CAPO X.

Psicologia dell’azione criminosa.

1. Che cosa debba intendersi per azione criminosa.—2. Anomalie ed

esquilibrio del carattere del delinquente.—3. Stato di esquilibrio

psichico del delinquente nato: caratteri distintivi che accompagnano

la sua azione criminosa.—4. La organizzazione psicofisica anomala

del delinquente nato: le note culminanti psico-patologiche proprie

della sua attività.—5. L’azione del delinquente folle; la pazzia

a forma melanconica.—6. La manìa impulsiva; le ossessioni

psichiche criminose.—7. Esame dell’_Ercole furente_ di Euripide,

esempio di manìa omicida accompagnata da allucinazione impulsiva;

le _emozioni ossessive_ con impulsioni di fobia.—8. L’azione

criminosa dell’epilettico.—9. La epilessia larvata o _equivalente

epilettico_.—10. Il delinquente per passione.—11. Psicologia

dell’odio.—12. Psicologia della _gelosia_: Fedra e Medea.—13.

L’azione criminosa del delinquente per passione: psicologia

dell’ira.—14. Esame di Oreste, secondo Eschilo, Sofocle ed Euripide,

quale esempio di delinquente per passione.—15. Il delinquente di

occasione.

=1.=—Intendiamo per azione criminosa la sintesi degli atti che

preparano, accompagnano e susseguono il delitto. L’opera esteriore,

non che essere il compimento di ciò che entro siasi divisato, ne è la

prova più appariscente; quella prova onde, con metodo induttivo, noi

procediamo dalla constatazione del noto per arrivare a comprendere

l’ignoto. È così che il rito giudiziario completa le prescrizioni

della legge repressiva; poichè la imputabilità, avendo bisogno di

individualizzarsi per partorire la responsabilità, non può far a meno

di date prove di fatto raccolte e coordinate secondo norme logiche

prestabilite e consecrate da apposite prescrizioni rituali.

Chi opera, esteriorizza il suo essere intrinseco; ondechè l’azione

non è che la manifestazione di ciò che rimane occulto; di ciò che è

la somma della vita psichica individuale, dagli elementi sensitivi,

emotivi ed intellettivi, alla più completa formazione della coscienza,

della intelligenza, della volontà. Il delitto, dunque, considerato

obbiettivamente nella azione, non è mai un fatto _fortuito_, dipendente

del tutto da accidentalità di tempo e di luogo; è l’indice della

costituzione organica dell’agente, fisica e psichica: il suo fattore

è sempre a ricercarsi, come bene si esprime il Garofalo, nella

_specialità_ dell’_individuo_, plasmato dalla natura in modo da essere

_delinquente_[86].

Gli atti esecutivi si differenziano secondo il fine cui tendono; il

fine rispecchia gl’interni propositi e completa la fisonomia morale

del carattere individuale. La composizione di questo carattere, pel

delinquente, perchè sia bene compresa, ci obbliga a rifarci alquanto

indietro ed a ricordare parecchie anomalie psichiche le quali informano

le modalità dell’azione, imprimendovi delle note interessantissime

nello apprezzamento degli elementi di prova processuale.

=2.=—Il Marro scrive, che il carattere saliente della mente dei

delinquenti è dato per lo più da una mancanza di riflessione, che,

congiunta ad egual difetto di affettività, li dispone a forme più

o meno gravi del delirio di persecuzione[87].—Questa anomalia di

esquilibrio dipendente dal prevalere di morbosa sentimentalità sul

contenuto ideale di associazione riflessa è causa di frequenti

_ossessioni_ congiunte ad instabilità di propositi e di atti; il

che, a prima vista, sembra contraddittorio, ma è pur corrispondente

al vero. I delinquenti, per chi ne abbia pratica, sono i vinti, più

che della lotta per la vita, dell’invincibile potere di idee fisse

o ricorrenti di persecuzioni immaginarie, che, prendendo corpo e

rilievo per l’influsso deleterio di scompigliata fantasia, partecipano

alla psiche il fondo di grande vulnerabilità, predisponendola ad

atteggiarsi, senza difficoltà, secondo gli instabili eventi quotidiani.

Dai facili trascorsi in famiglia, nella tenera età, al continuo

cambiamento di occupazione e, in fine, al vagabondaggio, la esistenza

di codesti disgraziati è alla mercè di perenne flusso e riflusso di

forze antagoniste: la personalità si disgregherebbe più facilmente

del consueto, se non fosse tenuta salda da idee fisse, da sentimenti

giganteggianti, il cui esito è di ossessionare la mente, alterando il

carattere di volta in volta che le impulsioni rendonsi più intense.

La incoerenza psichica è causa di imprevidenza sulla possibilità

probatoria, di responsabilità, di atti che potevansi evitare o

effettuare altrimenti. Chi guarda l’azione criminosa, partendo

dall’atto compiuto, è soggetto ad ingannarsi se crede di dover seguire

i dettami della comune logica, cioè se crede di scorgere il necessario

legame causale tra i precedenti ed i concomitanti del delitto. Questo

legame esiste, ma è l’effetto di processo mentale anomalo, perchè

predisposto ed originato da fattori rappresentativi ed ideali di cui

difficilmente ci è concesso, _a posteriori_, di riprodurre in noi la

trama mentale.

L’eccessiva vanità dei delinquenti spiega come essi, con

un’imprevidenza inconcepibile, escano a parlare dei proprî delitti

prima e dopo d’averli compiuti, fornendo, così, l’arma più potente che

abbia la giustizia per coglierli e condannarli (Lombroso). Il che,

aggiungerei, è da manco di riflessione, perchè non si ha il potere di

controllare quel che si dice o si opera: il campo visivo della mente

è alterato da correnti di sentimentalità invadenti; l’io, staccandosi

dalla normale vita di relazione con l’ambiente, si isola e troneggia in

una sfera di fantasioso egoismo.

=3.=—Per procedere con più esattezza in quest’ultima parte del

processo psicologico del delitto, esamineremo separatamente:

_a_) la psicologia dell’azione criminosa dei delinquenti nati, o con

fondo di pazzia morale o di epilessia;

_b_) quella dei delinquenti passionali;

_c_) quella dei delinquenti di occasione.

Facendo principio dal delinquente nato, osserviamo che in esso lo

stato di esquilibrio psichico presenta completa organizzazione a base

di fattori degenerativi ereditarî e di fusione integrativa degli

elementi similari dell’ambiente. La energia criminosa ereditaria, a

contatto con le forze ambienti, si è corroborata, intensificata, ed

eliminando, dalla organizzazione dell’io individuale, gli elementi

estranei alla sua natura, si è unificata con analoga specificazione.

La forma psichica, che ne risulta, apparisce senza veruna impronta di

rappresentazione dell’ordine dinamico esteriore con l’ordine immanente

di stati di coscienza: il sentimento altruista, di famiglia, di

sociabilità, di simpatia non esiste, e dal suo luogo domina assoluto

il senso di egotismo, che dispone il delinquente a sentirsi estraneo

tra’ simili, anzi in lotta con essi perchè diversamente da lui

conformati. Se lo sviluppo mentale si è tenuto basso, il delinquente

nato neppur bada ai controstimoli del delitto; per lui la legge penale,

la morale, i costumi, la pubblica opinione son come non esistessero;

appena, ma di rado, son percepiti o ricordati siccome incentivi ad

eseguire il maleficio con maggiore astuzia ed accortezza. Se, poi,

lo sviluppo mentale si è arricchito di alquanta coltura e la vita di

relazione si è resa vieppiù complessa, il ricordo dei controstimoli

serve ad accrescere la morbosità fantastica dell’azione criminosa,

poichè è causa per cui dal fondo pervertito del criminale venga su

la irresistibile tendenza ad agire in controsenso ed a dispetto del

comune modo di sentire e di giudicare. La lotta di prevalenza sociale,

che per l’uomo normale si svolge con lo sforzo di arricchirsi di

qualità morali preminenti o di maggiori sostanze economiche, frutto

di progredita attività, nella mente del criminale si prospetta con le

parvenze di antagonismo brutale, con l’urto dispettoso di presunti

nemici o persecutori, con l’assenza di ogni traccia di probità o di

pietà. Basta il minimo motivo per coonestare i più atroci misfatti:

leggasi in Despine[88], in Lombroso[89] i moltissimi esempî di

delinquenti, che si scusarono da immani delitti adducendo dei motivi

i quali sembravano ridicoli pretesti. La polizia giudiziaria, messa

sulla traccia di trovare il responsabile di alcun grave delitto,

molte volte erra nel seguire ipotesi, che a lei vengono suggerite

dai presupposti di ordinaria esperienza dei fatti umani; perchè

credesi che il reo abbia dovuto aver rilevante motivo all’azione, e

che questa abbia dovuto consumarsi con tutto l’apparato di mezzi

scelti e creduti meglio adatti all’intento criminoso. Niente di tutto

questo: il delitto è l’effetto di circostanza, di motivo futilissimo;

talfiata è il mezzo di soddisfazione degli istinti perversi che trovano

nell’azione il completamento ad una attività irrefrenabile. Il vero

motivo presupposto di processo logico degenerativo è a ricercarlo nel

fondo anomalo dell’anima del criminale; fondo che ben può indovinarsi

apprezzando senza preoccupazioni le modalità esteriori dell’azione, le

quali, tuttochè testimoni muti, sono abbastanza eloquenti per indurci a

scovrire il vero agente del delitto.

