VELE LATINE

Fano, agosto 1915.

_A Sante Solazzi._

S’usciva ancora, quella mattina. Una delle ultime. Poichè adesso i

porti e i canali sono chiusi, una catena sbarra l’imboccatura, e le

barche, l’una addosso all’altra, accosciate con le pance sull’acqua,

stanno dentro come greggi di pecore raccolte nello stazzo.

I marinai passano la giornata nelle osterie, picchiano sodo coi pugni

sulle lunghe tavole, giocando alla morra; tracannano il vin cotto, e al

tramonto si vedono tornare a frotte dalle trattorie di campagna, dai

giochi di bocce di Sgarzino e di Carboncino, abbracciati pel collo,

dondolanti, ubbriachi. La vita di terra fa loro girare la testa.

Il sole non s’era ancora levato; l’Adriatico era deserto. Solo una

piccola vela, al largo, luceva come una fiammolina nella penombra

argentea e nuvolosa del crepuscolo: un battello che non era potuto

rientrare la sera, e che andava verso Pesaro, a scaricare il pesce.

Ma poco fuori del porto c’era il battellaccio del Sordo, con la

vela stanca, la prora volta alla spiaggia. Il Sordo aveva passato la

notte fuori, contro l’ordinanza del capitano di porto, e ora voleva

rientrare. Si udivano i colpi regolari dei remi entro gli scalmi; ma

la voga era così fiacca, che il legno, che prendeva una bava di vento

da terra, stava fermo. Da più di un’ora il Sordo vogava, e la sua

vecchia carcassa si curvava in avanti, per risollevarsi, e ricadere

sulle lunghe ali pesanti del battellaccio immobile. Di quando in

quando giungeva la voce: Oooh! Oooooh! Chiamava che venisse qualcuno

a rimorchiarlo. Il suo pareva il richiamo d’un naufrago abbandonato,

lungo e monotono, paziente, d’un sordo che tentasse con la voce di

scuotere dei sordi.

Nessuno gli badava, chè ancora non c’era nessuno sulle calate. Le case

dei pescatori, lungo il canale, erano chiuse; i barchetti legati da

prora e da poppa, dormivano con le vele ammainate, in una quiete così

stanca, che quasi faceva tornare la voglia del sonno.

Più tardi cominciarono a giungere gli uomini, e anche i ragazzi. Con

le camisacce di rigatino, i maglioni di lana aderenti al petto come

corazze, le camicie di colore aperte sotto la gola, i piedi scalzi,

quasi camminassero ancora sul pavimento delle loro camere, fra l’ampio

letto in cui dormono le spose, e i materassi, per terra, su cui i

figlioli si ammucchiano nell’aria greve.

Si mettono le scarpe nei giorni di festa, ma sulle coperte dei loro

trabaccoli piantano i pollici grossi e nocchiuti, le dita che prendono

le corde come quelle di una mano e le stringono, i calcagni che hanno

la cotenna e fanno il tonfo sul legno asciutto e sonoro delle barche.

Cominciavano a venire giù i paroni e i morea, gli uomini di fatica e

di timone; alcuni vestiti come operai che vanno alla fabbrica, senza

nessuna di quelle caratteristiche pittoresche che hanno i marinai

nell’immaginazione della gente di terra che non li ha mai osservati.

Parevano ancora pieni di sonno, quasi corrucciati dal vino bevuto

il giorno innanzi in occasione della festa. Le ciglia penavano a

svincolarsi dall’accapatura; le facce erano dure; un non so che di

lento e meccanico, di abitudinario era nel loro passo e in tutti i loro

atti.

Scendevano nelle barche, passavano dall’una all’altra, scavalcando i

loro bordi che si toccavano; si calavano nei boccaporti per riporre il

fagotto del pane e la bottiglia di acqua o di vino che portavano con

sè.

Poi, man mano che gli equipaggi si completavano, cominciavano le

manovre per uscire; le prime barche calavano le vele, aprivano le

ali colorate al sole che veniva su dal mare, rosso lanternone rotondo

razzante come la luna di prima sera.

E a poco a poco, col moversi delle barche, si scioglievano anche le

lingue in bocca, s’udivano i comandi, gente correva ai bordi, sulle

coperte, s’arrampicava agli alberi, si chinava a far nodi con le

funi; lentava le gomene, le borine, le scotte, tra un dirugginìo di

carrucole, e uno sbattere ancora lento di pennoni contro i legni, e

uno schioccare di velature, chè il vento, verso la bocca del canale,

cominciava a tirare e fioriva le acque di una marezzatura verde.

