DUE MULI E UNA CARRETTA

Oltre l’Isonzo, febbraio 1916.

_A Enrico Bettazzi._

Sulla mensa sparecchiata, in mezzo ai fiaschi e alle bottiglie d’acqua

minerale, ardeva una mezza candela. Sul pavimento posavano quattro

ceste coi viveri. Sui panconi attendevano due bersaglieri di scorta,

il moschetto fra le ginocchia, e il cantiniere. Alle tre il conducente

avrebbe dovuto essere con la carretta davanti all’uscio.

Erano le tre e mezzo. Pioveva. Fuori, per la strada non si udiva

un’anima. Gli ultimi autocarri erano passati verso le due, in direzione

del ponte di Sagrado. Da allora non si erano più udite che folate

di scirocco l’una dietro l’altra sbattere contro la vetrata della

finestra, e l’acqua che scrosciava sulla strada, e la spazzava a

ventaglio. E ogni cinque minuti le nostre cannonate.

Si era in un paese di pianura verso l’Isonzo, mezzo distrutto dalle

artiglierie nemiche. Il campanile era ancora in piedi. Una quarantina

di case, attorno al campanile erano a terra. Nelle altre stavano

accantonati un trecento uomini nostri. E dormivano.

Non ci si decide, neppure sotto il pericolo, a scansarsi dalle rovine.

Anche fra quattro pareti smozzicate l’illusione del nido rimane, rimane

l’attrazione di un po’ di raccoglimento e di tepore. Si fugge invece,

specie di notte e di inverno, la terra nuda, la desolazione fredda

delle cose abbandonate allo scoperto. Si cerca istintivamente un po’

d’intimità, non pure con l’occhio, ma quasi col piede: come il selciato

di un cortile, l’angolo di un porticato, l’usciolo d’una stalla, la

cancellata d’una cappella.

Qualche ora prima, al calar della sera, i nostri erano tutti fuori

sulla via principale, con la proibizione di oltrepassare le sentinelle,

chiusi fra le due file di case: raccolti, ammucchiati come i branchi

negli steccati. Perchè non bisogna farsi avvistare. E la sera, come

il solito, era scesa triste. Lontano, nelle città, nei villaggi, di

dove questi soldati vengono, quella è l’ora che s’accendono i fanali

per le strade e nelle case s’accendono i lumi e i fuochi. Nulla,

nelle città e nei villaggi, è più dolce del cielo che si fa pallido

e imbruna a poco a poco sulla luminosità allegra, chiassosa, calda

dell’abitato. Ma qui non si accende più un fiammifero, e l’oscurità

che scende greve, noiosa ai sensi e all’anima, smorza le conversazioni

nei crocchi e tronca le parole in gola. Si prova uno scoramento, una

oppressione, fatta di solitudine, d’abbandono, di lontananza. Pare

che nessun vincolo vi leghi più al mondo remoto, se non una malinconia

infinita. Questi uomini ripensano alle proprie case, al proprio letto,

alla moglie, ai ritrovi usati, agli amici; e restano all’aperto fin che

c’è un poco di luce, quasi a consumare con le pupille il giorno. Ma si

sentono lontani e stranamente divisi da tutto quello a cui pensano.

Non possono raccogliersi in un canto e scrivere alle loro famiglie,

non possono rileggere la cartolina, la lettera ricevuta nel giorno.

Rientrando si coricheranno al buio, cercando ognuno a tastoni la

propria cuccia, stendendosi sulla bracciata di paglia o sul pavimento;

senza spogliarsi, l’uno accanto all’altro, allineati nel riposo e nel

sonno come nella marcia. Per fortuna la stanchezza li prende presto

ogni sera. Si coricano, i piedi accanto ai piedi, le gambe accanto alle

gambe, le teste accanto alle teste; corpo accanto a corpo come i buoni

soldati restano in vita e in morte, talvolta sotto un poco di terra

e talvolta sopra la terra. Meglio ci si addormenta entro le stalle,

distesa la coperta sui cumuli molli di fieno. Nell’oscurità s’odono le

bestie scalciare, mordicchiare la greppia, si ode il calduccio e pare

d’essere sprofondati in un gran pagliericcio.

* * *

Il carro giunse, finalmente, verso le quattro. S’udì il cigolìo delle

ruote e l’irrequieto trapestio dei muletti che sostarono davanti

all’uscio.