La fredda ferocia e la sensibilità apatica[90] di molti omicidî sono

l’indice dello stato psichico dei rei. La sensibilità, fisica e morale,

è nell’uomo integro il frutto di coefficienti organici biologici: se

questi coefficienti mancano, i nostri atti debbono essere in palese

opposizione con la comune condotta.

=4.=—Trattando degli stadi coscienti di formazione e di sviluppo del

delitto, mostrammo il processo integrativo o disintegrativo dell’anima

del criminale. Dovendo, ora, veder tali elementi rispecchiati

esteriormente nell’azione, converrà aggiungere altre osservazioni che

in precedenza furono appena adombrate.

La organizzazione anomala del delinquente nato percorre le fasi di

arresti dello sviluppo psichico: di qui la relazione biologica ed

antropologica tra il pazzo morale, l’epilettico ed il criminale.

Dallo stato di idiozia al deficiente equilibrio psichico ed

all’equilibrio pieno si hanno gradi considerevoli, a cui il

psicologo è obbligato a rivolgere la sua attenzione. «Per quanto

svariati—scrive Krafft-Ebing—possano essere i gradi della idiozia

(idiozia propriamente detta e imbecillità) pure vi ha sempre una

frontiera che la separa dalla debolezza mentale, e ciò consiste nel

fatto che le rappresentazioni psichiche, per quanto frammentarie ed

elementari, non possono compiersi spontaneamente ed indipendentemente

dagli elementi sensoriali, nè possono servire ad elaborare delle idee

astratte (concetti, giudizî). Ma anche la riproduzione delle idee,

pur ammesso che avvenga, si fa in modo incompleto, come quella che per

la massima parte tien dietro soltanto ad una eccitazione esterna o ad

un bisogno organico che si faccia sentire. È perciò che tutto quanto

l’andamento del processo ideativo decorre in modo puramente meccanico,

come se l’idea si fosse formata primitivamente. L’idiota completo

non è suscettibile di emozioni. Sono a lui sconosciuti e simpatia e

sentimenti sociali, ed esso non prova nemmeno il bisogno della vita

in società: egli ne gode i vantaggi senza comprenderne affatto il

significato etico. Egli è capace di reagire in un solo senso, e cioè

quando il suo _io_, così limitato, è contrariato. Allora reagisce con

la esplosione dell’ira la più veemente, ma che è addirittura esagerata,

e che si manifesta con una brutalità assolutamente sproporzionata allo

scopo»[91].

Lo stato più normale del delinquente nato è di debolezza o di

insufficienza nei processi mentali. Difettosa l’attività sensoriale,

difettosa la rappresentazione del mondo esterno; privo dell’idea

dell’intima essenza delle cose e dei loro minuti rapporti; privo della

ricchezza necessaria di linguaggio onde ricordare od esprimere le idee

che sorpassino le comunicazioni della vita, esso è insensibile al

bene ed al male altrui; credulo, inesperto, difeso più dall’astuzia

del felino che dalla previdenza di bruti alquanto evoluti. «A causa

della facile suggestionabilità, gli individui deboli di mente si

possono facilmente incitare a commettere dei gravi delitti con minacce,

intimidazioni e prestigio di autorità, e spesso diventano dei docili

strumenti nella mano di delinquenti nati più perversi»[92]. In omicidî

per mandato, in complicità per assistenza ed aiuto è molto facile

incontrarsi in uomini di tale natura: essi subiscono il fascino

dell’altrui azione suggestionatrice; obbedendo agli istinti malefici,

provano soddisfazione e piacere a sentirsi capaci, ciechi strumenti

nell’altrui mano, a commettere qualche impresa criminosa: per costoro

l’azione del delitto reca sforzi minori che il vincere l’ordinaria

apatia di carattere, poichè nel delitto essi trovano l’incentivo

più forte a rendersi attivi, a vivere della vita esteriore. Dopo il

delitto, la fantasia si accende e si esalta alla idea delle conseguenze

penali; la pubblica riprovazione del fatto risuona con eco di sorpresa

sulla indifferenza di animo di malfattori così fatti; ond’essi,

trasportati dalla corrente della pubblica curiosità ed incitati

dal solletico della vanità, non sanno a lungo nascondere il loro

malfatto; ma, o simulando o dissimulando, accentuano talmente i loro

atti, il linguaggio, le precauzioni, che finiscono con lo scoprirsi

ed esser puniti. Durante la esecuzione del maleficio, son mossi ed

accompagnati da contegno di tanto scetticismo da destare ribrezzo:

solo in qualche momento, il supremo dell’azione, la loro anima è

tempestosa; la mimica è felina, precipitosa fino alla incoscienza.

L’intento dell’utile, della vendetta, dello sfogo di odio, per cotesti

disgraziati, è piuttosto in apparenza il motivo del misfatto: essi

sono attratti dall’ignoto, che circonda sempre il maleficio: se questo

debba consumarsi a tradimento, con agguato, di notte, con mezzi

pericolosi, il delinquente nato, dalla mente debole, è più proclive ad

accettare; egli vede, nelle difficili circostanze, onde l’opera dovrà

accompagnarsi, tanti motivi che svegliano in lui un’attività nuova,

che lusingano la sua debolezza creandogli la illusione di compiere

imprese pari a quelle di uomini superiori per fortezza ed astuzia. La

idea di provarsi nei pericoli dell’azione ha attrattiva irresistibile:

insemina l’apatia, l’atonia di animo, la coscienza di debolezza, di

inferiorità è pel criminale la fonte d’un senso di avvilimento, di

disgusto da cui egli cerca tutte le vie per liberarsi; la prima che

gli si offra, sia anche pericolosa, è da lui accettata con entusiasmo.

Che se, poi, il delitto debba commettersi in più persone, da individui

di tempra superiore e da degenerati inferiori, questi ultimi si

trascinano con moto automatico: son pronti ed esatti nell’apprestare

i mezzi al delitto, fanno mostra di porsi in prima linea, e, compiuto

il fatto, acquistano la coscienza fittizia di sì grande superiorità da

schernire i complici ed arrogare a sè tutto il merito della riuscita.

Guai—però—se durante la esecuzione si è sorpresi da reazione per

parte della vittima, o la pubblica forza trovasi pronta ad arrestare i

rei: il delinquente, di che scriviamo, è preso da vero panico; manca in

lui la forza sufficiente a resistere, manca il coraggio di uomini che

abbiano la tempra morale elevata, tuttochè con impronta malefica.

=5.=—Tra le forme più accentuate della delinquenza con fondo

degenerativo ricorrono i casi di follie morali ed epilettiche.

