CAPO IX.

La dinamica della psiche criminosa.

1. Efficacia genetica del motivo.—2. La psicologia delle

_idee-forze_; stadî integrativi di coscienza percorsi dal motivo.—3.

Stadio di discernimento del motivo.—4. Stadio di rappresentazione

piacevole o dolorosa; conseguenze, dei due descritti stadî, nella vita

psichica del delinquente; le manifestazioni istintive; meccanismo

dell’attenzione criminosa.—5. La dottrina della conoscenza ed il

problema del contenuto dinamico del pensiero; l’unità di legge

nella natura, nel pensiero, nella storia; come agisca l’energia

criminosa nell’atteggiare diversamente la psiche.—6. Influenza

della immaginazione o della fantasia nel processo psichico del

delinquente,—7. Analisi, della detta influenza, specialmente nel

delinquente epilettico ed in quello affettivo.—8. La legge di

_rassomiglianza_ e la legge di _contiguità nel tempo e nello spazio_,

e la dinamica della psiche criminosa.—9. La dinamica psichica

del delinquente negli atti del volere.—10. Lo stato di ansia

conseguenza della polarizzazione della volontà criminosa; psicologia

dell’emozione della paura; differenza tra l’atto spontaneo ed il

volontario.—11. Le oscillazioni del volere ed il relativo processo

meccanico-cerebrale.—12. Gli atti _alternanti_ o _intermittenti_ di

azioni di motivi sopraggiunti; esempio dell’Alfieri nell’_Agamennone_.

=1.=—Il motivo, com’è stato da noi concepito, è il dato mentale

o primordiale della vita psichica. Esso, tuttochè si apprenda

isolatamente, non resta staccato dalla serie degli atti precedenti di

coscienza; ma si fonde e si integra coi medesimi. «Nel cosmo mentale

di un individuo—scrive l’Ardigò—i dati cogitativi emergono e stanno

come emergono e stanno le cose nel cosmo materiale universo. Qui per

una data pianta, ad esempio, si deve pensare, che il seme, onde è nata,

è il compendio di una serie infinita di azioni esercitate dall’ambiente

a ridurlo alla sua specie; e si deve pensare, che lo sviluppo del seme

stesso esige l’azione su di esso del terreno, dell’acqua, dell’aria,

del calore, della luce, che operano in quanto il potere loro è

determinato dall’insieme di tutte le esistenze; e si deve pensare,

che lo stesso è da dirsi per la continuità della esistenza come

individuo vegetante, il quale, come tale, si risente di quanto avviene

nell’ambiente più distante, fino a quello infinitamente lontano. E allo

stesso modo è un pensiero nel cosmo mentale. Nascendovi, concorrono

tanto o quanto tutti gli altri a farlo emergere come emerge; standovi,

non vi sta isolato, ma coll’accompagnamento, anzi col sostegno, per

quello che apparisce che sia, di tutta la psichicità già preparata»[65].

A parte la quistione se le rappresentazioni sieno di origine primitiva

o derivata nella dinamica della psiche, certa cosa è che i fenomeni

mentali sono in sè stessi _appetizioni_, le quali, contrariate o

favorite, si accompagnano a sensazioni dolorose o piacevoli; in

conseguenza, essi sono delle _azioni_ e _reazioni_ (Fouillée).

Allorchè noi parliamo di motivo, dobbiamo estenderne la efficacia

dinamica a tutta la serie degli atti psichici, la totalità dei

quali, in forma permanente o transitoria, s’incentra nelle qualità

psicofisiche organiche fondamentali, ereditate od acquisite,

dell’individuo.

È grande illusione di considerare, nel prodotto psichico del delitto, i

coefficienti dinamici in modo separato e formanti, ciascuno di per sè,

il contenuto logico dell’azione; donde l’erroneo sistema di ricorrere

senz’altro a questo o quel movente, o fattore, morale, etnico, sociale

ed economico, per spiegare il perchè del delitto.

Il motivo è energia, è attività, è azione: dalla sensazione,

percezione o rappresentazione fino al volere non vi sono che stadî

di trasformazione e di integrazione della energia iniziale; è perciò

che il motivo da efficiente finisce col convertirsi in finale. La

psicologia delle idee-forze svolta dal Fouillée credo che abbia

l’identico fondamento dei concetti qui enunciati: per essa gli stati

mentali debbono avere efficacia interna ed indivisibilmente esterna

in ragione della unità del fisico e del morale. Il principio donde

parte la psicologia delle idee-forze è il seguente, che stabilisce

l’unità di composizione mentale: «Ogni fatto di coscienza è costituito

per un processo di tre termini inseparabili: 1^o un discernimento

qualunque, il quale fa sì che l’essere senta il suo cambiamento di

stato, ed è così il germe della sensazione e della intelligenza; 2^o

un _benessere_ o _malessere_ qualunque, per quanto sordo che vogliasi,

ma che fa sì che l’essere non sia _indifferente_ al suo cambiamento;

3^o una _reazione_ qualunque, la quale è il germe della preferenza e

della scelta, cioè a dire dell’appetizione. Quando questo processo

indivisibilmente sensitivo, emotivo e appetitivo, arriva a riflettersi

su sè stesso e a costituire una _forma_ distinta della coscienza, noi

l’appelliamo, in senso cartesiano o spinoziano, una _idea_, cioè a dire

un _discernimento_ inseparabile d’una _preferenza_»[66].

Il motivo, qualunque forma psichica prenda, o di sentimento o di

idea, deve percorrere i seguenti stadî integrativi di coscienza:

1^o stadio, _discernimento_ d’un cambiamento avvenuto; 2^o stadio,

_rappresentazione_ piacevole o dolorosa del cambiamento; 3^o stadio,

_discriminazione_ del perchè del cambiamento; 4^o stadio, _fusione_

coi precedenti stati emotivi od ideativi, con analoga eliminazione

degli stati antagonisti; 5^o stadio, _unificazione_ qualitativa della

energia specifica criminosa; 6^o stadio, _unificazione_ quantitativa

dell’attività iniziale dell’azione.

=2.=—Giustamente osserva Fouillée, che il discernimento di cambiamento

di stato sia il germe della sensazione e della intelligenza. La

cenestesi, o sensibilità generale, non si specificherebbe, in qualunque

prodotto sensitivo, se non ci fosse accordato il potere di concepire

questo effetto isolatamente dagli altri, di discernerlo e di fissarlo

nel campo del pensiero. Dal punto di vista dell’intelligenza, aggiunge

Fouillée, il discernimento può essere implicito, quando un solo termine

è presente allo spirito, senza comparazione con altro. Ma la facoltà

di discernere non si sviluppa che con la scelta: se noi abbiamo

coscienza delle _differenze_, principalmente sensitive, è perchè queste

differenze sensitive trascinano delle differenze reattive. «Si può

anche andar più lontano e dire, che ogni discernimento contiene già

una scelta pratica rudimentale, che ogni determinazione intellettuale

è nello stesso tempo una determinazione dell’attività, sopratutto

nei sensi primordiali, i quali sono per essenza vitali, e dove la

reazione è inseparabile dalla sensazione. Discernere il piacere di

mangiare ed il dolore della fame è indivisibilmente preferire l’uno

all’altra. I discernimenti in apparenza indifferenti sono un risultato

ulteriore; anche in questo caso l’adesione, che noi accordiamo a ciò

che ci apparisce tale o tale, è ancora una preferenza intellettuale,

una determinazione in un senso piuttosto che in un altro, ciò che, ben

inteso, non implica alcun libero arbitrio»[67].