Allora il cantiniere si alzò, sollevò col braccio la tenda che impediva

alla poca luce di battere sulla strada e lanciò la mala parola al

conducente, che avrebbe dovuto essere lì da un’ora. L’altro gli rispose

per le rime. Toscani ambidue, nello scambiarsi le più spaccate ingiurie

erano meravigliosi. Mettevano a soqquadro l’universo per cavarne i

termini di paragone e gli epiteti più strambi e pazzi. Il fatto è

che l’uno aveva più caro il sonno del pane, e udendo fra il sonno la

pioggia scrosciare, affondato nella lettiera di fieno magnifica, non

s’era voluto muovere. Ma gli altri tre, che dormivano per terra, lì

nella saletta della mensa degli ufficiali, dietro una tenda, con certi

sorcetti che venivano a correre sulle gambe e a leccare il grasso delle

scarpe, s’erano anche in quella notte da lupi levati alla stessa ora,

perchè avevano l’ufficio di recare le ceste dei viveri agli ufficiali

di parte del battaglione che erano nei baraccamenti al di là del fiume,

presso alle trincee.

Si udì il conducente troncare la lite con queste parole piene di

sapienza:

— Statti quieto, un c’è furia. Quando piove ci tiene tutti umili.

— E questo è vero — disse l’altro, e lo invitò dentro a bere un

bicchierino di “cognacche”.

— Un paio non ci sta mica male, sai?

— No, basta uno.

— Sii bono, fa il bisse.

— Non ci sono avvezzo, io.

— Manco io era avvezzo. Ma qui ci si avvezza a tutto.

— Madonna, ste strade con la pioggia mi faranno ingrullire. Quante

ceste hai stanotte!

— Sono sei ufficiali. Un po’ di robicciola sempre gli ci vole.

Erano tutti quattro incappottati in quei corti e larghi cappotti color

giallo verdone, che hanno un cappuccio come le tonache dei frati, e

sono anche più belli a vedere dei lunghi cappotti grigi, perchè dànno

il colore del fango e di quella maledetta terra rossa che è là sul

pietrame del S. Michele e fra le rocce del Carso. Pare terra che beva

il sangue e tenga sempre la macchia, come fa il panno.

Le ceste furono caricate a una a una sul carro.

— Vai piano che lì ci sono le ova. Non mi fare la frittata.

Poi furono caricate due sedie per i bersaglieri di scorta.

— Quando si pole star comodi è meglio.

L’ultimo a uscire soffiò sulla candela e chiuse l’uscio.

— Madonna, come piove!

— E’ par d’entrare col carro nella bocca di un lupo.

— Stai bono, che a farci un po’ di chiaro ci pensano loro, lassù.

Guarda come giocano coi razzi stanotte!

— Anzi che i nostri quando piove non tirano!

— Senti la batteria di..... È tutta notte che gli va in cuffia, come

dice l’abruzzese.

— Siete pronti?

— Pronti siamo. Tu bada a quelle ova.

Come i tre furono dentro, sotto il soffio di cerata gialla, il

conducente mise il piede su un raggio della ruota, posò il ginocchio

sulla stanga, abbrancò le redini, diede uno strappone, calò la frusta.

— Vai, _Gigi_.

E la carretta si mosse nel buio, parve affondare nella strada, diede

tanti balzi come fosse ammattita, e i muletti via, al trotto e al mezzo

galoppo, nella notte nera, sotto la pioggia che veniva a secchi.

Non si vedeva più là delle orecchie dei muli, ma quelli sapevano la

strada a memoria e si portavano via il carro coi tre uomini, come fosse

una carriola, facendo tintinnare a ogni sgropponata le catenelle che

sbattevano contro le stanghe e i bilancini.

Erano due muletti alti, lunghi e magri, con le orecchie diritte e

gentili, le groppe grassotelle e il pelo corto, pulito e lustro, tenuti

bene, a razione abbondante di fieno e di biada. Bestiole giovani, un

po’ capricciose quando sono sciolte, ma si rabboniscono subito sotto

la stanga, come hanno il muso nella briglia, e i paròcchi, e sentono

sulle spalle la bella bardatura di corame novello, e la carretta che

loro vien dietro sulle ruote alte, frangendo coi cerchioni la ghiaia,

facendo uno strepito, allegro.

— Vai, _Gigi_.

_Gigi_ era quello di destra, a bilancino, che aveva una redine sola e

al richiamo dava un balzo in avanti e portava via la carretta.

— Bada, che tu ci porti tutti nel fiume stanotte.

