SULLE TERRE INVASE

Fronte dell’Isonzo, gennaio.

_A Giulio Bechi._

Si entra nel gran movimento che empie le strade subito dietro il fronte.

L’occhio che posava sulla campagna, monotono, vago, come sperso nella

noia del paesaggio invernale, solo richiamato a un senso di vita dal

frullo di un passero, dal saluto di un cantoniere, si volge ora verso

nuovi aspetti. La corsa comincia a risentirsi della via ingombra; si

rallenta, si sosta; la sirena lancia lontano, a ogni nuovo intoppo

che appare, lo squittio lacerante, il grido rabbioso della velocità

frenata.

Ci si accorge a un tratto che i segni della vita normale sono scomparsi

intorno a noi.

Gente in panni borghesi s’incontra sempre più rara: operai col

bracciale rosso, appartenenti al Genio civile, due vecchierelle sole

su un lento carrozzino, un crocchio di monelli sulla proda di un

fosso. Oppure un impresario, addetto ai lavori, che sul davanti di un

autocarro mette la nota nera del cappotto fra il grigio delle divise

militari. Rari mortali, forniti di uno specialissimo salvacondotto,

ogni tanto si vedono fermi a una stazione di carabinieri, alla

testa di un ponte, e tirano fuori le carte, fra le baionette di due

territoriali.

La rarefazione dell’elemento borghese è quasi completa. Vecchi mezzi

di locomozione, che paiono venuti fuori dal fondo di un magazzino,

avanzi arcaici di famiglia appaiono di quando in quando, attacchi

lillipuziani, vasti soffi patriarcali, antiche berline, un leggerissimo

_sulki_ sulle ruote di gomma: arnesi risparmiati dalla requisizione. E

il tuono dei cannoni lontani sfoca nella solitudine dei campi.

Solo nei villaggi, i piccoli nodi della vita agreste, e nelle borgate

e nelle cittadine, la vecchia umanità si ostina a permanere, sotto il

pericolo, incurante della minaccia continua; attaccata ai muri, alle

case, alle vecchie strade, al fango dei crocicchi, istupidita davanti

alle vetrine dei negozi che hanno mutato generi, davanti ai nuovi

spacci, che ostentano i sigari e le cartoline italiane; attaccata alle

piazze dove le vecchie statue e memorie austriache emergono ancora sul

flutto della gente nuova sboccata da tutte le parti.

Lì rimangono, e continuano la propria vita impassibile, legati ai

piccoli interessi, tenuti su dalle ultime illusioni domestiche;

rientrando nelle case dove si parla la solita lingua, dove si

sussurra, dove si sta a sentire e si rimugina quel che accade fuori,

affacciandosi alle finestre per vedere quello che passa, coll’orecchio

teso alla cannonata lontana.

Al di sopra delle piccole questioni locali, degli arresti necessari

e delle deportazioni, al di sopra dei sospetti e delle vigilanze, è

il fatto eterno della piccola gente che muta padrone, e fa i piccoli

calcoli d’interesse, e mette su le piccole botteghe, dove traffica

e vende cose nuove ai nuovi venuti, impara altre parole, sente le

proprie ripetute da estranei con uno stupore curioso, e vede mutarsi

l’orizzonte e il destino giorno per giorno, e nel frattempo vive di

questo senso dell’improvviso, dell’inaudito e dell’incerto; mentre i

ragazzi vanno verso la novità, con la curiosità intelligente e monella,

docile e impertinente, che è diversa dal mutismo o dall’ossequio dei

genitori e dei vecchi. Così le piante che nel rinnovo di una cultura

l’agricoltore non abbatte — ma i ferri frugano nella terra e feriscono

e schiantano le radici — inaridiscono a poco a poco e un giorno

cadranno, ma i germogli buttano vivaci attorno al tronco e formeranno

la vegetazione di domani.