Il delinquente folle è vittima di alterazioni psichiche, le quali o

spingono all’azione per stato depressivo di coscienza, ovvero per stato

impulsivo. Esempio della prima specie osservasi nella pazzia a forma

melanconica, i cui fenomeni consistono in una dolorosa disposizione

dell’animo, della quale mancano affatto o non vi sono sufficienti

ragioni nel mondo esterno, in un decadimento del sentimento di sè

stesso ed in una difficoltà generale nello svolgersi di tutti quanti

i processi psichici, la quale può giungere sino al loro temporaneo

arresto (Krafft-Ebing). L’individuo è oppresso da un’ansia angosciosa,

che lo circonda di tristizia e di sospetto; l’avvenire è buio, il

presente è opprimente, privo di speranza e di lusinghe. Quindi è che

il melanconico è spesso l’esecutore di azioni violente ed incomposte

ed è in preda ad una impulsività sfrenata con furore. «Questa attività

del melanconico—scrive Krafft-Ebing—non è che un fatto di reazione

provocata dalla tormentosa agitazione della coscienza, che può

giungere a tale da spingere il malato alla disperazione; ed allora

la potente eccitazione così prodotta può, almeno temporaneamente,

spezzare ogni freno interiore. A queste esplosioni affettive e a

queste reazioni del malato possono dar occasione delle impulsioni

penose o delle memorie dolorose, con i conseguenti moti passionali

della sorpresa e dell’attesa, nonchè delle sensazioni pervertite

sia fisiche (nevralgie, ecc.), sia psichiche (senso di sconsolata

anestesia psichica, inceppamento del pensiero, idee fisse, indecisioni,

il sentirsi come soggiogato dalla malattia). A ciò si aggiungono,

quali motivi importanti determinanti all’azione, e come complicanze

del quadro morboso sinora abbozzato della malinconia senza delirio,

certe sensazioni di angoscia (ansia precordiale) tali da provocare un

violento scoppio affettivo, nonchè delle allucinazioni sensoriali e

delle idee deliranti»[93].

=6.=—La manìa impulsiva merita più seria considerazione. «Un modo

di estrinsecarsi degli stati di degenerazione psichica estremamente

importante dal punto di vista medico legale è rappresentato dal

verificarsi di certi atti, i quali non hanno il loro movente in idee

chiaramente definite nella coscienza,—il cui meccanismo non si

svolge secondo lo schema dalla riflessione sulle svariate possibilità

del volere, con una savia valutazione dei motivi e con la decisione

in favore di ciò che appare il giusto,—ma nei quali l’idea, che

muove all’azione, prima ancora di essersi affacciata ben netta e

chiara alla soglia della coscienza, si trasforma in azione; o, per

parlar in termini anche più generali, mai arriva a tale da esser ben

apprezzata e valutata dalla coscienza. Ond’è che l’atto apparisce,

tanto a chi lo compie come a chi lo osserva, addirittura senza motivo

e perciò inconcepibile,—il modo nel quale esso vien compiuto ha in sè

l’impronta dell’azione coatta, impulsiva, istintiva e sorprende anche

l’individuo stesso che la compie. Essa apparisce come una necessità

organica, la quale sorga su dal fondo incosciente dalla vii» psichica,

paragonabile ad una convulsione nel campo psicomotorio»[94].

Accetto la teoria del Bianchi, che la _ossessioni_ siano elementi

psichici non eliminati: nelle menti male organizzate (ereditarietà

morbosa o altre influenze degenerative) può accadere che il processo di

ricambio psichico sia turbato, e che un componente psichico, destinato

a passare transitoriamente per il campo della coscienza ed a cadere

nell’incosciente, invece vi resti, e non possa venir eliminato: così

come talvolta alcuni veleni fabbricati nell’organismo e sostanze

introdotte dal di fuori non possono venire espulsi, rimangono e si

accumulano nell’organismo[95].—Questa invasione eterogenea di prodotti

psichici, con forma statica o di _ossessione_ propriamente detta, e

con forma dinamica o _impulsiva_ (Féré) è accompagnata da emotività

morbosa (Morel, Ballet, Seglas, Dallemagne, Pitras, Régis); nè dipende

da fiacchezza di volontà (Magnan); nè va confusa con malattia della

attenzione (Ribot).

Il fenomeno è essenzialmente di insorgenza e di predominio dinamico.

La mancata eliminazione di prodotti psichici avviene perchè le

correnti ideative ed emotive sono ostacolate da qualche intoppo che

loro impedisce il libero corso; e, come nella confluenza di correnti

di acqua, se ad un punto esse incontransi senza sfogo e declivio, si

verifica il gorgoglio, così nel flusso delle idee e dei sentimenti

qualunque specie di arresto produce disturbo di funzionamento generale

psichico. Da principio la invasione è limitata ad un punto solo del

campo della coscienza, la quale, accorgendosene, mette in atto tutti

gli sforzi, di cui dispone, per liberarsene: subito dopo, se resta

impotente ad ottenere lo scopo, la visione mentale è ottenebrata e

poscia circonfusa di colori abbaglianti; la volontà resiste tuttavia,

ricorrendo al sussidio dei controstimoli ideativi ed emotivi; forse

vi riuscirebbe, ma, per l’avvenuto disturbo funzionale, sopravvengono

delle illusioni ed allucinazioni, le quali travolgono e trasformano

completamente la natura dell’io cosciente.

=7.=—Una classica intuizione artistica della manìa omicida,

accompagnata da allucinazione impulsiva, la troviamo nell’_Ercole

furente_ di Euripide. Ercole, dopo lunga assenza, ritorna in Tebe,

ove era suo padre Anfitrione, sua moglie Megara ed i suoi figli.

Tostochè giunge presso la sua casa, sa da Megara che Lico, il re di

Tebe, avea deciso di sacrificare l’intera famiglia di lui, e già i

figli intorno al capo aveano avvolte funeree corone ed attendevano il

momento fatale. Egli entra in casa per venerare i domestici dei, deciso

a far aspra vendetta su Lico. Costui giunge accompagnato dai suoi

sergenti, e, nulla sapendo dell’inatteso ritorno di Ercole, penetra in

casa per trarre a morte Megara ed i figli. Ma, abbattutosi in Ercole,

è tosto ucciso. Però, per volere degli dei ed accompagnata da Iride,

sopravviene l’Insania (_ἡ Λύττα_), detta vergine figlia della fosca

notte, nata del nobile sangue di Urano, ed inviata per castigare il

misero Ercole. Un nunzio, sbigottito, racconta che Ercole, dopo la

uccisione di Lico, apprestava un sacrificio innanzi all’ara di Giove:

erano accolti i suoi figli con l’avo e con la madre, e già portato era

in giro all’altare il canestro ed elevavansi sacre preci:

Ma ecco, allor che con la destra il tizzo

Tôrre, e nella lustrale acqua tuffarlo

Dovea d’Alcmena il figlio, immoto stette,

E tacito. In quell’atto lungamente

Si rimase e teneano i figli in lui

Fisso il guardo. Più desso egli non era.

La idea o l’ossessione omicida invade repentinamente l’animo con la

scintilla di una sensazione o di un pensiero improvviso; indi—in

un terreno predisposto per degenerazione personale o ereditaria—va

poi divampando e preoccupando l’attività mentale dell’ammalato

e può assumere e presentare tutti i diversi gradi di intensità

dell’ossessione morbosa, vincibile od invincibile (Ferri).—Dapprima

è un arresto improvviso dei movimenti intercerebrali; un rapido

restringersi, con senso di angoscia, del campo della coscienza;

l’oscillamento della percezione della realtà; lo sforzo di rendersi

conto di ciò che si ha consapevolezza che avvenga: poscia, perdutosi

l’equilibrio o il centro dei moti ideativi ed affettivi, gli occhi, la

fisonomia, la mimica presentano i segni evidenti del delirio invadente.

Gli occhi stravolti roteggiava intorno,

Le sanguigne radici in fuor spingendone;

E una schiuma stillava dalla bocca

Giù sul mento barbuto.

Completatosi l’accesso, comincia l’allucinazione: l’ammalato dimentica

il luogo ov’è, le persone ond’è circondato. Tra le idee ricorrenti,

con turbinìo di sangue e di vendetta, una gli si fissa nella mente,

con insistenza, l’idea di dar morte ad Euristeo, altro suo nemico. E

l’uomo che, pochi istanti prima, avea con calma e freddo discernimento

disegnato il come ed il perchè di sue future imprese; inebbriato, pel

sopravvenuto delirio, dall’insania di odio irresistibile, è spinto,

anzi trascinato a quell’azione che gli si riproduce in modo fantastico,

con fondo tenebroso, con contorni foschi, ed alla quale egli già crede

di prender parte con la veemenza di chi è di fronte all’aborrito

nemico.

