Giugno 1915.
_A Vincenzo Valducci._
Sono andato a cercare la guerra lungo l’Adriatico.
Romagne, Marche, i paesi miei: dove odo parlare dialetti familiari,
dove tutto mi è familiare: i volti delle cose, l’animo della gente, i
suoni della vita, che s’alzano dalle strade, dai campi e dalle soglie
delle case. Ho voluto vedere che c’è di mutato laggiù.
Andando verso il mare, per le basse di Ferrara, contemplavo l’aurora
sulle terre distese, pacifiche: i suoi fuochi accesi sui cantieri di
grano, sulle foreste scure di canapa; e i pennelli dei pioppi aguzzi
nell’aria cilestrina.
Il solito risveglio della campagna di giugno, e tutto era come sempre:
i canali, i cascinali, le aie, i pagliai, i maceri, i fossi, le siepi,
e quell’indescrivibile folto della vegetazione che in giugno copre la
terra come d’un peso.
Il panno turchino d’un territoriale che vigila un ponte con l’alta
baionetta inastata sul lungo fucile, non muta il senso del paesaggio.
L’occhio è tranquillo, non coglie nulla di insolito: vede le vie
frequentate, i carrettini fermi dinanzi alle sbarre dei passaggi a
livello, le contadine scalze che hanno posato il paniere sul margine
della strada e infilano e calze e scarpe prima d’entrare in città.
Dove è la guerra? Io ne cerco i segni con l’occhio in torno.
Quella mandria di bovi disciolti, che alcuni uomini cacciano a colpi di
randello entro lo steccato della stazione; quel carname ossuto e grigio
che vien dalla strada in una nuvola di polvere, fa pensare a qualche
lontano mattatoio militare. È il rancio dei nostri soldati.
Ma nei giorni di mercato non si assiste anche allora allo stesso
spettacolo?
E l’occhio fugge sui campi.
Miracolosa pianura ferrarese, non sei tu uno dei volti santi della
patria, che esce stamattina più bello e più fresco di sotto la
risciacquata della notte? Terra nostra, nostra scoperta e fatica, bene
nostro e passione, terra redenta; non qui si combatte: (qui si lavora,
e già guizzano le prime falci nel grano, e s’alza dinanzi a una casa
il fumo della trebbiatrice) ma quanti dei tuoi uomini, dei giovani,
sono ora lontani; e non falciarono quest’anno l’erba nei medicai e non
zapparono, a primavera, la terra, e non mieteranno e non legheranno i
covoni, non alzeranno la bica, i tuoi ardenti, riottosi giovani?
Ogni campo, ogni cascinale, ha dato almeno un uomo, un soldato. Si sono
“vestiti”, sono andati.
Li ho veduti con gli altri, lassù: con le decine di migliaia che
entrano in guerra.
* * *
Mi torna alla memoria un mattino del recente maggio, in una cameretta
d’albergo a San Giorgio di Nogaro.
Fuori, per la strada, un improvviso rotolio di carri.
Dagli spiragli delle imposte filtravano nella penombra gocce azzurre di
luce. Traversata da un raggio di sole, una fenditura del legno bruciava
come un focherello rosso.
Spalancata la finestra, uno sbuffo di polvere, che rigonfiava su
bianca dalla strada, sbattè contro il davanzale. Passava al trotto
una colonna di artiglieria da campagna. Conducenti con le fruste
nel pugno, inforcati sulle selle; pariglie di cavalli alti e grossi
fra le lunghe tirelle di corda; serventi abbrancati agli appoggi;
cassoni affardellati, moschetti chiusi entro buste di cuoio, badili
agganciati agli uncini fissi sotto l’asse delle ruote: tutto chiazzato
di polvere: affusti, pezzi, sacchi, casse, finimenti, briglie. Certi
volti mandavano di tra le ciglia e i baffi imbiancati uno sguardo
indefinibile, strano: gli occhi ridevano come sotto una maschera.
La prima maschera della guerra.
E andavano.
E tutto il giorno passarono veicoli dietro veicoli, cavalli, uomini,
serrati come pezzi di un’enorme fragorosa catena, di cui non si vedeva
più nè il principio nè la fine.
La campagna brulicava come un formicaio. Campi, prati pareva che
buttassero su dai fossi e dai solchi uomini, carriaggi, quadrupedi.
