
alle 20.
Il nemico molestava i lavori e i lavoranti. S’accendevano grosse e
piccole zuffe di batterie avversarie che si attaccavano a grandi
distanze, incroci di tiri di mitragliatrici e di fucili, botte e
risposte sonore, attacchi e contro-attacchi rapidi, ma furiosi, tutto
un tasteggio di bocche da fuoco, assaggi e inizii di una battaglia che
si veniva preparando.
Si esplorava il terreno. Pattuglie nostre s’erano spinte, sulla
ferrovia che costeggia la destra dell’Isonzo, fra la galleria di Zagora
e quella del Sabotino, senza trovare traccia del nemico. Chi cercava e
chi si acquattava. Si frustravano le esplorazioni più ardite con gli
appostamenti più scaltri. Il nemico poneva ogni cura nel coprirsi,
nel darsi per morto, quasi volesse farci dubbiosi della sua presenza.
Nemico calmo e cauto, che conosceva le arti della guerra di posizione,
e palmo per palmo il terreno e uno per uno i vantaggi e svantaggi e le
insidie.
Lo si udiva generalmente lavorare di notte, occupato senza posa a
migliorare le difese, a rafforzare le trincee, a piantare paletti
pei reticolati e a buttare nuove reti; ad aprire con le mine nuovi
passaggi, a coprire con tavoloni e con sacchetti e con frasche i
ridottini, ad appianare i sentieri. Frugati dai riflettori nostri
alcuni rari gruppi o fanti isolati che andavano o venivano per i cambi,
si buttavano loro addosso raffiche di mitraglia e di pallottole; si
ricevevano entro le trincee bombe a mano, lazzi e scherni, ingiurie e
sfide sprezzanti.
Le loro batterie regolavano i tiri su questo o quel punto, sulla
strada, sui ponti, sugli svolti delle mulattiere, sulle trincee, sui
reticolati antistanti, sulle loro stesse difese per essere pronti a
batterci in pieno quando mai le avessimo prese e occupate. Le alture
in mano loro erano piene di cannoni d’ogni calibro: ce n’erano sul
rovescio del Kuk, sulla sella del lontano Vodice, sul Monte Santo, sul
Sabotino. Il duello delle artiglierie si annunciava grandioso, ci si
attendeva un’azione di fuoco concentrata, al primo accenno di movimento
generale.
Attraverso le linee telefoniche erano corsi ordini, domande, rapporti
intorno all’effetto dei tiri delle più grosse bocche da fuoco nelle
difese mobili. S’erano fatte prove e riprove.
Ma una cosa era certa: che neanche dai grossi calibri c’era da
attendersi molta efficacia di distruzione dei reticolati. I mezzi
d’offesa che vennero poi non li avevamo ancora.
* * *
Nei giorni antecedenti l’artiglieria nostra aveva dunque eseguito i
così detti tiri di sconvolgimento sulle posizioni nemiche. La notte del
19 e del 20 li riprese più intensi, ripicchiando sulle trincee e nei
reticolati.
Il fuoco delle batterie era tale che preannunciava chiaramente
l’attacco. Non si era fatto assegnamento su un’azione di sorpresa.
Mandati a contatto con l’avversario osservatori appositi ne tornarono
con informazioni varie. In alcuni punti i nemici erano stati obbligati
a sgombrare le trincee, lasciandole esposte al tiro delle granate,
degli _shrapnel_ e della fucileria, per evitare perdite inutili. In
altri punti, su linee più vicine alle nostre, contro le quali avremmo
potuto irrompere rapidamente, le ricognizioni informavano che il
nemico non s’era mosso; tiratori scelti rimanevano sotto il tiro,
alle feritoie dei blindamenti robusti e continuavano a sparare ad
intermittenza. Tutta la truppa era all’agguato, dietro i muriccioli e i
sacchetti.
Il nemico era attentissimo e si preparava. Furono ordinati
contemporaneamente tiri di interdizione sulle mulattiere retrostanti,
per battere i rincalzi, per gittare la confusione e il panico
sulle retrovie dell’avversario. Si controbattevano le batterie che
rispondevano alle nostre. La battaglia era ormai accesa; cominciava a
svilupparsi come un incendio.
La notte sul 20 si fece un fuoco d’interdizione quasi continuo,
integrato con tiri di mitragliatrici.
Nelle difese si producevano i primi guasti, anche per l’opera dei
posa-tubi. Verso Zagora scoppi di gelatina avevano prodotto nei
reticolati un’apertura di una quindicina di metri; qua e là si erano
aperti altri varchi, ma l’estensione del reticolato essendo molto
profonda, non potevano ritenersi sufficienti. In altri settori si era
riusciti a far brillare altri tubi, ma con distruzioni insufficienti,
parziali.
Ad una più intensa e metodica devastazione si opponeva la vigilanza
e l’attività del nemico. Le sue vedette avanzate o coperte, al primo
spuntare di un soldato nostro, davano l’allarme. I suoi tiratori
eseguivano sugli audaci tiri di giustizieri. Il compito dell’avversario
era reso più facile dall’uso abbondante dei razzi illuminanti, che
si levavano in aria al più leggero nostro rumore. Protetti a loro
volta dalla oscurità, pronti riparavano le distruzioni operate dalle
nostre artiglierie o dai lancia-tubi. La mattina del 20 ottobre, un
mercoledì, fu da noi rinnovata l’azione di fuoco da parte di tutte le
batterie per accrescere i guasti, per rovinare tratti di trincea che
visibilmente non avevano sofferto danni, e camminamenti non demoliti.
