CAPO XI.

Psicologia degli aggregati criminosi.

1. Relazioni tra singole coscienze.—2. Leggi d’integrazione e

disintegrazione della coscienza in quanto si irradia nel mondo

psichico esterno.—3. Luce e calore delle energie irradiate; qualità

delle correnti di riflesso.—4. Il ritmo dinamico delle psichi

concorrenti.—5. L’inconscio dell’anima della folla: la specie di

imputabilità dei delitti da questa commessi.—6. Organizzazione

delle energie della folla.—7. Le emozioni della folla; il loro

ritmo di depressione e di esaltamento.—8. L’esaltamento in forma di

psicosi con influsso epidemico; il contagio passionale morboso di

sentimenti e di idee.—9. L’azione dei _meneurs_ nella folla.—10.

L’associazione per delinquere; germinazione e sviluppo del microbo del

delitto associato.—11. La forma e l’esplicamento delle emozioni ed

il complesso dei principî etici messi a base delle azioni criminose

associate.—12. L’anima della folla e quella delle associazioni

criminose.

=1.=—In altro lavoro[109] noi scrivemmo: la coscienza individuale è a

considerarsi come centro di molte attività convergenti, e come energia

risultante pel cumulo di aggregati di componenti che nella successione

di stati interni, trasformandosi, conservano la loro natura essenziale.

Uscendo dalla sfera delle azioni puramente individuali, e coordinando

queste ultime alle azioni di altri individui, ci accorgeremo che tra le

singole coscienze possono intercedere delle relazioni le quali aprono

l’adito ad importantissime nozioni, che interessano tanto il cultore di

psicologia generale, quanto quello di psicologia criminale.

La coscienza individuale, quale attività, si irradia nel mondo esterno

e comunica la sua energia attraendo nella propria orbita le attività

concentriche delle coscienze altrui. La parola _concentriche_ esprime

la condizione, perchè ciò avvenga, di centri coscienti di natura

simile, ossia che abbiano caratteri che tra loro non si elidano col

neutralizzare le energie comunicatesi.

=2.=—In quanto la coscienza si irradia nel mondo esterno, sottostà

alle infrascritte leggi di integrazione e disintegrazione:

1^a _Gli elementi psichici della coscienza attiva, non trovando

contrasto di resistenza negli elementi d’una coscienza passiva,

imprimono la propria energia in guisa che il novello aggregato psichico

sia il composto associativo degli elementi anteriori sommati con gli

elementi assimilati._

L’azione integrativa o disintegrativa d’una coscienza sull’altra

avviene per addizione o per sottrazione: si aumenta, mercè la

partecipazione di attività, il contenuto degli stati interni; si

modifica il tono della personalità col privarsi in parte dei caratteri

che demarcavano la precedente fisonomia psichica individuale. Tutto ciò

avviene per l’atto associativo degli elementi psichici; poichè, nel

dominio della coscienza, la serie progressiva di stati è prodotta da

connessioni successive di rapporti e di processi.

2^a _Gli elementi psichici passivi, assimilando l’energia partecipata,

si differenziano; e, o integrando maggiormente il precedente aggregato

ovvero disintegrandolo, permangono, col trasformarsi, nel contenuto

della coscienza attiva._

La differenziazione degli elementi psichici con analoga integrazione

del sistema indica progresso della coscienza passiva; il che avviene,

tuttodì, nelle relazioni tra insegnante e discepolo, superiore e

dipendente. Nella ipotesi di disintegrazione, invece, la coscienza

passiva perde lo speciale contenuto e si modella sull’intima natura

della coscienza alla cui energia di assorbimento non ha potuto

resistere. Il che si riscontra nei caratteri deboli o poco progrediti,

i quali molto facilmente sottostanno alla influenza prepotente altrui.

3^a _La trasformazione, per integrazione o disintegrazione, della

coscienza passiva avviene in ragione dei caratteri simili tra i suoi

elementi e quelli della coscienza altrui._

Qualunque alterazione psichica, in conseguenza di energia partecipata,

dipende dal grado di recettività specifica degli elementi onde

l’aggregato è composto; tale grado corrisponde alla maggiore o

minore identità degli elementi in relazione. Gli elementi della

coscienza, tuttochè parti di aggregati, sono di per sè dei composti

di coefficienti psichici primitivi; ond’è che tra essi, come tra

particelle materiali, vige la legge di coesione, che dinota la mutua

attrazione di _molecole_ dello stesso corpo, cioè di molecole le

quali, non che scomporsi in atomi, abbiano tra loro identità organica.