Ne apparivano oltre le siepi, sui mucchi di ghiaia, sulle aie delle
masserie, oltre le cancellate dei parchi, sotto i verdi ombrelli
degli ippocastani, all’imboccatura dei paesi, entro le casupole e le
ville, ai balconi, nelle strombature delle finestre, sotto l’arco dei
portoni, fra i tavoloni delle osterie, nei cortili dei municipi, nelle
aule e nelle palestre delle scuole, sulle soglie delle farmacie, lungo
i viali pubblici, nelle spianate dei giochi di bocce. Uomini seduti
sugli zaini, sui paracarri, sulla polvere, che attendevano il segnale
della partenza; staffette a cavallo, in bicicletta, in motocicletta che
prendevano le voltate di volata; automobili che portavano ufficiali;
colonne di autocarri pesanti, schiaccianti, che avanzavano l’un
dietro l’altro come carrozzoni d’un treno; reggimenti di fanteria,
interminabili; pattuglie di carabinieri, ambulanze della Croce Rossa,
carrozzini requisiti, guidati da un ufficiale, plaustri carichi
di balle di paglia e di fieno, guidati da placidi bovari, trainati
da coppie di buoi bassotti e rossicci, dalle corna ritorte, quasi
ribattute sulla cervice paziente.
La gran macchina è tutta in movimento, lassù, sulla campagna friulana,
rigonfia anch’essa di vegetazione.
Ogni tratto, lungo le belle strade, è un intoppo di truppe e di
carriaggi: fanteria, artiglieria, automobilisti. Una fila di autocarri,
carichi di provvigioni viene a grande velocità; la massicciata tremola
come scossa da un terremoto. Sotto i cuffioni grigi, i conducenti
attaccati duramente al volante, son tutti bianchi, irriconoscibili
sotto gli occhiali. Alcuni hanno bendata la bocca e le guancie con un
fazzoletto annodato sulla nuca, come feriti chiusi in un bendaggio.
Più oltre una colonna di fanteria costringe a un’attesa di mezz’ora.
È un reggimento che viene chi sa di dove. Ha fatto tre giorni di
ferrovia, è in marcia da quarantotto ore. Ufficiali a cavallo e in
calesse, soldati e soldati, zaini, coperte, fucili accatastati su
alcune carrette meridionali, dalle altissime ruote snelle, istoriate a
vivi colori, trainate da splendidi cavallini trottatori, pieni di brio,
nervosi, ogni tanto inalberati.
Camminano, avanzano, nella prima estate, nella polvere, nel sole,
nella prima enorme gioia della guerra. La quale comincia sempre come
un’avventura.
Dove vanno, non sanno; verso il nuovo, verso l’ignoto.
Ciascuno muove un passo dietro l’altro, la schiena del compagno
limita la vista dinanzi, e dà all’occhio un po’ di refrigerio, presta
alla pupilla quasi un punto d’appoggio monotono, ma riposante. Per
ore e ore non si vedono che zaini barellanti e scarpe che affondano
nella polvere. Passano per paesi non mai veduti, dei quali l’unico
ricordo che rimarrà sarà quello di una fontana a cui si è riempita la
borraccia, o d’una finestra da cui sono piovuti dei fiori, o d’una
rivendita dove si è riusciti a trovare un pacco di sigarette. È la
marcia rude, possente e faticosa, ma allegra; è l’avanzata polverulenta
e sudata, ma piena di tutte le forze fresche, intatte.
Gli uomini che avanzano pensano molte volte di essere alla vigilia
imminente della lotta; e non vedranno il fuoco che fra una settimana,
fra un mese. Altre volte camminano tranquilli e spensierati, quasi si
trattasse di una marcia in tempo di pace, poichè intorno a loro tutto
è tranquillo; i paesi che traversano sono festanti. Al passaggio delle
truppe sbucano di tra le siepi frotte di ragazzi che protendono le
bandierine. Le donne che sarchiano nei campi di granoturco hanno il
tricolore al petto o tra i capelli.
Una primavera di cuori brilla nel mezzo della primavera eterna dei
campi e dei prati. Le corolle rosse dei papaveri, fanno nuvola entro la
verde marea dei grani, distesi tra gli striscioni candidi delle strade.
È il primo momento lieto della guerra: l’aria libera le strade percorse
in comune, come in una passeggiata, in una ubriacatura di campagna; i
pasti all’aperto, l’ombra delle siepi, l’acqua fresca delle fontane,
i canti, l’impreveduto, il nuovo... E sopratutto la fidanza che si fa
nella compagnia di tanti, nella forza di centinaia e migliaia di petti,
nelle armi nuove e pulite, in quell’abbondanza strepitosa di ogni cosa,
di salmerie e di macchine, che sono al servizio di ognuno e di tutti,
sono per tutti, di tutti. L’uomo si sente unito, difeso: è spensierato,
è sicuro, è lieto. Va innanzi e non dubita, non teme, non può temere.
Il rombo del cannone si ode e non si ode, a seconda del vento e
dell’aria. È una voce diversa, che ora si sprigiona dalla terra, come
un boato; ora viene dalle nuvole come un brontolio di tuono. Parla un
linguaggio che ancora i soldati non conoscono.
* * *
Lassù sono anche i tuoi figli, o Romagna. Braccianti e contadini,
“gialli” e “rossi” di ieri, quelli della repubblica e quelli del
socialismo, si sono “vestiti” a migliaia, cavalleggeri, artiglieri,
bersaglieri, fanti.
