La vita del delitto.
1. Vita individuale e collettiva del delitto.—2. Vita storica del
delitto.—3. La _necessità_ nell’apparizione del delitto; teoria
del Bovio: la legge di continuità nel fenomeno del delitto.—4.
Coefficiente _qualitativo_ e _quantitativo_ nel processo vitale del
delitto.—5. Causalità ed uniformità di fenomeni; contenuto metodico e
scientifico della statistica; psicologia criminale e statistica.—6.
Obbietto della statistica criminale: valore _probatorio_ delle leggi
statistiche.—7. Principio fondamentale del calcolo di probabilità
applicato alla vita del delitto: norme relative ai dati numerici
delle leggi statiche e dinamiche del delitto; opinione del Ferri
intorno alla influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione
del delitto; confutazione.—8. Criterî da seguire nel calcolo di
probabilità dei dati statistici criminosi.—9. La psicologia criminale
etnografica, suo còmpito e suoi principali obbietti.
=1.=—Il delitto, fenomeno affatto naturale, ha una vita individuale ed
una vita collettiva e storica. Individualmente, il delitto si germina
ed apparisce azione di disordine causata da coefficienti statici e
dinamici di atipicità antropologica e di anomalia funzionale nel
processo evolutivo o dissolutivo di moventi esterni od interni. L’esame
da noi fatto, degli stati di formazione e di sviluppo di cotesto
processo, ci autorizza a concludere, che il delitto, dalla genesi
cenestetica alla consumazione esteriore, non sia che esplicamento della
forma di _energia_ da noi appellata _criminosa_. Abbiamo, quindi, nel
delitto i due estremi necessarî alla vitalità o realtà di qualunque
fenomeno naturale, una _energia in atto_, ed il _limite_, _di spazio_
e _di tempo_, entro il quale essa si viene effettuando. Inoltre, da
quanto abbiamo svolto nei precedenti capi si deduce, che l’attività
vitale del delitto dall’individuo si proietta nella collettività,
vuoi per la ripercussione del danno privato e pubblico, che per la
possibilità di svariate forme di organizzazione negli aggregati.
La energia criminosa trova la via di funzionare sia per azioni
individuali, che per azioni collettive: nell’uno e nell’altro caso
obbedisce a quelle leggi meccaniche, la cui espressione fondamentale è
nel principio di _causalità_.
=2.=—Il delitto, in fine, ha una vita storica. Il fattore storico,
agendo con il cumulo dei coefficienti formanti il proprio ambiente,
predispone la energia criminosa a manifestarsi in taluni effetti a
preferenza che in altri. Da ciò il mutamento di specie di delitti
secondo le epoche; la scomparsa, cioè, di alcuni di essi per la
trasformazione del clima storico o l’intervento di nuovi elementi di
progresso e di civiltà; l’attenuazione di altri per la eliminazione
delle cause onde erano prima resi più gravi.
L’individuo, la collettività, la storia, ecco le tre fasi percorse
dal delitto in quanto afferma la propria vitalità. E questa vitalità,
si noti, è _continuativa_, per la legge di permanenza della energia;
e le modificazioni, ond’è segnata in apparenza, non la privano della
_identità_ di contenuto, poichè, nella indefinita variazione di
forme, essa conserva la nota culminante dell’esquilibrio funzionale
psicofisico e dell’anomalia antropologica.
La scuola classica, astraendo il concetto del delitto dalla realtà
naturale, ne creò un _ente giuridico_; il positivismo, partendo dalla
nozione unitaria o monistica della natura, scorge nel delitto una
vitalità accompagnata dal carattere di necessità e di permanenza. Di
necessità, perchè in esso i fattori individuali, collettivi e storici
agiscono in forza della causalità; di permanenza, perchè la energia
criminosa si connette alla legge generale della conservazione, con
equivalenza, della energia in genere.