Sono sradicati. E una strana rassomiglianza agguaglia la loro sorte

a quella della terra, che sola, abbandonata, conserva le proprie

linee, le divisioni antiche, le sue facce infinite e diverse, i

segni dei campi, le stampe fisse dei secoli, delle proprietà e delle

culture, le rughe del tempo e del lavoro, e lascia fare ed attende,

immutata, immobile. Arrischierà a primavera le sue fioriture oziose e

vane, rampollerà in una vegetazione incomposta e inutile, darà fuori

il suo verde scapigliato; finchè, col tempo, anche queste campagne

riprenderanno l’aspetto usato, e le case riattate riformicoleranno di

vita; e ai nostri figli e nipoti, passando di qui, potrà sembrare che

le cose, dal tempo dei tempi, siano state sempre così.

Allora i dolori saranno tutti dimenticati. Dove sono cimiteri saranno

campi, dove s’accumulano rovine e calcinacci sorgeranno costruzioni

nuove, e il mattone rifarà i villaggi, i campanili, le ville, e l’amore

rifarà le creature.

* * *

Ma il flutto di quella che pare, anche oggi, la invasione nostra sulla

pianura che volge verso l’Isonzo e ha per scenario i baluardi nemici

digradanti sul Carso, richiama tutta l’attenzione. È questo l’altro

volto della guerra, veramente nostro.

Migliaia e migliaia di uomini occupano la regione: un popolo nuovo

calpesta i campi e le strade. Sono dapprima figurine isolate,

gruppetti, colonne, accampamenti, che appaiono, andando, in una

successione interminabile. L’occhio se ne rende conto gradatamente,

passando dal piccolo aspetto al grande, soffermandosi prima sulla

varietà più minuta, e perdendosi poi in quella che sembra confusione

crescente.

Nei primi momenti è nulla quello che si vede. Ci si bada come a un

qualunque episodio comune, che direste staccato da tutto il resto.

Ecco cinque artiglieri, con le coperte a bandoliera, che camminano in

gruppo: una macchietta sul nastro bianco della strada. Tornano forse

dalla licenza. E il vento agita le falde dei loro cappotti. Silenzio

e solitudine. Ad un tratto sopraggiunge un autocarro, col vetro del

fanalotto verniciato di turchino, per velare la luce: i soldati hanno

rialzato attorno al collo l’ampio baverone di pelo giallo. La strada

è squassata dal traino; sotto le ruote pesanti si macina la ghiaia.

Fantaccini col berretto di lana rossa, le mani nelle tasche dei

calzoni; e paiono infreddoliti. Più oltre un vasto cantiere di legname;

assi e tronchi accumulati sotto tettoie: materiale per i baraccamenti

invernali, e per la copertura delle lontane trincee.

Ancora: soldati in marcia, con berrettoni di lana nera; un bersagliere

col cappello senza piume, foderato da una tela slavata dal sole e

dalla pioggia. Carabinieri in grigio, la lucerna enorme, larga quasi

quanto le spalle: macchiette napoleoniche che spiccano, ogni qual volta

s’incontrano, sullo sfondo un po’ uguale di tutta l’altra milizia.

Passa veloce, tra due ondate di polvere, un autocarro scoperto, carico

di marinai, beccheggiando sulle cunette della strada; e gli uomini, in

piedi, abbrancati alle bande di legno, come alle ringhiere di bordo,

vi lasciano la visione strana dei berretti grigi rilevati sullo sfondo

immobile delle siepi, degli alberi e dei solchi.

Da tanti volti si cava un aspetto solo, comune, di salute e pulizia,

di freschezza e giovinezza: un senso vivo del mirabile sangue nostro,

della nostra forza umana e gentile, dolce, allegra e ridente. Le belle

facce rasate di fresco e rosee fanno pensare a una vita salubre,

all’aria aperta; alla bontà del nutrimento, abbondante, ai comodi

e forse anche ai piccoli lussi degli accantonamenti, e anche alla

relativa quiete della guerra invernale.

Tuttavia pensate anche che le fatiche e gli strapazzi tolgono di mezzo,

giorno per giorno, i più deboli, eliminano dalla circolazione i malati.

Sappiamo tutti che questa guerra è consumo e logorìo di uomini, e che

la carne dei nostri fratelli si struscia anch’essa come l’anima dei

cannoni, come le ruote dei carri, come il cuoio duro delle bardature.