Indi proruppe

Con risa forsennate in questo dire:

«Padre, a che accendo or io, pria di dar morte

Ad Euristeo, l’espiatrice fiamma,

E fo doppia opra, ove pur tutto io posso

Compier con una? D’Euristeo qui porto

La tronca testa, e di più morti a un tratto

Poi mi purgo le mani. Olà, versate

L’acqua a terra: i canestri al suoi gittate:

Chi mi dà l’arco? chi mi dà la clava?

Corro a Micene. Oprar picconi e leve

A spezzarne fia d’uopo, a rovesciarne

Quelle sue mura, che i Ciclopi un giorno

Costruir con le subbie alla rubrica».

Dettò ciò, quivi presto immaginando

Il cocchio aver, fa di salirvi, e spinge

(Come avesse la aferza) i corridori,

Dimenando la destra. Eran quegli atti

E di riso a’ sergenti e di paura:

E l’un l’altro guatandosi, dicea

Questi a quello: di noi gioco si prende

Il signor nostro, o ch’ei delira?

Intanto, scorrendo su e giù la casa, dice di esser giunto a Megara;

si adagia sul suolo e si apparecchia la cena; indi, levatosi, si dà

a lottare, ignudo, senza avversario di fronte; poi, ordinato a tutti

di ascoltare, si proclama vincitore del giuoco. Credendosi in Micene,

scaglia, fremendo, fiere minacce contro Euristeo.

Il padre, allora, gli afferra la mano e gli dice: figlio, che cosa fai?

che strana cosa è questa? Forse ti tolse il senno il sangue che qui hai

sparso poc’anzi?

Ei d’Euristeo credendo

Lui genitor, che supplice la mano

Per timor gli toccasse, lo respinge,

E dardi trae della feretra, e l’arco

Tende contro i suoi figli, uccider quelli

D’Euristeo divisando. Esterrefatti

Chi qua, chi là si sgominar quei miseri;

E l’un corse alle vesti della madre;

L’un si acquattò d’una colonna all’ombra:

L’altro come augellin tremante stette

Dell’ara a piè. Grida la madre: oh sposo,

Che fai? che fai? tuoi proprî figli uccidi?

Grida il vecchio e i famigli: ei non abbada;

E l’un dei figli alla colonna intorno

Insegue pria, poi con terribil volto

Voltasi indietro, gli si pianta incontro,

E nel cor lo saetta. Supin cade

Il pargoletto, e la marmorea base

Bagna di sangue, l’anima spirando.

Ercole crede di aver ucciso un figlio di Euristeo; così continua

ad infuriar contro altro figlio: invano è richiamato alla realtà,

l’allucinazione dura prepotente; finchè, essendosi egli slanciato alla

strage del padre, dopo aver ucciso figli e consorte, Pallade, comparsa,

gli gitta sul petto un sasso (detto, secondo Pausania, sofronistèro,

cioè risanator della mente) e, rattenendo il di lui furore, lo fa

cadere in profondo sonno.

Siamo allo stadio di esaurimento dell’accesso maniaco. La energia

impulsiva, scaricatasi nell’incomposta e turbinosa azione omicida,

conduce l’individuo in istato di abbattimento e di prostrazione. Quando

Ercole rinviene, si meraviglia di trovarsi legato e di ciò che gli si

dice aver commesso; con la calma ritorna la coscienza, ma, ahi!, il

misero non può che rimpiangere la sventura toccatagli!

Un tal Fortuna, da me difeso, guardia di finanza, un giorno era in

sentinella in un posto di guardia. Vede un amico, lo chiama a sè e,

nello stato di semicoscienza, gli porge un orologio con l’incarico di

consegnarlo in ricordo alla madre.—Poscia si avvia alla volta del

paese, tira una fucilata contro il primo compagno che incontra; si

avanza fino al corpo di guardia, e tira, all’impazzata, contro amici e

superiori, dieci o dodici fucilate: ferisce qualcuno gravemente. Tra le

grida della gente accorsa, si dibatte, si difende, minacciando morte

a tutti: è preso, finalmente, ed egli, fissando gli occhi sbalorditi

sui presenti, cade in profondo sonno, che dura più di un’ora. I suoi

precedenti erano ottimi; niuna causale lo aveva spinto al delitto.

Sostenni il vizio parziale di mente, che, senza difficoltà, mi fu

accordato dalla giuria. Il giorno seguente alla condanna, mi recai

in carcere per chiedergli se desiderasse voler produrre ricorso in

Cassazione. Lo trovai depresso, avvilito. Parlandogli, gli ricordai

le modalità del processo. Egli mi fissò lo sguardo, muto, impassibile.

Ad un certo punto del discorso mi accorsi che il misero cominciava a

tremare, sbarrava gli occhi, avea le pupille dilatate. Mi accorsi che

cominciava ad essere in preda ad allucinazione: dopo poco perdette la

coscienza del luogo ove trovavasi, di quanto gli era accaduto.

Mi chiese—si crederebbe?—la restituzione dell’orologio consegnato

all’amico, scambiando me per costui; finì col minacciare le guardie

carcerarie presenti, le quali furono costrette, con forza, a

trascinarlo altrove. Mi fu detto che, dopo un’ora e più, riacquistò la

coscienza, serbando appena un barlume di ricordo di quanto avea detto

ed operato.

Alcuna volta la follia del delitto prende la forma di _emozioni

ossessive_ con impulsioni di fobia: l’equivalente psichico è nello

scoppio repentino di illusioni sensorie o di allucinazioni. La volontà

è trasportata a credere alla realtà di semplici apprensioni, il cui

fondo può avere la lontana origine di odio o di altra passione: la

coscienza è sconvolta grandemente, nè è più atta a percepire la realtà

vera delle cose. Il paziente, se l’accesso è repentino, è preso da

angosciosa costrizione di idee e di atti; egli credesi in imminente

pericolo, ed è necessitato a veemente reazione.

R. R. da me difeso, un giorno sa che suo fratello, reduce da Napoli,

ove dimorava, desiderava vederlo ed abbracciarlo. Egli fu ben lieto

dell’incontro, nè frappose tempo a recarsi nella propria abitazione,

ove il fratello lo attendeva. Le accoglienze reciproche furono

affettuose. Se non che, discorrendo, il fratello lo rimproverò di

alcuni dissensi tra lui ed il padre. R. lo fissa, non risponde. Poscia,

con azione rapida, corre alla caserma dei carabinieri e, spaventato,

chiede aiuto contro un forestiere il quale era in sua casa e tentava di

assassinare lui e la moglie! Accorrono un brigadiere ed un carabiniere.

Ma quale fu la loro sorpresa nel vedere che il forestiere fosse il

fratello di R.? Costui, presente alla scena, insiste a richiamarsi di

imminenti pericoli, e, poichè il fratello rispondeva scherzosamente,

egli guarda un tiretto, lo apre, tira fuori la rivoltella e la esplode,

in mezzo ai carabinieri, ferendo mortalmente il germano.

Arrestato, è tradotto in carcere, senza che nulla osservasse; però,

dimandato, lungo il tragitto, da un amico che cosa avesse commesso,

ed inteso dai carabinieri di aver ferito il fratello, riacquistò la

coscienza del mal fatto, diede in ismanie, ruppe in dirotto pianto,

dichiarandosi innocente di ciò che si diceva aver commesso.—In

famiglia vi erano casi di isteria, di epilessia. Al dibattimento

si svolse la più commovente scena: tutti i testimoni parlarono

dell’affetto cordiale tra i due fratelli: gli stessi carabinieri,

presenti al fatto, dissero essersi persuasi trattarsi di accesso

maniaco. I giurati concessero il vizio parziale di mente.

=8.=—Ed ora diremo dell’azione criminosa dell’epilettico. Rimandando

il lettore ai libri tecnici sulla materia, ci restringeremo a

considerare i sintomi che più appartengono alla parte psicologica

del delinquente e che, nella pratica, con maggiori difficoltà sono

conosciuti ed adeguatamente estimati. È da pochi anni che nelle aule

giudiziarie la psicosi epilettica ha cominciato ad avere la debita

considerazione sotto il lato scientifico ed il lato giuridico.