L’unità indissolubile del _pensare_ e dell’_agire_ è la legge

psicologica di importanza capitale riassunta nella espressione di

_idea-forza_.

In cotesto primo stadio, di discernimento del motivo o di energia

cosciente nel cambiamento dei precedenti stati di coscienza, ha molta

importanza la _inerzia psichica_. Ciascuno, in fatti, si accorge dello

sforzo adoperato ogni qualvolta la coscienza debba modificare il suo

stato totale o parziale: la causa è nella forza di resistenza delle

energie organizzate, massimamente per la fusione con gli elementi

statici dei residui psichici del passato. L’inerzia, però, della psiche

dev’essere intesa non in senso assoluto, ma in relazione al movimento

già stabilito con dato ritmo; mentre il cambiamento, sostituendo

novello ritmo, mette in giuoco attività che prima o restavano tuttavia

in istato latente, ovvero non erano discernibili alla coscienza.

Il lettore si sarà accorto che, trattando della dinamica della psiche

criminosa, noi completiamo quanto scrivemmo intorno alla dinamica

dei motivi. Allora vedemmo la efficacia _isolata_ del motivo, ora ne

esaminiamo l’azione complessa, nell’insieme di tutti gli stati psichici

costituiti ed unificati organicamente.

=3.=—Lo stadio di rappresentazione psichica integrativa della energia

criminosa, messa in giuoco dal motivo, è contrassegnato da stato

piacevole o doloroso; di che abbiamo esaurientemente discorso trattando

della genesi evolutiva e dissolutiva delle emozioni o della vita

affettiva.

La legge di composizione e decomposizione della vita fisica, per

l’alternarsi continuo di fenomeni di riparazione e di consumo, vale

ancora per la vita dello spirito, dove la funzionalità cosciente si

polarizza o in sensazione piacevole o in sensazione dolorosa. È da

questo momento che l’attività cogitativa, servendosi dell’appercezione,

afferma la propria esistenza di forza autonoma o differenziata e

l’io personale comincia a costruirsi con materiali consistenti. Il

mondo ambiente non è più visto al di fuori, ma si soggettivizza

e le energie, che ci partecipa, prendono il posto, che meritano,

negli atti successivi o coesistenti interni. L’io, in quanto afferma

il novello stato rappresentativo, afferma se stesso, e pone la

base d’una realtà soggettiva, che ha il corrispettivo dinamico nel

prodotto di attività psichica risultata dalla somma delle energie

precedenti fuse con la energia del motivo. Essendo così, la ragione

dell’affermazione della rappresentazione non deve attingersi in altro

principio che in quello di necessità di effettuarsi. «Per cui—scrive

Ardigò—colle diverse forme della rappresentazione si hanno pure

diverse forme dell’affermazione. E cioè, affermazione del dato puro

della sensazione nella psiche iniziale o del dato integrale nella

psiche adulta; del dato di coesistenti o del dato di successivi; del

dato intuitivo o del dato discorsivo; del me o del non me; del sentito

o del percepito o del ricordato o del riconosciuto; del singolo o del

concreto o dell’astratto; del reale o dell’ideale; dell’_a priori_ o

dell’_a posteriori_; del relativo o dell’assoluto; del necessario o

dell’esistente o del possibile»[68].

=4.=—I due primi stadî integrativi, di cambiamento di stato e di

rappresentazione con funzionalità piacevole o dolorosa, portano, nella

vita psichica del delinquente, o un’alterazione nelle manifestazioni

istintive, ovvero il processo di attenzione più o meno intenso e

duraturo. Il Despine bene osserva «che, quantunque l’organismo presieda

alla natura delle facoltà istintive, nel senso che noi non possediamo

se non quelle di cui esso permette la manifestazione, e che queste

facoltà cangiano di natura a misura che i nostri organi subiscono

profonde modificazioni o impressioni passeggiere, c’inganneremmo

molto se attribuissimo tutti i cambiamenti, che hanno luogo nelle

manifestazioni morali, a delle cause fisiche, a delle modificazioni o

a delle impressioni organiche. Si operano cambiamenti considerevoli

nel carattere, sotto l’influenza di cause le quali eccitano vivamente

certi sentimenti rimasti latenti, e la cui attività sostituisce

quella di altri sentimenti che avevano predominio fino ad allora

nell’individuo»[69].—Lo stadio di cambiamento, dunque, nella psiche

del delinquente, riducesi al destarsi di attività istintive latenti con

immediata formazione di tendenza verso l’azione.

Non si saprebbe comprendere come mai il criminale nato, a cui la

sensibilità morale fa completamente difetto, trovi in sè le risorse di

una potenzialità di tanta attività da meravigliare. «Se l’individuo

moralmente insensibile—scrive Despine—la perversità del quale non è

affatto attiva, si trova in condizioni che gli permettono di soddisfare

i suoi gusti con fortuna, ed alcuna causa non interviene ad eccitare

vivamente in lui dei desideri perversi, la sua insensibilità morale

non si manifesterà punto, non avendone l’occasione. Questo uomo,

tuttochè moralmente insensibile, non essendo trasportato al male, si

comporterà in maniera da non meritare biasimo. Tutte le cause che

eccitano nelle popolazioni le passioni perverse, cagionano, presso un

certo numero di individui, la manifestazione di loro insensibilità,

rimasta latente per manco di una causa che abbia eccitato prima

in essi dei desideri perversi, criminali»[70]. Il che può essere

eziandio l’effetto momentaneo della influenza di violenta passione

la quale, se imperiosamente lo richiede, è causa per cui qualcuno

sia spinto a commettere un misfatto proprio allo stesso modo di chi

sia in permanenza privo di senso morale. Ma, tostochè cessa lo stato

passionale, ed accade in generale molto prontamente dopo l’atto

compiuto, il senso morale si fa sentir di nuovo e, vivamente compunto,

da luogo al rimorso[71].

Per legge fondamentale dinamica evvi, dunque, gran differenza tra

l’attività psichica iniziale del delinquente nato e quella del

delinquente per passione; nel primo è la energia latente istintiva, che

si mette in giuoco, nel secondo il cambiamento è l’effetto transitorio

di eccitamento passionale.

Il criminale che uccide per uccidere, che ruba per soddisfare piuttosto

al potere imperioso istintivo e non al desiderio di procacciarsi dei

mezzi necessarî ai bisogni; che incendia, distrugge sotto l’azione

di impulsioni irresistibili, non trova affatto nel compimento delle

sue opere il corrispettivo di piacere o di dolore. Tanto è vero che,

molte volte, non ne serba ricordo; pare che abbia agito in istato

d’incoscienza. Il contrario interviene pel delinquente di occasione,

gli atti del quale sono l’effetto transitorio di momentanea sospensione

della vita affettiva altruista; forse potrà in esso appalesarsi la più

grande ferocia, ma, tornata la calma, l’animo riacquista il perduto

equilibrio sentimentale ed il malfatto è causa di rimpianto.