Altri volti quelli dei territoriali: gote più incolte, non so che di

trasandato nella persona, di meno svelto e men lieto; non hanno negli

occhi la divina luce dei vent’anni, sentono anche nei moti del corpo,

nella andatura, la piega ferma e un po’ dura del vecchio mestiere:

carrettieri, sterratori, muratori, fabbri-ferrai, contadini. Hanno

nello sguardo non so che di grave, quasi più che il ricordo, la cura

presente della famiglia, i segni dell’autorità domestica e paterna.

Poi frotte di operai borghesi, che tornano a piedi verso un villaggio,

oppure, aggrappati ai veicoli, si fanno ricondurre alle baracche,

con fagotti sotto il braccio, con borse di tela a tracolla, con gli

strumenti del lavoro in mano. Sono i nostri emigranti di ieri, che

hanno portato per tutto il mondo le magnifiche braccia; che hanno

lavorato per tutti i popoli e furono pionieri oscuri di tutte le

civiltà: oggi tornati entro i confini rassodano le strade nostre,

scavano le trincee, rinforzano le difese: zappatori stupendi,

vangatori, minatori, che la patria dilagando fuori dei vecchi termini

manda anche una volta avanti. Proletariato che s’aggrappa alla guerra,

e questa lo incorpora nella nazione. E poi ancora cataste di legname e

operai addetti ai lavori stradali.

La strada è rassodata e ampliata: d’ambo i lati furono allargati i

margini, i fossi spostati, e nei fossi corre l’acqua che rinfresca

la massicciata, e impasta la ghiaia. In alcuni punti la strada è

talmente ampliata da raggiungere una fila d’alberi che prima era oltre

il fossato: ora i capitozzi corrono lungo il margine, come strani

paracarri di legno. E avanti, avanti. Un ufficiale a cavallo, con la

sua ordinanza al fianco, giunge al trotto serrato. Poi un motociclista,

a grande velocità, basso sulla macchina, con due ali di polvere sotto i

pedali immobili. Una _limousine_, con ufficiali di Stato Maggiore, lo

incalza, insistendo alle sue spalle con un trillo continuo di sirena.

Più oltre un cavallo spaventato, salta da un campo in mezzo alla

via, la corda della cavezza fra le zampe, e ringhia e springa, mentre

due soldati tentano di riafferrarlo. Più oltre ancora un idillio: un

tenente a braccetto con una signorina, in passeggiata romantica. Poi

un fantaccino a cavallo d’un asinello, le gambe larghe su due enormi

bisacce, gli scarponi ciondolanti, il cappotto giallo, con l’aria di un

frate nel suo placido giro di questua. Ed ecco, in una ambulanza della

Croce Rossa, tinta in nero, una suora infermiera sola sola, col rosario

in mano, seduta su uno dei lunghi panconi, immota sotto le larghe ali

bianche.

* * *

E così l’occhio abbandona la campagna e la monotona scena intorno.

Il volto della terra dimenticata non ha più espressione. Tutto questo

altro non è che una piana sulla quale un esercito accampa. E si vedono

poco oltre altri baraccamenti d’inverno, coperti di tela incatramata,

le finestrine quadrate, con i minuscoli telai di vetro, e per le

porticine aperte appaiono le brande, e le coperte scure e i lenzuoli.