Per l’Ardigò la _coesione psichica_ è la legge onde nelle formazioni

psichiche gli elementi si compongono con ligami minori o maggiori.

Massima è la coesione nella _percezione_, media nelle formazioni

_ideali_, minima nei rapporti _logici_: la norma fondamentale è, che la

coesione sta in rapporto inverso con la complessità del lavoro mentale.

4^a _Delle energie partecipate, quelle che, per manco di attitudine

della coscienza passiva, non sono state nè paralizzate nè assimilate,

dànno luogo ad uno stato impulsivo di azione associativa automatica._

Il moto trasmesso dall’urto, diciamo così, di due aggregati psichici

o entra nel campo visivo della coscienza passiva, ed allora questa

trasforma il contenuto in novello sistema di coefficienti; o in parte

si arresta sotto la soglia della coscienza, ed allora, continuando

nell’impulsione attrattiva, agisce e trascina, con azione automatica,

nella propria orbita gli elementi sottoposti.

=3.=—Oltre all’effetto integrativo o disintegrativo degli aggregati

di coscienze in relazione, le energie irradiate contengono, riguardo

alla trasmissione di attività psichica, un grado di _luce_ che ha

l’equivalente ontologico nel _vero_ comunicato, non che un grado di

_calore_ per i fenomeni _affettivi_ causati.

Le correnti irradiate o trasmesse, esteriorizzandosi, ritornano, per

riflesso, nel centro di origine, rafforzandone la intensità del campo

visivo. Questo s’intenderà agevolmente considerando che l’assorbimento,

di cui abbiamo parlato, da parte della coscienza attiva non è che

accumulo di attività pel soprappiù di energia attratta e ritornata

nel punto iniziale di movimento impulsivo. Chi ne voglia l’esempio,

consideri quanto si rafforzi la coscienza di un convincimento per

colui che, messosi in comunicazione con altri, siasi persuaso di averne

l’approvazione.

4.—Dall’unione a due, alla forma più complessa della folla

delinquente, la dinamica delle psichi concorrenti segue il ritmo d’un

differenziamento che comincia dalla identificazione di due volontà

in una sola e giunge alla formazione di coscienza collettiva, il cui

esponente estremo è un risultato di cui non si hanno che i germi

negli individui che vi prendono parte. Come nella dinamica cerebrale,

ciascuna _cellula psichica_, per usare l’espressione di Haeckel, ha

vita propria, ma nell’accordo di infinite altre cellule si trasforma

in elemento di organo del pensiero; nella composizione di individui,

mentre ognuno è di per sè una coscienza integrata, in unione con

altri concorre alla formazione psichica della collettività, la quale

ha funzione più o meno variata. La suggestione, la imitazione, a

cui si è fatto ricorso per fissare il perchè del fenomeno dinamico

dell’aggregato psichico, non ne sono che i dati apparenti o

accidentali: il meccanismo intimo è nel sincronismo di correnti di

energie trasmesse ed accumulate in un centro unico, che, senza aver

esistenza a sè od indipendente, si manifesta nel perfezionamento di

unica _attività complessa_, alla stessa guisa che il pensiero, la

coscienza individuale siano a considerarsi risultanti di infinite

componenti psicofisiche, che, isolatamente prese, hanno vita ed energia

propria.

=5.=—In fondo all’anima della folla evvi molto dell’inconscio, di

quell’inconscio che è ripercussione di energie coincidenti, che, per

la rapidità d’azione ed il ritmo incomposto, inerente all’equilibrio

instabile di sentimenti passionali, si arrestano al disotto della

soglia della coscienza e, turbinando, spingono, saltuariamente, ad

intenti imprecisi. Vero è che su tutti gli individui affollati si

diffonde la efficacia della idea, del pensiero comune, a cui si

riferisce il movimento iniziale dell’azione; ma è pur vero che tra

l’effetto verificatosi e la relativa causa motrice, a chi ben mediti,

non si troverà mai nè la proporzione logica nè la equipollenza

dinamica. L’inconscio, del quale parliamo, è nel gesto, nella

instabilità del volere, negli accenti inconsulti, negli atti senza

significato; ai quali fanno eco i sentimenti di odio, di simpatia

senza un perchè chiaro; il rapido svolgersi d’azioni di ferocia,

inconcepibili in ciascuno degli associati; la esuberante espansività

per scopi o ignoti o per sè poco calcolabili.