Non essendo la vita affettiva in giuoco, o per la qualità dello stimolo

o per la natura del soggetto passivo, bensì la vita cogitativa, il

cambiamento di stato è rappresentato dall’atto col quale la mente

prende possesso in forma limpida e vivace di uno fra tanti oggetti o

fra diverse correnti di pensieri che si presentano come simultaneamente

possibili (James). In simile atto, di spontanea o volontaria

attenzione, la finalità è di localizzare la coscienza concentrandone

la peculiare energia, e ciò vuoi pel maggiore interessamento che alcun

elemento sperimentale ha per noi, vuoi perchè ne siamo sollecitati

dalla impulsione inerente ad ogni cambiamento avvenga nel dominio

dello spirito. L’analogia riscontrata dal Wundt[72] tra l’attenzione,

rispetto alla coscienza, e la fissazione rispetto alla retina

dell’occhio, sembrami molto esatta. L’attenzione è sforzo _selettivo_;

è processo di arresto ed è funzionamento diretto del potere inibitorio.

Fissandosi la rappresentazione sulla linea degli assi visuali della

mente, si prospetta con più chiarezza e distinzione. Ma, si è detto

che tutto ciò non è che effetto di _interessamento_ e di _impulsione_

emotiva; la qual cosa ci richiama al punto vero della indagine,

il punto in cui la dinamica del motivo si converte in dinamica

rappresentativa e cogitativa pel delinquente.

L’attenzione è sollecitata a concentrarsi, sul novello stato interno,

dall’appetizione di qualche cosa di cui si sente il difetto o la

mancanza: quest’appetizione già di per sè equivaleva ad un movimento

vago ed indeterminato con tendenza a determinarsi. E poichè, per

legge meccanica, il movimento cominciato nell’organismo si continua,

si propaga e si traduce in atto, basta che vi si offra l’incentivo

perchè l’appetizione prenda consistenza e si idealizzi, non solo, ma

partecipi la energia alla rappresentazione presente alla mente in

contrapposizione della cosa di cui si abbia difetto o mancanza, e ci

spinga ad opere di estrinsecazioni necessarie a renderci soddisfatti.

La scaturigine del movimento della appetizione è nel ricordo di atti

e di godimenti reali o possibili, che si provarono pel possesso

della cosa in difetto o mancante, o che si ha speranza di provare in

conformità della esperienza fatta su altri: indi ne risulta la verità

del principio Spenceriano, che la tendenza a produrre un atto non è

altro che l’eccitazione nascente dagli stati psichici implicati in

quest’atto. In altri termini, la idea d’un movimento è questo movimento

cominciato e, per conseguenza, l’idea intensa ed esclusiva d’un

movimento trascina il movimento reale (Fouillée). Un ladro, ad esempio,

si decide a commettere un dato furto: il fondamento dinamico di questo

atto psichico implica parecchi dati: 1^o che si senta il bisogno di

qualche cosa di cui si abbia difetto o mancanza; 2^o che questa qualche

cosa sia proprio presente alla mente; 3^o che la rappresentazione

avutane abbia prodotto un cambiamento nello stato di coscienza; 4^o che

insieme al bisogno sia nato il desiderio della cosa e l’animo versi

nello stato di agitazione o movimento, sollecitato, più o meno, dalla

intensità del bisogno; 5^o che la idea di aver posseduta la cosa e

volerla ripossedere, ovvero la speranza di possederla, eserciti azione

stimolatrice acciò il movimento interno indeterminato si determini

e la impulsione del bisogno si trasformi in energia attrattiva

dell’intento perseguibile. Veggasi, quindi, che l’opera dell’attenzione

a fissare, nel campo della coscienza, qualche corrente di pensiero,

o ad arrestarne l’apparizione, per risentirne la efficacia dinamica,

deve riferirsi alla legge di unità continuativa dei processi psichici;

nel senso che l’insorgenza di qualche stato di coscienza, obbietto

dell’attenzione, si connetta alla esistenza di precedenti stati. La

fatta osservazione ha la riprova eziandio nelle singole impulsioni di

delinquenti nati, pazzi od epilettici che siano.

Che è mai la manìa omicida se non la impulsione irresistibile

ad estinguere la vita dei simili? Ebbene, anche in ciò non si

constaterebbe la tendenza a sparger sangue, se non se ne sentisse il

bisogno, e se in precedenza non si fosse creato nell’animo quello stato

di agitazione, di commozione, di cui l’ultimo termine è il delitto.

La differenza, anche qui, tra il delinquente nato ed il delinquente

d’occasione risiede nel dato psichico; che pel primo il movimento

psichico iniziale è originato da costituzione organica, è istintivo, e

l’_attenzione_ non fa che _passivamente_ risentirne l’eco con risonanza

stridente; pel secondo l’attenzione è analoga ai precedenti stimoli ed

alla energia del motivo che ha dato l’estremo impulso all’azione.

=5.=—Trattando della dinamica dei motivi e delle norme generali della

nostra disciplina, parlammo del terzo e del quarto stadio percorsi dal

motivo: qualche cosa sentiamo di dover aggiungere sul quinto e sesto

stadio, vale a dire intorno alla unificazione qualitativa della energia

specifica criminosa, ed alla unificazione quantitativa dell’attività

iniziale dell’azione.

Premettiamo, che la dottrina della conoscenza sembra che abbia

risoluto, con probabile competenza, il problema dell’origine del

contenuto dinamico del pensiero, nonchè delle forme graduali in cui

successivamente si va esplicando. Il funzionamento cerebrale presuppone

il funzionamento fisiologico dell’organismo, ed il funzionamento

fisico il mondo ambiente. La sfera dell’attività psichica è l’ultimo

modo di essere dell’attività fisica della natura e dell’attività

biologica; il pensiero, dunque, in quanto si organizza, è la formazione

naturale più alta nella scala delle sottostanti formazioni puramente

inorganiche ed organiche. Il cervello non è solo l’organo di risonanza

delle note armoniche, onde la natura afferma la sua esistenza e la

evoluzione ritmica dei fenomeni; nè è lo specchio che riflette,

semplicemente, in vane immagini il mondo esterno; ma è l’organo d’una

manifestazione reale delle energie della natura, è l’estremo limite in

cui si polarizza la vita nella immanenza di movimento conservato con

equivalenza.

Tutto ciò fu formolato dal nostro Bovio nel principio di unità di legge

nella natura, nel pensiero, nella storia: il pensiero è la natura che

si conosce, la storia è il pensiero che si muove. Il che torna a dire,

che la legge di reciprocità è sempre la medesima necessità, che nella

natura esteriore opera come gravitazione universale, a cui la natura

obbedisce e non sa; nel cervello opera come gravitazione ideale a cui

il cervello obbedisce, la intuisce, la insegue, e cerca tramutarla in

sistema; nella storia opera come gravitazione di tempi, a cui la storia

obbedisce e cerca tramutarla in codici, tirando dal passato i documenti

per l’avvenire[73].

La evoluzione è conservazione di energia con parallela continuità di

moto: dunque, passando le attività dal mondo esterno all’interno,

tramutandosi da attività fisiche in cerebrali, assommando il pensiero

i coefficienti dinamici dei motivi, la coscienza, col cambiar di

stato, cambia il funzionamento degli atti che ne conseguono, sia

qualitativamente che quantitativamente. La qualità non attiene alla

essenza o permanenza di identità personale, ma ai modi onde la energia

specifica passa di prodotto in prodotto psichico, di meccanismo in

meccanismo dell’io, di formazione in formazione, dalla rappresentazione

ed appercezione all’attenzione, alla riflessione ed al volere.