In generale credevasi che l’epilettico, quando non commettesse i

delitti in istato di accesso, dovesse rispondere nel medesimo modo

che qualunque individuo normale, perchè, aggiungevasi, la malattia

o la frenosi dura i pochi momenti dell’attacco, passato il quale,

la coscienza ritorna nel suo decorso normale. Oggi si ammette, in

generale, che la epilessia di per sè sia una psicosi e che apporti,

in chi n’è affetto, disturbi mentali e morali: durasi, tuttavia, nel

credere che questi disturbi debbano limitarsi a certi casi molto gravi,

e a quelli in cui l’azione, per prove evidenti, non sia l’effetto

di motivi sufficienti e non abbia il decorso di atti in apparenza

coscienti. Donde le molte difficoltà e le continue distinzioni di una

casistica indegna di tempi sì progrediti nelle scienze positive e

sperimentali, inutili, anzi pregiudizievoli e contrarie a giustizia,

quando la psichiatria ha detto ormai la sua ultima parola sulla natura

della epilessia, assicurando che le sue manifestazioni sono così

multiformi e singolari, da costringerci a ritenere che il giudizio di

apprezzamento sulla loro imputabilità debba essere molto circospetto,

ma tale da non escludere, in qualunque ipotesi, la diminuente di

responsabilità pel vizio parziale di mente. La continuità e l’unità

nella organizzazione dei fatti psichici debbono convincerci non esser

possibile che chi sia affetto da epilessia, quantunque mostrisi ad

intervalli sano di mente, goda la pienezza di equilibrio psichico:

certi difetti organici, insiti alla vita intima della coscienza,

sfuggono alla prova esteriore, ma sono il presupposto scientifico

imprescindibile per arrivare a conclusioni giuste che, altrimenti, non

sarebbero suffragate dal criterio dottrinale e dalla pratica della

esperienza.

=9.=—Il problema rendesi molto più difficile e complesso nel caso

di epilessia larvata o di _equivalente epilettico_. Essa —al dir di

Bianchi—è un disturbo mentale a breve e rapida evoluzione, d’ordinario

accompagnato da profondo turbamento della coscienza e amnesia più o

meno completa del periodo di durata dell’attacco. Assume le forme

più differenti: talora è una qualunque delle psicosi descritte come

_prae_-epilettiche o _post_-epilettiche; la differenza sta solo nel

fatto che manca la convulsione epilettica, la quale è sostituita dal

disordine psichico. Molte forme maniache o psicosi allucinatorie

ricorrenti, di breve durata, di cui i rispettivi infermi non serbano

ricordo, sono di natura epilettica, veri equivalenti psichici della

epilessia[96].

Questa forma di epilessia _psichica_ ha la genesi fisiologica nella

estrema irritabilità di carattere del paziente, la genesi patologica

in disturbi, per lo più ereditarî, dei centri psichici corticali, con

esaurimento dei poteri direttivi, ed atrofia parziale od assoluta delle

energie associative e coordinatrici degli atti interni e delle azioni

esterne, che ne sono la conseguenza. La coscienza è o intermittente

o a fondo di continuato turbamento; la memoria è lacunare; la

fantasia accesa, veemente; la sentimentalità con decorso tumultuoso

ed impulsività furiosa. Ma—nè è raro il caso—talvolta il disturbo

epilettico si sistematizza in periodi abbastanza lunghi; la coscienza

funziona, ma è dominata da ossessione o da esquilibrio costituzionale:

il paziente ha l’agio ed il tempo di preordinare gli atti alla

esecuzione del delitto, di scegliere i mezzi; di cogliere la vittima

nel luogo, nel momento più adatto. L’apparenza del fatto induce il

magistrato ad elevare rubrica di piena responsabilità con l’aggravante

della premeditazione, o, mancando una causale, con la qualifica della

brutale malvagità. Il psicologo, intanto, osserva; _a_) che tra i

precedenti, i concomitanti ed i susseguenti del fatto incriminato

non è possibile, quando l’imputato sia affetto da epilessia, che

esistano e si provino quei nessi logici, di cause e di effetti, i quali

sono la prova più evidente della normalità psichica d’un individuo;

_b_) che l’azione dell’epilettico è sempre disordinata, repentina,

furiosa, sebbene rapportisi a precedenti motivi sufficienti ed a

preordinazione di mezzi. La morbosità dell’atto è messa in mostra dalla

mimica incoordinata, dalla fisonomia stravolta, dall’occhio torbido,

da parole incomposte, dalla assenza di previdenza nell’affrontare

i pericoli di reazione della vittima o di sorpresa della pubblica

forza; dall’immediato abbassamento, dopo il delitto, dell’energia

attiva, o dal totale esaurimento della stessa, con stupore morale

consecutivo, tendenza al suicidio, ovvero apatica indifferenza come di

chi non senta il peso della responsabilità incorsa e non si scuota al

ricordo rappresentativo degli atti constituenti il delitto. Infine, il

psicologo conclude, che la misura della imputabilità di simili atti

dev’essere apprezzata con processo logico sintetico, poichè, se gli

atti, normali o morbosi che siano, ma più in quest’ultima ipotesi, si

staccano l’uno dall’altro e si valutano isolatamente, non è strano

s’incorra in flagrante errore: l’unità del prodotto psichico del reato,

corrispondendo, nel caso in esame, ad equivalente epilettico, deve,

nella totalità del funzionamento interno ed esterno, portare la nota

del disordine e d’un esquilibrio spiegabile non più con germi organici

criminosi, ma come l’effetto di affezione morbosa.

Il lettore, che ci ha seguìti fino a questo punto, avrà avuta la prova

irrefutabile della verità del nostro indirizzo positivo, di scorgere,

in qualsivoglia manifestazione tipica del delitto, il germe della

degenerazione, dell’esquilibrio, della anomalia. O che l’anima del

criminale versi nello stato di dissoluzione, o che, più propriamente,

sia il subbietto di follia morale o di psicosi epilettica, il fondo

disintegrativo è identico: i fenomeni interni ed esterni sono i

medesimi, con relazione e decorso alternantisi diversamente, e

con concorso or di tutti or specificatamente di taluni. Il patrio

legislatore, ad imitazione dei migliori codici vigenti, ha per

avventura ben fatto a raccogliere in una formola generica tutte le

molteplici specie di psicosi, le quali possono diminuire od escludere,

secondo il grado, la responsabilità di fatti incriminabili. È

affidato al giudizio pratico del giudice, la cui mente sia stata di

già illuminata dalla luce della scienza, di schematizzare i singoli

fatti sotto il punto di vista generale e di concludere con l’ammettere

od escludere la responsabilità penale dell’agente. Le distinzioni

scientifiche debbono valere perchè si abbiano norme sicure nella

disamina dei fatti; ma la conseguenza è unica: nè il convincimento

del giudice, in definitiva, deve preoccuparsi di dettagli teoretici i

quali, qualche volta, meglio che illuminare, confondono la rettitudine

della sua mente.

=1O.=—I delinquenti per passione formano una categoria speciale:

essi, come osserva il Lombroso, dovrebbero dirsi per impeto, perchè

tutti i delitti hanno per substrato la violenza di alcune passioni;

ma, mentre nel delinquente abituale, in quello per riflessione

l’impulso della passione non è subitaneo, nè isolato, ma cova da lungo

tempo e si ripete e rinnova sempre, e si associa, quasi sempre, alla

riflessione,—qui accade tutto il contrario.

La passione ha il fondamento negli affetti ed è accompagnata da

emozione o di piacere o di dolore. Però, al dir del Tommaseo, la

passione è distruggitrice, inaridisce l’anima e la tormenta; l’affetto

la solleva e la scalda: la passione è cieca, imprudente, provocatrice;

l’affetto è costante, umano, magnanimo: la passione è torrente che

assorda, trascina e, per vincere, devasta: l’affetto scorre quieto, ma

inesauribile, e per vari rivi discende a portare nei luoghi più riposti

le gioie della vita.

