UN DOTTORE

Settembre 1915.

_A mio zio Giovanni._

S’era laureato a Modena nella sessione di maggio; subito era stato

chiamato al Distretto come sottotenente della Sanità. Non aveva

ancora fatto il dottore, e non aveva mai fatto il soldato: entro le

ventiquattr’ore dovette equipaggiarsi e partire pel fronte.

Bene, si parte! Lo accompagnammo nei giri per i negozi: la divisa, la

sciabola (la rivoltella l’aveva: un vecchio macchinone che arrugginiva

in casa entro un armadio), i gambali, la cassetta; non ricordo quante

altre cosucce. (Ah, gli stivali: grossi, morbidi, gialli, con le lunghe

stringhe rotonde, di cuoio, il suolo imbullettato, stridente, sonante

sulle mattonelle rosse del negozio). A me non sarebbe bastata una

settimana, a mettere insieme il corredo. Io sono un buono a nulla in

queste occorrenze. Egli provvide a tutto rapidamente, ordinatamente con

quel fruttuoso genio dell’organizzazione, che rende così notevole un

uomo per tante altre parti comune. E che è, sovente, fondato su qualità

di osservazione diretta e precisa, che pochi hanno.

Il nostro Enrico le ha. Non molte parole, immaginazione anche meno,

niente poesia; ma Enrico osserva. Ha certi occhi di miope, cauti

insistenti che non lasciano le cose se non dopo averne portato via i

contorni. Vorrei avere io una retina sulla quale gli oggetti restassero

incisi così a fondo. Gli stanno disegnati nella memoria per anni e

anni, per sempre.

Glielo ho detto tante volte: Se tu avessi ingegno letterario, potresti

fare lo scrittore. Ma alla licenza liceale fu bocciato in italiano.

Non importa. Il fatto è che in maggio prese la laurea; e partì con un

battaglione per la guerra.

— Vedete come tutto s’accomoda — dicemmo noi. Ci siamo tante volte

preoccupati di lui e del suo avvenire. Quando avrà presa la laurea,

che farà Ernesto? Concorrerà a una condotta di campagna, e andrà a

seppellirsi fra i monti? Ci siamo presi fastidio per nulla. Ecco che

dalla mattina alla sera egli è a posto.

Dio mio, non che fosse un ufficiale brillante. Gli ufficiali brillanti

vanno bene in tempo di pace (nei salotti, nelle sale da ballo,

nei concorsi ippici). In tempo di guerra ci vogliono anche i buoni

borghesi, i borghesi solidi, quadrati, massicci, che non hanno nulla di

brillante e di “militare”, e che rappresentano così bene la nazione che

combatte, che coopera, sotto il panno grigio dell’esercito, sotto le

mostrine innumerevoli delle varie armi. Il nostro esercito che combatte

è quasi tutto così.

Il nostro Enrico è in un reggimento di fanteria, di una classe di

richiamati. Fino alla vigilia erano borghesi anche i suoi soldati.

Quando partirono, i portaferiti erano forse meno allenati del loro

sottotenente alle fatiche del campo. Erano tutti vestiti allo stesso

modo, ecco l’importante. Tutti con lo stesso zaino, lo stesso fucile,

la stessa mantellina, e lo stesso numero di reggimento sul davanti

del berretto. Erano “quelli del 161”: un bel numero progressivo, che

fa pensare a una distesa massa di uomini, a una spianata immensa, su

cui brulichino centinaia di migliaia di uomini incolonnati. La terra

scompare sotto la marea d’armi e d’armati.

Il dottore ha buona gamba. Da quattro anni è della _Sucai_; ha fatto

tre campi in alta montagna; è cittadino emerito di tre Tendopoli.

S’intende di gite in montagna, di vita in montagna, di tende e di

cucina, di sacchi e di zaini, di piccozze, un poco anche di sci.

E il suo reggimento partì proprio per l’alta montagna.

Dunque:

Studente — sucaino; dottore — ufficiale.

Sano. Robusto. Buono, cordiale. Servizievole. Paziente. Senza nervi.

Piemontese.

No, non faceva “un brillante ufficiale”. Ma molto di più.

* * *

Ora sono passati quattro mesi. Durante i quali ci ha scritto più

volte la settimana, lettere e cartoline. Cara mamma, care sorelle,

caro Luigi. Ne abbiamo un pacchetto, di sua corrispondenza. Come oggi

tutti ne hanno in famiglia. La mattina, la prima cosa che si chiede

al postino è la lettera dal fronte. E si sta bene tutto il giorno. Si

legge e si rilegge, se ne parla, si commenta.