L’io senziente, intelligente, attivo son tre fasi dell’identica energia

vivente, ma tre fasi che si differenziano sì da non permettere che

l’una si scambi nell’altra, se non perchè tutt’e tre sono dipendenti

dall’unica ed identica sorgente di energia personale: alla stessa guisa

che l’organismo, nel tempo, non resta identico a sè stesso meno che

per la conservazione equivalente della energia individuale, la psiche;

permutando fisonomia e contenuto, non conserva la identità se non nella

sua natura differenziata rispetto ad altri individui della medesima

specie.

Si conclude, che la energia criminosa, atteggiando diversamente la

psiche, imprime la propria caratteristica e grado di attività alle

facoltà messe in moto, il sentimento, la intelligenza, la volontà.

Anche in natura le forze, in correlazione, si trasformano

qualitativamente e quantitativamente: «in ogni cambiamento la forza

subisce una metamorfosi; e a seconda delle forme che essa assume può

risultarne o la ripetizione delle condizioni precedenti, o condizioni

nuove in un numero infinito di ordini e combinazioni. Inoltre si vede

nettamente che le forze fisiche, non solo presentano tra di loro delle

correlazioni qualitative, ma anche quantitative. Dopo aver provato che

un modo di forza può trasformarsi in un altro, le esperienze mostrano

ancora che da una definita quantità di forza nascono sempre definite

quantità di un’altra»[74].

Indi è che l’evento psichico del delitto, effettuatosi nell’azione,

esaurisce, individualmente preso, la totalità della energia che lo

informa: quel che resta è la conseguenza obbiettiva, fatto imputabile,

e qualche traccia di attitudine meglio rafforzatasi per la futura

ripetizione dell’atto. Dunque, a che varranno le indagini meramente

antropologiche e psichiatriche, non che le norme aprioristiche

giuridiche sul giudizio che il magistrato dovrà emettere intorno

alla imputabilità soggettiva del fatto incriminato? Tutte coteste

indagini e norme si limitano all’ufficio di prove dell’evento psichico

criminoso: alla sola psicologia criminale è riservato il debito di

sintetizzare i dati psicofisici del delinquente e di unificarli in un

giudizio definitivo, tenuto conto di tutti i coefficienti dinamici che

precedettero ed accompagnarono la perpetrazione del maleficio.

=6.=—Avvenuta la rappresentazione del motivo, ed avvertito il

cambiamento di coscienza seguitone; fusi ed unificati in un solo

processo gli elementi dinamici similari della mentalità; eliminati gli

elementi antagonisti, la dinamica ideativa ed affettiva è sussidiata

dall’intervento della immaginazione o della fantasia. Nel mondo

psichico del criminale questa potenza ha imperio assoluto: essa

assoggetta, modifica, trasforma tutto ciò che incontra; dai più lontani

orizzonti, di lusinghiere speranze, all’ambiente attuale di turbamento

per l’azione soppravenuta di cause passionali, la immaginazione

influisce nell’atteggiare e predisporre l’animo a sentire, a pensare,

a volere in modo affatto proprio e secondo lo schema ed i fantasmi

che ella gli appresta. Le rappresentazioni presenti si rafforzano,

le passate si ridestano; le naturali inclinazioni acquistano un più

facile avviamento di attività; la realtà obbiettiva delle cose a poco

a poco si scolorisce, perde i contorni, è ricoverta dal velo diafano

e denso dell’oblio; e, a séguito di processo astrattivo, la immagine

ed il fantasma dell’intento logico, compresi nel contenuto statico

del motivo, si prospettano alla mente ed esercitano azione immanente

suggestiva. Tacciono i ricordi dei controstimoli; sulla superficie

della coscienza si ristabilisce un’apparente calma; ma, sotto ad un

cielo plumbeo ed attraversato da dense nubi, gli oggetti si confondono,

e l’animo è aduggiato dal senso di ansia e di tristizia. Le immagini, i

fantasmi si intensificano, si circondano del corteggio lusinghiero di

appetiti insoddisfatti, di promettenti speranze; la visione periferica

della coscienza si restringe, la centrale si acutizza; il fantasma,

idealizzato, dapprima oscillante, finisce col fissarsi sulla linea

degli assi visuali; l’occhio della mente n’è attratto, dominato,

ossessionato. Le potenze inibitorie, le correnti intercerebrali,

subiscono un periodo d’intermittenza; la memoria è lacunare. È cotesto

lo stato più interessante della dinamica psichica criminosa; stato in

cui la coscienza insensibilmente è travolta dal fondo e la meccanica

cerebrale segue il ritmo di movimenti instabili, varianti, dissociati.

La fantasia, malefica maliarda, con ghigno satanico innalza il suo

trono sulla rovina delle più nobili aspirazioni, e consacra, nel cupo

tempio dell’anima del criminale, la religione del delitto!

=7.=—Chi, di tutto ciò, desideri la prova evidente, rivolga

l’osservazione a quanto avviene nella psiche del delinquente epilettico.

La immaginazione e la fantasia sono per l’epilettico la forza specifica

della impulsività irresistibile. La emotività enorme (Krafft-Ebing);

la straordinaria irritabilità morbosa (Schüle); la lesione delle

affezioni (Despine); l’anestesia fisica e morale (Thompson); i facili

accessi maniaci, fanno sì che l’epilettico sia davvero lo zimbello

di morbosi fantasmi, che gli attraversano la mente e ne travolgono

il ritmo ideativo ed affettivo. Il processo morboso ha principio con

intensa e protratta preoccupazione, che è la caratteristica istintiva

del _carattere epilettico_: è l’ansioso desiderio di qualche cosa

d’indeciso, di vago; è il bisogno di estrinsecare attività latenti di

natura incompresa, della cui esistenza appena ci accorgiamo.

Mancando il fondo di realtà al processo ideativo e la coordinazione

associativa agli stati emotivi, la fantasia dell’epilettico giuoca una

parte essenzialissima nella trama cerebrale. L’equilibrio di facoltà

e di atti si mantiene oscillante; la mente, sorpresa, cerca un centro

stabile di gravità; attratta dal fantasma, lo scambia con la realtà

e lo insegue e vi si affida: ma, in un momento, perdesi del tutto

l’equilibrio, la base ideale ed affettiva vacilla, l’abisso si apre

repentinamente dinanzi. La stessa vittima se ne spaventa; al fremito

passionale, alla scossa, che si diffonde in tutte le regioni dello

spirito, risponde il gemito convulso di chi comprende a quale cieco

fatale destino sia nato soggetto!

La nota morale di anomalia del delinquente, e specie del delinquente

epilettico, risiede proprio nel funzionamento fantastico della dinamica

psichica. Il prodotto fittizio ed attrattivo del contenuto ideale ed

affettivo risulta dal compenetrarsi ed assommarsi di discrepanti

elementi frammentarî, i quali, non trovando posto stabile nella

coscienza, o son passati nel fondo di riserva dell’inconscio, ovvero

vagano nel vuoto oscuro della mente. Qualcuno di questi elementi,

per l’affinità dinamica col novello motivo rappresentativo, insorge

ed è attratto verso il centro visivo della coscienza: esso—chi il

crederebbe?—molte volte si sviluppa, si svolge in forma così imponente

da predominare l’ambiente con potere pieno ed assoluto. Le difficoltà,

che di frequente si incontrano nell’indagare il perchè prossimo o

remoto di azioni delittuose, sorgono dall’abitudine, tanto comune, di

credere che la logica del delinquente sia la logica dell’uomo normale,

e che la causa intima o psichica dell’azione debba esser sempre

ricercata nel motivo che, in apparenza, è percepito il più sufficiente

ed il più coerente con l’insieme logico del processo speciale mentale.