Come prima avevano il garofano rosso all’occhiello, la cravatta
spampanata sul petto, il fazzoletto nero al collo, ora hanno il
grigio-verde, le penne sul cappello, il fez sanguigno, col fiocco che
sbatte sulle spalle; hanno i cuscinetti della sella e il maremmano fra
le cosce; vanno seduti sui cassoni dell’artiglieria anzi che sui loro
carri; portano lo zaino anzi che il sacco di grano, il fucile anzi che
la rivoltella, la baionetta in vece del coltello. Dalle pancacce delle
osterie sono passati alle caserme, dalle Camere del lavoro alle tende,
e alle trincee. Dagli scioperi alla guerra.
Senza soluzione profonda di continuità. I generosi combatteranno da
generosi. Chi ha sempre bagnato la terra di sudore, ora la tingerà di
sangue. Ignoti, i più, domani, nel sacrificio e nella morte, come erano
ieri, quando lavoravano su questi solchi e rissavano per la politica, e
ognuno teneva fede allo straccio della propria bandiera, ognuno era per
il suo Circoletto, o pel partito, e aveva il suo inno, e la sua Idea.
Nello squadrone e nel battaglione, come in mezzo a compagni di un
lavoro e di un rischio comune. Difenderanno nell’ufficiale e nel
compagno se stessi, il proprio onore, l’amor proprio, l’istinto
romagnolo di superiorità nel coraggio; il profondo bisogno di essere
bravi, di imporsi, di vincere.
Dinanzi alla guerra che non è più un’opinione, ma un fatto, una realtà,
i fermenti di contrasto, di lotta, ribolliranno, tutti insieme, contro
il nemico. Ieri questi era il padrone, era per il “rosso” il capo dei
“gialli” e per il “giallo” il capo dei “rossi”; oggi il nemico è uno
per tutti: contro il quale si marcia in massa.
O non dicevano che la “settimana rossa” era stata come una prova della
rivoluzione generale?
La rivoluzione ora è la guerra.
* * *
A Ferrara avevo voglia di vedere, in pace, un po’ di cavalleria. Un
amico maggiore in uno dei più bei reggimenti nostri mi aveva scritto,
pochi giorni prima, se mai fossi passato di là, di soffermarmi.
Volentieri avrei cavalcato accanto ai suoi uomini, in uno di questi
stupendi mattini; li avrei volentieri accompagnati per un tratto di
strada, se fossero partiti verso le terre del Friuli.
Bisognerebbe, del resto, fare la guerra per poterla raccontare.
Il cortile della caserma era deserto. Un soldato in zoccoli,
scamiciato, lavava panni in un vascone. Nel maneggio scoperto un
giovinotto di Cesena, coi panni borghesi, dava l’esame davanti a due
ufficiali. Montava un sauro e non sapeva cavalcare. Dava l’esame pro
forma, per essere ammesso come veterinario. Gomiti larghi, redini
tirate, testa e corpo che pendevano sul collo del cavallo, saltarellava
sulla sella. Quando scavalcò con un tonfo pesante, lo salutai, mi
sorrise, sorridevano sotto i baffi anche gli ufficiali.
Nelle scuderie non erano più che pochi cavalli infermi, malandati:
_Causidico_, _Tripoli_, _Rataplan_. Conducevano fuori un morello
ossuto, magro, l’occhio spento, gli orecchi abbassati, due infossature
profonde sopra le ciglia. Un soldato lo teneva alla cavezza, un altro,
in farsetto, con la camicia rilevata sui gomiti, gli cacciava il bolo
giù nella gola.
E la sua aria sfinita faceva pensare, per contrasto, alle centinaia e
migliaia di suoi compagni, a quei cavallini leggeri e brillanti, fatti
per le cariche strepitose, per le volate folli sulle reni del nemico in
fuga.
I bei galoppi radenti, calmi ed elastici che io aveva intravveduti
pochi giorni innanzi su per le campagne venete! Cavalli dissellati,
alle tappe, che facevano l’abbeverata al tramonto; cavalli legati
alle corde sopra un prato, che ringhiavano e si calciavano, facendo
accorrere i soldati; quelli erano in guerra. _Causidico_ non li avrebbe
forse riveduti mai.
* * *
Nel pomeriggio, mentre girellavo per le vie di Ferrara, lunghe,
solitarie, fra i palazzi e i muri dei parchi e le case, m’imbatto in
un amico in divisa di volontario ciclista. Ripartiva la sera stessa con
due compagni per raggiungere il suo plotoncino.
— Vieni con noi. S’arriva a mezzanotte, dormi sulla paglia; domani
andiamo al mare, forse in pineta.
Raccapezzammo una bicicletta e con le prime ombre si partì — gergo
sportivo — in fila indiana.
Erano di Faenza, tutti tre giovani. L’amico mio studente di secondo
anno di liceo. L’altro, studente in legge alla Università di Bologna.