Io che ho assistito—per ufficio di difensore—a processi di delitti

perpetrati dalla folla, mi son convinto, che l’attenuazione di

responsabilità è insita al comune stato d’inconscio ond’è accompagnato

il simultaneo concorso di coloro che presero parte all’azione. Pare

che tutti, meno chi ne abbia preordinato gli atti, agiscano in

condizioni di _automatismo psicologico_, fino al punto da obliare quel

che ciascuno operò e da sconfessare ciò che tutti, con consenso in

apparenza evidente, vollero conseguire. Il magistrato, tante volte, non

crede alla schiettezza di confessione degli imputati, anzi li sospetta

di mala fede e corre dietro alle fantastiche ed architettate accuse

di agenti di pubblica sicurezza, i quali, non sapendo approfondire

un giudizio su quanto effettivamente si svolse sotto i loro occhi,

ricorrono ad opera misteriosa di sobillatori e prospettano intenti

criminosi che non furon mai nelle menti dei giudicabili.

Il problema della responsabilità di azioni collettive non sarà mai

risoluto fino a quando non si acquisti l’abitudine di prescindere,

per l’apprezzamento dell’operato comune, dal l’opera dei singoli.

Insomma, la imputabilità della folla deve essere illuminata da concetti

affatto diversi da quelli che comunemente seguiamo nella valutazione

dei delitti individuali, sia che questi avvengano isolatamente, sia

che avvengano in conseguenza di moventi collettivi. La partecipazione

maggiore o minore, verificabile nel concorso di pochi individui in un

delitto, può dipendere da maggiore o minore volontà ed azione negli

atti esteriori. Per la folla succede altrimenti. I più volenterosi, i

più attivi non sono sempre i più pericolosi; ma lo sono coloro sulla

cui psiche con più vigore si ripercosse la coincidenza attrattiva

o repulsiva delle psichi altrui. Sono questi i più deboli alla

resistenza: nè è da imputarsi a lor conto; perchè nell’aggregato

psichico di pochi concorrenti si ha l’agio di riflettere e di

resistere, ma nella folla ciò riesce difficilissimo per la legge, che

la inibizione rendesi tanto più difficile per quanto non ci è permesso

di sceverare la nostra energia individuale dalle energie ambienti a

cui siamo soggetti.

Il Sighele scrive, che la folla sia un terreno in cui si sviluppa

assai facilmente il microbo del male, e in cui il microbo del bene

quasi sempre muore, non trovandovi le condizioni della vita; ciò

perchè in una moltitudine le facoltà buone dei singoli, anzichè

sommarsi, si elidono. «Si elidono, in primo luogo, per una necessità

naturale e, direi, aritmetica, come una media di molte cifre non può,

evidentemente, essere eguale alle più alte fra queste cifre, così un

aggregato di uomini non può rispecchiare, nelle sue manifestazioni,

le facoltà più elevate, proprie di alcuni tra questi uomini; esso

rispecchierà soltanto le facoltà medie che risiedono in tutti o almeno

nella gran maggioranza degli individui. Gli strati ultimi e migliori

del carattere, direbbe il Sergi, quelli che la civiltà e l’educazione

sono riuscite a formare in alcuni individui privilegiati, restano

eclissati di fronte agli strati medî che sono il patrimonio di tutti;

nella somma totale questi prevalgono e gli altri scompariscono»[110].

=6.=—La osservazione del Sighele e del Sergi è acutissima; ma non

pare che la spiegazione addotta sia molto chiara. Perchè le migliori

qualità individuali restano eclissate di fronte agli strati medî della

comune degli uomini? Il motivo è nella maggiore energia organizzata

di quelli stati di coscienza, che, pel tempo e per forza di naturale

selezione organica, acquistarono maggiore compattezza ed unità.