E poichè con la prova dei fatti o vien meno la speranza di attingere

il movente causativo in qualche circostanza o avvenimento, il quale

abbia la sufficienza logica di erudirci circa la origine soggettiva

del delitto; ovvero trascuriamo di accordare la debita importanza a

dati processuali irrilevanti, si finisce o con erroneo giudizio sulla

quantità morale del delitto o col credere che questo sia l’effetto di

brutale malvagità!

8.—Indugiandoci, chè ne vale la pena, sulla dinamica coordinatrice

o di relazione delle immagini o dei fantasmi a cui, in gran parte,

si connette la causalità criminosa, io credo che essa obbedisca

alle due leggi essenziali del meccanismo dell’associazione, la

legge di rassomiglianza e la legge di contiguità nel tempo e nello

spazio. La tendenza di connessione, secondo Stuart Mill, tra idee

che si richiamano, dopo che furono pensate insieme, è, sopra tutto,

osservabile tra le immagini ed i ricordi fantastici della mentalità

criminosa. Il contagio morale del delitto n’è l’esempio ordinario e più

apparente.

Le idee, i sentimenti, i giudizî, le rappresentazioni di fatti

sensibili, di avvenimenti complessi, sono, bene spesso, i precedenti

veri di azioni con le quali la rassomiglianza è equivalenza dinamica di

energia causativa; il che può avvenire eziandio in modo incosciente.

Talune persone, ad esempio, molto facilmente perdonerebbero una

ingiuria; ma nel loro animo si sveglia il ricordo che altri, in simile

contingenza, ricorse alla vendetta consumata in determinata guisa; si

affaccia il presentimento della disistima, nella pubblica opinione,

a cagione della diminuita dignità personale offesa, e così via

discorrendo. Nella prima ipotesi, per seguire l’esempio, la efficacia

del ricordo del caso simile si fonde con la efficacia operativa della

ingiuria sofferta; l’azione delittuosa altrui si delinea innanzi

alla mente con colori fantastici attrattivi e, poco a poco, i due

elementi, quello dinamico attuale e quello di ricordo, si unificano

ed organizzano in un solo evento psichico ed invadono e preoccupano

intero il campo della coscienza. Anzi, evvi di più. La ingiuria

subita, forse, di sua natura non avrebbe avuta forza impulsiva, perchè

scusata dalla supposizione di un equivoco: ma la _suggestione motrice_

del ricordo è sì potente che, per illusione non guari difficile a

verificarsi, noi scambiamo, nel prodotto fantastico, il valore dei due

termini mentali e crediamo di sentirci sospinti, all’azione, dalla idea

dell’offesa ricevuta, mentre non ci accorgiamo che questa passa in

seconda linea nell’associazione, per contiguità di tempo, con la idea

dell’avvenimento al quale siamo guidati dalla rassomiglianza dei due

fatti presenti al pensiero.

Nella seconda ipotesi, sopra riferita, la connessione fantastica è tra

la idea attuale dell’ingiuria ed il sentimento doloroso in noi destato

dal presentimento di diminuita dignità o reputazione. Il risultato

psichico, derivatone, sarà composto dalla realtà rappresentativa della

ingiuria in unione alla coefficienza di sentimentalità associata;

ossia, mentre il contenuto sostanziale sarà l’idea della ingiuria, la

fisonomia o colorito affettivo corrisponderà al sentimento doloroso

inerente al presentimento di dignità personale diminuita di fronte alla

pubblica stima.

=9.=—La dinamica psichica del delinquente rendesi più complessa e più

difficile negli atti del volere.

Il Wundt vede, come noi, il fondamento degli atti del volere nei

motivi, di cui egli distingue una parte rappresentativa ed una

sentimentale, la prima delle quali è detta _ragione determinante_ e

la seconda _forza impellente_. Dalla combinazione di una varietà di

motivi, cioè di rappresentazioni e sentimenti, i quali in un composto

decorso di emozioni si presentano come quelli che sono decisivi per il

compimento di un’azione, sta la condizione essenziale da un lato per

lo _sviluppo_ del volere, dall’altro per la distinzione delle _singole

forme di atti volitivi_[75].

Generalmente, nei Codici penali, la responsabilità d’un delitto si fa

risalire al fattore soggettivo del _dolo_, e questo si fa consistere in

atti liberi del volere ora avvisato come semplice _intenzione_ ed ora

come _volontarietà_ dell’effetto antigiuridico. Sceverando l’estremo

grado evolutivo dell’attività psichica criminosa, cioè il volere, dalla

serie dei gradi ond’è preceduto, e dando esclusivo rilievo all’evento

psichico il più complesso, col trascurarne gli elementi rappresentativi

ed intellettivi, si comprende la incertezza del dato giuridico il quale

in pratica deve incontrare insuperabili difficoltà di applicazione.

Chi non sa, in vero, in quale buio si versi allorchè, chiamati ad

assodare la imputabilità penale d’un reato, ci sentiamo in dovere,

anzitutto, di ricercare la esistenza o meno del dolo?

La legge fa obbligo ai magistrati di enunciare nelle sentenze i

_motivi_ su cui fondano il loro convincimento; l’art. 45 Cod. pen.,

pone il cànone fondamentale, che nessuno possa essere punito per un

delitto, se non abbia _voluto_ il fatto che lo costituisce: ma in

che consiste la _ragionevolezza_ dei motivi, in che la _volontarietà

del fatto_, staccata dal complesso degli elementi psichici o stati

di coscienza, dei quali è il delitto l’esponente ultimo? Dimandatelo

al magistrato, ed egli, nelle sue sentenze, si aggirerà tra concetti

e giudizî affatto arbitrarî e che, mentre pretendono di rispecchiare

cànoni scientifici, sono il riverbero di impressioni fugaci, talvolta

passionali, sulla natura dell’atto incriminato e della prova raccolta

contro l’imputato. Io mi sono sforzato, in altri miei libri, di

assegnare il valore logico al fattore soggettivo del reato così com’è

formolato dal patrio legislatore; ma, debbo confessarlo, durante la

lunga pratica professionale, ho dovuto, dolorosamente, constatare

quale e quanta incertezza resti sempre nell’animo di tutti, giudici,

avvocati e pubblico, per riguardo ai criterî di prova sufficiente a

ritenere, in singoli reati, il concorso dell’elemento del dolo. Nè

altrimenti dovea avvenire. L’opera del giudice non è l’opera dello

scienziato; solo a quest’ultimo è affidato il còmpito di mettere

in chiaro le norme regolatrici delle umane azioni, ed il modo di

interpretarne il significato: voler convertire un codice in trattato

di teorie e di cànoni dottrinarî è lo stesso che sottoporre l’alto ed

indipendente ufficio del magistrato a restrizioni mentali arbitrarie e

pericolosissime. Ed ecco, anche in ciò, la riprova del danno di sistemi

aprioristici scientifici, e dell’errore di trascurare, nelle umane

cognizioni, il principio logico fondamentale della _relatività_.