Ognuno segue il suo caro, lontano. Lo si pensa e lo si vede. Lo si

colloca con l’immaginazione in un paesaggio, che è poi tutto di nostra

invenzione; in una cameretta così e così, fabbricata da noi, con la

finestra che guarda su un prato, su una strada, su un fiume, verso

una montagna; o sotto una tenda, in un bosco di pini, o di faggi, o di

abeti, o tra i macigni, in mezzo alle rupi, sul dente di una cresta,

in mezzo alle altre tende, vicino ai carriaggi, non lontano dai muli;

e più oltre un parco d’artiglieria, e una staccionata pei buoi della

sussistenza.

Ogni lettera che arriva di lassù, reca qualche particolare, che si

aggiunge ai precedenti: e compie il quadro. Un quadro che si finisce

col vedere quasi con gli occhi della fronte: tanto ci si fissa; tanto

ci si pensa di giorno e di notte, a occhi chiusi, non meno che a occhi

aperti.

* * *

I primi giorni, era l’avanzata. Andavano a cercarsi il proprio posto.

Si ricevevano cartoline più che lettere; non c’era tempo per scrivere a

lungo; le cose erano un po’ sottosopra. Tutto era nuovo, le abitudini,

la compagnia, i doveri del servizio. Un po’ di smarrimento, un po’ di

stanchezza.

Quello che più mi piaceva nelle sue lettere era l’assenza di idee.

L’uomo che non pensava che al suo posto, al suo mestiere, alle piccole

cose che riguardavano proprio lui, alla sciabola che era forse inutile,

alle scarpe che facevano un po’ male, a qualche lieve incidente. Era

proprio l’uomo senza crisi, senza impazienze e preoccupazioni e anche

senza facili ebbrezze: semplice, queto, e parco di emozioni; direi

economico. Ma appunto per questo, buono alla guerra, alla guerra lenta,

lunga, che in molti consuma prima ancora lo spirito che il corpo.

Tutta la sua cura era nel mettersi a posto, nel divenire un piccolo

dente dell’enorme ingranaggio. “Mi sto ingranando, scriveva, e non mi

riesce difficile. Anche in guerra si è uomini come in pace. E io sono

un dottore, al seguito di qualche centinaio di clienti. La mattina

passo la visita, vedo qualche lingua sporca, distribuisco qualche

pozione di olio di ricino. Come vedi, comincia bene”.

Di tappa in tappa egli, con i suoi uomini e le carrette, seguiva

il battaglione. Una notte si persero. Il battaglione era andato

avanti, il dottore doveva raggiungerlo. A un bivio dovevano esserci

le segnalazioni, e non c’erano. Si fa un piccolo _alt_, e si tiene

consiglio. La notte è buia, si staccano le lanterne dai carri, si

esplora la massicciata, prima a destra, poi a sinistra, per sorprendere

le peste del reggimento. Ma c’erano segni di un passaggio recente da

una parte e dall’altra. Si chiama ad alta voce: Olà sentinella! Nessuno

risponde. Intorno non c’era che buio denso, che pareva appiccicato come

una vernice nera e spessa a tutte le cose, ai fossi, alle siepi, ai

campi, alla terra, al cielo. Un buio che empiva la notte, come il vano

di una grotta, e teneva fermi quei dieci o dodici uomini, accanto alle

carrette: fermi come i cavalli, che pareva si fossero addormentati.

Adesso che la strada non li guidava più, qualcuno s’era seduto per

terra, attendeva la decisione dagli altri, contento che non ci fosse

più un comando, perchè non c’era la possibilità di un comando.

(Erano i primi giorni di guerra; molti soldati ancora pigri; qualcuno

pieno di malavoglia, di disinteressamento, con un po’ di egoismo, con

un po’ di piccola cattiveria. Non gli dispiaceva vedere il superiore

nell’imbarazzo; non gli dispiaceva non aver trovata la sentinella al

suo posto. Un esercito è una macchina, di proporzioni enormi. Ci vuole,

a metterla in moto, qualche po’ di tempo. Poi tutto cammina).

E il dottore disse:

— Chi di voi vuole andare per quella strada, a vedere, a domandare? Ci

dovrebbe essere qualche sentinella più su.