Erano le parole della manovra, i consueti suoni di ogni mattino; ogni

qual volta la flottiglia peschereccia usciva sul mare tranquillo si

ripetevano, uguali. Nei giorni di maretta erano diversi.

E così dopo gli altri, quasi ultimo nella fila del branco “Il

Risorgimento” uscì anche esso: con Guideo, ritto alla barra; il grande

alto Guideo, che pareva un colosso sulla piccola imbarcazione.

* * *

Ora le barche sembravano una schiera di farfalle sciamanti.

Apparivano le mura della città, di lontano, gli alti bastioni

malatestiani, il mastio della fortezza, dove ora sono le celle pei

carcerati: il camino della filanda; le casette lungo i viali dello

stabilimento; e le strisce lunghe dello spiaggione verso Pesaro da

una parte, verso Marotta dall’altra. Sopra la città parevano pendere i

monti: Monte Giove, con l’eremo dei Camaldolesi deserto; e quando fummo

più al largo avvistammo le forche di Cagli, il passo dei Romani, di

dove giunge la Flaminia, che sbocca sul mare in quel punto per piegare

a sinistra su verso Rimini e le antiche Gallie. Poi la doppia gobba del

Catria e il Carpegna.

* * *

Eravamo a otto o nove passi d’acqua, e Guideo s’era seduto accanto

alla barra; gli altri calati sotto, s’erano buttati sugli strapunti, in

attesa di essere chiamati su per gittare la rete.

— Ecco, fu qui, disse Guideo. L’altra notte ci trovammo con le navi

austriache in mezzo a noialtri. Era buio, credevamo fossero i nostri,

e ci avvicinammo per vedere. Ce ne siamo accorti dopo, che erano loro;

parlavano italiano e ci hanno chiesto se l’acque davanti a Fano erano

minate. Che Dio li fulmini, venivano proprio a domandarlo a noi! Ho

risposto io: “Noi non sappiamo niente”. E quelli hanno continuato

ad avvicinarsi alla costa. C’era il barchetto del Grosso, davanti a

loro, gli hanno detto: “Fatevi in là che dobbiamo tirare sui ponti”.

Si vedevano i cannonieri ai pezzi, e si sentì _buumm_, _buumm_. Che

tiratori sono? Lo vede il ponte sul Metauro? È lungo, no? Ci avessero

cacciato un colpo! Fossero stati i nostri: lo vedeva il bersaglio, dove

andava finire! Ma quelli! E dopo andarono davanti a Pesaro, che anzi

i pesaresi, sentendo le cannonate dalla parte di Fano, erano andati

giù allo stabilimento e alla spiaggia, per vedere lo spettacolo, e

quando videro le navi venire, via tutti a corsa, chi a chiudersi nelle

cantine, chi a prendere la campagna. E _buumm_ _buumm_ anche su loro,

ma non ci sono state disgrazie. Con la ferrovia lì sul mare, non sono

stati buoni a romperla! Io dico che fanno per spaventare la gente.

Ma da noi c’erano le mura piene di uomini e di donne e di ragazzi che

guardavano coi cannocchiali!

Sempre sulle mura sono gli osservatori, i padroni delle barche,

i pescivendoli, gli sfaccendati, i quali coi gomiti appoggiati al

muricciolo, cercano sul mare le imbarcazioni: le conoscono a una a una,

ai colori della velatura, sanno vita e miracoli di ogni equipaggio,

affari di famiglia, gli amori, i fidanzamenti, i matrimoni, le

disgrazie, i guadagni, tutto sanno. E là su in alto chiacchierano come

i vecchioni di Ilio, mentre le paranze arano il mare, e combattono con

le onde e con il vento.

— Adesso — riprende Guideo — è venuto l’ordine di non più star fuori la

notte: si esce all’alba e si rientra al calare del sole.

— Guideo, un sigaro?

Ringraziò, prese il sigaro, lo ripose nella tasca della giacchetta.

— Lo fumo dopo colazione. Adesso salpiamo.

E diede la voce a quelli che erano sotto.

Recarono su la sfogliara, legarono con la sciagola il fondo del sacco,

e messo il timone all’orza, gittarono in acqua le maglie, a bracciate.

Si vide la rete nera stendersi, allungarsi, nuotare a guisa di pesce,

con la larga bocca triangolare spalancata, con la coda guizzante, e man

mano che le si dava la corda dilungava da noi, e affondava nell’acqua

chiara. Finchè non se ne vide che l’ombra, poi più nulla: la fune fu

lasciata correre fuori del bordo e _Il Risorgimento_ riprese l’andatura

sua tranquilla, sotto il vento che rinforzava.