=3.=—Il Bovio ebbe l’intuito della influenza della _necessità_
sull’apparizione del delitto. Egli divise questa necessità in naturale,
storica e sociale. Ricordando le tre possibilità del reato secondo
la scuola dei giureconsulti, vale a dire la possibilità del dolo,
la possibilità del danno e la possibilità di trasmutare il dolo in
danno, domandava: «è compiuta questa dottrina della possibilità o è
difettiva, astratta, unilaterale, governata da presupposti ciechi d’una
vecchia e bolsa metafisica? Io domando: la possibilità subbiettiva
è tutta individuale o entravi in dose più o meno densa la necessità
naturale? Domando ancora: nella possibilità obbiettiva entra e in
quanta parte la necessità storica? Domando in ultimo: nella possibilità
esecutiva entravi e come la necessità sociale? La _necessità_, in
somma, è qualcosa o niente nella storia dell’uomo, della quale il
reato è parte sì larga? Sarebbe stato, adunque, assai desiderabile
che accanto a quelle tre possibilità si fossero vedute queste tre
necessità. Ma niente:—si credette sempre sconfinata la libertà,
gelosa cavallerescamente di sè e disdegnosa d’ogni necessità; si
credette l’individuo umano affatto autogenetico, autonomo e prodotto
d’un solo fattore, di sè solo; e però furono escogitate quelle tre
grandi menzogne che furono chiamate tre possibilità»[115].—«La natura
ferma il destino d’ogni specie, non esclusa l’umana, e dà carattere
e fisonomia così a ciascuna persona come a ciascun popolo: dallo
svolgimento di questo carattere per asseguire il proprio destino deriva
il presente in cui consiste la necessità sociale; dunque la necessità
sociale deriva dalla necessità storica e questa dalla naturale. Ogni
libertà deriva da una libertà; ogni necessità da una necessità: la
libertà è necessaria; la necessità è libera. I codici dispaiano questa
profonda armonia dei contrarî, rompono la dialettica del mondo,
divellono la libertà dalla necessità, l’individuo dal popolo, il popolo
dal tempo, il tempo dalla natura, e con un fattore credono trovare il
prodotto storico e sociale»[116]. Concludendo, il Bovio, proclama, che
in ogni reato entrano complici la _natura_, la _società_ e la _storia_,
oltre la volontà individuale.
E sia. Ma il Bovio, non peranco liberato dalla influenza del sistema
sillogistico, crede aver scossa la base del diritto di punire sol
perchè in questo entrano elementi che ne modificano profondamente i
modi di applicazione. E che è mai la necessità sceverata dalla legge
di _continuità_ del fenomeno?; che la ragion penale dissociata dalla
causalità naturale, e dall’unità di legge meccanica guidatrice dei
fenomeni da noi percepibili? Potete pur negare la proporzione penale,
e dire che essa, essendo tra il reato e la pena, che sono termini
eterogenei, è intrinsecamente assurda: ma il delitto esiste, ed esiste
la necessità sociale di combatterlo e di attenuarne, se non eliminarne,
gli effetti.
Il fenomeno, umano o puramente materiale, in sè e nei limiti della
conoscenza non ha esistenza assoluta, ma relativa. Relativa è la
energia parziale rispetto alla forza universale; relativo è il suo
modo di essere e di apparire; relativo il modo onde noi la percepiamo;
relativa la conoscenza del suo passato e dell’avvenire. Eppure, in
tanta relatività, non evvi forse un che di certo, di permanente? Lo
stesso è del delitto: il suo essere individuale, collettivo e storico
sono fasi, ond’è segnato il suo cammino: la vitalità, che gli è
propria, è, nella energia criminosa, una delle tante guise onde la
forza universale si realizza, il perchè dinamico e logico di fenomeni
di esquilibrio e di anomalie, il tratto di tenebra che oscura, a
momenti, la luce che rischiara ed abbella la nostra esistenza terrena.
=4.=—La conclusione delle sopraesposte idee è la seguente: il
delitto, avendo una vita, con fasi successive nello individuo, nella
collettività sociale e nella storia, deve di necessità risentire
dei coefficienti statici e dinamici che, qualitativamente e
quantitativamente, presiedono al suo nascere ed al suo sviluppo. Due
specie di coefficienti, dunque, debbono riscontrarsi nel processo
vitale del delitto; un coefficiente che attiene alla _qualità_ ed uno
alla _quantità_ del suo contenuto intrinseco ed estrinseco: qualità
e quantità che rispondono, nei medesimi fenomeni, all’elemento
statico ed al dinamico. È elemento statico del delitto ciò che di
esso permane attraverso le forme assunte durante le diverse fasi; è
elemento dinamico ciò che cambia di apparenza e di atto, ovvero ciò
che è inerente agli effetti multiformi e variabili nella violazione
dei diritti individuali e collettivi. L’elemento statico è insito
alla _specialità_ della energia criminosa, la quale ha la essenza
nello stato di esquilibrio e nell’anormalità di azioni disturbatici
dell’ordine sociale; l’elemento dinamico, poi, si ravvisa nella serie
degli atti di coscienza, che preparano, accompagnano e seguono
gli stadî psicofisici del funzionamento criminoso, individuale o
collettivo, non che le forme successive onde la delinquenza si attenua,
si aggrava, si trasmuta durante il percorso del progresso o regresso
storico.