Controbattuto violentemente dalle artiglierie nemiche, il nostro
fuoco ottenne risultati che allora parvero buoni. Ma l’attacco fu
rimandato al seguente giorno, sia per meglio stordire il nemico, sia
per agevolare alle nostre truppe il còmpito che appariva arduo. Restava
inteso che per l’ora stabilita l’attacco delle fanterie si sarebbe
sferrato d’improvviso, simultaneamente, con la violenza necessaria al
raggiungimento degli obbiettivi designati, ch’erano il villaggio e il
fortino di Globna, il vallone di Paljevo, le case di Zagora.
Quanto all’obbiettivo ultimo esso era molto più vasto. Già si
combatteva per la caduta della testa di ponte di Gorizia.
Un nostro battaglione avrebbe dunque operato contro Globna, defilandosi
per i greti della riva sinistra dell’Isonzo, a ridosso delle falde
basse del costone che scende da quota 363, mentre un altro battaglione
alla destra del primo avrebbe dovuto impegnarsi in un’azione
dimostrativa, traendo profitto dalle asperità del terreno per molestare
il nemico calante alla difesa di Globna, con ogni mezzo in suo potere,
cioè tiro di fucileria, lancio di bombe, e magari anche di pietre.
S’era provveduto a far venire truppe di rincalzo, quante se ne potevano
ammassare senza ingombro nella conca tutta battuta del vallone di
Plava. Uomini freschi erano giunti quella notte stessa sul 21: e
s’erano fatti marciare per reparti molto distanziati, in gran silenzio:
e alla mezzanotte erano all’addiaccio. La colonna non aveva recato
altri impedimenti che i muletti porta-cucine, i muletti porta-cartucce,
e i muletti con doppia ghirba per il trasporto dell’acqua.
Il tempo era incerto, ma non minaccioso. Il terreno piuttosto pesante,
ma non tale da ostacolare le operazioni. I ponti sull’Isonzo reggevano.
* * *
Il 21 ottobre, alle undici antimeridiane, s’iniziò, come era convenuto,
l’attacco generale delle fanterie. Fino all’ultimo minuto il cannone
aveva scrosciato sulle difese nemiche e sulle retrovie, con boati
assordanti, infernali, con tiri di sconvolgimento, di intimidamento, di
interdizione. Piccoli incendi s’erano svegliati qua e là, da ambedue le
parti, sotto la violenza dei due fuochi. Sulle rocce tronchi di piante
smozzicati, bruciacchiati, neri, fumigavano come torce. Volute pigre di
fumo si levavano dai boschi radi; vampate improvvise giganteggiavano da
mucchi di rami abbattuti a terra, o sparsi qua e là come dalla furia
dirompitrice di un uragano. Un incendio prestamente represso s’era
sviluppato in una delle case di Zagora. In alcuni elementi di trincee
nemiche avevano preso fuoco brevi tratti di copertura: i frasconi
secchi bruciavano, con un lingueggiare di fiamme pallide nella luce
diffusa del mattino. Nei pochi attimi di silenzio che seguirono l’alt
del nostro fuoco, prima che cominciasse l’irruzione dalle trincee,
s’udirono nitidamente gli schianti secchi, sonori dei tavoloni,
spaccati dal calore. Qualche breccia nei muriccioli del nemico era
stata aperta. Si intravedeva per gli squarci rotondi l’interno di un
rifugio, in un accumulamento nuovo, confuso, di pietre, di tavole, di
sacchetti sventrati. Ma non il cappotto di un nemico appariva, non una
faccia, non una canna di fucile puntato.
I nostri che durante il bombardamento avevano lasciato pochi uomini di
guardia nelle avanzatissime trincee, si rispinsero subito avanti, in
ordine e silenzio, per l’attacco immediato; si affollarono ai varchi
aperti appositamente, ne aprirono altri, spingendo fuori i sacchetti
con le punte delle baionette innastate, levando le pietre con le mani,
facendole rotolare coi calci dei fucili, con le grosse punte delle
scarpe.
Già nella notte squadre di audaci, muniti di corde a miccia o di sigari
accesi, e di scudi, e di elmetti, senza zaini, con i soli viveri per
la mattinata, avevano eseguito rapide sortite fin sotto i reticolati,
lanciato le bombe, fatto brillare tubi di gelatina e tentato il
taglio dei fili. Cautamente erano rientrati. Ora doveva erompere la
prima ondata, sparsa, leggera, rapida, guidata da pochi graduati o
sottotenenti, che si dovevano buttare ai varchi, allargarli, e fare la
strada ai sopravvenienti. I comandanti di battaglione tenevano l’occhio
alle sfere degli orologi a polso.
Erano gli ultimi istanti, nei quali lo spettacolo tutto intorno,
fuori delle trincee, non aveva ancora nulla di tragico. Le trincee da
conquistare erano a pochi passi, pareva che ci si sarebbe arrivati
di un balzo: a Globna coperti dal ciglione roccioso e terroso, nel
vallone di Paljevo procedendo tra due pareti di petrame, quasi come in
un camminamento largo; verso Zagora saltando di terrazza in terrazza,
traendo profitto dal terreno piantato a vigna, digradante verso noi ad
alti scalini, ognuno dei quali offriva un muricciolo, un riparo.