— Voialtri badate alle ova, alla strada ci penso io. E se si andasse

nel fiume più acqua di quella che piove non ci pole essere.

— Madre della Madonna, senti che sparo.

— È nostro.

— La batteria è nostra, ma il colpo è loro.

— Qui è dove tirano i “cecchini”. L’altra notte hanno ferito un soldato

che veniva in bicicletta e portava un telegramma al maggiore.

— Senti: _ta pum, ta pum_.

— Vai, _Gigi_. Maledetti quei razzi, fanno il giorno a quattro

chilometri.

— I “cecchini” sono più vicini.

— Si capisce eh! quelli saranno a un chilometro e mezzo. Vengono sotto,

a tirare alle quaglie.

— _Buumm_: senti quella batteria. Un c’è pericolo gli manchi il pane da

munizione.

— Giust’appunto che agli austriaci il pane gli fa difetto e i nostri

gliene mandano. Senti adesso che spedizione gliene fanno! Gli tirano da

tutte le parti.

S’alzava la voce dei cannoni nostri da più punti della pianura. Era

un cannoneggiamento senza precipitazione, senza rabbia, metodico,

insistente, che veniva da batterie non visibili di giorno, anche più

misteriose di notte. A uno capitato là la prima volta, i colpi facevano

un effetto quasi pauroso. Ma bisogna sapere di dove vengono, e allora

ognuna di quelle voci cessa di essere paurosa ed ignota, vi dice il

nome di un paese o il numero di una quota, ridesta il vivo ricordo di

un appostamento scavato nella roccia, interrato nella mota, difeso dai

sacchetti di terra, mascherato dai graticci e dalle frasche. Allora,

veramente, diventano voci amiche, che s’alzano nell’oscurità senza

sorpresa, e che riconoscete e distinguete, come le voci delle campane

dei villaggi disseminati in un lembo di paese che v’è familiare.

Ficcando gli occhi nel buio, si sorprendevano a distanze vaghe le vampe

dei colpi, i fiotti delle fiamme contro il nero della terra. Poi era il

rombo di un tuono, e il suo rotolìo per un grande arco del cielo. Per

tutta risposta, dalle colline al di là dell’Isonzo, e dall’altre sue

posizioni ancora al di qua, dal Sabotino, dal Podgora, dal S. Michele e

più verso il Carso, il nemico lanciava l’uno dopo l’altro, o due o tre

alla volta, i suoi razzi illuminanti, che portano il fiocco di magnesio

lento lento su in aria, in vetta a uno stelo di luce, e lo lasciano

ricadere con l’ondulazione molle di un paracadute. Si fa nelle notti

più cieche una così diffusa luce che a distanza di qualche chilometro

dal razzo, sul palmo della mano distesa si scoprono le rughe più fini.

Tutta la notte il nemico illumina in quelle zone le posizioni proprie

e le nostre, ci tiene a bada con quel lancio ininterrotto di luce

bianca che fa il giorno sui reticolati e rende facile la sorveglianza

alle loro sentinelle. Quasi sempre le loro artiglierie tacciono, non

si avventurano nel buio; ma si riattiva la fucileria e cade sui nostri

un fastidio di pallottole. È la piccola e tormentosa caccia all’uomo,

che tutte le notti fa le sue vittime e rende particolarmente pericolosi

alcuni tratti di strada scoperti, alcuni sentieri presi di infilata dal

tiratore invisibile, nascosto in una posizione avanzata, ch’egli va ad

occupare a sera e da cui si ritrae con la prima luce.

* * *

La carretta era giunta in vicinanza del fiume. Cominciava appena a

schiarire. Nella cuffia del carro c’erano tre o quattro buchi, segni

di palle, e attraverso quelli si vedeva il primo chiaro del cielo

nuvoloso, che continuava a mandar giù pioggia a ventate. La strada

era un lago di fango. Le zampe nere dei muletti diguazzavano nella

poltiglia come in una crema. In certi tratti, dove la massicciata era

soda, pareva che gli zoccoli picchiassero sulla lastra lucente d’uno

specchio metallico.

Si calò al fiume, apparve la testata del ponte, un ammasso di legname,

archi di travi, di tavole lanciati sul greto, sul ciottolame, sullo

striscione qua verdognolo, là giallastro della corrente.

Il conducente balzò a terra, aveva le gambe inzuppate, era intirizzito,

si mise a correre accanto ai muli, le redini e la frusta in mano. Le

tavole sotto le ruote, sotto i ferri, rimbombavano. La luce cominciava

a farsi largo di qua e di là del ponte, sul letto dell’Isonzo, velata

dalla pioggia. Il passaggio era lugubre.