=5.=—«Dalla legge causale generale—scrive il Tammeo—deriva come
deduzione la uniformità generale dei fenomeni, la quale, a sua volta,
risulta dalla coesistenza di uniformità parziali. Il che vuol dire
che il corso generale della natura è uniforme, perchè uniforme è il
corso degli innumerevoli fenomeni di cui la natura si compone. Date
certe condizioni, è necessario quel determinato effetto, e, viceversa,
un qualunque fenomeno è necessario così come si manifesta; il che
vuol dire che avrebbe potuto essere diverso, se le cause che lo hanno
prodotto fossero state diverse. Ciò parrebbe una nozione volgare;
eppure tale non è quando si vede che quasi tutti nei giudizî intorno ai
fatti sociali dimenticano di considerarli come conseguenze necessarie
di cause immutabili. La legge causale spiega le uniformità dei
fenomeni, il meccanismo cioè della natura e dei fatti sociali»[117].
Causalità ed uniformità di fenomeni: onde nei fatti sociali la energia
criminosa, principio vitale della immanenza e permanenza del delitto,
va appresa e dimostrata con la osservazione intorno ad azioni, le quali
nei loro caratteri anomali e di esquilibrio conservino il meccanismo
necessario alla produzione d’ogni formazione naturale, fisica o morale
che sia. Dunque il calcolo numerico nelle grandi masse di dati di
osservazione, quando abbia per obbietto la constatazione della vitalità
spaziale o temporanea del delitto, non deve essere solamente reputato
opera di metodo, ma materia di scienza.
È dall’essersi trascurati i veri principî della statistica, che
dura tuttavia il dibattito tra chi in essa non riconosce che solo
un metodo, negandole il carattere di scienza (Lo Savio, Guerry,
Körösi, Lilienfeld, Gumplowicz, Benini, ecc.), e coloro che in essa
riconoscono una scienza ed un metodo (Mayr, Conrad, Engel, Rawson,
Block, Wagner, Bodio, Ferraris, Gabaglio, ecc.)[118].
L’aggruppamento e la enumerazione dei fatti sociali, pur essendo
il frutto di accurata rilevazione, non saranno mai sufficienti ad
insegnarci alcun concetto scientifico, se non sieno lumeggiati da
verità e leggi apprese in precedenza e dedotte da principî universali
ed inconcussi. La statistica, dunque, perchè ci aiuti ad apprendere
la nozione della vita del delitto, importa che non si limiti alla
semplice raccolta e comparazione dei dati; deve integrarli con le
norme psicologiche criminali, ossia deve saperli rapportare alle leggi
generali meccaniche della psiche del delinquente, o che questi sia
studiato isolatamente, o che formi parte di aggregato collettivo.
Che cosa è mai lo spettacolo meraviglioso di mondi di esseri viventi
per chi non ne conosca che l’apparenza esteriore fenomenica?—per chi
non ne comprenda le intime leggi, e non sappia sollevarsi col pensiero
a quell’unità di forza universale che tutto spiega e semplifica nel
concetto assoluto della conservazione della sostanza? Che son mai le
cifre numeriche per chi in esse non sappia leggere, in caratteri muti
sì, ma eloquenti, il processo psichico del delitto, formazione naturale
di fattori antropologici, fisici e sociali?
La probabilità delle leggi statistiche acquista certezza in ragione
della perfetta comparazione ed integrazione con le verità inconcusse
delle scienze alle quali si appartengono i dati elaborati. La
statistica criminale deve ricorrere alla nostra disciplina, se non
vuole errare nelle conclusioni. Ne volete l’esempio? Suppongasi che
in una data località, in dato tempo, la media dei reati di sangue
si aumenti rapidamente. Lo statista vi segnerà il fenomeno e, per
spiegarselo, ricorrerà, in ipotesi, al consumo aumentato di alcool, ad
accidentali frangenti di accanite lotte politiche, alla deficienza di
pubblica sicurezza, alla mancata percentuale di emigrazione, tante
volte valvola di salvezza di fronte ad individui spostati e bisognosi
di lavoro o di maggiore espansione di attività.