Il terzo un popolano, di quelli della repubblica.
Andando, era lui che parlava sempre. Noi gli facevamo eco con
monosillabi, con esclamazioni, che più e più gli scioglievano lo
scilinguagnolo.
Narrava le proprie gesta di interventista, in una città che era stata
delle più avverse alla guerra. Lui e pochi compagni di partito avevano
per alcuni giorni tenuto testa alle schiere avversarie, affrontato coi
bastoni frotte di contadini che venivano in città per bravare, e per
imporsi. Una notte s’era sentito scoppiare un colpo d’arma da fuoco
a bruciapelo. Tornato a casa il repubblicano s’era accorto d’avere la
giacchetta sforacchiata dai pallini. Non girava più che col coltello in
tasca. Ce l’aveva ancora, lo tirò fuori, ce lo fece vedere. L’avrebbe
portato in guerra, per adoperarlo.
— Non ti basta la baionetta?
— La baionetta ha bisogno di più leva, — spiegò. — Il coltello basta, a
maneggiarlo, la mano, il braccio. È più pratico, lavora meglio.
Gli ricordai che i Bavaresi partono per la guerra col coltello da
caccia nella tromba degli stivali.
Sapeva. Era stato a lungo in Germania, a lavorare. Rimasticava un po’
di tedesco. E cominciò a narrare certe sue avventure nelle osterie del
Baden. Una volta aveva difeso una donna da un branco di ubbriachi, che
volevano buttarla sul tavolaccio dell’osteria. La polizia era accorsa,
non gli avevano fatto niente. Del resto lui avrebbe “fatto la barba” a
tutti.
Parlava e correva, impostato sulla macchina con una rigidità un po’
pesante, di uomo di fatica. Spalle strette, gambe arcuate, s’era
tolto il berretto, andava con la testa al vento, battendoci la strada.
Anche quello di marciare in testa a noi più giovani, e più elastici,
era un bisogno istintivo. Essere il primo, andare avanti. C’era
dell’ambizione irriflessa, o c’era, forse, e sopratutto della bontà,
dell’accondiscendenza. Ci batteva il passo, ci trenava. In compagnia di
tre “signori”, lui popolano, faceva la fatica grossa.
E non badava a nulla; non si curava della mirabile notte, cupa
tutto attorno a noi. Non lo interessava che il fatto proprio, la sua
persona. Era un romagnolo schietto, del popolo, di quelli che sotto
il papa avrebbero insanguinato il proprio rione. Un’anima di settario
spericolato, iscritto al gruppo repubblicano, e che adesso faceva il
volontario insieme coi signori monarchici e nazionalisti.
* * *
Il cielo era tutto uno stellato. Non vidi mai tanto sperpero di lumi
in cielo. La cupola d’aria sul nostro capo ardeva di fiammoline. Era
una luminaria intensa, immensa: un incendio. E il fuoco celeste più
risaltava sul nero fondo della campagna.
A mezzanotte eravamo in mezzo alle paludi. Ci batteva il fresco sulla
faccia. Si udivano le rane gracidare nei pantani, garrule, querule,
innumerevoli. Come si andava, sempre ce n’era alla nostra destra e
alla nostra sinistra. Pareva sonassero le nacchere: strepitavano nei
notturni tripudii.
Giungemmo a Mandriole con le ginocchia fiaccate. Si respira male
in mezzo alla malaria: canali, fossati, alti argini, velati da una
nebbiolina maligna, che punge le ossa. C’era un freddo di notte
d’inverno.
S’udiva a intervalli il rumore del mare vicino.
Ed ecco giungemmo all’accantonamento. Sul ponticello, alla cancellata,
oltre la quale s’intravedeva una casa, la sentinella col bavero
rialzato, la mantellina avvoltolata intorno alle spalle, il naso dentro
le pieghe.
Ci domandò se per la strada non avessimo incontrato nessuno.
— Neanche un cane; chi ci ha da essere a quest’ora?
— S’è sentito rumore, fuori. Il tenente ha mandato due dei nostri a
fare un giro. Hanno da essere là dietro.
Rovesciammo le macchine sul prato, ci mettemmo alla ricerca di quei due.
— Chi va là?
— Volontari. Sei tu, Balanti?
— Oh!
Vennero avanti due fucili, due ombre.
— Che c’è?
— Pareva che qualcuno strisciasse. Siamo andati; era una scrofa rimasta
fuori.
Ridemmo.
— Venite dentro?
— Andiamo ancora fino al sasso di Anita, per sicurezza.
— Noi si va a dormire. Buona guardia.
— Buona notte.
* * *
Eravamo nel buio più fitto. Mi fermai sulla soglia, che qualcuno
facesse un po’ di chiaro.
Si udiva russare. Il repubblicano gridò:
— Ui, Facanapa!
Lo conoscevano al rumore come alla voce, i compagni. Ma Facanapa
continuò a russare.
Altri si svegliò:
— Chi è?