Il delinquente passionale non ha le stigmate della degenerazione; in

lui la sensibilità, la emotività sono sviluppate in grado elevato,

qualche volta eccessivo: la vita psichica superiore, della intelligenza

e della riflessione, è alquanto meno accentuata; la fantasia, non

che la immaginazione, è predominante, impetuosa, a forti colori, a

tinte abbaglianti. La passione, e qualsiasi energia sentimentale,

si organizza, si sistematizza, cristallizzandosi, stratificandosi

nella coscienza. Dapprincipio l’idea, che ne forma il contenuto; il

sentimento, ond’è resa piacevole, scorrono sul campo della coscienza

come un giuoco della immaginazione: l’attrattiva, ad essi inerente,

sfugge alla riflessione e si rende accetta per le lusinghe, ond’è

circondata, per la speranza di futuri intenti desiderati, pel bagliore

d’una luce diafana suffusa nell’intera serie delle rappresentazioni,

dei ricordi che formano il materiale attuale delle nostre cognizioni.

Poco a poco ciò che dapprima era inavvertito prende consistenza, e noi

sentiamo il potere di una seduzione lenta, inconscia, ma costante,

e tanto più forte quanto più vi si adatta all’ambiente morale e

trascina a sè, paralizzandole, le altre inclinazioni della nostra vita

affettiva. Il Bergier riteneva, che i moti delle passioni non siano

volontari, e che l’uomo è puramente passivo quando vi acconsente o

li reprime: no; la passività comincia gradatamente solo dal momento

che noi abbiamo accolto nell’animo il germe della passione; ma, se

l’attenzione fosse stata più vigile vedetta sulla rocca del cuore, i

poteri inibitori potevano allontanare e respingere l’insidioso assalto

della passione e questa sarebbe rimasta abortita prima che fosse stata

riconosciuta vitale.

=11.=—Nei delinquenti lo stato passionale si germina dal contrasto di

opposte idee e sentimenti; l’idea, il sentimento di qualche bene, di

cui manchiamo, o di cui siamo privati, e l’idea ed il sentimento di

odio contro chi o vi si oppone o ne contrastò il possesso. È perciò che

Plutarco scriveva esser l’odio una disposizione e volontà osservatrice

dell’occasione di far male[97]; ed il Machiavelli, che l’odio produce

timore e che dal timore si passa all’offesa.—Tra l’idea del bene

sperato o perduto e la persuasione, che di ciò sia qualcuno colpevole,

si va scavando un abisso in cui precipitano tutti i buoni propositi,

i sentimenti altruisti, le idee di simpatia e di benevolenza verso

i simili. Questo è ordinariamente verificabile trattandosi di odio

muto concentrato. L’intensificarsi del sentimento di ripugnanza della

persona dell’avversario; la risonanza dolorosa d’un affetto tradito,

d’un’offesa ricevuta; gli scatti ripetuti di interna energia emotiva;

il vuoto, che si va formando attorno per la cagione ricorrente ed

iniziale dell’ansia, dell’angoscia, dell’incertezza, assorbono tutta

la personalità ed ottenebrano la mente. La mimica, che esternamente

esprime gli interni moti, è caratteristica. All’inizio della passione,

qualora non sia originata da forte impulsione dolorosa, l’animo è

compreso da tal quale ilarità o eccitazione piacevole, nascente dalla

coscienza della propria superiorità di fronte al nemico. Addensatosi il

sentimento di ripugnanza e disegnatasi la idea reattiva, l’individuo è

preoccupato, tetro: talora il suo volto è chiuso in tenebrosi pensieri;

tal’altra, allo scoppio improvviso di lusinghiera speranza di vendetta,

un sorriso sardonico, con ostentata jattanza, sfiora le labbra;

l’occhio brilla di luce sinistra ed il cuore anticipa il piacere del

castigo destinato al nemico. Ad intervalli sempre meno lunghi, la calma

è indotta dalle quotidiane occupazioni della vita, dagli interessi che

ne distraggono; ma, nel momento in cui il motivo dell’odio risorge,

l’animo è sinistramente scosso e col dolore, resosi più acuto, noi

sentiamo accrescersi la repugnanza, l’avversione, finchè si aggiunge

un sentimento di particolare dispetto che ci costringe e ci trascina

all’azione.

Nella donna l’odio è più profondo, meno soggetto ad esser represso:

massime allorchè esso scaturisce dalla passione di amore tradito, o

dalla gelosia, arriva financo alla forma di delirio.

=12.=—Il psicologo criminale deve tenere gran conto di quest’ultima

potente cagione di odio, che finisce d’ordinario con l’esplodere in

aspra vendetta. Il Mantegazza tentò dare la definizione della gelosia,

dicendo: gelosia vuol dire propriamente un dolore del sentimento

dell’amore, e quello precisamente che è prodotto dall’offesa recata

a noi dall’infedeltà dell’oggetto amato. Questo dolore è naturale

in tutti gli uomini, in tutti i tempi e in quasi tutte le razze. È

l’offesa della nostra proprietà applicata all’amore[98]. Meglio, però,

il Metastasio:

O di soave pianta amaro frutto,

Furia ingiusta e crudele,

Che di velen ti pasci,

E dal fuoco d’amor gelida nasci.

Il Descuret, in un libro che ha tuttavia valore psicologico, scrive:

«A vicenda tiranno e schiavo, il geloso si lascia trasportar dall’ira

senza misura, o vilmente prega: agitano il suo cervello malato le

supposizioni più bizzarre: quindi non riposa mai; chè i sospetti,

i timori lo perseguitano in fin nei sogni. Nei gesti, negli atti e

massimamente nello sguardo ha qualche cosa di sinistro che fa paura e

spegne qualunque simpatia uno provasse per le pene ch’ei soffre. Non è

possibile giustificarsi con un geloso: se un moto di pietà gli lascia

accordare qualche testimonianza di affetto da colei che egli accusa,

questa testimonianza non è agli occhi suoi che dissimulazione abilmente

calcolata. Allora i sospetti raddoppiano; ingiuria e minaccia o, anche

cedendo ad un moto di convinzione e di pentimento, ammette le prove che

gli dànno; ma ricade ben presto ne’ suoi terrori immaginarî, e ritorna

non meno ingiusto, nè meno furibondo di prima.

«In generale, il geloso si sforza di nascondere ad ogni sguardo i

tormenti che l’agitano, se ne vergogna come di una vil debolezza: non

è raro udirlo parlar con disprezzo di chi si abbandona alla gelosia.

Ma se prescrive a sè stesso tal riserva innanzi agli estranei, se

ne compensa a usura contro la sua vittima, massimamente ove abbia

acquistato sopra di lei diritto da far valere. Accade d’ordinario nelle

sorde e ascose violenze della domestica tirannia che più terribili sono

gli effetti di questa passione; imperciocchè allora la lotta accade fra

la forza e la debolezza, e questa non ha che lacrime in sua difesa»[99].

L’arte greca ha rappresentato in Fedra e Medea il delitto passionale

della donna portato fino al delirio. Sono due tipi concepiti da

Euripide in modo sorprendente. Fedra, presa da cieco amore pel

figliastro Ippolito, versa in fenomeni di isterismo, e si abbatte e si

dispera e giunge infine all’esaurimento morboso, fisico e morale. Ella

si accorge di essere schiava di Ciprigna, e lotta con i ciechi impulsi

ond’è dominata, ora col tacere, col chiudersi e raccogliersi tra le

domestiche mura, le cure familiari; ora col confessare, disperandosi,

ogni cosa alla nutrice.

Ben si avvede che in lei si riproduce, ereditariamente, la passione

brutale della madre Pasifae, la quale si innamorò d’un bianco toro

visto nelle valli dell’Ida in Creta ed, _imbestiandosi nelle imbastiate

schegge_ di una giovenca di legno costruita da Dedalo, fece copia

di sè, e ne nacque il minotauro. La nutrice procura di apprestarle

soccorso, e ne fa accenno ad Ippolito, il quale, inorridito, minaccia

di rivelar tutto al padre. Fedra, travagliata dalla insoddisfatta

passione e turbata dal timore della vergogna, decide di suicidarsi;

ma in pari tempo concepisce il reo disegno di vendicarsi del virtuoso

giovane lanciando contro di lui la più infame accusa. Alla nutrice ella

confessa:

Oggi, uscendo di vita, io, sì, contenta

Farò Ciprigna che a perir mi porta.