E le truppe erano fresche, avevano bevuto al risveglio una mezza
gamella di caffè caldo, alle otto una razione copiosa di brodo,
confezionato lungo la notte nelle casse di cottura. Si udivano
uccelli nascosti cantare in una calma perfetta. Magnifici merli,
grassi, pesanti, d’uno sviluppo inverosimile, che il cannone non
aveva disturbati, svolavano fra i meli. Nel vigneto di Zagora, tra i
pampini pendevano grappoli d’uva. La campagna, sgombra di cadaveri,
pulita, solitaria, traspirava un’aria di pace autunnale, un senso
placido di quiete. La terra mostrava agli uomini la sua faccia
solita, velata di foglie cadute e di branche morbide di gramigna; un
po’ spoglia, rilassata, indolente, ma senza un principio di orrore;
senza le contrazioni convulse, i contorcimenti e sconvolgimenti
paurosi, che prende nella mischia e conserva dopo il combattimento un
lembo di terreno, quando pei ripiani e sui cigli, nei fossi e negli
avvallamenti, i cadaveri dei caduti e i corpi dei feriti fanno nel suo
calmo aspetto un mutamento e turbamento improvviso, spandono una vasta
ruina, scavano rughe profonde, di strazio e di sangue.
I primi uomini che uscirono curvi, di corsa, col fucile bilanciato, dai
muriccioli bassi, dai ricoveri in pietra, verso i reticolati, parevano
battitori in una caccia grossa che corressero dagli appostamenti,
sui lacci, addosso alla fiera. Immediatamente, dall’altra parte,
cominciarono le scariche della fucileria e delle mitragliatrici.
* * *
Le cose si misero bene nel sottosettore di Globna; dove non erano
reticolati. I nostri risalirono a corsa la sponda dell’Isonzo, e si
sparsero su per la carrozzabile che mena al paese. Altre compagnie
si defilavano per lo sperone a nord della quota 363 con progresso
simultaneo. Questa avanzata era protetta dal fitto fuoco di fucileria
di altre truppe distese a cordone verso Lozice, sulla riva destra; le
quali battevano le trincee nemiche fra Globna e Britof. Piccole lotte
si impegnarono fra i nostri e alcune sentinelle avanzate, che, sorprese
dalla fulminea irruzione, assalite e rovesciate a terra, come si videro
le baionette puntate alla gola, si lasciarono fare prigioniere. Ma
su quei gruppi di avversari e di nostri, il nemico riavutosi dalla
sorpresa aprì senza indugio, dalle case e dal fortino di Globna, un
fuoco accelerato di fucili e mitragliatrici. In quel punto i suoi
_shrapnel_ scoppiavano alti, e s’udivano le pallottole ricadere come
sassate sui nostri soldati, che avevano ricevuto l’ordine di avanzare
con cautela, più riparati che fosse possibile. Si procedeva carponi,
con la zappa si cominciavano a scavare buche per allungarcisi al
riparo dei tiri, che frugavano il terreno con raffiche metodiche. A
mezzogiorno si erano conquistati circa 150 metri in profondità e le
case di Globna erano a pochi passi, separate dalla strada soltanto. Ma
sulla massicciata era un miagolìo e un rimbalzare di pallottole. Le
nostre e le nemiche ci si incrociavano follemente, bucherellandone e
scrostandone il piano.
Alcuni dei nostri che avevano potuto spingersi più avanti parevano
dispersi, non si vedevano più. Nei fossi, nelle buche del bombardamento
combattevano separati, avevano ingaggiato la loro piccola battaglia
contro un determinato punto della linea avversaria, contro una finestra
del villaggio, alla quale avevano intravisto un tiratore; e sparavano
contro le porte, dentro le inferriate, nelle feritoie visibili a occhio
nudo fra le crepe dei muri. L’assalto si dovette mutare nel pomeriggio
in una lenta e sanguinosa lotta di assedio, nella quale il nemico aveva
il vantaggio dei ripari solidi e organizzati, e i nostri quello del
numero, dei rincalzi freschi che arrivavano a gruppetti, strisciando,
gittando la voce ai compagni che erano più avanti, e che li attendevano
per riprendere in gruppi densi l’assalto.
Anche nel vallone di Paljevo l’uscita dei nostri non fu molto
molestata; i primi plotoncini poterono aprire la strada ai susseguenti
reparti, i quali non ebbero che perdite leggere.
L’urto sanguinoso si delineò nel settore di Zagora, nostra estrema
destra, dove aveva preso l’offensiva un battaglione, in corrispondenza
delle brecce aperte nel trincerone nemico. Ivi la siepe dei reticolati
era enorme, vicinissima. Il cannone l’aveva in più punti sconvolta,
ma più era l’arruffio dei fili, più irregolari erano e più strambe
le posizioni dei paletti, sradicati, contorti, spezzati, meno era
visibile il punto di approccio e la via di passaggio. Eppure alcuni si
erano infiltrati sotto il groviglio e, supini, lavoravano di forbice,
di fucile, di paletto, per distendere un piccolo varco. Quando un
proiettile li colpiva a morte, rimanevano con gli abiti attaccati alle
punte, in posizioni di sforzo, di lotta disperata contro quella rete
spessa, profonda, inestricabile. I feriti non potevano liberarsi dalla
presa tenace, chiamavano soccorso.
In breve, soldati, graduati, sottotenenti, tenenti, capitani, anche
maggiori, si videro sempre più frequenti uscire dai punti rotti delle
trincee, per distendere e approfondire l’attacco. Al loro apparire ai
passaggi obbligati, il nemico, terribile nell’agguato, li prendeva di
mira uno per uno, coi suoi tiratori di calcolo e di precisione, che
pare vedano un bersaglio in ogni avversario, al quale mettono la palla
nella fronte come farebbero nella rosetta di un centro.