Anche gli altri avevano gittato la rete, e la flottiglia sparsa sul

mare procedeva più lenta. Ora i battelli sarchiavano il fondo del mare.

* * *

Tutti gli uomini tornarono sotto, fuori che Andrea e Remigio. Remigio

aveva preso il posto di Guideo, alla barra, e parlava della guerra.

Aveva avuto un nipote sull’_Amalfi_, che s’era salvato a nuoto, e

adesso l’avevano mandato al fronte sull’Isonzo, con le batterie di

marina. Dopo l’affondamento dell’incrociatore, Remigio aveva avuto una

lettera dal nipote, in cui diceva che la vita era salva. Ma un altro

di Fano, che aveva un figlio sulla nave, era andato a Venezia ed era

tornato recando le notizie dei compaesani e i saluti alle famiglie.

Tutti stavano bene.

Parlava della guerra con la calma di un uomo di mare, che quasi non

conosce il valore del tempo, che sa attendere, che non ha fretta.

Parlava della guerra come un povero uomo del popolo, che sa di non

capir nulla delle cose che si fanno tanto lontano da lui. Non era mai

stato soldato sulle nostre navi; ma aveva sotto le armi una quantità

di nipoti e di figli, che gli avevano lasciato in custodia le loro

famiglie.

— Quanti anni avete, Remigio?

— Ho cinquantott’anni sulla vita mia, e un mucchio di ragazzi da

mantenere. Quello è uno, vede? È il figlio di una mia figlia. Gli fa

male il mare.

Il ragazzo stava accucciato sulle tavole, con la faccia sugli

avambracci, a pancia sotto, e non si moveva: come fosse inchiodato nel

sonno.

— I guadagni son pochi: e mangiare bisogna mangiare. Finchè c’è la

salute, si va avanti, ma babbo ha da pensare a tutti.

Il babbo era lui: babbo dei babbi, che aveva cinquantotto anni “sulla

vita sua”.

— Con questa vita faticata, li portate bene.

— Si fa adesso un po’ di vita faticata, che siamo pescatori: prima

della guerra si navigava. Caricavamo legname. Tutti i porti di là erano

nostri: da Monfalcone a Trieste, a Zara, a Corfù. Tante volte ci siamo

stati. Adesso s’è disarmata la barca grande e abbiamo preso in cinque

questo barchetto, tanto per campare. Ma di giorno si pesca poco; al

largo non si può uscire; in capo alla settimana ci spartiamo qualche

decina di lire.

Tacque, l’occhio rivolto alla prora. Ci passava dinanzi tagliandoci la

strada il barchetto di Sbroccaseppie, vele rosse coi trezzi bianchi.

Sulla coperta non c’era che il timoniere: alto, diritto, i gomiti

appoggiati alla grossa barra:

— Oooh!

— Oooh!

Si passavano la voce da un legno all’altro, e ognuno continuava pel suo

cammino.

Il sole era alto nel cielo; diffondeva sul mare una sonnolenza greve,

cullata dallo sciabordare delle onde contro i fianchi neri del legno.

Di sotto le palpebre socchiuse vedevo Andrea che rattoppava la rete

della sfogliara piccola: il lungo ago di legno entrava e usciva di tra

le maglie colorate in rosso rugginoso.

Verso le undici ci mettemmo contro vento per fare la prima mano.

Avevamo pescato una cesta di sfoglie e di roscioli.

Guideo tirò fuori il coltello e preparò il brodetto. S’erano portati

con noi due fiaschi di vino e mangiammo con poche parole, all’ombra

della maestra.

* * *

Ora Guideo s’era rimesso al timone, mentre il vento rinforzato

trascinava il barchetto e le due sfogliare. Gli altri erano scesi

a fare la dormita lunga sui ranci di sotto coperta, dopo il pasto.

Accanto al pilota era rimasto Remigio, con la pipa in bocca.

E Guideo, messo un po’ su dal vino, canticchiava: Bella Fiume e bel

Trieste.

Anche lui conosceva i porti di là dal mare: anzi, lui meglio degli

altri, benchè fosse più giovane, ch’era parone. E aveva nella sua

cabina la “geografia”.

Voleva dire l’atlante, le carte di navigazione.

C’era stato tante volte di là, presso quelle “ostie di slavi e di

tedeschi” con la sua barca vagabonda.

Conosceva i nostri nemici, perchè li aveva veduti sulle calate e nelle

osterie, li aveva incontrati per le strade di Trieste e per le isole

dalmate. Aveva assistito alle risse fra loro e i nostri.