Il tronco d’un albero è sempre più resistente della foglia e del

fiorellino, ultimi a spuntare sui suoi rami. Le qualità prevalenti ed

eccezionali dell’individuo, in confronto delle qualità fondamentali

e stratificate della coscienza, hanno minor presa nella trasmissione

della loro energia sul fondo dell’animo della collettività. Di qui

la forza del costume, delle abitudini, delle comuni credenze, dei

pregiudizî. Il delitto è bene spesso il frutto di sentimenti ed idee

germinate nell’ambiente morale di falsi principî, di erronee credenze,

di inconsulte e cieche passioni. La folla è in soprammodo vittima di

questo ambiente morale. I suggerimenti, i consigli, l’azione dei pochi

privilegiati non arrivano a scuotere, a rompere lo strato malefico

della comune coscienza. Anzi succede, nè è raro, che per una naturale

legge dinamica di assorbimento, i pochi finiscono col cedere ai più,

non solo perchè impotenti materialmente alla resistenza, ma perchè

la loro energia, trasfusa nella larga piena dell’energia altrui, ne

è trasformata e sparisce travolta da correnti le quali ne modificano

sostanzialmente l’indole. Fate che nella corrente impura d’un fiume

cada una quantità di pura acqua, essa perderà tosto la sua purezza e

finirà con identificarsi alla gran massa di liquido con cui va confusa.

È legge costante, che le energie, fisiche o psichiche, poste a

contatto, tendono a compenetrarsi ed unificarsi. Il centro attrattivo

in prevalenza, o il nucleo del nuovo aggregato, si fissa per la

affinità di energie similari; la risultante non solo ne comprende la

somma, ma ne segna il grado di _identificazione_.

=7.=—Nella folla è da apprezzare, segnatamente, lo stato di emotività.

Le emozioni, componendosi, si intensificano e si accrescono. Il che

avviene in ragion diretta degli incentivi individuali ed in ragione

inversa dei controstimoli eliminati o attenuati dall’ambiente di

contrarie tendenze in prevalenze.

Le emozioni della folla dapprima sorgono con carattere _depressivo_,

in ultimo prendono il carattere di _esaltamento_. Sono depressi i

controstimoli della calma, dell’ordine: indi sorge la impulsività ad

azioni subitanee ed incomposte. Il ritmo è incostante: allo stato

caotico o di confusione, che turba le coscienze e fa che ognuno,

incerto, tentenni e versi in equilibrio instabile di sentimenti e

di idee, sopravviene il rifluire di correnti attive che, fissando

uno o più centri di emotività, finiscono con l’imprimere al novello

aggregato la fisonomia e la tonalità di atti impreveduti. L’esaltamento

produce l’effetto di sospendere il funzionamento autonomo di ciascuna

coscienza: sugli animi degli aggregati si diffonde una luce diafana

e triste, si va addensando una nube, la quale, mentre toglie allo

spettatore l’agio di distinguere i tratti caratteristici e la fisonomia

di ciascun partecipante, elimina le singole iniziative e le confonde e

le identifica nella unità di prodotto sinergetico.

L’azione delittuosa, per chi ne ignori la genesi in moventi prossimi o

lontani, ha l’apparenza di scoppio fulmineo: essa sorprende con fasi

impetuose; non ha altri limiti che nelle accidentali difficoltà del

momento; scorre con la rapidità spaventevole di corrente tempestosa

e, quando giunge alla fine, lascia dietro di sè la distruzione e lo

squallore, ma non la prova di chi ne debba dirsi responsabile.