Fino dalla prima mezz’ora si vide che in quel punto la difesa, con
poche perdite, minacciava di sventare l’offensiva. Le due fucilerie
facevano un fracasso talmente assordante e continuo che non era più
possibile udire i comandi. Quando si fece il conto delle cartucce
sparate si vide che tre compagnie in poche ore avevano tirato più di
ventimila colpi.
Misurata ancora nel pomeriggio, con altri tentativi irruenti, la
stabilità della difesa nemica, fondata particolarmente sulla resistenza
dei reticolati, i vari Comandi diedero ordine che con la prima oscurità
le truppe sotto Zagora rientrassero, con ogni cautela, entro le vecchie
trincee.
Si vide allora un fatto curioso quanto comune in giorni di battaglia.
I soldati che avevano lottato per ore e ore, in una tensione nervosa
facile a imaginare, rientravano dopo avere sfidato mille volte
la morte. Appena al sicuro nei ricoveri, si buttavano a sedere,
si stendevano per terra, nel fango, sui sacchetti, sulle pietre,
abbassavano le palpebre e a pochi metri dal nemico si addormentavano
di un sonno profondo, come fossero nel proprio letto. Non valeva
chiamarli, scuoterli, squassarli, tirarli su; ricascavano come morti.
Non chiedevano niente, nè da mangiare nè da bere. Avevano soltanto
bisogno di dormire.
Del paro, sotto quota 363, dalla parte di Globna, l’azione non era
stata risolutiva. Squadre di guastatori, bombardieri, tagliafili,
avevano anche là iniziato arditamente la sortita con numeroso lancio
di bombe a mano, e col tentativo di taglio dei reticolati. Accolti da
vivissimo fuoco avevano proseguito il lavoro, con buoni risultati.
Allora avevano fatto irruzione alcune compagnie, precedute da
pattuglie che erano giunte fin quasi al trincerone nemico. Un fremito
d’entusiasmo si era propagato fra le truppe retrostanti. Si erano
veduti molti innastare le baionette e precipitare verso le posizioni
avversarie.
Il nemico era rimasto per alcuni istanti sorpreso. Forse anche ordiva
dietro le sue reti di spranga altre più feroci insidie. Guarnisce
con doppia fila di tiratori le trincee e mette in funzione le
mitragliatrici. Il breve spazio in cui possono irrompere i nostri,
affollandosi ai varchi, è battuto da una cortina di fuoco. Tuttavia non
pochi tentano di forzarla per raggiungere le trincee. Sono falciati, e
la prima irruzione non riesce.
Riordinati i reparti si tenta nel pomeriggio una seconda e una terza
irruzione. Finchè viene l’ordine di desistere per quel giorno, e di
riprendere le posizioni primitive.
Solo dinanzi a Globna furono potuti tenere duecentocinquanta metri di
terreno.
* * *
La mattina seguente le truppe riposate ripresero alla stessa ora
l’offensiva su tutta la linea.
Nel vallone di Paljevo alcune compagnie riuscirono per infiltrazione
ad avanzare su un tratto di circa centocinquanta metri, ad altrettanta
distanza dalle trincee nemiche, verso le quali si misero a costruire
camminamenti coperti. Pattuglie inviate nel pomeriggio più innanzi non
proseguivano per non perdere contatto con le truppe d’ala che trovavano
ostacoli insormontabili nei reticolati e nei muri nemici. Alcuni
soldati offertisi a collocare tubi e tagliare i fili e le reti, erano
stati tutti colpiti.
Nel settore di Globna, dove il giorno avanti, durante l’occupazione,
e la notte stessa s’erano praticati nella boscaglia camminamenti a
colpi di mannarese, per facilitare i rifornimenti e gli sgombri e per
rassodare i ripari, verso il tramonto piccoli gruppi di un battaglione
erano riusciti ad entrare nelle case del villaggio, impegnando furiosi
corpo a corpo.
Sotto Zagora il nemico continuava ad opporci la resistenza maggiore.
Piccole incursioni notturne dei nostri avevano assodato che ivi anche
le difese accessorie erano in buono stato.
Prima dunque di slanciare fuori le fanterie, si rinnovò il tiro
dei grossi calibri nelle trincee, e si disposero i fanti in modo da
approfittare dell’effetto del bombardamento, non appena fosse cessato.
In quel punto gli ostacoli erano molti e potenti: i reticolati su
tutta la linea del fronte, una casa isolata, detta _Casa diruta_, alla
nostra sinistra, a mezza costa fra noi e il paese; e le case del paese
su in alto, nelle quali il nemico s’era raccolto e asserragliato, con
strepitosa abbondanza di mitragliatrici. Il villaggio mezzo distrutto
era come un bugno di vespe, che i nostri tiri inferocivano.
I nostri ufficiali specialmente misuravano tutta la difficoltà della
lotta, vedevano queste terrazze salienti l’una sull’altra, a gradinata,
fino al crinale del poggio. Di lì non si sarebbe usciti vivi che per
miracolo. Approfittavano degli ultimi istanti per scrivere l’ultima
lettera alle loro famiglie. Era il loro saluto estremo alla vita,
gittato in fretta, con una penna stilografica su un pezzo di carta che
avrebbe preso la via del ritorno, mentre essi dovevano andare avanti ad
ogni costo. E si scioglievano senza ribellione da tutti i vincoli del
mondo, che sentivano ormai lontanissimo, alle proprie spalle, al di là
del fiume il cui passaggio pareva avesse loro tolto la memoria della
vita serena, e come lavato l’anima di ogni desiderio e affetto mortale.