Accanto alla ferrovia veri arsenali di rifornimento, montagne di

legname da ardere. Non si finisce più di guardare: l’attenzione è

sempre richiamata verso qualche nuovo episodio; sono frammenti della

realtà che vi si rivelano l’uno dopo l’altro, in successione veloce

più della corsa che vi rapisce per decine e decine di chilometri. E

già sentite che tutti i particolari fanno parte di un tutto insieme,

che conoscerete e vedrete a poco a poco, fermandovi e girando ancora,

tornando più volte sui vostri passi, trascorrendo giornate intere là

dove ora la pupilla lancia un’occhiata fuggevole. Passeremo ore ed ore

in quegli accampamenti, anderemo a chiacchierare con quegli uomini di

truppa che hanno veduto il fuoco e dormito in trincea; faremo fermare

la vettura, un mattino, tornando qua, dinanzi a quell’immenso parco

di artiglieria e scenderemo, ci frammischieremo in quella confusione

di bipedi, di quadrupedi, di avantreni, di cassoni, di basti neri come

la pece: aderiremo a tutte le piccole e grandi realtà della guerra che

ora ci fuggono dinanzi veloci e saltuarie. Allora tutto ciò non sarà

più per noi uno spettacolo, una visione, ma un lembo enorme di vita,

un serbatoio di sensazioni, una scuola di realtà, per i nostri sensi e

per l’anima, il campo vasto e profondo dei nostri pensieri e del nostro

spirito e forse anche della nostra arte, se arte avremo uguale o non

indegna della storia viva che ne circonda.

Laggiù, in quel letto di fiume, arido, pieno di sole, di spaziosità

luminosa, lavorano degli operai, vanno e vengono vagoncini di una

ferrovia Decauville, e scendono trabalzando, ondeggiando, pencolando,

pericolando colonne di autocarri. Scenderemo laggiù anche noi, un

giorno; ci fermeremo a guardare, ad ascoltare, a parlare, seduti,

sdraiati sulla sabbia e sui ciottoli; cercando in questi luoghi ancora

lontani dal tiro, benchè non fuori del tiro, le propaggini naturali, le

radici semplici della guerra, che non è soltanto eroismo e pericolo,

ma un modo di vivere, come un altro, di organizzarsi e lavorare: è

rifornimento e fatica, assestamento e consolidamento: una enorme cosa

che non comincia nemmeno di qui, che viene di assai più lontano, dalle

città che abbiamo lasciate, dalle officine, dai campi che non rivedremo

per chi sa quanto tempo.

Oggi, avanti ancora. Artiglieri coi furgoni, che cavalcano con le mani

nelle tasche, le redini abbandonate sulle selle. E i territoriali che

cacciano innanzi una mandria di buoi, grandi, magri, scuri, neri, che

camminano lenti lenti verso le cannonate lontane, verso i macelli.

A un punto vediamo cavalli disseminati da per tutto, a gruppetti, a

decine, a centinaia. Qui all’abbeverata, là riposano in piedi, cavalli

bai, neri, sauri, con un’aria dozzinale, poco nobile, di bestiame mezzo

selvatico, peloso, arruffato. Cavalli raspati nelle requisizioni, che

non hanno razza, raccolti in una varietà tumultuosa di mercato: alcuni

con le orecchie basse, irritati dalla catenella che li lega a circolo,

altri mordicchianti la scorza di un albero, altri mezzo addormentati,

con l’occhio semispento, tutti coperti del pelo lungo e aspro

dell’inverno. Ci sono parchi di cavalli, come ci sono parchi di motori,

roba da fatica e da sciupìo, senza bellezza nè grazia, ma che insieme

dànno l’idea della forza viva dell’esercito, del suo lavoro muscolare,

e alcuni, staccati da poco, infangati e impolverati, fumano ancora come

un motore dopo la corsa.

Passiamo avanti a carretti carichi di carne macellata di fresco,

sanguinosa, mal coperta da una tela. Più oltre — poichè lo spettacolo

non finisce mai — cucine da campo, fumanti, cuochi all’opera, soldati

che lavano. Poi una colonna di carri carichi di balle di fieno,

impacchettate, legate con filo di ferro: venute sui treni chi sa di

dove. Non passano di qui, come una volta, sui carri ordinari, tirati

dai buoi pezzati di rosso, che hanno le ciglia bianche degli albini. Ma

le portano le coppie dei cavalli americani, o i carrozzoni delle _Fiat_

o delle _Spa_. Non è il passaggio metodico dei frutti della terra,

che si offrivano in ogni stagione, che venivano fuori da queste zolle

intorno, che si coglievano da quei rami, stecchiti. È roba che viene

di lontano, mandata e portata dagli invasori. Sullo sfondo rugginoso

del paese agricolo si profilano distese vaste di botti di ferro, latte

di benzina e di lubrificante: le materie industriali della guerra, le

linfe spesse e graveolenti della meccanica. Siamo alle spalle delle

linee combattenti, nel pieno della zona di operazione, quasi nelle

trincee avanzate delle riserve di uomini e di materiale.