Quali ne saranno le conclusioni? Che tutte coteste cause abbiano potuto
influire alla determinazione di aumento di reati di sangue; ma come,
perchè? La psicologia criminale, intervenendo all’uopo, studierà il
processo psicofisico dell’aumento della speciale criminalità, ossia vi
dirà come dati coefficienti sociali agiscano, trasformandosi in energie
individuali, ad eccitare e corroborare le tendenze, latenti od attuali,
criminose; ad alterare gli stati di coscienza, far insorgere impulsioni
irrefrenabili, creare l’ambiente morale del delitto.—Insomma, per
noi la statistica è metodo ed è scienza: è metodo perchè ci dimostra
ad evidenza l’utile della osservazione e della induzione indirizzate
a raccogliere fatti numericamente noti onde elevarci a conclusioni
definitive: è scienza in quanto serve a semplificare quantitativamente
la esattezza razionale di cànoni appartenenti a discipline a cui si
riferiscono i dati raccolti in grandi masse.
=6.=—Intesa così la statistica, ben si conclude, che ella debba
sussidiarci nello studio della vita del delitto.
Le energie criminose, le attività disorganizzatrici dell’ordine
sociale, prese isolatamente, o nell’individuo o nella collettività,
formano il contenuto della psicologia criminale; studiate nella media
quantitativa di tempo e di luogo entrano nel dominio della statistica
criminale e ci insegnano: _a_) come e perchè l’evento psichico del
delitto, allargando l’attività entro i limiti quantitativi di grandi
cifre numeriche, giunga a certo grado di intensità della energia
criminosa; _b_) come e perchè il meccanismo, statico e dinamico, delle
contingenze accidentali temporanee e spaziali influiscano ad imprimere
la direzione alle tendenze criminose; _c_) come e perchè si debba
ricorrere alla scelta di taluni mezzi, di preferenza, per ostacolare
l’incremento maggiore di cause predisponenti al delitto.
Le leggi statistiche non esprimono la _necessità_ dell’evento;
ma il grado approssimativo di _probabilità_. Il loro contenuto è
eminentemente condizionato all’ambiente mutabile dei fattori sociali: è
perciò che Rümelin negava di attribuire ad esse il valore di leggi nel
senso assoluto della parola, ed insieme al Mayr le chiama _regolarità_
e _normalità_.
Nondimeno, anche nella sfera limitata della probabilità, le leggi della
statistica, allorchè sieno precedute da induzione su fatti raccolti
con accuratezza, hanno valore logico importantissimo; poichè, nei
limiti soggettivi della conoscenza, servono di argomento onde assorgere
ad intuizioni, che qualche volta hanno l’effetto di divinazioni.
Herschel scriveva: «fu inventata l’espressione _probabilità_, voce che
dimostra la nostra ignoranza nell’analisi degli avvenimenti e delle
cause efficienti che guidano _necessariamente_ i passi successivi pei
quali essi accadono, non già in modo generale, ma bensì speciale e
personale a chi usa questa espressione, per cui una relazione fisica,
una esposizione storica, un avvenimento futuro possano avere gradi di
probabilità molto vari all’occhio delle parti diversamente informate
delle circostanze, delle cause in azione, della riputazione di veracità
degli autori che ne fanno testimonianza, o delle occasioni che ebbero
per conoscere i fatti in questione.
«La scala di probabilità, considerata nella sua maggiore lunghezza,
stendesi evidentemente dall’_impossibilità_ certa dell’avvenimento
considerato, alla _certezza_ che accadrà. L’intervallo totale fra
questi estremi, ciascuno dei quali è una completa conoscenza,
trovasi occupato da gradi più o meno alti o bassi di aspettazione o
di credenza, determinati per mezzo della parziale conoscenza che ci
è dato possedere, e può essere riguardata come una unità naturale,
suscettibile di essere divisa numericamente in parti frazionarie,
esattamente come l’intervallo fra il punto di congelazione e quello
dell’acqua bollente, sulla scala termometrica, può essere suddivisa in
parti aliquote o gradi. Realmente, non esiste una _misura_ numerica
naturale di una impressione mentale, come non esiste per le sensazioni
corporali; ma in ambi i casi noi siamo certi che gradi più elevati
della scala numerica possono ben rappresentare intensità più grandi di
impressioni, ed in tutti due vi sono prove che accrescimenti uguali
di un certo elemento puramente ideale per l’uno, e che potrebbe
essere sostanziale per l’altro, corrispondono a diversità numeriche
eguali nella scala, e che l’abbondanza più o meno grande di questo
elemento _determina_ in una maniera o in un’altra il grado d’intensità
dell’impressione di cui si tratta»[119].