Nel gruppetto intorno all’ufficiale tre o quattro si guardarono in

faccia senza parlare. Il sottotenente capì che nessuno aveva voglia.

Avrebbe potuto dare un ordine, non lo diede. Disse:

— Staccatemi un cavallo, vado io.

Glielo sciolsero dalle stanghe, lasciandogli in dosso tutti i finimenti.

L’ufficiale saltò sulla groppa, impugnò le redini, si volse per dire:

— Non movetevi finchè non sarò tornato.

E partì per una delle due strade, nel buio, solo, al trotto.

E andò, andò, senza incontrare nessuno, sempre salendo la costa di un

monte, senza sapere dove riuscisse la strada.

Trottò per più di mezz’ora. Poi per un’altra mezz’ora. Gli venne il

dubbio di avere perfino passato il confine. Ogni tanto portava le mani

all’anca destra: la busta della rivoltella gli dava una sensazione

gradevole nel buio tutto uguale, e avanti ancora. Finalmente, un: Alto

là! Chi va là! — Ufficiale. — Che ufficiale? — Ufficiale della Sanità,

italiano. — La parola d’ordine. — Mi sono perso. Dove siamo? — Al forte

di..... — Ebbene, ho sbagliato strada. Conducimi al forte. Era salito

al forte, dove fu accolto con sorpresa, e un ufficiale gli spiegò

dinanzi agli occhi una carta. Era l’altra strada che doveva prendere.

Risero, sturarono una bottiglia, e poi di nuovo in groppa, e giù verso

il crocicchio.

Aveva trovato i suoi soldati pieni di ansia. Avevano temuto per lui,

l’avevano immaginato prigioniero, dopo due ore di attesa. Il fatto è

che avevano ammirato il suo coraggio, si vergognavano, adesso, di non

essere andati loro, di non averlo accompagnato.

“Un’altra volta non mi lasceranno andare solo — ci scriveva nella

lettera in cui narrava l’avventura. — Per questa, mi basta di aver loro

dato una lezione, senza bisogno di sgridarli”.

Da allora i soldati cominciarono a volergli bene, a sentirsi legati a

lui, a capire che in guerra bisogna stare insieme, essere d’accordo,

sentirsi tutti uniti, aiutarsi sempre. Come, del resto, in qualunque

occorrenza difficile della vita.

* * *

In luglio andai a trovarlo. Quando giunsi al paese dove il battaglione

doveva essere accantonato, seppi che questo era partito da mezz’ora

per una località più avanzata, che a me non era possibile raggiungere.

Dovevo dunque rinunziare a vederlo. Tuttavia provai a spedirgli

un biglietto, per un ciclista che pedalava verso quelle parti. Lo

avvertivo che l’avrei atteso ad Asiago fino a sera. Gironzolai

per il paese tutto il giorno, m’imbattei in parecchi conoscenti

ed amici, coi quali si parlò di tante cose, e anche di lui. Poichè

tutti lo conoscevano, di nome e di persona e di fama: il dottore del

battaglione, allegro, servizievole, bonario, che si prestava a tutto, e

non diceva no a nessuno: che aveva fatto perfino l’ufficiale di mensa.

E verso sera lo vidi venir giù per la bella strada bianca, inforcato

sulla bicicletta; gli tesi le braccia, ci scambiammo due baci, come

fratelli.

E quella notte non si dormì. All’alba egli doveva essere di ritorno, io

dovevo ripartire.

Domande e domande, una dopo l’altra: con una curiosità di notizie, di

impressioni, che pareva una sete; ed egli mi dissetava. Parlava, come

suo costume, lento e un po’ monotono, senza scatti, senza vivacità;

calmo, continuo, inesauribile, sicuro, preciso, pieno di cose, di

fatti, di osservazioni, quasi senza giudizi, senza personalità, ma

di quel che diceva ci si fidava, perchè non era un intellettuale, nè

un che cedesse alle impressioni sùbite, ma un ragazzo senza nervi,

che guardava gli uomini come avrebbe guardato le cose, che guardava

i morti in faccia come guardava i vivi, senza impallidire. Quando si

sono sezionati, sulla tavola anatomica centinaia di cadaveri, centinaia

di “pezzi”, si fa un’anima buona a tutte le circostanze, anche alle

peggiori: si sa che alla morte bisogna arrivarci, e che più in là della

morte non si va. La cosa è diventata semplice, e senza sorpresa.