Tornando in argomento, diciamo che il volere è atto complementare

del processo psichico, appunto perchè, secondo James, _i movimenti

volontarî debbono essere funzioni secondarie, non primitive_, del

nostro _organismo_. La prima conseguenza, che ne emerge, è di dover

ritenere che la facoltà del volere si connetta alla esistenza di

rappresentazioni e sentimenti, che formano il suo presupposto dinamico;

e che, secondo Wundt, l’ipotesi di un atto di volere sorgente da

considerazioni puramente intellettuali, di una decisione volitiva

contraria alle tendenze che si esplicano nei sentimenti, ecc. racchiude

in sè contraddizione psicologica. Essa si fonda sul concetto astratto

di un volere trascendente, assolutamente diverso dai reali processi

psichici di volere.

«Nella fisiologia—scrive Fouillée—la dottrina della evoluzione

esplica, a mezzo dello sviluppo d’un organo rudimentale e primitivo, la

formazione d’un organo posteriore più completo; allo stesso modo, nella

psicologia, tutti gli atti riflessi o istintivi, con la loro varietà

attuale, debbono essere i derivati d’una sola impulsione essenziale e

primitiva. Trasportate questa impulsione in tutte le cellule elementari

d’un organismo, ella sarà il fondo psicologico di ciò che succede nei

piccoli esseri viventi ond’è composto l’organismo totale. D’altra

parte, le reazioni esteriori di queste cellule cadono, com’egli è

inevitabile, sotto la legge del meccanismo. Per simile combinazione

d’impulsioni psichiche semplici all’interno, di rapporti meccanici

all’esterno, voi potrete esplicare i fenomeni più complessi e le

adattazioni della volontà alle svariate circostanze»[76].

La meccanica psicologica del cervello ci è nota. Ogni eccitazione

periferica o intercerebrale è trasportata e risentita in analoghi

centri; indi, mercè l’apparato efferente, si diffonde in operazioni

riflesse. Il cervello è l’organo dell’_attività_, cosciente o

incosciente, della psiche: noi abbiamo il senso di questa _attività_

più specialmente all’apparire dell’atto volitivo. «Questo sentimento

dell’attività è di natura spiccatamente eccitante e a seconda degli

speciali motivi di volere è a vicenda accompagnato da elementi di

piacere o di dispiacere, i quali, alla loro volta, nel corso dell’atto

possono mutare e gli uni prendere il posto degli altri. Come sentimento

totale, il sentimento di attività è un processo crescente e decrescente

nel tempo, il quale si stende su tutto il corso dell’azione e col

finire di questa passa nei sentimenti, molto varî, di soddisfazione,

contentezza, delusione, ecc., come pure in sentimenti ed emozioni

diversi, che sono legati alla speciale riuscita dell’azione»[77].

La consapevolezza di possedere l’attività necessaria al delitto è il

primo e fondamentale effetto immanente della energia criminosa. Non si

può sentire la spinta al delitto, nè pensarlo nè volerlo, se non se

ne possegga l’attitudine; se l’organismo, e per esso il cervello, non

risentano l’azione specifica di forze esterne od interne trasformate e

concorrenti a quell’evento esteriore dalla legge represso.

Messasi in attività la energia criminosa, ella, diffondendosi

riflessivamente, in primo luogo è causa di atti di _tensione_; la quale

potenza di tendere è in ragione della intensità della eccitazione

centrale, ed è soggetta alla dispersione della energia eccitatrice,

non che all’aumento od alla diminuzione di equivalenti dinamici

fisiologici. Le ipotesi verificabili sono svariate, a seconda

della natura intensiva dell’attività, dell’attitudine dell’apparato

efferente, delle maggiori o minori difficoltà fisiopsichiche della

funzionalità organica. È possibile, primamente, che dallo stadio

iniziale emotivo all’azione non vi intervenga che trascurabile

intervallo, quasi che l’atto esteriore fosse di natura automatica o

riflessa. Il perchè del fenomeno si riconnette al problema formolato,

nel seguente modo, da James: La semplice idea degli effetti sensibili

di un movimento è uno stimolo motore sufficiente, o vi deve essere

uno antecedente mentale addizionale, come un _fiat_, una decisione,

un acconsentimento di un mandato imperativo, o qualche altro fenomeno

analogo, perchè si possa avere il movimento? Ed egli risponde, che

talvolta la semplice idea è sufficiente, ma tal’altra il movimento

è proceduto da un elemento addizionale cosciente. Ogni qualvolta

un movimento tien dietro _senza esitazione ed immediatamente_ al

pensiero di esso, noi abbiamo l’_azione ideo-motrice_[78].—Le azioni

impulsivamente istantanee, effetti di impeti passionali, di scoppî di

ira, di odio senza la previsione delle difficoltà e delle conseguenze,

appartengono allo stadio attivo qui descritto. Tostochè evvi insorgenza

di antagonismo tra le correnti intercerebrali, e le linee di movimenti

efferenti o divergono o si elidono, la vivezza della psichicità si

diminuisce; i poteri inibitori si riattivano, e gli atti del volere

obbediscono a delle fasi tipiche, che giova ricordare.

=10.=—Al senso ed alla consapevolezza di un’attività disponibile,

accompagnata da tensione, tien subito dietro l’_ansia impaziente_ di

veder cessare il presente stato di incertezza e di dubbio, come anche

di dar libero corso alla scarica delle energie reattive. La intensità e

la specie di cotesta ansia sono analoghe alla specie ed alla intensità

dell’affettività sentimentale del motivo. La volontà è tra due poli

della vita psichica: tra la emotività, che attira ed assorbe tutte le

risorse di equilibrio della coscienza, e l’idea motrice o suggestiva

dell’intento dell’azione esteriore. Or, nei riguardi del delinquente,

egli è d’uopo ricordare, che lo stato di ansia, qui accennato, si

riconnette, molto di frequente, a due emozioni di cui dobbiamo tenere

gran calcolo, la emozione della _paura_ e la emozione dell’_ira_ o

della _collera_.

Il Lange, il Bain, il Ribot ed il Mosso ci hanno data la descrizione

più accurata dei sintomi fisici e psichici della paura. Noi li

riassumeremo seguendo segnatamente il Lange[79], che, se non andiamo

errati, è sulla materia lo scrittore più autorevole. La paura è

ligata alla tristezza: in ambedue evvi paralisi dell’apparato motore

volontario e costrizione spasmodica dei vasi-motori; però, alla paura è

da aggiungere una contrazione spasmodica di tutti i muscoli organici,

ed un sentimento d’_oppressione_, con consecutivo sforzo centrifugo

cerebrale o segni esterni somatici abbastanza pronunziati.

Il Ribot nota, che la psicologia della paura comprende due momenti

ben distinti da studiare. Il primo momento sembra rapportarsi a

tendenze ereditarie che appariscono molto evidenti nell’età infantile

dell’uomo. Al secondo momento appartiene la paura cosciente,

ragionevole, posteriore alla esperienza. Essa ha per base la memoria,

non intellettuale, ma affettiva; onde si è accessibile al timore nella

misura in cui la rappresentazione del male futuro è intensa, cioè a

dire affettiva e non intellettuale, sentita e non concepita. Presso

molti l’assenza di paura non è che un’assenza di immaginazione[80].

Circa la emozione della collera ci basti, per ora, notare, col Ribot,

che ella ha origine dall’istinto di conservazione individuale, sotto

la forma offensiva; e che, secondo Bain, può definirsi: una impulsione

cosciente che spinge ad infliggere una sofferenza ed a trarre da ciò un

piacere positivo.