Molti, in un silenzio raccolto, si comunicavano in tutta purità con
la morte. Avevano gli occhi sereni di chi sente sciogliersi nel cavo
della propria anima ogni peccato, di chi sente come venir meno il
peso di ogni colpa antica, in un ritorno improvviso alla dolcezza del
fanciullo, e a quella bontà di perdono e dolcezza di rassegnazione che
è propria di chi si sente morire e raccomanda altrui di non disperarsi
e di non piangere. E alcuno aveva dato al Comando l’indirizzo di
un amico di casa o di un fratello perchè la notizia giungesse alla
famiglia non improvvisa. E se un pensiero addolorava non era di
lasciare la vita in mezzo ai compagni, in quel luogo, ma di dare con
la propria morte un grande dolore alle persone che li amavano, e che
avrebbero continuato a piangerli quando essi non avrebbero più avuto
bisogno di essere pianti.
Quelli che precedono l’attacco sono i più terribili istanti.
Di furia, correndo senza più pensare a nulla, senza più sentire
nulla, i nostri irrompono verso la Casa diruta, e in pochi minuti,
alcuni uomini di due compagnie penetrano per una breccia in un
tratto di trincea nemica antistante alla casa. Si buttano addosso
ai difensori, urlando, li sbattono contro i muri, li disarmano, li
tengono prigionieri. Ma l’astuzia del nemico era stata tanta che
aveva organizzato nelle trincee scompartimenti separati e chiusi,
per fronteggiare un’invasione e limitarla: come si fanno gli
scompartimenti chiusi nelle navi per fermare l’irruzione delle acque.
Era un compartimento di una quindicina di metri, chiuso ai lati da
solidi sbarramenti interni; onde la breccia era aperta e occupata,
ma l’occupazione non si poteva allargare. Si picchiava coi calci dei
fucili, si cercava di tirar via le pietre, ma si urtava in lamiere di
ferro salde, spesse, come le pareti d’una cassaforte. Si chiamavano
di là dentro i nostri in aiuto, di rinforzo, ma il tratto era angusto
e col crescere in numero degli assalitori, diminuiva lo spazio per
muoversi.
Altri avevano operato una doppia diversione, tentavano
l’accerchiamento, dal di fuori, di quella specie di saliente facente
capo alla casa diroccata, di dove piovevano i proiettili a grandine
spessa. S’ingaggiavano tra assalitori e difensori lotte furibonde, si
strappavano i fucili dalle feritoie, si tiravano giù i sacchetti, si
cercava di far leva sui tavoloni per massacrare dall’alto il nemico con
gettito di bombe. Era una mischia piena di urli, di imprecazioni, di
grida disperate, su cui passavano le vampate scottanti delle granate.
Più a destra altre operazioni si tentavano verso le case del villaggio,
ma così tormentate dalla artiglieria nemica che non era possibile
svilupparle. Eppure un prigioniero fatto la mattina, interrogato,
aveva detto che Zagora s’andava sgombrando. La notizia fu comunicata
alle truppe, e allora tutto un battaglione si butta avanti, deciso
a conquistare il villaggio, con qualunque sacrificio. Il comandante
è ucciso, altri ufficiali caduti e scomparsi, l’artiglieria e la
mitraglia insistono con violenza, e ci si impone di ripiegare con
prudenza, a piccoli gruppi. Informazioni sicure avvertono che rinforzi
nemici avanzano su Zagora, bisogna prevenire un vigoroso ritorno
offensivo, che già si delinea anche alla Casa diruta, dove rincalzi
nemici tentano di ributtare addietro e schiacciare i più ardimentosi
dei nostri.
E la sera scende sulla comune sospensiva.
Intanto il contatto era stato preso, l’offensiva aveva avuto uno
svolgimento più ampio del giorno innanzi, avevamo messo piede in
trincee formidabili, munite d’ogni più solida difesa, d’ogni più
spaventosa arma di offesa; avevamo aperto delle brecce che il nemico
non poteva più chiudere, avevamo non pure subìto, ma inferto al nemico
perdite gravi.
Non bisognava cedere nè arrestarsi; bisognava non dar tregua al nemico
in nessun punto, rinnovare la stretta, proseguire nello sgretolamento
delle sue difese, riaffermare tutti i propositi di offensiva a fondo.
I prigionieri fatti parlavano di volontà di arrendersi in tutti i
compagni. E i nostri feriti rimasti sul terreno e i nostri morti, gli
uni coi lamenti e gli altri col silenzio ci richiamavano fuori per il
giorno seguente.
* * *
La notte sul 23 ottobre giunse nel settore di Zagora un nuovo
comandante di reggimento, il colonnello Giletti. Arrivato a Plava
la sera aveva avuto un colloquio col generale, e preso accordi per
la ripresa dell’azione il mattino dopo. Giungeva in posizioni a lui
nuove, e passò la notte girando per le trincee, interrogando i soldati,
cercando di farsi una idea esatta del terreno. Erano le sette del
mattino, quando il generale di brigata arrivò su anche lui, per dare
sul posto le ultimissime disposizioni e tener d’occhio l’azione. Era
un ometto sulla cinquantina, di poche parole, d’un coraggio spinto
alla temerità, di una indifferenza assoluta davanti al pericolo. Il
nemico bombardava di _shrapnel_ le nostre trincee, eseguiva dall’alba
tiri di intimidazione e di interdizione, e colonnello e generale si
portavano da un punto all’altro, si fermavano in osservazione nei punti
più esposti. Quando uno _shrapnel_ scoppiò loro sul capo e lasciando
incolume il generale uccise il colonnello. Erano le otto, era arrivato
al battaglione quattro ore prima.