Non era ancora stato in trincea: non poteva dire che cosa è la guerra

per chi combatte; ma raccontava la guerra di chi si prepara, di chi

si allena, gli episodi della vita di accantonamento, i fatterelli

della mensa, le caratteristiche dei compagni, le parole e l’anima dei

soldati, la vita sotto la tenda, la sua preparazione al grave compito

che lo attendeva, parlava dei mezzi che aveva a propria disposizione

come dottore, dei portaferiti, delle barelle, dei medicinali, dei

rifornimenti e d’altre cose; ma solo di quelle che aveva vedute lui,

che erano la sua esperienza di due mesi.

Io cercavo di capire se la vita militare l’avesse mutato: e in che cosa

l’avesse mutato. Lo ritrovavo sempre uguale, sempre lui. Solo che la

sua opera pratica s’era organizzata, ora, intorno a un dovere, a uno

scopo, a un fine: ed egli era un uomo utile, era la parte di un tutto;

aveva un compito e una responsabilità che lo ingrandiva ai miei occhi,

lo ingrandiva agli occhi dei colleghi. Era il dottore del battaglione:

a lui erano affidate delle vite, dalle sue cure avrebbero dipeso

le sorti di chi sa quanti feriti, la riconoscenza e il sorriso o le

lacrime di chi sa quante famiglie.

Tutto questo egli non lo diceva, forse non perdeva tempo a pensarlo:

ma lo _sapeva_, perchè lo sentiva dentro, accettando la guerra per

quello che è, non scherzando sul proprio ufficio, pieno di una serietà

che non si espandeva in parole, che era una cosa sola con la sua anima

silenziosa, naturale, profonda.

Rinasceva in lui, nell’occasione della guerra, il morto nonno materno,

che era stato dottore del piccolo suo paese natale, che era stato

cinquant’anni prima il “medico” per antonomasia, di una terra di

fittavoli e di borghigiani; che aveva vissuto fino ai settantasei anni

fra gli ammalati e i poveri; che aveva tenuto una condotta vasta come

una regione, correndola a sella dalla mattina alla sera e di notte, a

qualunque ora, per qualunque tempo; che rompeva le reni a tre cavalli

il giorno, per raggiungere, là nelle langhe del Monferrato, per le

scarpate dei colli, per i sentieri, i cascinali più remoti; che era

rimasto, dopo la morte, un mito, per la gente del popolo. Sepolto

quello, non ce n’era stati più di medici come lui: ne erano venuti

su altri, molti, che tutti insieme non facevano le sue fatiche e non

ritiravano indietro, quanti erano, tanti, vicini a morire.

* * *

Finalmente sapemmo ch’era in trincea, sotto il fuoco, e lavorava anche

lui di zappa e di badile. Lo vedemmo, con la fantasia, rannicchiato

nella sua buca; tutto caldo nei maglioni e nelle calzature di lana

che gli avevamo spedite. E cercavamo sulla carta il posto avanzato nel

quale egli era col suo battaglione. Egli segnava con la sua persona un

punto del nuovo confine d’Italia!

Ed ecco, l’altro giorno, una gran lettera: la descrizione di un assalto.

“Cara mamma,

“Mi trovo qui davanti un mucchio di vostre cartoline e lettere, che

rilessi e alle quali rispondo cumulativamente con questa mia. Molte

volte ho cominciato lettere, e non ho potuto continuarle e finire:

per scrivere bisogna avere almeno un paio di ore di tranquillità e di

libertà. Tranquilli non si può essere mai, liberi non s’era nemmeno

nei così detti giorni di riposo, quando tutti i giorni c’erano marce o

tattiche o finti combattimenti.

“Eravamo nel paese di C....., vicino ad A.....; i soldati erano

accantonati, ossia alloggiati nelle case, gli ufficiali sparsi per gli

alberghi. Poi, come vi scrissi, siamo tornati su al fronte, e lì si

fece servizio di trincea, un po’ in prima linea e un po’ indietro.