— _Cut ciapa un azidént; azénd la lom!_ (Che ti pigli un accidente,
accendi il lume).
— _Spèta._ (Aspetta).
Si udì lo stropiccio d’un fiammifero, una fiammolina illuminò l’interno.
Eravamo in una stalla. Paglia per terra e corpi distesi, l’uno accanto
all’altro, vestiti. Non si vedevano neanche i volti, coperti per le
zanzare.
S’appicciò una lanterna.
Dormivano con le teste sugli zaini, e sulle coperte arrotolate. Si
scoprivano, man mano che si parlava.
Il repubblicano era un disturbatore chiassoso, voleva rompere il sonno
a tutti. Le imprecazioni fioccavano, quelle materiali imprecazioni
della gente di Romagna, che non si possono ripetere, nè tradurre in
eloquenza urbana.
— Un po’ di largo, ragazzi, c’è un borghese.
S’alzavano sui gomiti a guardare il borghese... Chi è, chi non è? “Un
giurnalesta”.
Il repubblicano mi cercava un posto, calciava sui renitenti, perchè
si stringessero. Mi proteggeva. Volle a forza che accettassi la sua
coperta, la mantellina.
Mi misi lì, dove voleva lui.
O dolce ristoro di una cuccia di paglia, dolce riposo...
Ma sì! Si continuava a chiacchierare forte. Facanapa s’era svegliato,
e malediceva i nuovi venuti. S’aveva da alzare alle tre per montare la
guardia. Peggio! Adesso lo bersagliavano tutti di motti feroci.
— Dormirai quando tornerai a casa, Facanapa.
E gli parlavano della morosa che aveva lasciata a Faenza, e gli
insinuavano tutti i sospetti.
— _Adess ben clat met al còran!_ (Adesso sì ti mette le corna!).
E il discorso cadde sulle donne. Si parlava di quelle poverette rimaste
a casa a languire. Tutti i giovani erano partiti. Come avrebbero fatto
la sera a andare a spasso sulle rive del Lamone, sole, sole!
— _Adess e basta, burdell!_ (Adesso basta, ragazzi). _Spegni mo la lom!_
Un soffio; si spense il lume. Ma i dialoghi continuavano. E
cominciarono le zanzare. Bisognava fasciarsi la faccia con la
mantellina, ma le zanzare s’infiltravano con quel sibilo metallico che
fa tanto dispetto.
Altri erano entrati, nel frattempo, che venivano dalla spiaggia, dove
avevano montato la guardia, verso il semaforo. Qualcun altro si alzò.
La punta dell’alba luceva alla finestra. La porta era aperta, entrava
il freddo. Allora mi alzai anch’io, e uscii fuori.
Eravamo sugli argini del Reno. Era un mattino incantato di giugno e
di luce fiorita. Nel freddo ancora intenso venivano lungo la strada i
primi mietitori, in bicicletta.
S’era di fianco a un immenso cantiere di grano, che il sole tingeva
di giallo. Pareva un mare d’oro. E di fronte a quello sfondo puro,
come una figurina nel mezzo di un quadro, veniva avanti a piedi, una
_burdèla_ (una ragazza).
Poteva avere quindici anni, scalza, un grembiule rosso che le
lasciava nudi i polpacci bronzini, bionda, sana, ridente. Camminava a
piccoli passi, col seno erto, duro, la gola scoperta e liscia, tutta
trionfante.
Cercava qualcuno lontano, in mezzo al cantiere, dove già si vedevano
i gruppi di mietitori. Si soffermò a guardare intensamente. Poi calò
giù per l’argine, fu in mezzo alle spiche, avanzò, rossa, fra tutto
quell’oro, affondò a poco a poco, lontana, come un’allodola.
* * *
Andavamo al mare. E a me ora pareva di reggere sulla spalla il fucile
del volontario che m’accompagnava: tanto mi sentivo una cosa sola con
lui e con la sua persona e la sua sorte. Avevo indosso i suoi panni
e il peso dello zaino e della coperta. Ero come la sua ombra, che lo
seguiva, mobile lungo il sentiero. Mai non ho sentito dentro di me
farmisi più leggera l’anima.
E saliti che fummo sugli alti argini del Reno, vedemmo davanti a noi,
verso la foce del fiume, prima ancora che il mare, la luce riflessa del
mare. Il mare brillava nell’aria, laggiù; c’era non so che di aperto e
spazioso dinanzi a noi; raggiavano le acque al limite non lontano. Ma
come s’ode il respiro di persona dormente, e la persona non si vede,
così sentivamo la spiaggia vicina, senza che ne apparisse più che la
luce diffusa nel cielo.
Frusciavano erbe e cespugli sotto le nostre scarpe, e fummo presto
inzuppati di guazza fino al ginocchio. Pagnotte di fango ci si
incollavano sotto le suola, si camminava quasi a quattro gambe, con
quattro schiocchi ogni passo. E più andavamo e più si faceva liscio
il pastone di creta, e sempre più elastico. Veniva il desiderio di
sciogliersi i piedi, nudarsi la caviglia e camminare scalzi.