Ripresa su tutto il fronte l’azione concorde, passò attraverso vicende
di sbalzi, di soste, e di ripiegamenti non dissimili dai giorni
precedenti. Le case di Globna furono occupate prima di mezzogiorno,
e mentre i nostri ci si affermavano, pattuglie procedevano oltre il
villaggio per un duecento metri, sulla strada di Britof.
Nel settore di Paljevo una compagnia mirava all’avvolgimento della
cappelletta, vivamente contrastata da pattuglie e da batterie
avversarie. Altri reparti attendevano con intensa alacrità a lavori di
approccio e di sistemazione, in attesa di tentare a sinistra l’attacco
di quota 383, da noi occupata soltanto in una parte del versante nord,
verso Plava e Globna.
Come sempre la più tenace resistenza ci si opponeva dalla Casa diruta
e dal villaggio di Zagora. Le nostre truppe, riuscite ancora una volta
ad avanzare fin sotto i reticolati, erano state fermate dall’accorrere
di truppe nemiche in cordone lungo tutta la striscia delle trincee.
Si dovette nuovamente ricorrere a tiri violenti di artiglieria per
arrestare una offensiva incipiente della fanteria austriaca e per
tentare di obbligarla all’abbandono del trincerone. Verso il tramonto
si tentò un nuovo risoluto assalto, che ebbe per effetto di portar
nuove truppe sotto le posizioni nemiche, ma la nostra linea non potè
essere mutata. Si decise di tenerla durante la notte, per appoggiare
durante l’oscurità l’indispensabile lavoro dei guastatori contro
i fili e le reti. Si era notato che alcune di queste avevano il
particolarissimo còmpito di parare il nemico dalle schegge di rimbalzo.
Avevamo dinanzi un sistema di difesa la cui potenza complessiva era
forse superata da una incredibile abbondanza di risorse e scaltrezze
minute.
Si giunse adunque, con tali risultati parziali e dopo tante fatiche,
al mattino del 24: dinanzi a difese complessivamente solide, benchè
non più intatte; di fronte a un nemico che, in forze sempre crescenti,
attendeva da tre giorni al grande assalto risolutivo, a truppe non
ancora logore nè di animo nè di forze, benchè provate da un succedersi
di azioni difficili e sanguinose.
Rinnovato l’assalto alla Casa diruta, tale fu l’impeto e così imminente
la minaccia che il nemico per frustrarla ricorse all’astuzia, e
gridava parole di resa. “Buoni italiani, veniamo con voi”. I nostri,
sorpresi, ebbero un attimo di sosta, di indecisione. Bastò perchè
le mitragliatrici nemiche, cresciute di numero durante la notte,
con scariche furibonde fermassero dall’alto la carica che stava per
irrompere. Un battaglione rimase con due soli ufficiali. Un maggiore
e un sergente, presi di mira ripetutamente, dovettero buttarsi a terra
dietro il muricciolo di una delle tante terrazze che dovevano risalire.
Le canne di alcuni fucili rimasero tutto il giorno puntate al ciglio
sotto il quale le loro teste erano state viste calare. Tentarono
più di una volta di strisciare carponi verso il ritorno. Ma come il
nemico vedeva spuntare una mano o una scarpa, li batteva col fuoco. La
terra intorno a loro era tutta bucherellata, smossa dalle pallottole;
un cerchio di morte li chiudeva come in una tana. Essi decisero di
attendere la notte per muoversi. Il sergente stanco prese sonno.
Ma come si levò la luna, pareva fosse il giorno. Ogni più piccolo
movimento era visto. Ogni movere di frasca, là dove altri erano rimasti
acquattati o feriti, erano miagolii di pallottole, che pareva radessero
i capelli sul capo. Le ore passavano ormai senza speranza. Quando la
salvezza venne dalla improvvisa oscurità fatta da una nuvola. I due si
mossero insieme, carponi; strisciarono in silenzio, ora soffermandosi,
ora affrettandosi, e poterono rientrare incolumi nelle vecchie
trincee, abbracciati dai nostri che avevano seguìto con ansia le fasi
dell’avventura.
Un episodio simile era occorso in quello stesso settore due giorni
prima al capitano Viglione, che doveva morire in uno degli attacchi del
28. Pattuglie nostre uscite all’assalto il pomeriggio del 21, avevano
trovato per terra il suo cappotto e il capitano non essendo rientrato
la sera fu dato per morto. Più tardi lo si vide tornare sano e salvo
tenendo per le cocche il fazzoletto colmo di grappoli d’uva. Costretto
a ripararsi durante il giorno sotto un tralcio di vigna, aveva passato
il tempo vendemmiando.
La sera del 24, non potè ancora annunziarsi la presa della Casa diruta,
ma solo l’espugnazione del trinceramento a quella antistante, dove
reparti nostri erano riusciti ad irrompere nel pomeriggio, e avevano
respinto un primo contrattacco, infliggendo perdite e prendendo
prigionieri.