=7.=—Il calcolo della probabilità, fondato da Pascal e via via
perfezionato e svolto da Fermat, Leibnitz, Huyghens, Hudde, Halley,
Buffon, Bernouilli. De Moivre, Laplace, Quetelet, ecc., applicato alla
constatazione delle leggi concernenti la vita del delitto deve basarsi
sul principio, che _nel processo evolutivo delle formazioni psichiche,
con rispondenza in effetti integrativi o disintegrativi dell’ordine
sociale, la permanenza della energia in atto, trasformandosi, conserva
qualitativamente e quantitativamente la efficacia di ripresentarsi se
concorrano date circostanze favorevoli_.
Fissato il punto di partenza, o la stabilità effettuale della energia,
ne viene logica la illazione, che la probabilità di riapparizione di
certa specie di delitti non sia che _accidentalmente_ l’effetto di
circostanze predisponenti, poichè, in essenza, essa riposa sull’opera
costante della energia criminosa attutita o scomparsa, non distrutta.
Insomma, la statistica criminale deve, prima dei calcoli numerici,
accertare il fondamento dinamico del delitto o di generi di delitti;
il primo quesito è questo: evvi presso il tal popolo, in tale regione
la proclività, l’attitudine, che mostrino la tale specie di _energia
criminosa_ propria dei delitti di sangue, dei furti e via dicendo? La
risposta affermativa non deve esser data dalle cifre se non di accordo
con la nozione di cause esaminate dapprima _isolatamente_: il fatto
di aumento o diminuzione di omicidî può essere l’opera accidentale e
passeggiera di torbidi politici, di brigantaggio, di conflitti locali;
che direbbe mai il calcolo quantitativo al riguardo?
Trasportate nei rilievi numerici le leggi statiche e dinamiche del
delitto; applicate alla vita progressiva o regressiva del delitto
nel tempo le norme che accompagnano le oscillazioni della coscienza
individuale criminosa, ed avrete il bandolo onde percorrere, senza tema
di smarrirvi, il laberinto intricato delle umane azioni in controsenso
della morale e della legge. Ciò facendo, però, occorre prescindere
da’ singoli casi: il Quetelet, rispondendo alla dimanda, se le azioni
dell’uomo morale ed intellettuale siano sottoposte a leggi, scriveva:
«impossibile sarebbe il risolvere una simile questione a _priori_: se
vogliamo procedere in modo sicuro, bisogna ricercarne la soluzione
nell’esperienza.—Noi dobbiamo, prima di tutto, perdere di vista l’uomo
preso isolatamente e considerarlo soltanto siccome una frazione della
specie. Spogliandolo della sua individualità, noi elimineremo tutto
ciò che non è che accidentale; e le particolarità individuali, che
hanno poca o nessuna azione sulla massa, si cancelleranno da sè stesse
e permetteranno di afferrare i generali risultati»[120]. Dello stesso
Quetelet giova rammentare le infrascritte altre osservazioni: che sia
difficilissimo il determinare la divisione delle forze umane e delle
forze materiali che agiscono nei fenomeni; ciò che di leggieri si può
vedere si è che le leggi del mondo materiale cambiano infinitamente
di più mediante le forze della natura, che per l’intervento dell’uomo
_in generale_; e più ancora, che l’azione _individuale_ dell’uomo può
essere considerata siccome sensibilmente nulla[121]. Finchè trattasi di
cambiamento di leggi fenomeniche io son d’accordo col Quetelet; e son
d’accordo nel doversi prescindere, per i calcoli di probabilità, dai
casi singoli: ma sarebbe imperdonabile errore voler esagerare la teoria
sino a cancellare, nell’ordine logico delle leggi sociali, la impronta
_iniziale_ e _definitiva_ dell’azione individuale. La famiglia, la
società, la nazione non sono che concetti astratti, di mero interesse
logico soggettivo; di reale non evvi che l’individuo. Similmente è
nella conoscenza della vita del delitto; la fase storica-sociale, in
fondo, non è che il compimento della fase individuale: in sintesi essa
è rappresentata dal complesso di cause accidentali temporaneamente
sistematizzate da produrre, in forme costanti, l’aumento o la
diminuzione della efficacia vitale della energia criminosa. L’azione
delittuosa, non essendo immaginabile senza il soggetto cui inerisca,
non è neppure apprezzabile se non si percepisca siccome l’effetto
di _singola energia_, centro dinamico del concorso di coefficienti
accidentali e causa prima in atto.