D’acerbo amor vinta morrò; ma infesta

Pur farò la mia morte anco ad un altro,

Sì che male esser vegga di mie pene

Altero andar. Sua parte anch’ei provando

Di questi guai, fia che umiltade impari[100].

Ella s’impicca, ma in una scritta lascia detto di aver ciò fatto perchè

a viva forza violata da Ippolito!

Medea è la furia personificata della gelosia. Ella, posposta da Giasone

ad altra donna, dissimula la profonda angoscia, simula contegno calmo

remissivo e, per infliggere il castigo al suo offensore, gli uccide la

sposa, uccide i proprî figli e si confessa felice di aver tutto ciò

commesso![101].

=13.=—Il delinquente passionale, vittima di spinta veemente,

aberrante, di rado si attiene al piano preordinato di esecuzione del

delitto. Egli è imprudente; si serve della prima arma che gli capiti;

gode di far mostra della vendetta compiuta. Affronta il pericolo con

incosciente coraggio, appunto perchè in lui è fermo il convincimento

che senza lo sfogo della passione, ond’è agitato, la esistenza rendesi

insopportabile: qualunque danno ne consegua sarà minore della tempesta,

che lo mette in iscompiglio. Dopo commesso il fatto, il delinquente per

passione non sfugge il giudizio della pubblica opinione, che egli sa a

sè favorevole; ma rendesi alla pubblica forza e confessa il suo operato

senza nulla tacere.

Ritornata la calma, egli è assalito dal rimorso e, sotto il peso

della sventura toccatagli, si rammarica, piange, e mostrasi dimesso

ed avvilito. Ben osserva il Lombroso, che simili delinquenti, assai

più che ai rei comuni, si avvicinano ai pazzi impulsivi e meglio agli

epilettici, per l’impetuosità, istantaneità, ferocia degli atti, di

alcuni dei quali, notisi l’importante analogia, non ricordansi spesso

che incompletamente.

La rassomiglianza è tanto più vera perchè costoro sono vittime

dell’_ira_, il cui scoppio fu da Orazio e dal Petrarca paragonato

a _breve furore_. Gli antichi, allo stesso modo che gli odierni

scrittori, ne ebbero cognizione completa, e Seneca scrisse sull’_ira_

tre libri che desidererei fossero consultati da chi voglia sulla

materia aver preziose nozioni. «Alcuni savî—egli scrive—dissero

che l’ira sia breve pazzia, perciocchè parimenti con quella è priva

di poter signoreggiare a sè stessa; non si ricorda dell’onore, non

tien memoria delle amicizie: ostinata ed intenta in quello che una

volta ha principiato, serra la via alla ragione ed ai consigli, ed,

agitata da vane cause, è inabile a distinguere il giusto ed il vero,

somigliante molto alle rovine, le quali si fiaccano e si rompono sopra

quello che hanno oppressato. Ma perchè tu conosca esser pazzi quelli

che dall’ira dominati sono, pon mente all’abito loro: perciocchè, come

dei pazzi sono indizî certi il volto audace e minaccioso, la fronte

malinconica, la faccia torva ed aspra, l’andar frettoloso, le mani

inquiete, il colore mutato, i sospiri spessi e veementi, così degli

irati sono i medesimi segni. Gli occhi sono vermigli e focosi, in

tutto l’aspetto è un rossore acceso; bollendo il sangue nei più bassi

precordi, le labbra si muovono e si stringono i denti; s’arricciano

e si rizzano i capelli; lo spirito è in loro ristretto e stride, le

membra, torcendosi, risuonano; essi sospirano, mugghiano e parlano

interrotto con voci non bene spiegate, e le mani spesso si percuotono;

batton la terra coi piedi, e tutto il corpo si commuove, facendo molte

minacce di collera, ed han la faccia brutta e spaventevole a vedere;

perciocchè si contraffanno e gonfiano. Tu non sapresti dire se gli è

vizio più detestabile o brutto. L’altre cose si possono ascondere e

tener coperte; l’ira scoppia ed esce in faccia, e quanto è maggiore,

tanto più manifestamente trabocca. Non vedi come in tutti gli animali,

subito che insorgono a nuocere, precorrono indizî, e che in tutto il

corpo escono del solito e queto abito, ed esasperano la loro fierezza?

Ai cignali esce la spuma di bocca; arrotano ed aguzzano i denti

stropicciandoli insieme; i tori muovon le corna al vento e spargono

l’arena coi piedi; i leoni fremono; i serpenti istizziti alzano il

collo; le cagne, arrabbiate, sono spaventevoli a vedere. Non è alcun

animale tanto orrendo e tanto per natura pernicioso, che non appaja in

esso, sendo dalla collera assalito, aggiunta di nuova fierezza, Ben so

che gli altri affetti ancora mai si occultano, e che la libidine, la

paura e l’audacia dànno segni di sè e si possono antivedere. Perciocchè

non si sveglia cogitazione alcuna veemente nell’animo nostro, che non

muova qualcosa nel volto. Che differenza c’è, dunque? Che gli altri

affetti appariscono, questo più di tutti si scopre e si palesa»[102].

E Seneca pone la distinzione tra gli atti, che rapportar si possono

alla passione dell’ira, e gli atti che sono l’effetto di _ferità_;

siccome avviene per coloro che d’ordinario incrudeliscono e s’allegrano

del sangue umano senza che si avessero ricevuta ingiuria: non cercando

essi di battere e lacerare gli uomini per vendetta, ma per piacere.

Cita l’esempio del crudele Annibale, che, vedendo una fossa piena di

sangue umano, disse: «Oh! bello spettacolo!»; e l’esempio di Voleso, il

quale, sendo proconsole dell’Asia sotto il divo Augusto, ed avendo in

un giorno decapitati trecento, e andando con superbo volto tra i corpi

morti, come se avesse fatta una cosa magnifica e degna di ammirazione,

gridò in lingua greca: «oh cosa regia!».—Il filosofo conclude: che

avrebbe fatto costui se fosse stato re? Non fu ira questa, no, ma un

male maggiore ed insanabile![103].

=14.=—Negli scrittori di antropologia criminale troverete raccolti

esempî molti, i quali illustrano le sintetiche osservazioni

psicologiche qui esposte; eppoi, non basterebbe la quotidiana

esperienza delle aule giudiziarie? Meglio, mi avviso, sia rammentare

al lettore la più perfetta rappresentazione tragica, tramandataci

dall’antichità, del tipo di delinquente per passione: intendo parlare

di Oreste. Eschilo, Sofocle, Euripide se ne occuparono: il primo

trattando del delitto passionale con la profondità che gli veniva dalla

intuizione dei più ascosi misteri dell’umana natura; il secondo con la

sentimentalità e fantasia d’un’arte che attinge ispirazione e colorito

dal bello armonico di facoltà e di contrasti; il terzo coll’uniformarsi

alla realtà immanente e spontanea dei comuni fenomeni della vita. Fu

osservato, che Oreste abbia molto di Amleto; rassomiglianza nelle

vicende storiche di vendetta imposta dalla necessità degli eventi,

nell’angoscioso contrasto tra l’apparenza dell’azione ed il fondo

dell’anima, nella fine egualmente disavventurata. Se non che Oreste,

coonestando l’operato col volere inoppugnabile degli dei e la spinta

necessitante del fato, ha meno di contenuto personale, e ritrae in sè

l’indeterminatezza psicologica di quella vita greca, che da un sommo

poeta fu appellata ombra d’un sogno. Amleto è l’uomo moderno, tutto

riflessione, scetticismo, forte sentire temperato dal dubbio della

scelta, dalla titubanza dell’azione.