La emozione della paura, deprimendo l’energia reattiva ed abbassando

il livello cosciente dell’io, fa risentire più a lungo il senso di

ansia della irrisolutezza e del dubbio. Assorbita la mente a misurare

la probabilità e l’importanza del pericolo presente o futuro; oppresso

l’animo dal sentimento vago e doloroso d’un male o danno che è per

coglierci; turbata la mente da improvvise rappresentazioni le quali

sfuggono al controllo dell’attenzione e della riflessione, il giudizio

che ci formiamo del nostro stato è d’imperiosa necessità ad agire in

qualsiasi senso, preoccupati dalla sola idea che forse non riusciremo

ad allontanare da noi l’imminente pericolo che ci sovrasta. Al primo

periodo di depressione succede un secondo periodo di turbamento misto

a sentimento d’odio e d’ira per colui che è causa della minaccia;

l’equilibrio mentale si ristabilisce in parte, e noi ci accorgiamo

di sentirci autorizzati ad usare di tutta la nostra energia per

respingere il pericolo, anche a costo di violare la integrità fisica

o morale altrui. A questo secondo momento l’emozione della paura ha

molta somiglianza con l’emozione della collera: tutt’e due divengono

impulsive, con la differenza che la paura è tenuta in certi confini

dal calcolo del pericolo minacciato, e la collera, invadendo l’intero

campo della coscienza, travolge tempestosamente qualunque sforzo

di inibizione e precipita l’azione. In ciò ha grande influenza il

carattere risoluto o irresoluto dell’individuo: l’impulso a persistere

nella presa risoluzione è, al dir di James, un’altra componente

costante nella rete delle motivazioni.

La rapida ed istantanea impulsività degli atti emotivi dell’ira,

dell’odio, della tensione risolventesi in energia reattiva, è

generalmente qualificata per _spontanea_ ed irresistibile; mentre

ritiensi per _deliberata_ qualunque propensione in cui avvi minor grado

di sentimentalità passionale. Nella forma volitiva della deliberazione

si fa intervenire con maggior potere la libertà di scelta e di azione;

credesi che la spontaneità equivalga ad assenza di sforzo di tensione,

e che negli atti deliberati noi godessimo la _pienezza_ di forza

disponibile, non che a discernere tra motivo e motivo, a risolverci per

l’un verso e non per l’altro.

È questa un’illusione molto facilmente dimostrabile per l’analisi

del momento genetico della spontaneità degli atti. È illusione pari

all’altra di supporre che nella psiche possa esservi uno stato di

inerzia assoluta o di assoluto equilibrio stabile. Queste differenze,

che appartengono, per linguaggio usuale, alla qualità di stati interni,

non sono, in fondo, che differenze di quantità; ed è perciò, che,

secondo l’Ardigò, spontaneo si dice quando lo sforzo del centro in

tensione è minimo, e quindi non ne è avvertibile il senso; volontario,

quando lo sforzo è grande, prolungato e a riprese, e quindi è

distintamente rilevabile il senso di esso. Nella deliberazione la

volontarietà dello sforzo è accompagnata da più risentita psichicità

mentale; per cui, tra l’antagonismo dei controstimoli, si riattiva

un ritmo ideativo più costante e la selezione inibitoria riesce ad

allontanare le difficoltà apparse sulla linea della corrente cerebrale

predominante.

=11.=—L’ultima conclusione, a cui siamo pervenuti, ci ricorda la

esatta osservazione del Wundt, che le emozioni, dalle quali sono

introdotti i processi di volere, sempre più decrescono in intensità

a causa dell’azione contraria di sentimenti diversi e inibentisi a

vicenda, così che alla fine i processi di volere possono nascere da un

decorso sentimentale apparentemente tutt’affatto libero di emozioni: di

fatto, però, non si ha mai una mancanza assoluta d’emozione.

Intanto, succede che la indecisione si protrae, anche se i motivi

contrarî siensi affievoliti, ed il volere non sa prendere stabile

direzione, non perchè gli manchi la spinta, ma perchè l’azione

attrattiva dell’intento non si fa sentire abbastanza. Quante volte il

pensiero fluttua tra disparati ricordi ed opposti propositi, senza

tregua incessanti ed opprimenti, nè si è in grado di appigliarsi a

qualche divisamento pur di far cessare il doloroso stato di dubbio!

Dopo ore, dopo giorni, dopo mesi, l’intervento di qualche motivo

irrilevante, la cui accidentale insorgenza resta per noi innavvertita,

dà l’ultimo tracollo alla bilancia e noi ci sentiamo senza ulteriore

difficoltà trascinati all’opera. Come avviene tutto questo? La

meccanica del cervello ci presta una ipotesi molto plausibile. Sappiamo

che l’associazione delle rappresentazioni e delle idee si effettua in

due modi, o in forma _lineare_ e _temporale_ o in forma _spaziale_.

L’associazione lineare, giusta l’osservazione di Henle, ha il campo

d’azione in un solo e medesimo organo, nell’organo del pensiero sotto

forma di associazione di idee, nell’organo centrale dell’udito sotto

forma di melodia, assonanza e via dicendo. La seconda specie, cioè

l’associazione spaziale, salta da un organo all’altro, dall’organo dei

concetti a quello delle rappresentazioni sensorie e viceversa. Essa è

identica alla simpatia nervosa[81]. Or, che l’associazione spaziale

abbia per punto di partenza la struttura del sistema nervoso centrale,

e che i prolungamenti colleganti fra di loro le cellule nervose

acquistano tanto maggiore conduttibilità, quanto più frequentemente

essi si adoprano, sono ipotesi più o meno plausibili per spiegarci

il passaggio dall’un centro all’altro, con collegamento spaziale;

ma la difficoltà non è neppure quella proposta da Henle, cioè come

l’associazione delle rappresentazioni tra loro corrispondenti sia

tratta dal patrimonio dell’uno e dell’altro centro. La difficoltà

emerge dal vedere che tra due vicini o lontani centri si generi una

corrente, o delle serie di correnti, senza che vi sia stato da parte

nostra veruno sforzo, o senza che tra le due lontane sedi di attività

cerebrali sia intervenuto un motivo medio che collegasse gli estremi

come anello di ininterrotta catena.

Qui, certamente, dobbiamo far ricorso alla causa di energie latenti,

per lo più ereditarie; per le quali, in casi simili, si svegliano

simpatie nervose, attrattive ideali impreviste. Ciò lo vediamo, con

processi più sistematizzati, in forme morbose di squilibrî mentali:

le idee fisse, le tendenze irresistibili rinascono con la identica

modalità ritmica di forme ereditarie od ataviche; lo stesso, senza

dubbio, è per le associazioni tra elementi psichici discrepanti, i

quali, poi, sono i fattori immediati o mediati di impulsioni o di

deliberazioni volitive. Apprezzando il perchè di date decisioni,

noi facciamo le grandi meraviglie del come, per motivi estranei o

irrilevanti, si sia pervenuto all’azione di grave delitto; perchè,

in oltre, mentre, subito dopo la ragione di odio e di ira, niente di

anormale mostrò il paziente, nè alcuno avrebbe dubitato di lui, poscia,

all’impensata, egli siasi reso autore di atti feroci di vendetta.

Il motivo di odio, nel momento occasionale, restringeva l’efficacia

nel mettere in moto l’attività di un solo centro rappresentativo ed

ideale; ma, col passare del tempo, altri centri, vicini o lontani,

si ridestarono, mettendosi con esso in relazione, alcuna volta per

accidentalità sopraggiunta; e, per la confluenza di correnti similari,

avvenne, nel momento dato, la fusione e quindi il formarsi di novella

energia con potenzialità sufficiente a trascinar seco il pravo volere.