Tutto un popolo in armi, coi suoi impedimenti e carriaggi, venuto

fino dall’estrema Italia, si è accampato qui: ha invaso le casupole,

occupato i letti, piantato gli accampamenti sui seminati, disteso

i fili telefonici sugli alberi delle ville signorili, accumulato le

riserve nelle aie georgiche, appoggiato i fucili accanto alle siepi,

ordinato i cannoni sui solchi, ammonticchiato i basti nelle stalle,

gli zaini nei solai, e le sentinelle vigilano alle teste dei ponti,

sui crocevia, sui campanili delle chiese, sulle torrette dei camini,

sulle terrazze delle case. Qua e là alcuni monelli giocano, appare

qualche donna; ma gli amori e i dolori di questa gente non contano

più. Appartengono quasi a un’altra epoca, a un’altra storia. E i

soldati passano avanti ai cancelli dei cimiteri e non guardano oltre

la cancellata: non hanno lì i loro morti, non hanno lì nè memorie nè

dolori. La guerra occupa tutto, tutto è mutato provvisoriamente. Dove

era un giardinetto su un monticello è un osservatorio di artiglieria,

e tra le frasche di una capannetta sporge il volto di un ufficiale che

scruta col binoccolo il cannoneggiamento nostro e nemico, dal Sabotino

al S. Michele.

* * *

Una tale varietà di particolari, che nella sola passeggiata di un

pomeriggio basta a riempire un taccuino, fa capo ultimamente a una

unità inscindibile: nel movimento sparso, che par confuso, è un ritmo,

una legge. Tutto in realtà è ordinato e preordinato. Il moto irradia

da centri fissi, va verso punti fermi, che in una prima occhiata

non si vedono; si ignorano, ma si suppongono: magazzini centrali e

magazzini avanzati, colonne, munizioni e autocarri, rifornimenti di

materiali e parchi, sezioni di sanità e posti di medicazione, ambulanze

e carri, ospedaletti da campo e ospedali di riserva, magazzini di

distribuzione per i vettovagliamenti e parchi viveri, panifici avanzati

e parchi buoi, comandi di tappa e traini automobilistici, tutte queste

parole vaghe per un profano, sono i termini precisi del linguaggio

e dell’azione militare: coi quali si unificano le innumeri e diverse

impressioni delle cose sparsamente vedute. Ogni movimento ha la sua

direzione, la linea tracciata da un punto all’altro: dai centri di

rifornimento, dai forni, dalle piccole stazioni ferroviarie, dai

depositi di munizioni ammassate nei rotoli di legno sotto le tettoie,

dagli ospedali della Croce Rossa indicati con un numero sul portone

di un vecchio palazzotto, o all’ingresso di un edificio scolastico,

dai comandi allogati in una villa nascosta tra le piante alte di

un parco. Ogni ruota che corre sulla strada e par libera, è presa

nell’ingranaggio di una macchina fantastica, che ha il movimento

impresso da otto mesi. L’ora di partenza di un autocarro, l’ora di

arrivo, tutto tutto era sulla carta stamane, sarà sulla carta stasera;

empirà la pagina di una giornata di guerra.

Il movimento è cronometrico: nulla può arrestarlo, nulla deve turbarlo.

Anche gli incidenti improvvisi di strada hanno poca importanza. Gli

impacci si sgombrano rapidamente: i piccoli disastri sono presto

riparati. Si ha fretta, si riatta tutto sollecitamente, si accorre,

si soccorre con tutte le forze e quando non si può riattare si

sostituisce. Un carro rotola dentro un fossato, carico di quintali di

legna. Soldati balzano dagli autocarri e in cinque minuti sono staccati

i cavalli e scaricato il veicolo, di lancio si tira fuori tutto, il

carro torna sulla via, è caricato, le bestie sono riattaccate, e non

resta che uno sbocconcellamento nell’orlo del fosso, che due pale

colmeranno. C’è della forza, in giro, che abbonda.