Oreste, bandito anzi trafugato dalle mura domestiche, cresce, alla

mercè d’un amico, alimentando nel cuore la speranza, la passione di

vendetta contro la madre Clitennestra, non che contro il drudo Egisto,

rei di aver ucciso il padre Agamennone. All’opera vendicatrice si

unisce Elettra, sorella di Oreste, anima or cupa or simulatrice, ma

tenace nell’odio, ispiratrice dei mezzi bene adatti all’intento: ella,

con la sentimentalità suggestiva, allontana il dubbio dalla mente

del fratello, ne sollecita l’operare. In Eschilo[104] la scena, in

cui, dopo la uccisione di Egisto, Oreste mette a morte la madre, è

qualificata da tutto l’impeto cieco, tempestoso dell’uomo reso schiavo

da prepotente passione: invano la donna ricorda al figlio rispetto a

quel seno da cui egli con tenere labbra succhiò il vitale latte, e

su cui tante volte si addormentò. Oreste ha un momento, meglio che

di pietà, di dubbio e ne chiede consiglio a Pilade: al ricordo che

costui gli fa degli oracoli di Apollo e dei sacri suoi giuramenti, lo

snaturato figlio dice:

Vince, lo sento

Il tuo giusto parer—Seguimi; io voglio

Svenarti là, presso colui. Lui vivo

Più in pregio assai del padre mio tenesti:

Morta or posa con lui; poi che pur ami

Uom tale, e l’uom che amar dovevi aborri.

Ma, non appena commessa la strage, il delinquente passionale è colto da

una specie di accesso di epilessia psichica, con turbamento funzionale

ed allucinazione. Agli elogi del Coro, egli, che poco prima erasi

addimostrato soddisfatto del duplice delitto, esclama:

Ahi ahi! che veggo?

Come Gòrgoni, avvolte in negri panni,

Eccole, o donne, e d’affollate serpi

Attorte i crini... Io più non resto.

Il Coro lo richiama e dimanda quali fantasie lo perturbino; Oreste

risponde:

Non fantasie, non fantasie: le furie

Della madre son queste.

Il Coro:

Un fresco sangue

Su le mani ti sta: quindi spavento

Su l’animo ti piomba.

Oreste:

Oh sire Apollo!

Cresce la turba; affollansi; e dagli occhi

Stillano sangue che mette ribrezzo.

Fa’ cor; d’Apollo ti avvicina all’ara:

Ei ti sciorrà da questi mali.

Oreste:

Voi

Non le vedete: io si le veggo; e sento,

Sento incalzarmi, e più restar non posso!

Sofocle[105] rappresenta Oreste alquanto più calmo: in lui l’odio,

essendosi sistemato, ha minori parvenze di impeto: Elettra è più

feroce. Mentre Oreste pugnala la madre, e questa chiede da lui

pietà, la figlia la schernisce; e quando la misera grida: ahi! son

ferita!—ella incita l’uccisore dicendo: ancor, se puoi, ferisci!

Per Euripide[106] la strage si consuma con preordinazione di tempo e

di luogo e con scelta di mezzi. Clitennestra è tratta, con inganno, in

casa di Elettra data in isposa ad un contadino; Egisto accoglie Oreste

e Pilade con l’affabilità dovuta a due ospiti, li invita a prender

parte ad un sacrificio. È ucciso prima lui e poscia sua moglie. Anche

qui Oreste tituba all’idea di mettere a morte la madre; ma Elettra

ve lo incita. Commesso il delitto, essi son presi da turbamento e da

rimorsi: veggono il precipizio sotto i loro piedi, e si sforzano di

destare pietà: Oreste, però, osserva:

Or la tua mente, or l’animo

Tuo si rivolge, come l’aura spira.

Pia di sensi or tu sei, pia di pensieri:

E tal dianzi non eri,

Quando, o sorella, a dira

Opra il fratel, che non volea, spingesti.

Visto hai come le vesti

Via strappando la misera,

Nudo mostrommi agonizzando il seno...

Ahi ahi, me lasso!... e le ginocchia al suolo

Mettea, misera! ed io mi venia meno

Di pietade e di duolo!

Con più naturalezza di concezione, Euripide in altra tragedia,

l’_Oreste_, rappresenta gli effetti del delitto. Oreste, agitato da

insano furore, cade in istato di estremo esaurimento, ha il volto

squallido, irto il crine, e giace di continuo disteso in letto. Egli

è di tratto in tratto assalito da accessi di allucinazioni: Elettra,

che, pel rimorso, vede la _parte migliore di sua vita trascorrere in

gemiti e lamenti, consumata in insonni e lacrimose notti_, lo assiste,

lo conforta; ma ben si avvede trattarsi di _impeti insani_; ed il Coro

parla di _manìa furente_, e Menelao vuol sapere il momento in cui

questa la prima volta ebbe a prorompere.

Tostochè sopraggiunge il pericolo di essere sopraffatto dagli

Argivi, ei riacquista le forze, riprende l’usato furore ed affronta

imperterrito l’ira dei nemici, _addossando morte a morte_, come Menelao

si esprime; nè, com’egli medesimo dice, mostrandosi giammai stanco di

uccidere ree donne. Aumentandosi il pericolo, la passione infierisce e

si converte in impulso di distruzione: egli è pronto ad incendiare la

reggia ed a svenare tra le fiamme altra vittima (Ermione) alla presenza

del padre: costui, Menelao, implora pietà, ma l’altro è fermo e impone

ad Elettra di accender le fiamme in basso, e a Pilade di metter fuoco

agli alti palchi. Il reo proposito sarebbe stato messo in atto se

opportunamente non fosse comparso Apollo a calmare l’animo tempestoso

di Oreste ed a porre fine alla triste istoria di violenze e di delitti.

Ed è così che la Grecia, coll’armonico accordo di facoltà e di atti, di

arte e di vita pratica, di entusiasmo pel bello e di sacrificio eroico

pel trionfo del bene (il che Socrate, a riguardo della didattica,

esprimeva con la parola _musica_), personificò il tipo del delinquente

per passione contornato da soggetti a lui affini e materiato in forma

d’arte a cui la scienza invidia tuttavia la perfetta interpetrazione

della verità e dei particolari.

=15.=—Completeremo l’assunto di trattare la psicologia dell’azione

criminosa, scrivendo del delinquente di occasione.

Il Lombroso, ammettendo l’esistenza del reo d’occasione, ritiene che

esso non offre un tipo omogeneo come potrebbe offrirlo il reo-nato od

il reo per passione; ma esso è costituito da molti gruppi disparati, e

sopratutto dai pseudo-criminali, indi dai _criminaloidi_ propriamente

detti[107]. Il Ferri, poi, osserva che delle due condizioni, onde

si determina psicologicamente il delitto, insensibilità morale ed

imprevidenza, a questa risale in prevalenza il delitto d’occasione,

a quella invece la delinquenza congenita ed abituale; perchè, mentre

nel delinquente nato è sopratutto la mancanza di senso morale che non

rattiene dal delitto, nel delinquente d’occasione, invece, questo

senso morale esiste ed è assai meno ottuso, e soltanto, non aiutato da

una vivace previsione delle conseguenze del delitto, cede all’impulso

esterno, senza del quale era e sarebbe stato sufficiente a mantenere

la via diritta[108]. Io credo che le osservazioni qui riferite, pur

mostrando di contenere, in apparenza, qualche importanza, non spiegano

punto la genesi psicologica del delitto di occasione. La previsione più

o meno degli effetti del proprio operato, o dell’azione di incentivi

a cui ci troviamo esposti, non ci induce a discernere il perchè,

in pratica, di tanti uomini imprevidenti, che tuttodì dànno fondo

alle loro fortune economiche ed incorrono in errori deplorevoli; ma

che pure, messi a contatto con moventi criminosi, sanno opporre più

energica resistenza.

Il delitto di occasione ha per genesi psicologica una energia criminosa

rimasta, per manco di organizzazione, in istato latente, nè con grado

di sviluppo tale da suscitare singole tendenze distinte. Vi è, dunque,

il germe del delitto; manca la disposizione del terreno in cui si

fecondi e cresca. Ecco perchè nei delinquenti di occasione non vi

sono tipi spiccati, ed il Lombroso ha dovuto ricercarli tra gruppi

disparati e sopratutto tra’ pseudo-criminali.—La vita di relazione,

col mondo esterno e con i simili, è tutta un complesso di incentivi

che, in date favorevoli contingenze, ci spingono ad infrangere i

dettami dell’etica e le sanzioni della legge: quando l’equilibrio

psichico è ben rafforzato ed è reso stabile, il potere dell’incentivo o

passa inavvertito o è facilmente vinto; se l’equilibrio è instabile ed

incerto, a causa di contrastanti energie opposte, le propizie occasioni

possono produrre delitti di cui noi medesimi non avremmo mai creduto di

esser capaci.

Psicologia criminale · 第 23 / 59 题