E finalmente, come si fu sull’altra riva, parve di entrare in un

paesaggio nuovo, nel pieno della distruzione, in un regno cupo, sotto

un’aria rarefatta, plumbea, greve come una cappa. Nessuno dei quattro

uomini diceva più una parola. Nessuno arrischiava un frizzo. Quello

che teneva la mano sul cestello delle ova, ci si era lasciato, in un

trabalzo, cader sopra col gomito. Il conducente frustava i muletti,

senza aprir bocca. L’alba livida sbatteva su quei quattro volti,

che ora apparivano duri, assonnati, un po’ tirati, come sul giallo

sporco della strada. Si lasciavano portare in silenzio dalla carretta,

cullati dallo strepito monotono delle ruote e delle catenelle di ferro.

Sensazioni nuove, ancor vaghe stentavano a precisarsi.

La strada, oltre l’Isonzo, risale la corrente. A manca il fiume, a

dritta il terrapieno della ferrovia che conduce a Gorizia. Al di là del

terrapieno le prime falde delle colline dai nomi fatti truci da tanto

sangue sparso. I segni delle granate sparsi per tutto, in mezzo alla

strada, sui fossi, sull’argine del terrapieno, sulle rive del fiume;

buche, avvallamenti, bocche di crateri, montagne di terra smossa,

caselli ferroviari ridotti a un muricciolo basso, pavimenti di case

portate via dalle esplosioni, rasate al suolo; vani di cantine, di

stalle riempiti di macerie, di tegole frantumate, di avanzi di mobili.

E dovunque l’occhio girava per quella devastazione, vedeva un

rovinìo, uno stroncamento di alberi, di arbusti, di siepi; tutta la

vegetazione colpita, scheggiata, curvata al suolo, frantumata, lacera.

Una desolazione dantesca, d’inferno non imaginato, ma sensibile,

reale, in cui le cose prendevano una animazione strana, paurosa, di

fantasmi, come se ogni ramo recasse il segno eloquente della granata,

come se ogni cespuglio piegato fosse sotto il peso di un cadavere

stramazzatogli addosso, come se nell’aria fosse il sentore diffuso,

acre, stagnante della strage, della morte, della putrefazione.

E per chi transita di là ogni mattina, sull’orrore abituale della

scena, spiccano sempre nuovi segni di rovina recente; una casa

crollata, che ieri ancor si reggeva, un affossamento fresco a uno

svolto della strada, un pezzo di rotaia sporgente dal terrapieno,

contorta, ritta in aria, divelta come un virgulto risecchito. Questi

segni rinnovano il senso della minaccia continua, del pericolo che

vi pende sopra a ogni passo, cieco, inesorabile, come in un campo di

battaglia, e nell’ora della battaglia.

Si allunga lo sguardo sulla strada, si fissa su un tratto, ci si

domanda se si arriverà in tempo a percorrerlo, a girare fino a quel

gomito, a passare di là da quel masso. Non potete togliervi di dosso

la noia affannosa di questa minaccia, che non vi lascia mai, che viene

dall’ignoto, che vi fa parer grottesca ogni vostra posa del corpo,

ogni vostra occupazione, che vi fa provare la stupidità di ogni vostro

proposito, di ogni vostro più piccolo disegno: perchè non siete certi

di essere vivi fra un istante, di potere fra mezz’ora essere al punto

in cui un amico, che avete fatto avvertire del vostro arrivo, vi

attende. E le prime volte siete preoccupati di tutto: del camminare

adagio, che vi pare pericoloso, dell’affrettare il passo, che forse vi

conduce al punto buono di una granata, del correre, che è altrettanto

stupido quanto il soffermarsi, del vostro cappotto di pelliccia, che

non vi servirà proprio a nulla, delle scarpe, che vi siete fatte pulire

prima di partire, di tutte le cose che hanno importanza nella vita

solita, in quella che vivono gli altri, lontani e che qui non hanno

nessuna importanza.

Finite col non pensare più a nulla, vi abbandonate alla vostra sorte,

diventate, come dicono, fatalisti, e a poco a poco accettate tutto, non

vi stupite più di niente, tutto rientra in un quadro di vita normale:

è naturale che ci siano delle rovine, che scoppino delle granate, che

lì ci sia un soldato ferito, che più oltre quattro uomini portino sulle

spalle una barella con sopra una coperta di sotto la quale sporgono le

due gambe di un morto, i suoi calzoni inzaccherati, le scarpe enormi,

deformi, come due zolle di terra inzuppata di sangue.