=8.=—Talora l’esaltamento, per favorevoli circostanze di tempo,

investe così l’anima della folla da ingenerare una vera forma di

psicosi con influsso epidemico.—Il Rossi—che per profondità ed

originalità di vedute io giudico il vero fondatore, in Italia, della

psicologia collettiva—così scrive: «Un sentimento od un’idea che si

diffonda con una celerità più o meno grande; che conquisti, più o meno

prestamente, molta gente, che ad esso creda fermamente, fortemente,

è una epidemia psichica». Essa è dunque «uno stato ideo-emotivo che

da uno o da pochi si diffonde a molti in maniera rapida ed intensa da

produrre un arresto nel flusso della coscienza, e da dominarla, dando

luogo a fenomeni strani di psicologia e di neuropatia». Gli elementi,

adunque, d’una epidemia o d’un contagio psichico sono tre: uno stato

ideo-emotivo, una diffusione anormale, un arresto ed un ingigantimento

nel campo consciente capace di generare fenomeni anormali del corpo e

della psiche. Abbiamo detto «uno stato ideo-emotivo», ossia uno stato

di coscienza, giacchè una idea sola o una sola emozione non avrebbe

in sè la forza di determinare uno stato di condotta, una piega del

carattere qual’è quella che da un’epidemia psichica. La quale, a coloro

che ne sono investiti e trascinati, dà come una personalità nuova. Ora

questo non avverrebbe, se il contenuto della psicosi epidemica non

fosse un pensiero ed un sentimento, giacchè è risaputo oramai che il

carattere è donato non meno dal sentimento che dal pensiero. Inoltre,

come noi dicemmo più volte, quelli che compongono la maggior parte

della folla sono della gente amorfa o parziale—caratteri, cioè, o

non ben definiti o incompleti—; mentre i _meneurs_ sono, a seconda

la classificazione del Ribot, dei caratteri «attivi o contradditorî

successivi». E gli uni e gli altri—_meneurs_ e folla—per formarsi una

personalità nuova o per modificare l’antica, hanno bisogno di essere

pervasi in tutto il loro essere; han bisogno di rifarsi o di crearsi il

carattere e questo—lo si sa—non è meno pensiero che sentimento, idea

meno che emozione»[111].

Il contagio passionale paralizza la facoltà di attendere in persone

che, per altre contingenze, han mostrato di possedere il potere di

frenare o di indirizzare i voleri, i desideri, le convinzioni dei

molti. Lo scompiglio o il turbamento generale di animo fa sì che

si perda la visione di un perchè chiaro nelle proprie operazioni:

le correnti impulsive e repulsive sovrastano il piano visivo della

mente; fin l’istinto di conservazione si indebolisce, perchè pare

che tutto sia per crollare; che leggi, costumi, interessi non

abbiano più valore, che la vita sia alla mercè d’un evento o sperato

o immaginato o temuto. È l’effetto dell’uragano, che sconvolge

tutto quello che incontra, abbatte le messi e gli alberi, travolge,

rimescola, trascina e precipita in lontani baratri quanto gli si

offre dinanzi; il che avviene specialmente nei casi di esplosione

degli stati emotivi collettivi. Ma vi sono altri esempî, in cui la

idea, il sentimento si sistematizzano lentamente: evvi un periodo

di incubazione ed uno di rigoglio; durante il primo l’aggregato si

organizza, nel secondo vive di vita tutta propria ed imprime orme

indelebili. Fa meraviglia, ed in pari tempo desta orrore, vedere

a qual segno possa giungere il contagio epidemico di credenze, di

pregiudizî in epoche e tra persone che pur, sotto altro aspetto,

restano ammirevoli nella storia della umana civiltà! Basterà citare

la epidemia di credenze, al secolo XV e XVI, nelle stregherie, col

relativo corredo di occultismo, per persuadersi di quanto danno alla

umanità tornino i pregiudizî ed i falsi convincimenti allorchè si

diffondano nelle turbe ed acquistino il potere di ottenebrare le

coscienze della collettività. «Siffatte credenze—scrive il Cantù—si

conservarono traverso al medio evo, sicchè ne son piene le leggende,

nelle quali si confondono il misticismo e l’empietà, il tremendo e

il grottesco; repulsate dai legislatori e dai dottori, ma serbate

tenacemente dal vulgo, finchè vennero a mescolarsi con quella fungaia

delle scienze occulte: i Settentrionali vi unirono il tributo delle

loro saghe e valchirie e oldi e gnomi e spiriti elementari; gli Arabi

le loro fate»[112]. «Massime nella Germania—prosegue il Cantù—così

proclive al misticismo, erasi largamente diffuso il timor delle

streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla,

e spedì due inquisitori, Enrico Institore e Giacomo Sprenger, con

facoltà d’estinguere tali infamie con qual fosse mezzo. Appoggiati da

Massimiliano I, essi inquisitori si vantano d’averne mandate a morte

quatrocentotto in cinque anni nella diocesi di Costanza; nel solo

elettorato di Treveri, racconta Möhsen, fossero processate in pochi

anni seimila cinquecento persone per stregheria; moltissime trucidate

nelle Fiandre il 1459; a Ginevra in tre mesi se ne condannarono più di

cinquecento, convinte; Spagna e Francia ne furono insanguinate. Pietro

Crespet dice che, al tempo di Francesco I, v’avea centomila streghe;