“Ci fu un gran bombardamento di tutte le artiglierie per varii giorni

e notti, nella sera del..... scorso siamo andati avanti verso il forte

di..... Arrivammo nel bosco di.... che lo fiancheggia, a notte fatta:

ci accompagnava l’artiglieria da montagna. Eravamo in due reggimenti;

il mio, e precisamente il 1º battaglione doveva andare avanti nelle

prime ore del mattino. Ho impiantato il posto di medicazione in

una valletta il più avanti possibile, per abbreviare la strada ai

portaferiti, che seguivano il 1º battaglione, e che hanno l’incarico di

sgombrare il campo dai caduti per portarli ai medici. Fra gli alberi

si vedeva bene la pianura, ossia una serie di collinette, di vallette

con erba alta, ortiche, cardoni, scavate qua e là da grandi buche fatte

dalle nostre artiglierie. Una stradetta di campagna l’attraversava, poi

dei muretti a secco, qualche larice qua e là, da una parte il forte,

davanti a lui i reticolati; dall’altro il..... collina che sembra un

panettone, tutta trincee e reticolati, forse tutta gallerie e mine; più

in alto ancora c’è un monte, lo..... anche lui col suo fortino.

“C’era una bellissima luna e pareva di essere in pieno giorno. Finchè

siamo stati nel bosco al coperto, arrivavano cannonate in alto, con

nessun danno. Parevano treni diretti che fischiassero in lontananza. Ma

poi si accesero qua e là riflettori: uno dal monte frugava in basso,

il forte si illuminò con un altro riflettore; le sue trincee erano

segnate da tante lampadine, e pareva di vedere una nave illuminata

in mare. Andarono avanti i soldati guastatori, che devono tagliare

o far saltare con tubi di gelatina esplosiva i reticolati, e cadde

subito il tenente che li guidava. Ai primi tagli dei fili spinati,

siccome ci sono i fili elettrici, i soldati hanno sentito squillare

anche le sonerie elettriche nelle trincee del forte. Si vede che

frammischiati al reticolato ci sono linee di campanelli: il soldato

di notte non le distingue, le taglia, avviene il contatto, e il suono

dà l’allarme. Io dal bosco vidi inalzarsi dei razzi verdi luminosi,

e poi subito funzionarono le mitragliatrici, che scoppiettano come

motociclette. Sono pericolosissime, poichè si sa che dove battono

tagliano addirittura l’erba. Ogni tanto sparavano, poi tacevano;

non si vedevano, naturalmente, e si andò avanti. Albeggiava quando

arrivarono i primi feriti, a piedi e in barelle; poi il numero andò

man mano crescendo, e noi due medici non bastavamo più, e chiedemmo

aiuto dei medici del 2º e 3º battaglione, che stavano nel bosco,

di rinforzo al 1º battaglione, che avanzava. Quando ci dissero che

quattro ufficiali erano feriti, io lasciai il posto di medicazione

e sono sceso coi caporali di Sanità e col padre Marcello sul campo.

Allora non pensavamo al pericolo, ma vi assicuro che andare avanti

allo scoperto era un affare serio. Ogni uomo, o sano o ferito, che si

movesse era un bersaglio alla artiglieria da montagna nemica, e alle

mitragliatrici e ai pochi, ma buoni tiratori scelti. L’artiglieria

fa poca paura, ma sentire le pallottole di fucile e di mitragliatrice

passare rasente il corpo, ripararsi distesi contro i tronchi abbattuti

e sentire i proiettili piantarsi nel legno (ne ho estratti due come

ricordo), o ripararsi in una buca fatta dai cannoni e non poter più

uscire perchè sulla testa ti inaffiano colle pallette di _shrapnel_,

non era certo piacevole. Pure se si stava fermi tanto valeva ritornare

indietro, e allora sono saltato fuori e di corsa ho raggiunto un muro,

e trovai un tenente col petto trapassato, e fu portato al sicuro. Più

in su, in una buca da proiettili, s’era fatto portare il sottotenente

Bortolotti, di Torino, ferito in più parti, alle gambe e all’inguine

(ma non grave). Il frate andava a vedere i più gravi, i portaferiti

li trasportavano su nel bosco per farli medicare, e poi cercammo gli

altri due tenenti feriti, ed io non li trovai. Furono scoperti dai

miei caporali. L’aiutante tenente Cena, col braccio stroncato da un

proiettile d’artiglieria, e il tenente Zineroni (c’è l’annuncio di

morte sulla _Stampa_), di Torino, direttore dei tramvai (crivellato

di ferite), furono portati su ai medici. Anch’io allora mi ritirai, e

mentre medicavo il povero Zineroni, gli altri colleghi colle forbici

amputavano, o, meglio, staccavano i pochi brandelli del braccio.