Poichè il nemico si disponeva ormai a controattaccare. Ci assalì
di fatto, in forze e d’improvviso la mattina del 25, piombando con
elementi freschi sulle truppe esauste da un giorno continuo di assalti
e da una notte agitata di vigilia e di lavoro. La sera del 25, il
trincerone davanti alla Casa diruta tornava in mano al nemico. Tutto
il terreno guadagnato con non poco sacrificio nella giornata del 24 era
perduto nella seguente.
* * *
Come le onde susseguentesi e incalzantisi in un piano rendono
meravigliosamente bene, secondo il concetto del Comando, l’imagine
di un esercito vittorioso ed invasore; così le onde che urtano
contro un lembo di roccia, e sono destinate a frangersi e a dare un
balzo indietro per riprendere slancio e ritentare l’assalto, dànno
altrettanto chiara l’idea del lento, fatale andare e venire d’ogni
qualunque forza d’uomini sospinta ad abbattere una organizzata
resistenza d’arte e di terreno, e a superare l’opposizione di un
nemico che scaglia anch’esso e rovescia a tempo sugli assalitori i
suoi successivi rincalzi. C’è nella guerra di posizione una specie di
fissità sostanziale di ostacoli, che la rendono pochissimo mobile e
moltissimo dura; e una episodica mobilità e quasi flusso e riflusso
alterno di ondate, con tutte le sorprese, i giuochi, i capricci e
i sobbalzi, i vortici, i risucchi, le spume di una qualunque massa
liquida, lavorata da correnti che s’urtano e si affaticano, turbata e
sbattuta da un fondo irregolare e insidioso, ricco di abissi, di secche
e di scogli.
Che se in teoria le ondate di uomini debbono susseguirsi e rincorrersi
l’una l’altra dappresso, senza soste e interruzioni forzate, altro,
di necessità, avviene in settori come quelli nei quali allora si
combatteva: aspri a tenersi anche da un esercito immobile, se il
nemico avesse potuto assumere un’attitudine di vigorosa offensiva;
con comunicazioni difficili e ripari relativamente affrettati; con
camminamenti ancora quasi tutti scoperti; con molti passaggi obbligati,
battuti da molti fuochi; senza possibilità di cambi rapidi e sicuri.
Rinforzi fatti partire la mattina per tempo dai ricoveri lungo il
fiume, non sempre potevano giungere alle vecchie trincee prima del
tramonto: tanto preciso e nutrito era il tiro d’interdizione nemico,
su un terreno ancora povero di opere di approccio, nel quale dovevamo
finalmente allargarci per poterci consolidare e proteggere.
* * *
Il giorno 26 si prende, dopo il villaggio di Globna, il fortino.
All’alba alcuni volontari avevano fatto brillare due tubi di gelatina
nel reticolato antistante alla piccola opera nemica. Alle 13 si diede
il segnale dell’assalto, e prima di sera reparti di un reggimento
di valorosi avevano conquistato il ridotto, facendovi prigionieri 75
soldati e 3 ufficiali.
L’azione era stata così brillantemente condotta, da due battaglioni
mossi da due parti all’attacco, che verso sera un plotone muove di là
con tre ufficiali per spingersi fino alla chiesetta di Paljevo, alta
sulle falde del Kuk, nella speranza di incunearsi fra le linee nemiche,
vittoriosamente, sì da spezzarne a destra ed a sinistra la tenace
difesa.
Ma le truppe nostre operanti nel vallone di Paljevo, più in basso,
avevano ritentato in quel giorno inutilmente la solita irruzione contro
le trincee nemiche di quota 383, guadagnando non più che un centinaio
di metri.
E a Zagora la situazione era rimasta invariata, facendo il nemico un
fuoco fitto di fucileria.
Ma ormai si avevano dai prigionieri notizie più ampie e relativamente
attendibili sugli effetti di tanti giorni di combattimento. Onde si
diedero istruzioni di non dar tregua e di non cedere mai più un solo
palmo di terreno conquistato. L’offensiva si venne consolidando a poco
a poco, abbreviava così le sue pause, eliminava i proprî arresti.
C’eravamo oramai avvicinati e addentati al nemico; cominciavano i
sussulti dell’ultima lotta feroce corpo a corpo, quando anche gli
assaliti messi alle strette e afferrati vigorosamente, debbono farsi
assalitori per tentar di scrollare il nemico di dosso.
Di fatto, nella notte stessa del 27, un violento controattacco si
manifesta a Globna. Sulla mezzanotte artiglierie di grosso calibro
iniziano un fortissimo bombardamento contro il villaggio e le
vecchie trincee nostre di quota 383. Al cannoneggiamento segue un
attacco disperato di fanterie, alla baionetta, con ufficiali alle
spalle che rivoltellavano senza pietà i dubitosi, con squilli di
tromba rianimatori. Dietro i pochi e deboli ripari le nostre truppe
resistettero, e sventarono un minacciato avvolgimento della loro ala
sinistra. Solo in qualche piccolo punto del centro, pei vuoti lasciati
dai caduti, deboli nuclei nemici riuscirono ad infiltrarsi; ma la
linea della fanteria rimase salda, nessuno dei nostri indietreggiò di
un passo. Le perdite non furono poche nè da una parte nè dall’altra;
qualche compagnia rimase al comando di ufficiali subalterni, finchè
tutta la linea non fu rimpolpata e rinsanguata con nuovi elementi.
Ma se all’impeto delle fanterie eravamo riusciti ad opporci, nuove
perdite ci inflisse durante il giorno l’artiglieria: che pioveva
proiettili sulle posizioni sparse di uomini ormai stanchi, di cadaveri
e di feriti, che chiedevano soccorso e che non era agevole trasportare.