ma Trescale, condannato il 1571 e avuta l’impunità, confessò che erano

assai più. Nicola Remy, profondo criminalista e gran giureconsulto,

consigliere intimo del duca di Lorena, vanta averne in quindici anni

fatte morire novecento: dicono che Enrico IV ne mandasse al fuoco più

di seicento nella sola provincia di Labourd; in Slesia nel 1651 ne

furono arse ducento; cencinquantotto negli anni 1627, e 28 a Wurtzburg,

fra cui quattordici curati e cinque canonici. In Italia pare, per

questa sciagura, specialmente segnalata la diocesi di Como, il cui

inquisitore nel 1485 ben quarantuno ne bruciò; e Bartolomeo Spina

asserisce, che oltre mille in un anno vi si processavano, e più di

cento bruciavansi»[113].—Non mancarono spiriti indipendenti, e scevri

di apprensioni, nel combattere, ora apertamente ed ora sotto il velame

d’una fede religiosa meglio diretta ed illuminata, errori di cotanto

nocumento alla umanità; fino al famoso Reginaldo Scoto, il quale negava

che il demonio possa cambiar corso alla natura. I supplizî, i roghi

moltiplicavansi ovunque; la fantasia popolare era eccitata, nutrita

dai pubblici sermoni, dai suffumigi e dalle unzioni, dal secreto di

processi terminati quasi sempre con la confessione del paziente estorta

col mezzo della tortura. Quando si pensa agli effetti di un’epidemia

psichica durata, forse, fino a qualche secolo fa, si resta colpiti

dal profondo dubbio se tante credenze reputate oggi scientifiche ed

irrefutabili non abbiano la base nell’opera della suggestione e della

illusione, e se davvero quella, che noi appelliamo verità, non sia che

il prodotto soggettivo di passeggiare stato di coscienza!

=9.=—Il citato Rossi constata, che «la folla riceve impronta, nelle

sue manifestazioni, da coloro che la compongono; massa talora amorfa,

talora no per ciò che riguarda il carattere, e sui quali i _meneurs_

gettano l’ombra immane della propria psiche. Onde l’azione della

folla nasce da un incontro dei _meneurs_ e degli uomini a fondo

attivo su altri a fondo inerte, plastico, facile ad essere dominato

e a seconda che gli attivi son volti al bene o al male, sono normali

o no, l’azione della folla è buona o triste, normale o criminosa.

Ora nella folla delittuosa, oltre i _meneurs_ che vedemmo quali

sieno, prevalgono i criminali nati, i pazzi, gli abituali, i quali la

conducono al delitto, avvolgendo, nelle sfere d’una passione criminosa,

gli amorfi, gli squilibrati, i parziali e facendone dei delinquenti

passionali»[114].—La osservazione è esattissima, però richiede che

sia completata. È vero che i _meneurs_, suggestionando la folla, le

dànno una forma qualsiasi, il più spesso criminosa; ma è anche vero

che essi sono coinvolti nelle spire dell’anima dell’aggregato, ed a

seconda della natura di quest’ultima inconsciamente plasmano i loro

convincimenti e le loro passioni. L’ambiente, di qualsiasi specie,

è dominato dalla potenza di energia di individui predominanti, ma

questi, alla loro volta, sono il portato dell’ambiente istesso: ciò che

potrebbe semplificarsi nella legge, che tra gl’individui e la folla

evvi rapporto di scambievole influenza; con questo di singolare, che la

forza definitiva è equivalente alla somma delle forze concorrenti, e

l’indirizzo dell’azione è impresso dalla spinta dell’individuo la cui

attività suggestiva s’impone alle attività dei componenti l’aggregato.

=10.=—Tra le forme di aggregati criminosi, che maggiormente attirano

l’attenzione del psicologo, va notata la _associazione per delinquere_.