Il Ferri, esaminando la influenza dei vari fattori criminosi nella
determinazione del delitto, scrisse: «Quando noi assistiamo al
movimento della criminalità per una data serie di anni, in questo
o quel paese, con un generale ritmo di aumento o di diminuzione,
non è neppur pensabile che questo dipenda da analoghe e costanti ed
accumulate variazioni dei fattori antropologici e fisici. Infatti,
mentre le cifre assolute della delinquenza sono assai lontane dal
presentare quella stabilità, che fu molto esagerata dal Quetelet in
poi, le cifre proporzionali invece sui fattori antropologici, per il
concorso delle diverse età, sesso, stato civile, ecc., nel movimento
criminale, presentano in realtà minime differenze, anche in lunghe
serie di anni. E per quanto riguarda i fattori fisici, se con taluni
di essi potremo spiegarci, come ho dimostrato altrove, le oscillazioni
repentine, in epoche determinate, evidentemente però nè il clima, nè la
disposizione del suolo, nè lo stato meteorico, nè l’avvicendarsi delle
stagioni, nè le temperature annuali possono aver subite nell’ultimo
mezzo secolo tali cambiamenti costanti e generali, che neppur di
lontano siano paragonabili all’aumento continuo di criminalità, con
una serie incalzante di vere ondate del delitto, che ora constateremo
in alcuni paesi d’Europa.—È dunque ai fattori sociali, a quelle
«altre cause, come dice il Tarde, più o meno facili ad estirparsi, ma
di cui non ci si preoccupa abbastanza», che noi dobbiamo attribuire
l’andamento generale della criminalità, anche per queste altre ragioni.
Primo, che le variazioni pur verificatesi o che si possono verificare
in alcuni fattori antropologici, come il vario concorso della età e dei
sessi al delitto e la maggior o minor libertà di esplosione lasciata
alle tendenze antisociali, congenite o per alienazione mentale,
dipendono, per rimbalzo, esse stesse, dai fattori sociali, quali sono
le istituzioni relative alla protezione dell’infanzia abbandonata, al
lavoro industriale dei fanciulli, alla partecipazione delle donne alla
vita esterna e commerciale, ai provvedimenti di sicurezza preventiva
o repressiva sulla segregazione degli individui pericolosi e via
dicendo: e sono perciò un effetto mediato degli stessi fattori sociali.
Secondo, perchè, prevalendo questi fattori sociali nella delinquenza di
occasione e per abitudine acquisita, ed essendo queste il contingente
più numeroso della criminalità totale, è chiaro come ai fattori sociali
spetti in maggior parte l’andamento di rialzo o di ribasso, segnato
dalla delinquenza in una lunga serie d’anni. Tanto è vero questo, che,
mentre i maggiori reati, specie contro le persone, che rappresentano
cioè in prevalenza la delinquenza congenita e per alienazione mentale,
offrono una costanza di ritmo, veramente straordinaria, con lievi
aumenti e diminuzioni, il movimento generale della criminalità, invece,
prende la sua fisonomia da quei piccoli ma molto numerosi reati contro
le proprietà, le persone, l’ordine pubblico, che più hanno l’indole
occasionale, e, quasi microbi del mondo criminale, più direttamente
dipendono dall’ambiente sociale»[122].
Innanzi discorremmo della influenza esercitata dalle necessità sociali
sul delitto. La società, comunione di beni e di mali tra gl’individui
che ne partecipano, è la fonte delle condizioni e dei moventi alla
criminalità; è il terreno in cui germina il microbo del delitto. Grande
errore, peraltro, sarebbe confondere il terreno adatto alla cultura
con la forza germinativa del seme in esso sparso. Il fattore sociale è
secondario in paragone del fattore antropologico; l’evento criminoso
è effetto psichico dell’individuo, fuori la sfera del quale le leggi
dinamiche non rientrano più nella serie dei fenomeni umani, ma nella
serie dei fenomeni materiali. È per l’individuo e con l’individuo che
le forze, fisiche o sociali che siano, si compongono e si unificano in
formazioni psichiche coscienti; il delitto è una di queste formazioni.