Anche in quel punto il tiro di intimidazione e d’interdizione era
feroce; impossibile riprendere l’azione; pericolosissimo defilarsi;
e per quanto ufficiali e soldati, aggrappati al terreno, non dessero
segno di volersi ritrarre, si ordina l’abbandono di tutta la valletta
di Globna, ma in modo da costituirla zona neutra, impedendo al nemico
di rioccupare la posizione del fortino sovrastante alle case. Sopra di
essa il nemico aveva in antecedenza aggiustato i suoi tiri.
Mentre a sera i nostri ripiegavano, giunsero tra loro gli avanzi del
plotone che avevano tentato di raggiungere la chiesetta di Paljevo, e
che avevano combattuto per tutto il giorno, soli, avanzati, scoperti,
minacciati di accerchiamento e di distruzione. Gli ufficiali tornarono
incolumi, recando avviso di perdite enormi del nemico, e cacciandosi
innanzi alcuni prigionieri.
Quanto a Zagora, si lavorò alacremente per tutto il giorno ad opere di
approccio. Una vera trincea fu improvvisata dinanzi alla Casa diruta.
Il 28, con truppe riposate, si fece irruzione contro i reticolati
antistanti a Zagora. Un primo contrattacco alla nostra sinistra fu
sventato; un altro alla destra, battuto dalla nostra artiglieria,
semina il terreno di morti: possiamo allargare l’occupazione fino sotto
al margine del paese, mentre ci rassodiamo a sinistra oltre la Casa
diruta facciamo una ventina di prigionieri.
Dagli interrogatori che si fanno a questi soldati presi, si viene a
sapere che il nemico sta ricevendo notevoli rinforzi, e si prepara a
un attacco imminente. Verso le 4,30 del mattino, questo si sviluppa
con tale inaudita violenza, che ancora una volta si impone il ritorno
dentro le vecchie e solide trincee. In poche ore la situazione torna
quale era il mattino del giorno innanzi. Occorrevano assolutamente
nuove truppe, e si decise di non tentare altra azione prima che fossero
giunte.
Si eseguì dunque il cambio la notte del 30, si riposò tutto il 31, e
il 1º di novembre, alle 6 del mattino, con battaglioni freschi si tornò
fuori: in pochi minuti si riprese tutta la trincea della Casa diruta, e
i primi più fortunati reparti spintisi su verso il paese, penetrarono
nel caseggiato. Altre forze seguirono, fu dato l’assalto alle case
diroccate, furono invase le stradicciole e le stanze squarciate, furono
come in una gran retata avviluppati e raccolti ben 202 prigionieri
di truppa e 5 ufficiali, che tanti non erano bastati in un groviglio
di ruderi, profondo e sovrastante a tutte le posizioni dei nostri,
con un arsenale di mitragliatrici, bombe, fucili, a fermare, dopo una
settimana di sforzi continui, inauditi, l’impeto assalitore dei fanti
italiani. I quali più di altri cento prigionieri fecero nel pomeriggio,
allargando l’occupazione a sinistra per le pendici del Kuk.
* * *
Chi scende oggi nel vallone di Plava e visita passo passo i vari
settori, si sofferma dinanzi alle piccole croci di legno che
disseminano qua e là il terreno combattuto.
Ma nelle trincee molto è mutato da quei giorni oramai lontani di
ottobre e di novembre. Molti lavori furono eseguiti durante l’inverno,
lunghi camminamenti coperti, sicuri, conducono alle posizioni avanzate,
ai ridottini estremi. Da Plava a Lozice si cammina per un sentiero
nascosto, non veduti mai, e si trova il paesello abbandonato e
tranquillo, con le piccole case solitarie fra gli orti e i giardini.
Una scoletta deserta apre le sue finestrelle sulla riva destra del
fiume e dai piccoli banchi neri si vede la corrente dell’Isonzo passare
limpida, smeraldina. Si ripensa ai giorni quando questo era un nido di
fanciulli biondi, di azzurri sloveni. Sui banchi e per terra, sparsi
come le foglie della Sibilla, sono i minuscoli evangeli della sapienza
infantile, sillabari e quaderni.
Nel ridottino di Globna i nostri stanno saldamente afforzati: e i
muletti calano sul ciglio di un valloncello, che in tempo di pioggia
scarica le sue acque nell’Isonzo. Più oltre, nel terreno sgombro per
un tratto di nemici, si sporgono sulla carrozzabile gli avanzi delle
casette di Globna, grigiastre, e al di là della strada un orticello
erboso, abbandonato, par che coltivi da solo una piantagione lussuosa
di cavoli, alti, grassi, abbondanti. In un mattino limpido di febbraio,
tutto spira un senso idillico di pace campestre.
Solo lassù, nel settore di Zagora, gli avanzi della lotta feroce
rimangono fra la terra smossa, sconvolta, seminata di paletti
rovesciati, di fili e spranghe di ferro, di cavalli di frisia buttati
all’aria, fracassati. Poche piante da frutta, qualche raro tralcio di
vite è ancora abbarbicato al terreno, come sperduto nella convulsione.
E le case di Zagora, quelle più basse nelle quali siamo noi, e le più
alte nelle quali si annida a muro a muro coi nostri il nemico, sembrano
nel loro stretto abbraccio, nel loro inviluppo tenace, nel nodoso
intrico delle viuzze perpetuare il ricordo dell’antica lotta degli
uomini nella materia petrosa, che resiste dopo tanti mesi al crollo e
alla distruzione.