Il patrio legislatore, riproducendo dettami di legge seguìti in tutti

i tempi, con gli art. 248-251, ha voluto disciplinare questa forma

di delinquenza, la quale, tuttochè per l’influsso della civiltà vada

perdendo le modalità più gravi sì frequenti in tempi antecedenti,

suscita tuttavia grande preoccupazione, poichè contiene la maggiore

minaccia contro il diritto privato ed il pubblico ordine. Gli associati

per delinquere, ossia, giusta la definizione non molto felice ma

perspicua di Zanardelli, coloro che si uniscono, non già per commettere

questo o quel reato, ma in genere una serie di delinquenze, per far

quasi, a così dire, il mestiere del delinquente, sono tra loro stretti

da vincoli di comune sentire, pensare e volere, e le aspirazioni,

ond’essi sono animati, riescono a formare di molteplici energie

una sola energia, quasi organismo composto dalla fusione di corpi

concorrenti e compenetrati da potente forza coesiva. Non è, dunque,

come nella folla, che la dinamica di sentimenti e di idee subisca

l’antagonismo e l’alternativa di azione e reazione, per la fusione

accidentale di energie di natura simile o diversa; ma le energie

associate si organizzano ed unificano con più spontanei e forti

vincoli, appunto perchè di natura similare e tra loro congiunti dopo

reciproca elaborazione selettiva.

La psicologia di qualunque specie di associazione criminosa procede

per virtù di energie attrattive _latenti_ e per azione immanente di

assorbimento di energie _palesi_ ed _attuali_.

Contingenze favorevoli predispongono l’ambiente ad accogliere e far

germogliare il microbo del delitto associato. Capita in una città, in

una regione, per motivo di occupazioni familiari, un individuo rotto al

vizio, proclive al mal fare. Fungendo da nucleolo germinativo del male,

egli comincia col circondarsi di persone che posseggano qualità simili

alle sue; più spesso di giovani, dall’indole più espansiva, dalla mente

meglio accensibile ed inclinevole ad esser vinta dal miraggio della

imitazione. La fantasia dei neofiti è colpita dall’attrattiva del

mistero; gli animi sono sollecitati dalla speranza di conquistare,

senza grandi sacrificî e duri sforzi, un posto di rispetto, di

prestigio tra’ compagni; le virtù dei capi, esaltate da cointeressati,

esercitano il fascino delle leggende: poco a poco, per la confluenza

di elementi estranei, si forma uno speciale consorzio, che, dapprima

ristretto a pochi, poscia in più larga sfera, stringe gli affiliati in

piccolo mondo e lusinga ed attira gli altri a farvi parte, blandendone

le volontà con la promessa di dolci premi, rafforzando il desiderio

e le innate tendenze con l’agevolare il loro potere di espansività

e renderne più facile lo sperato intento. L’obbligo del secreto, la

obbedienza passiva, la ignoranza del perchè di ordini o di comandate

azioni; eppoi, il racconto, susurrato appreso di straforo, di imprese,

di avventure strane passionali di compagni, che cominciano a mettersi

in evidenza; il piacere di sorprendere la buona fede altrui, di

violentarne il dominio, di credersi fuori l’imperio della legge, anzi

di ridersi del prestigio dei suoi funzionanti, sono tanti incentivi a

che l’associazione del delitto prenda consistenza, metta salde radici,

si espanda, si imponga.

Le energie latenti e malefiche dei consociati si sviluppano: col

vincere la resistenza opposta dai controstimoli etici, sociali e

giuridici, si raffermano, e, da principio incerte di sè, finiscono con

l’assicurare il loro potere; finchè, cogliendo le occasioni, producono

i primi frutti in azioni o disordinate o viziose o delittuose. I

vincoli interposti tra individui tratti al male, meglio che da chiari

propositi, per opera suggestiva di comunione ed uniformità di tendenze,

trascorso alcun tempo, si rendono più stretti e più saldi; n’è motivo

principale la coscienza del comune interesse, la reciproca fiducia

negli intenti formanti lo scopo o gli scopi di un’unione animata e

sorretta da qualche bene o dal cumulo di beni posti a base del novello

aggregato.

=11.=—Due coefficienti principali vanno ricordati nelle associazioni

ad organismi composti di persone strette, con lento processo, da fini

criminosi effettuabili per ordini ed obbedienza gerarchica; la forma

e l’esplicamento delle emozioni, ed il complesso dei principî etici

qualificanti le azioni.