“Venne così il mezzogiorno. La sezione di Sanità portò via man mano i

medicati; i morti venivano allineati e riconosciuti; poi si ritirarono

le truppe che andavano avanti, e finite le medicazioni ci riposammo

nel bosco. Il fuoco cessò, il più bel sole illuminava la scena molto

triste, ed io mi sono addormentato, armato, e col sacco da montagna

sulle spalle e il binoccolo a tracolla, là sull’erba. Verso le 2 il

colonnello ci fece avvisare che si vedevano nel campo i morti, e forse

ci potevano essere dei feriti. Chi voleva andare poteva seguire la

bandiera della Croce Rossa, col P. Marcello, cappellano. Sul forte e

sul..... gruppi di austriaci guardavano in giù, e pare che anche loro

raccogliessero i caduti. Così partii col dottor Martina, col frate, tre

caporali e non so quanti portaferiti, e siamo scesi giù e si cominciò

la ricerca.

“La bandiera fu piantata il più visibilmente possibile, e nessuno

pensò che un colpo ben mirato poteva troncare la nostra opera di

misericordia. Ricordo che appena io spuntai sulla cima della prima

collinetta avanzò una lunga fila di dispersi; camminavano a quattro

gambe e avevano abbandonate le fossette che s’erano scavate. Erano

soldati che, spintisi avanti o rimasti indietro mentre si ritornava

al mattino, non avevano più raggiunta la loro compagnia, e riunitisi

in gruppetti, stavano, secondo loro, trincerati nelle buche o dietro

i sacchetti pieni di terra, e aspettavano la notte per ritornare

nelle loro file. Vista la bandiera, che il sole illuminava e il vento

teneva ben spiegata, ci vennero incontro e si posero in salvo. E noi

continuammo a battere il terreno. Non vi descriverò quello che abbiamo

visto. Il nemico per noi almeno fu leale, ci sorvegliò certo, ma ci

rispettò, e non fece che il suo dovere.

“Raccolsi i feriti, e ne abbiamo trovati molti che, caduti nelle prime

ore del mattino, erano lassù impossibilitati a muoversi, invocanti

di essere portati via. Benchè non fosse mio compito, col carico della

barella, aggiunsi le armi e le munizioni, il restante materiale, bombe

di dinamite, pinze per il taglio dei reticolati, vanghette, tascapani

per viveri di riserva per due giorni, e il carico di cartucce e

baionette fu da noi ammucchiato e coperto con le mantelline. Quando

credemmo di non aver lasciato feriti o morti al nemico, mentre calava

il sole, rientrai al battaglione col caporale che portava la bandiera e

con un portaferiti. Non so perchè, ci fu tirata una fucilata, e subito

uno _shrapnel_ scoppiò alla nostra destra, un 300 metri troppo avanti.

Si allungò il passo, raggiungendo il bosco, e per quel giorno avevamo

fatto tutto il nostro dovere.

“I battaglioni si posero sulla via del ritorno: io restai cogli

zappatori, e in buche avvicinate seppellimmo i morti della giornata.

Io portai in un sacchetto le carte trovate addosso ai caduti ed

il piastrino che ogni soldato tiene cucito alla giubba, col nome e

cognome, matricola e Distretto, coll’anno di leva. Scendemmo nella

valle e ci fermammo in seconda linea.

“Il 26 fui occupato con gli altri medici e col dottor Ferrero a

compilare l’elenco dei feriti, dispersi e caduti; poi vi scrissi che

si andava al mattino del 27 al......., a raccogliere i morti di un

altro reggimento. Difatti alle 5,45 io mi sono presentato al Comando,

ma consultato anche il Comando della nostra Brigata, col pericolo di

restare noi pure sul campo o di essere catturati, si rinunciò. Da quel

giorno, nessuno di loro è uscito.

“Abbiamo notti fredde (4-3 gradi sopra zero) e giorni molto caldi. Da

stamattina, alle 8, piove. Ora siamo qui aspettando un po’ di riposo.

È dal 26 maggio che battiamo i monti e i boschi. Di salute sto bene. Ho

molto da fare, non tanto per servizio di malati, perchè sono le solite

indisposizioni, i feriti sono già tutti ai varii ospedali, più verso la

pianura.

“Scrivo male per essere appoggiato sulla mia cassetta, sotto un

ricovero poco umano, mentre piove.....”.

* * *

Quando il nostro Enrico ritornerà, ve ne trascriverò altri di questi

suoi racconti di guerra.

Racconti di guerra · 第 6 / 23 题