— Bisogna vincere, adesso, se no sarebbe il caso di non farsi mai più

vedere di là!

— È una questione d’onore — dice Remigio.

— A me pare una questione di vita — corresse Guideo. — Se non si vince

siamo morti.

— Hanno da morire loro, hanno.

— Questo è sicuro. Ma hanno tutti quei buchi di là, che ci dànno da

fare.

— Quali buchi, Guideo?

— I buchi, no? Non è tutta buchi la marina loro? Si nascondono come

la grancelle attorno agli scogli. Noi altri abbiamo tutta la marina

aperta, ma non fa niente. Verrà il giorno che li cacciamo anche da

Pola.

— Se ha da venire! — disse Remigio. — Avessi da andare anch’io, avessi:

e poi non m’importerebbe niente andare a fondo, viva la Madonna! Tanto

per quattro giorni che s’ha da vivere..... Per correre il pericolo di

morire in America, è meglio morire qui!

— Siete stato in America, Remigio?

— Quando ero giovane. Ci ho quasi lasciato la vita per le febbri: e una

volta ci lasciavo i quattrini, ch’era peggio. Mi fecero prendere una

sbornia in un’osteria, avevo cento scudi in tasca, e me li son trovati

la mattina dopo tutti acciaccati: ho avuto tanta paura che sono andato

subito alla posta e li ho spediti a casa.

Era il tipo del nostro emigrante, che lavora e s’arrapina e fa la

fame, ma mette insieme il suo gruzzolo col quale torna in patria, e

si fabbrica la piccola casa sulla spiaggia del mare, o si fa fare un

barchetto per navigare.

Era anche uomo di lettere. A forza di leggerla aveva ormai tutta nella

mente la “Storia dei Reali di Francia”.

— Remigio, raccontate un po’.

— Cosa vuol che racconti io, lei la saprà meglio di me.

Io no, non la potevo sapere meglio di lui. E lo lasciai raccontare.

Parlava di Fioravanti e di Carlo, diceva che allora si combatteva solo

ad armi bianche.

Ma Guideo, scettico, rideva ogni tanto. Non abboccava a quelle favole.

— Adesso — diceva Remigio — non si crede più a niente. Una volta

eravamo più stupidi. Lasciamo andare.....

Guideo lo incitava:

— E bada a contare, bada.

— A vedervi ridere, mi vien da ridere, come ho da fare? Basta, allora,

Fioravanti, seppe che c’era un gran torneo per trovar marito alla

figlia del re.....

* * *

Calava il vento, era l’ora che le barche riprendono la strada del

porto. La terra sfumava laggiù in contorni vaghi, con molto rosso

di sole calante. Il mare s’era fatto mosso: un mare lungo, con onde

che venivano al galoppo e _Il Risorgimento_ con le sfogliare legate

rullava, con lo scroscio del suo legname pesante.

Gli altri cominciavano a salpare, salpava _Mamulòn_, il _Biagiolo_,

_Lipin_, più vicini a noi. Salpammo anche noi, lasciata la prora al

vento.

C’impromettevamo una pesca bella; il vento avendo tirato forte fin

dalla mattina.

Ma Guideo:

— Ragazzi; siamo andati! I _dulfin_!

Cercammo sul mare i grossi bestioni che tengono dietro alle reti per

bucarle e divorare il pesce.

— Eccone uno.....

— Due.....

— Quattro.

Eravamo inseguiti da un branco. Erano a tiro di voce dalla nostra

barca, ma non si scomponevano, venivano dietro senza paura.

A uno a uno, a due a due uscivano con l’arco della schiena dall’acqua,

si rituffavano col testone nero, a capofitto, s’immergevano veloci come

siluri, scomparivano, per ridar fuori di lì a poco con un soffione e

una capriola. Andavano al fondo a bucare il sacco e parevano tornare su

per inaffiare la bocca con uno sbruffo di schiuma. Le loro groppe nere

si paravano come un bersaglio, a poca distanza. Ci inseguirono fin che

le reti non furono ritirate, poi scomparvero.

E noi, quando tirammo su i sacchi, trovammo due enormi strappi e tra un

mucchio di fango qualche libra di pesce.

— Ecco la giornata nostra — disse Guideo, allargando le braccia. —

Anche i delfini ci fanno la guerra.

Lasciata agli altri la cura di lavare e spogliare il poco pesce,

afferrò la barra per imboccare il porto.

Racconti di guerra · 第 5 / 23 题