— Guardi se non sembra un pavimento di mattonelle.
Difatto la creta era tutta spaccata, a figure regolari, geometriche:
triangoli, losanghe, quadrati, che componevano insieme un unico
disegno. Solo dove il terreno mancava, ivi l’acqua delle piogge aveva
formato altrettante pozze, più o meno torbide, dai cui orli si vedevano
fuggire con un guizzo le lucertole, e nascondersi sotto i cespugli di
rosa macchia e di rovo con la puntolina della coda inalberata.
Più oltre, ogni traccia di sentiero si perdeva sulla landa sabbiosa,
allagata a vasti tratti dalle piogge dei giorni innanzi. S’affondava
fino alla caviglia: bisognava cercarsi la via con precauzione,
soffermarsi ogni tratto, rifare il cammino a destra o a sinistra,
cercare la via del mare, fidandosi alla direzione del vento. Eravamo
fra gli allagamenti e i monticelli di sabbia, quasi nel mezzo d’una
penisola, in un braccio di terra, tra il fiume e le fosse. Vedevamo
alla nostra destra le vele colore d’ocra d’una barca nascosta sotto la
linea del verde, e nulla era più strano di quella apparizione d’un due
alberi da pescatori in pieno orizzonte di terra.
— Imagini, di notte, quello che ci succede qui, quando andiamo a
montare la sentinella sulla spiaggia! Le guardie di finanza, tanto
tanto, sono pratiche e se la cavano. Noi si perde quasi sempre la
strada. Si gira a tondo per dei quarti d’ora, ci si perde, bisogna
fermarsi, darsi la voce, procedere a tentoni, e si va dentro nelle mote
con gli stinchi.
— Ecco il mare.
Di su la cima d’un monticello ce lo scoprimmo davanti, ce lo vedemmo
ai piedi, lustro e fresco, della più turchina acqua. Anche il mare ha
i suoi mattini di primavera, una tenerezza di colore d’erbe novelle,
sulla quale par che si possa posare il piede per camminare. Ci
accoccolammo sulla sabbia sottile.
* * *
— Stanotte, nulla di nuovo?
Eravamo saliti al semaforo, sul terrazzo della torretta, e conversavamo
col marinaio di guardia. Lassù in alto, fra terra e cielo, egli pareva
la scolta eschilea che vigila sulla torre della reggia di Agamennone.
In mezzo a noi, alto sul cavalletto, un cannocchiale puntava il porto
di Magnavacca.
— Niente di nuovo?
— Si parlava di un incrociatore intravveduto a mezzo la notte, lungo la
costa.....
— Era un piroscafo, il _Maria Grazia_, che veniva da Venezia. È stato
fermo parecchie ore qui davanti, per non incappare in qualche nave
austriaca. Appena s’è fatto un po’ di luce, è ripartito verso Rimini.
(Era il vapore che doveva, due giorni dopo, incappare nella flottiglia
nemica).
— Che dite, torneranno a distribuirci qualche cannonata?
— Può darsi.
Era di quei marinai di poche parole, che hanno l’anima piena di
immensi silenzi, la bocca dura. Passeggiava su e giù per la terrazza,
tirandosi sulle spalle a quando a quando, con una scossetta della
schiena, il lungo cappotto marrone, col cappuccio a triangolo. Aveva i
piedi scalzi, in un paio di zoccoli di legno. Un mezzo abbigliamento
fratesco, quasi una tonaca, sotto la quale appariva la blusa bianca,
aperta abbondantemente sotto il collo.
Allora mi parve di conoscere un soldato, al quale non avevo ancora
pensato: il vigile calmo e tranquillo, che trascorre le ore sulla
torretta di un semaforo, e consuma i giorni, le settimane, i
mesi lontano e diviso da tutto il resto del mondo: l’occhio del
cannocchiale, la pura pupilla che aderisce alla lente.
Certo non è sicura la sua posizione, su quel castello di mattoni. È una
vita in pericolo, specie di notte, quando il nemico viene a strisciare
in vicinanza alle coste. È un uomo su un bersaglio. Ma il pericolo non
ha molta importanza. Ciò che importa e vale è la guardia continua, la
vigilanza monotona, alla quale altri non reggerebbe.
— Non v’annoiate quassù?
Sporse il labbro inferiore, senza dire sì o no. Forse non s’era mai
posto nella mente quel problema della monotonia e della noia della
propria vita.
Vuol dire che non esisteva per lui, non lo soffriva. Ci si era dunque
avvezzo a poco a poco, come il contadino alle linee chiuse del campo,
come l’operaio alle pareti dell’officina, come chiunque di noi si
avvezza col tempo a qualunque stato.