Chi ha studiato qualcuna delle vaste associazioni criminose, le quali,

com’è quella della _Mala vita_ e della _Camorra_, fioriscono in grandi

centri industriosi e commerciali, di leggieri avrà potuto osservare

come tra gli associati si stabiliscano correnti morbose passionali,

che accecano e trascinano al delitto per motivo di jattanza, meglio

che per intenti di serio interesse ed utilità: la vendetta, lo spirito

di rivincita, di sopraffazione simulata sotto le parvenze di giusta

reazione, sono ragioni poco attendibili per spiegarci il perchè logico

di atti dei quali la vera causa è nel travolgimento del senso di

civiltà, nell’abitudine contratta ad esser dominati da basse passioni,

che estinguono l’idea di dovere, di previdenza, di rispetto dei

simili. Nella scala della decadenza morale dell’uomo, l’ultimo gradino

è contrassegnato dall’assenza completa di sentimenti di ordine o di

premura del proprio benessere d’accordo con le leggi protettrici del

benessere altrui: il vincolo di sociabilità, di solidarietà è spezzato,

e l’individuo, raccogliendo gli sforzi nel conato supremo dell’egoismo,

si inabissa nella perdizione!

L’abitudine a miscredere alla forza della morale e della legge,

l’abbiettezza contratta in consorzio privo di risorse della personale

dignità, l’abbandono cieco passivo alla volontà altrui, imposta con la

idea di superiorità gerarchica, finiscono col disseccare nell’animo

di delinquenti associati la fonte o di rimorso o di resipiscenza,

ingenerando lo stato di supina incoscienza, indice di completa

dissoluzione morale. Salvo i capi, la massa dei seguaci è poco

differenziata, materia amorfa, irreducibile: il delitto si desidera, si

compie più istintivamente o per jattanza, che suggerito da necessità o

sufficiente motivo; ed è così che l’aggregato di coteste associazioni,

formate con processo lento e per effetto di energie latenti sistemate,

non presenta al sociologo od al magistrato verun piano certo di prove o

di argomenti onde concludere alla imputabilità di tutti o di parte dei

prevenuti, ed abilitarci a misurare il grado della responsabilità di

ciascuno.

=12.=—Nella folla, agglomerata e trascinata da subitaneo motivo

passionale, evvi un’anima collettiva che vibra e s’impone: non così

nelle associazioni criminose, di che discorriamo. Mancando l’unità

assoluta d’intenti, e frazionandosi le volontà individuali in atti

criminosi isolati e sol tra loro congiunti da uniformità di tendenze,

le energie si armonizzano in serie poco compatte, tenute strette dalla

forza suggestiva del potere intransigente ed assoluto nell’ordine

della gerarchia. La lealtà, la onorabilità, ostentate ad ogni momento,

opportunamente o inopportunamente, sono tra gli associati i facili

pretesti per coonestare atti turpi, disonorevoli anche per chi della

parola _onore_ si serve come scudo di difesa contro i giusti richiami

dell’intima coscienza, dei mòniti della morale, delle minacce della

legge. Lo spirito abituale di simili disgraziati, diffuso su tutte le

operazioni buone o riprovevoli della loro esistenza, è quello di un

pessimismo reso leggiero e mutabile per indifferentismo di carattere

causato da assenza di sensibilità, di solito fisica, ordinariamente

morale. Simulatori e dissimulatori, non è raro il caso che difensori

e magistrati sien presi per essi da sentimento di sincera pietà,

attenuando le loro colpe con argomenti i quali o nascono dal dubbio

sulla prova di responsabilità, o dal convincimento trattarsi di

disgraziati, invece che di delinquenti.

Per disilludersi, basterà—a processo finito—informarsi della

impressione prodotta sui loro animi dalla mitezza di condanna o

dall’assoluzione: il ghigno ributtante, lo scherno cinico accompagna

la sentenza del magistrato!—Ricordo d’un famoso capo d’associazione

della _mala vita_, condannato a lieve pena per scatto di arma in rissa,

assoluto da altri reati: in un’ora circa di colloquio, il giorno

seguente al dibattimento, rideva, rideva sgangheratamente, asserendo

che la magistratura dovesse riformarsi per _mandare a casa_ (sue

parole) uomini inetti come quel signor presidente, il quale si era

fatto gabbare dal suo contegno e dalle sue profferte di innocenza!.....

E dire che, in udienza, il furbo avea sì ben simulato tutto ciò che

anch’io, e con me il pubblico, mi convinsi della schiettezza e verità

di quanto asseriva!...

Psicologia criminale · 第 24 / 59 题