Il coraggio è l’accettazione calma, rassegnata, fredda di tutto quello

che accade intorno a voi. E guardate i due muletti che salgono salgono

al mezzo trotto, al galoppo, tirandosi dietro il carretto, da niente

preoccupati, come se andassero sullo stradale tranquillo di Palmanova.

* * *

Andavano su verso le trincee del San Michele. Ed era l’ora che i

soldati dei baraccamenti si svegliano: si alzano insonnoliti, si

sporgono fuori del baraccamento a guardare il tempo, vanno con le

mani alla cintola giù verso il fiume. Lungo la riva sono disposte,

in cimiteri improvvisati, alcune centinaia di fosse dei nostri. Croci

di legno, qualche lastra di pietra con sopra inscritto il nome. Poco

sopra il fiume, nel fango, sono tristi quei piccoli ricoveri dei nostri

caduti. Non hanno che un riposo incerto, pare che siano, anche dopo

morti, in guerra. Non si è potuto dar loro che una pace provvisoria.

Dinanzi alle cucine degli ufficiali del battaglione, la carretta si

fermò, i quattro uomini scesero a terra, cominciarono a scaricare i

cesti. Tre o quattro ova si erano rotte, e cominciò una piccola lite

per quelle quattro ova rotte, un altro alterco meraviglioso, pieno di

fantasia poetica, come un canto amebeo.

Poi la carretta e i muli furono messi in un canto, sul margine della

strada, e gli uomini si ripararono per qualche minuto nel baraccamento

delle cucine. Vennero loro offerte quattro fumanti tazze di caffè, e

stettero lì sotto i cappucci, a sorseggiarle.

C’era in un secchione una mezza pagnotta di pane risecchito, buttata

via da qualche soldato, un po’ infangata.

— Questa la vo a dare a _Gigi_ — disse il conducente.

E la portò ai muletti. La spezzò in due, e sul palmo delle mani offerse

i due grossi bocconi alle bestiole. Queste glieli presero con le labbra

calde e coi denti bianchi come mandorle sbucciate, e li frantumarono

di gusto. Sogguardavano, di tra le ciglia lunghe, attraverso le nere

pupille mansuete, dolci, il soldato. Erano tutti inzuppati, e la

pioggia fumava sulle loro groppe, nel mattino invernale, come un’acqua

in bollore. Si lasciarono accarezzare il muso, grattare la fronte, con

una dolcezza di bestie bone bone. E come il conducente si allontanò da

loro, per tornare nella baracca a bersi il caffè, si volsero tutte e

due, d’un mezzo giro di testa, a guardarlo ancora.

Nemmeno un mezzo minuto dopo, si sentì arrivare per l’aria, col

rumore di un vagone, uno di quei marmittoni, che sfondano le case. Si

videro gli uomini che erano sulla strada correre e buttarsi dentro

le baracche. Si udì uno dei soliti soldati burloni, un abruzzese,

borbottare, fuggendo: “_Matre delli Santi, arriveno li lupi manari_”.

Poi un boato, che intoppò gli orecchi a tutti: lo sfracellìo di un

monte di pietre, di sassi, le sassate contro le baracche, i vetri

rotti, un odore di polvere nauseabondo.

Era caduta sulla strada, scavando una buca inverosimile, ferendo

leggermente, come si vide poi, cinque soldati, ma senza ammazzarne uno.

Nessuno lì per lì pensò alla carretta e ai due muli. Fu il conducente,

che quando si alzò da terra dove era ruzzolato, cercò le bestie e non

vide più niente. Si trovò poi uno zoccolo d’un piede anteriore sulla

branda di un tenente, a duecento metri di distanza, che c’era entrato

per la finestra, fracassando i vetri. E non c’era più che mezzo ferro.

Per questo fu impossibile anche al conducente stabilire se quello era

lo zoccolo di _Gigi_ o del compagno.

Il quale accertamento, del resto, non aveva molta importanza, e

naturalmente non se ne fece cenno nel rapporto dell’accaduto, che

mezz’ora dopo scrisse e firmò il capitano, con alcuni pochi particolari

sulla sorte della carretta, i quali non potevano far nascere dubbi

nell’Intendenza sulla sua impossibilità di riprendere servizio.

Racconti di guerra · 第 8 / 23 题