E si va sempre avanti. Quando la strada è liscia, bene; quando

è cattiva non ci si bada, si va ugualmente, con un po’ più di

materialità, di strepito, di sobbalzi: ma si deve andare ugualmente: i

pneumatici strosciano violenti contro le carreggiate inghiaiate, fanno

balzare lontano le pietre, si fanno mordere, ma si va. Se tutto si

consuma, tutto si rifornisce senza misura, senza limiti.

Gli è che tutta la roba è in comune, e non appartiene a nessuno,

e ognuno se ne serve come di uno strumento: son tante cose che

appartengono ai parchi automobilistici, ai magazzini, ai centri di

rifornimento, ecc. ecc.: sono il ferro, la gomma, l’acciaio, il legno

dell’esercito. Pare a tutta prima che chi se ne serve non abbia il

senso scrupoloso della proprietà. Ma non è che una illusione. Ognuno

ha cura della roba propria. Se osservate attentamente quegli uomini,

ognuno ha il senso, l’ambizione, la preoccupazione delle cose sue:

il cavaliere del suo cavallo, della sella, accomodata alla propria

inforcatura, delle redini che gli hanno fatto il callo alle dita;

l’automobilista del suo motore, di cui conosce il battito, di cui sa

il canto nelle lunghe ore di marcia, su cui si china ad ascoltare il

respiro nelle salite gravose, o del volante a cui rimane attaccato,

come il timoniere alla ruota. Ognuno aderisce, ognuno s’affeziona al

proprio strumento, perfino il territoriale al carretto che conduce, di

cui sa il peso e la portata, su cui dorme e siede, con le cosce sulle

stanghe, per chilometri e chilometri di cammino; o al cavalluccio, o

all’asino, o al bove, o al mulo morditore o calciatore, ch’egli guida

da tanti mesi tra la polvere, sul fango, sotto la pioggia, che bagna

tutti e due; e l’uomo è amico della bestia, con la quale ha diviso i

freddi della notte, o il calduccio di una stalla, a cui fa la lettiera,

a cui dà da mangiare, prima di mangiare egli stesso.

Tutto ritorna alla forma ineliminabile eterna e quasi alla sostanza

della proprietà individuale. Ognuno è legato al proprio arnese da

vincoli di abitudine, di fatica, di compagnia, perchè si misura il

passo su quello del proprio quadrupede, si vede la guerra col ritmo del

proprio veicolo, e per questo anche se non ci appartiene è nostro, sia

che ci porti verso la morte, e carreggi munizioni fin sotto le batterie

prese di mira, sia che trasporti la ghiaia sulle strade dal letto

pacifico dei fiumi. Tutto quel che ci è intorno, dinanzi agli occhi,

fra le mani, a portata dei sensi, dalla mattina alla sera, è nostro e

ci è caro, ne abbiamo cura, se anche ci grava, se ci affatica, se ci

minaccia; ed è quello il nostro peso e il nostro compagno; è spesso un

confidente muto e un appoggio. Per il soldatino che reca la posta la

guerra grava sulle spalle col peso del piccolo sacco grigio fasciato di

rosso. Egli porta il suo sacco come l’alpino lassù il proprio cannone.

Ognuno ha la sua arma e il suo ufficio, ognuno è legato al suo compito,

come a un dovere, come si è legati alla sorte, al destino umile o alto.

* * *

Scendeva la sera. E lo spettacolo dei nostri uomini accampati mi si

rinnovava ancora e ancora, a ogni tratto di via. Era l’invasione nostra

sulla pianura che volge verso l’Isonzo, e l’Isonzo era vicino, e i

ponti si profilavano nel cielo del tramonto.

Le cannonate rumoreggiavano, insistenti. La guerra ci tirava sempre più

innanzi: ormai non si vedevano più che soldati.

Racconti di guerra · 第 7 / 23 题