Il che, altresì, è dimostrato dall’argomento, che l’estremo del danno,
privato e pubblico, prodotto dalle nostre azioni, attinge il carattere
di punibilità, o di ragione di mera risarcibilità civile, dall’elemento
soggettivo del fatto. Dunque, sia come genesi dinamica, che come
effetto di nocumento, nella criminalità è in prevalenza il fattore
individuale antropologico sul fattore sociale. Le quali osservazioni
smentiscono in parte le conclusioni a cui il Ferri è pervenuto.
=8.=—Dall’individuo alla società, dalla società alla storia, la vita
del delitto, con ritmo statico e dinamico di aumento e di diminuzione,
con effetti ora integrativi dei processi di squilibrio psicofisico
ed ora dissolutivi della personalità, permane con costanza di
organizzazione e di effetti.
La statistica, nel significato di scienza e di metodo, ha il fine di
apprestarci i dati numerici e le leggi onde conoscere i processi vitali
del delitto nei limiti di spazio e di tempo: perchè ella vi riesca,
non deve trascurare due cose: _a_) il significato logico da attribuire
al calcolo di probabilità degli avvenimenti criminosi; _b_) i termini
delimitativi di cotesto calcolo.
Laplace disse: la probabilità è relativa in parte alle nostre
conoscenze ed in parte alla nostra ignoranza.—Ed, inoltre, spiegò:
«tutte le nostre conoscenze non sono che probabili; e nel piccolo
numero delle cose che noi possiamo sapere con certezza, nelle medesime
scienze matematiche, i principali mezzi di pervenire alla verità, la
induzione e l’analogia, si fondano su probabilità.»[123]—Forse con più
esattezza, il nostro Mario Pagano osservò: «Il regno della probabilità
è confinante con quello della certezza, ma è diviso da quello. La
massima probabilità si ha per certezza, ma è distinta da quella. Nelle
probabilità la mente non vede nè intuitivamente la verità, nè per
necessaria dimostrazione, ma per congettura, la quale, più o meno, si
può avvicinare alla dimostrazione. In questa la mente intuitivamente
vede la necessaria connessione della media idea cogli estremi della
proposizione, onde conchiude la necessaria connessione dei due
estremi»[124].
Ritenuto, che il grado di probabilità degli avvenimenti percepibili
sia in ragione degli argomenti concorrenti ad aumentare in noi la
possibilità dello stato di certezza, si conclude che quanto più
cotesti argomenti poggino su nozioni inconcusse di principî e di leggi
affatto naturali, altrettanto debbono influire a fermare in noi il
convincimento logico di certezza degli avvenimenti.
Nei dati statistici criminosi il calcolo di probabilità deve,
innanzitutto, fondarsi sulla conoscenza delle leggi psicologiche,
individuali e collettive, del processo evolutivo e dissolutivo
dell’evento del delitto; la quale conoscenza ci agevolerà il lavoro di
rilevazione dei dati e ci faculterà alla migliore scelta comparativa
degli stessi. Nè basta: la probabilità deve estendersi tra due limiti
estremi di conoscenza; il primo, soggettivo, consistente nella nozione
sintetica delle leggi proprie della _energia criminosa_; il secondo,
obbiettivo, consistente nelle prescrizioni della legge penale,
racchiudenti la semplificazione delle differenti specie di delitti. Ma,
perchè si ottemperi a tutto ciò, la statistica criminale, invece che
attenersi alla legge o, meglio, ai mezzi dei grandi numeri, deve aver
cura di compiere le sue osservazioni sul cumulo dei casi studiati con
i lumi o con i criterî desunti dalle leggi della psicologia criminale.
L’aumento o la diminuzione per questo o quel motivo sociale è scevro
di valore scientifico, se non si conosca l’azione dinamica del motivo
sulla genesi e la organizzazione vitale e permanente del delitto
nell’ambiente sociale o storico. È desiderabile, quindi, tra i mezzi
pratici usati dalla statistica, di aggiungere un giudizio definitivo o
sintetico del _perchè_ del delitto e del _come_ siasi venuto producendo
nel prevenuto: acciò, raccogliendo dopo un periodo di tempo tutti
cotesti giudizî, si abbia la cognizione della equivalenza psichica e
sociale dei fattori dinamici del delitto, e si scovrano le leggi onde
la energia criminosa permane organicamente vitale attraverso le forme
sociali e storiche.