E anch’egli era un soldato in guerra: aveva il suo compito fisso
quotidiano e notturno, la vita in balìa della sorte, e la sua
responsabilità da reggere, senza altre cure, altre inquietudini.
Faceva la propria parte, non si preoccupava di tutto il rimanente della
lontana guerra.
— L’altra notte — disse l’amico mio — avemmo una bella emozione!
Il marinaio sorrise al pensiero di quella notte.
— Eravamo di sentinella tre volontari. Andavamo a montare la guardia
alla spiaggia. Eravamo appena passati di qui sotto, diretti al
mare. Pioveva, pioveva che Dio la mandava. Eravamo infagottati nelle
mantelline e la coperta sulla testa. Acqua di sopra, acqua di sotto,
pareva di essere in barca. Quando si arriva al mare sembra a tutti
tre di vedere dei lumi sulle onde. Dico che erano lumi, mica storie!
E tutti: “Le navi, le navi! Sono qui!”. Contenti eravamo, le dico,
felici! Si speravano cose pazze, perfino uno sbarco, speravamo! I
fucili erano carichi; ci toccammo la cartuccera qui sulla pancia,
esultanti di sentirla piena. Faceva piacere quel peso delle cartucce
qui davanti! Ci distendiamo sulla sabbia, alziamo solo la testa per
vedere. Buio, era buio, e quei lumi si rispondevano sulle onde,
come per segnali che mandassero o ricevessero. Era un colloquio
indecifrabile. Noi s’attendeva con la febbre. Eravamo così eccitati che
sentivamo le mani in sudore.
— Ebbene?
— Non ci abbiamo colpa. Eravamo in tre a guardare e a dirci: “Ma sono
proprio lumi? Guardiamo bene, se mai non fossero lumi”.
— Che cosa erano?
— Era la fosforescenza del mare...
— .....
— Quando ce ne siamo accorti tutti e tre ci siamo dati dei pugni nella
testa, tanti, tanti, per il dispetto, per la rabbia d’essere stati
presi in giro, d’essere stati lì alla bada di qualcuno che non c’era.
Non mangeremo più tanto fiele, lo giuro!
— Che ne dite, marinaio?
— Anche noi, che si legge nel mare, delle volte si sta sopra
pensiero.....
* * *
Facevano contrasto con la calma d’animo di quel marinaio, con la sua
acquiescenza alla sorte, gli altri volontari del plotoncino, fra i
quali ritornai verso il tramonto.
Di una ventina di giovani era il plotone, compagnia curiosa, bizzarra:
uno dei tanti riflessi della guerra. Chè c’erano studenti, figli di
possidenti, braccianti, due calzolai, un muratore, un professore:
gente che qualche mese prima non si conosceva, si frequentava poco,
o si vedeva per tutt’altre cose, o si salutava appena per via. Negli
ultimi giorni e nelle ultime settimane il movimento interventista
li aveva accostati; avevano cominciato a trovarsi gomito a gomito
nelle dimostrazioni, nei comizi, nei serra serra in piazza, quando la
popolazione si rimischiava, e ognuno prendeva la sua parte e il suo
posto.
Tagliati fuori dal richiamo delle classi, s’erano arrolati volontari
nel Corpo dei ciclisti: la stessa divisa, la stessa destinazione, lo
stesso plotone: un’anima sola.
Ma non era difficile, passando qualche ora a conversare con loro,
ritrovare in ognuno l’uomo singolo e il movente particolare. Ciascuno
portava veramente sotto i panni comuni la preoccupazione e passione,
la sorte inalienabile, il segno della sua anima, il destino della sua
vita.
Il professore. Aveva forse trent’anni: alto, magro, cresciuto troppo
e senza muscoli. Un poco anchilosato dalla vita sui banchi e sulla
cattedra, dallo studio pesante e dalle fatiche aride dei compiti.
Portava gli occhiali a staffa.
Aveva preso parte attiva al movimento per la guerra: era sceso anche
lui per le strade a dimostrare, a cercar di arringare; aveva buscato
qualche pugno, aveva cercato di distribuirne. La guerra era stata per
lui un problema, che era maturato lentamente, e che a poco a poco lo
aveva distratto dalla vita contemplativa e portato in mezzo all’azione,
insieme coi suoi studenti e in mezzo agli altri, nuovi, ignoti, che
si agitavano confusamente. Aveva portato un po’ di ragione in mezzo
alla comune passione; era un giovane di studi non larghi, ma seri; che
aveva anche stampato un libro di buona critica sul filosofo e storico
Ferrari. Iscrivendosi volontario, risolveva nel migliore dei modi il
proprio problema intellettuale e morale: per dir meglio, risolveva quel
cumulo di problemi che lo avevano occupato e tormentato per lunghi
mesi: la necessità di una guerra nazionale, di liberazione completa
dall’Austria, di tutti i nostri confini, di tutte le nostre terre e
tradizioni e memorie — la partecipazione nostra alla difesa del mondo
e della civiltà e pace latina, contro i tedeschi, barbari invasori e
strapotenti, turbatori della comune quiete. Da quando era sotto le armi
il suo cervello era in pace.