=9.=—È da aggiungere, oltre a ciò, che, nella pratica, le norme della
psicologia criminale generale riuscirebbero insufficienti ad illuminare
il lavoro statistico: la relatività abbastanza nota del modo onde, in
luoghi assegnati, il delitto funziona, ci apprende che, per ottenere
risultati statistici probabilmente esatti, occorra conoscere, in
precedenza e bene, la psicologia criminale _etnografica_ della regione
sulla quale cadono le nostre ricerche.
È qui opportuno ricordare due osservazioni del Quetelet: la prima,
che le piante e gli animali sembrano, come i mondi, obbedire alle
leggi immutabili della natura, e queste leggi si verificherebbero
senza dubbio colla stessa regolarità per gli uni e per gli altri,
senza l’intervenzione dell’uomo, il quale esercita sopra sè stesso e
sopra tutto ciò che lo circonda una vera _azione perturbatrice_, la
cui intensità pare svolgersi in ragione della sua intelligenza, ed i
cui effetti sono tali, che la società potrebbe non rassomigliarsi più
in due epoche diverse[125];—la seconda osservazione è, che l’uomo,
in società, sia l’analogo dei centri di gravità dei corpi; esso è la
media intorno a cui oscillano gli elementi sociali; sarà, se vuolsi, un
essere fittizio pel quale le cose tutte accadranno in conformità dei
risultati medî ottenuti per la società[126].
L’uomo è forza perturbatrice dell’imprescindibile funzionamento delle
leggi di natura, ed è altresì il centro di gravità dei fenomeni
sociali. Dunque il primo e principale còmpito della psicologia
criminale etnografica è di esaminare la _genesi e lo svolgimento del
processo di perturbazione della energia criminosa considerata centro
di gravità di elementi sociali omogenei in data località_. Il detto
còmpito è complesso e si risolve negli infrascritti doveri: _a_) esatta
descrizione della regione scelta ad esaminare; rilievo di tutti i dati
fisici che hanno relazione col fenomeno del delitto; _b_) rassegna dei
costumi, delle credenze, dei pregiudizî, che influir possono a generare
e ad aggravare i moventi criminosi; _c_) rilevazione delle principali
note antropometriche in massa secondo la età, il sesso, le condizioni
sociali ed economiche; _d_) apprezzamento delle qualità _anomale_ ed
_atipiche_, ereditarie o transitorie.
Dopo coteste notizie di fatto, si ha l’obbligo, servendosi di nozioni
psicologiche, di attendere a considerazioni, affatto soggettive, sulle
persone, con l’assodare il grado medio di sensibilità generale, di
coltura, di proclività a credenze etiche, a principî di progresso,
ad abiti di civiltà. L’ultima specie di considerazione mette capo
al dettame spenceriano, che la morale non sia che adattamento alle
buone abitudini, e deve reputarsi il concetto sintetico delle qualità
psichiche individuali e collettive, poichè quanto appartiene alle
nostre facoltà affettive e volitive presuppone il fondamento della
sensibilità e della intelligenza.
Compiuto il lavoro di analisi, si passerà a fissare, con ordine
regolato da vedute scientifiche, le specie di tendenze criminose
locali, compartendo la serie dei delitti in categorie generali; ad
esempio: _a_) delitti contro la persona (fisica e morale); _b_) delitti
contro la proprietà (semplici o aggravati); _c_) delitti appartenenti
alla vita morale e fisica di relazione (violazioni della fede pubblica
e privata, della libertà, del buon costume, ecc.).
Estimandosi le tendenze criminose, si avrà cura di rammentare quel che
si debba alla costituzione organica e psichica, alla tradizione di
credenze, usi e pregiudizî, alle peculiari anomalie e, segnatamente,
alle più abituali passioni pel giuoco, per l’alcool, e via dicendo.
Lo statista—volendo, in ultimo, tirare delle leggi di _stato_, della
criminalità, o di _sviluppo_—si avvedrà, che gli elementi numerici
sono, in concreto, l’indice, oscillante ma indicativo, della genesi ed
evoluzione della vita del delitto nelle tre fasi, individuale, sociale
e storica. Adempiendo a questo intento, egli appresterà alla nostra
disciplina il sussidio numerico del calcolo, ossia avvalorerà le sue
leggi con dati probabili sì, ma che rendono meno astratte e più reali
le nostre conoscenze.