Per altri, il volontariato era il più bell’episodio della giovinezza,
la più lieta decisione della vita; un non so che di imposto e quasi
necessario, pur nella libertà della decisione presa, dalla forza
dell’età stessa, dagli ancor pochi legami con gli interessi pratici
della vita, dall’esempio di tanti altri. Era bastata una parola del
padre, e il suo consentimento, per andare a firmarsi e partire.
E per altri, era la risoluzione di un puro problema di coraggio.
Siccome c’era del pericolo, dei rischi, avevano voluto andare. Si
sarebbero vergognati di rimanere a casa. Non avrebbero potuto più farsi
vedere all’osteria e al caffè, ai loro vecchi, che ai bei tempi erano
partiti, alle loro donne, che amano il coraggio.
Ed erano tutti lì. Ma, come dico, non tranquilli; irrequieti; volevano
andare al fronte.
Da un mese, ogni volta che qualcuno tornava da una breve licenza, gli
altri gli si facevano attorno, e domandavano:
— Che dicono di noi, a Faenza?
— Cominciano a pensare male. Dicono che siamo qui in villeggiatura. Ci
dànno dei poltroni!
Silvagni, il repubblicano, schizzava fuoco. Gli altri attestavano che a
Faenza avevano ragione di parlare così.
— Noi ci siamo inscritti, perchè vogliamo fare alle fucilate.
— Non vogliamo più starci qui!
— _Me a m’inscriv in tla fantereia._
— _E pu i dis_... (E poi dicono).
— _Cus el chi dis?_ (Che cosa è che dicono?).
— _I dis chi s’è fet vuluntèri d’quii chi n’a mai ciapè tant aedè._
(Dicono che s’è fatto volontario qualcuno che non ha mai cavato tanto
dalla sua giornata).
— E anche questo è vero. Facanapa non ha mai guadagnato tre e cinquanta!
Il povero Facanapa era mortificato. Ma che colpa aveva lui se a
lavorare la pelle delle scarpe non era mai arrivato a guadagnare tre e
cinquanta? Avrebbe esposta la pelle propria anche per meno.
— _Basta chis manda prest a e front!_
Era il ritornello, il principio e la fine d’ogni discorso.
Quelli che erano, se non garibaldini?
O che importa se non avevano la camicia rossa? Io li preferivo vestiti
di panno grigio. Non imitavano nessuno, non volevano far rinascere
nessuna forma caduta: erano garibaldini nell’anima, poichè partiti
volontari e poichè volevano andare al fuoco. Sentivano la guerra, più
ancora che la milizia, amavano lo slancio più ancora della disciplina.
Erano certo più generosi che ubbidienti. Ma solo perchè sapevano
di potere ubbidire a se stessi, di potere fare fidanza nel proprio
coraggio, e negli istinti profondi di bravura che ognuno aveva vivi
entro dì sè.
* * *
Essi volevano “andare alla guerra”, e non si accorgevano che già
c’erano. Poichè la guerra era per ognuno quella interruzione improvvisa
e totale di abitudini: quella partenza e lontananza dalla famiglia
e dalla casa, quella vita obbligata e metodica di tutti i giorni
e di tutte le notti e di tutte le ore; quel dormire sulla paglia,
quell’alzarsi a mezzo la notte per montare la guardia, quel passare
lunghe ore su e giù per la spiaggia, sotto il sole, sotto l’acqua, nel
vento, nel freddo, al buio, nella solitudine, fra la malaria.....
Non era quella una via e un compito di soldati in guerra?
Non era guerra, quell’essere rimossi da ogni solito pensiero e
quotidiana occupazione; quell’essere pronti a tutto e sapere di
servire a tutti, quell’avere il pasto versato in una gamella di latta,
offerta dalla nazione, insieme con la carne e il pane; non era guerra
quell’avere amici e compagni nuovi, quel guardare tutte le cose intorno
con cuore più intenso e con occhio quasi più leggero e staccato, come
cose che si possono lasciare fra poche ore e abbandonare per sempre?
No, non era guerra per loro. Volevano il pericolo continuo, essi, il
cannone, la fucilata, veder la morte in faccia, passarci per quel punto
che par così rimosso da tutte l’altre vie della vita e dai momenti
comuni.
Augurai che il desiderio potesse essere presto soddisfatto. E che fra
qualche giorno essi non fossero più là.
Qualche guardia di finanza li avrebbe sostituiti. E lì presso sarebbe
rimasta, durante la guerra e dopo la guerra, la silenziosa scolta
eschilea della terrazza sulla torre del semaforo, il marinaio dal petto
scoperto e dal capotto marrone col cappuccio a triangolo: l’occhio
tranquillo del cannocchiale, la pura pupilla che aderisce alla lente.