Nei reati premeditati il fenomeno è costante, ed è per questo che, in

simili reati, evvi la presunzione di maggiore imputabilità e temibilità

del reo; supponendosi che nel medesimo siavi un fondo di perversità

degenerativa, non domabile sì facilmente, riferendosi ad attitudini

antropologiche eccezionali.

Se non che, io dico, che una seconda causa concorre a produrre il

fenomeno, e si riferisce al mutamento di stato organico dell’individuo,

in periodi di tempo. L’illusione della piena libertà di arbitrio ci

persuade che sempre ed ovunque noi disponiamo di forza sufficiente

per scegliere e seguire gli intenti delle nostre azioni. Ma la cosa

è ben altrimenti. Molta parte del funzionamento cerebrale ci riesce

ignota e misteriosa; argomento, per molti, di ricorrere all’ipotesi

di _cerebrazione incosciente_. Certo è che lo sforzo a sovvenirci

di alcuna idea, di ristabilire la trama ideale tra centri similari

mentali, di riprodurre le rappresentazioni di già avveratesi, spesso

ci torna di impossibile esecuzione; e che, mentre meno ci pensavamo,

improvvisamente le correnti, che sembravano spente, di pensieri e di

sentimenti, si riattivano e producono effetti meravigliosi.

Il citato Henle molto opportunamente, osserva, che la volontà non è

assoluta, ma dipende dallo stato d’animo e dal particolare sviluppo

della materia pensante. «Quanto i pensieri appaiano arbitrarî, lo

attesta anche l’Apostolo allorchè dice che essi reciprocamente si

accusano e si scusano. «Essi vengono quando vogliono» lamenta Rousseau,

«e non quando voglio io»; e Lichtenberg caratterizza in modo energico

la sensazione per cui noi assistiamo quasi come spettatori allo

svolgersi del processo dialettico nel nostro intimo, affermando che non

si dovrebbe dire «io penso», ma «pensa», come si direbbe «lampeggia».

E Goethe esprime la stessa idea, con quella forma vivace che gli è

propria: «Il male è che ogni pensiero non aiuta a pensare; dobbiamo

essere retti per natura, cosicchè le idee felici si presentino dinanzi

a noi come libere figlie di Dio e ci dicano: Eccoci qua!» Goethe

c’insegna, inoltre, cosa avvenga nel laboratorio intimo del poeta, con

queste parole colle quali egli nella dedica del Faust evoca le fugaci

immagini della sua fantasia:

«Cingetemi di voi, spettri diletti,

Come da nebbia o da vapor suoi farsi»[82].

Non trascuriamo di aggiungere che, all’alternarsi di idee, di pensieri

e di voleri, in molta parte dobbiam far capo alle opinioni individuali.

Allorchè le credenze inspirate da’ sentimenti e dalle passioni sono

combinate in sistema su d’un obbietto determinato, o religioso, o

politico, o artistico, esse costituiscono le opinioni (Despine). Le

quali, nè è difficile sperimentarlo, informano di sè tutta la vita

psichica; formano il fondo permanente donde si diramano le correnti

di energie direttive del lavoro cerebrale; forniscono il materiale di

riserva ai deficienti processi mentali.

=12.=—L’ultima specie dinamica del volere ricorre negli atti

_alternanti_ o _intermittenti_ di azioni impulsive di motivi

sopraggiunti. La relatività temporale e spaziale del contenuto attivo

del pensiero alcuna volta apparisce in momenti così staccati e per

sì differenti impulsioni, che la nostra attenzione può fissarne la

separata entità dinamica. Volontà deboli, caratteri incerti sono alla

discrezione di moventi alternanti, e, talora, tra loro discrepanti; di

guisa che, in definitiva, è assai incerto stabilire quando la decisione

criminosa ebbe luogo, quale ne sia stato il motivo _efficiente_. Prima

che si generi la _persuasione_, ossia prima che gli atti mentali si

equilibrino e si muovano attorno ad un centro fisso di gravità, si è a

discrezione di attività sentimentali od ideali con differenti movimenti

suggestivi distaccati: l’ultimo impulso fissa la direzione associativa

ed emotiva e decide l’idea dell’azione.

Il fenomeno qui descritto venne intuito in modo sorprendente

dall’Alfieri nell’_Agamennone_. Egisto, l’uomo dalla premeditata e

feroce vendetta, arriva ad assoggettare ai suoi voleri Clitennestra, la

quale, resa vittima di morbosa passione, dovea servirgli di strumento

per sfogare sui discendenti di Atrèo l’odio ereditato dal padre Tieste.

La infelice donna sa che il marito Agamennone è di ritorno in Argo

dopo i trionfi della distrutta Troia, e teme di per sè e dell’amante

costretto ad allontanarsi, esulando dalla reggia ov’egli era dimorato

colla speranza che, morto il re in battaglia, ne potesse usurpare

il trono. Clitennestra, agitata tra timori e speranze, sente di non

potere staccarsi dall’uomo fatale che ne avea conquistato il cuore:

ella chiede un sol giorno per escogitare un rimedio, ma invano la sua

mente si dibatte, che tutto concorreva a persuaderla dover Egisto

allontanarsi di Argo, se a maggiori sventure ambidue non avessero

voluto andare incontro. Il periodo di incertezza, di ansia dolorosa

dell’animo di lei è riprodotto dal poeta con esatto rilievo: sotto il

dominio suggestivo della passione, ella è chiusa, cogitabonda; dinanzi

al marito non sa trovare il verso di dissimulare l’interno stato,

di simulare un tratto solo dell’antico affetto che a lui la legava;

dinanzi ad Elettra, sua figlia, non sa far altro che scusare Egisto, e,

se con qualche affettuoso ricordo è richiamata alla spaventevole realtà

del presente, esplode in atti di veemenza e dice:

Sola

Col pensier miei, colla funesta fiamma,

Che mi divora, lasciami—L’impongo[83].

È profondamente artistico, e troppo verisimile, il modo onde Egisto

insinua nella mente della donna il reo proposito di uccidere il

marito: si mediti la scena prima del quarto atto; la drammaticità

passionale, la sentimentalità persuasiva criminosa attingono il colmo

di colorito e di efficacia intensiva. Egisto dapprima accenna, poi si

ritrae dissimulando; Clitennestra dapprima non intende e vuole essere

illuminata, poi intuisce il reo pensiero e, sorpresa, esclama:

Or t’intendo—Oh quale

Lampo feral di orribil luco a un tratto

La ottusa mente a me rischiara! oh quale

Bollor mi sento entro ogni vena!—Intendo:

Crudo rimedio,... e sol rimedio..., è il sangue

Di Atride[84].

Eppure, ella resta scossa sì ma titubante; la passione amorosa

era insufficiente a deciderla di eseguire l’orrendo maleficio. La

sua volontà versa in quello stato di tentennamento che è proprio

dell’equilibrio instabile per manco di poteri attrattivi predominanti

di qualche idea o sentimento in giuoco. Ma Egisto se ne avvede ed

aggiunge esca al fuoco, forza alla spinta: confessa alla donna,

dissimulandone accortamente il mendacio, che Agamennone sia preso

d’amore per Cassandra, la bella fanciulla da lui condotta schiava da

Troia. La misura è colma; Clitennestra esclama: «Che ascolto!». Egisto

insiste:

Aspetta intanto

Che, di te stanco, egli con lei divida

Regno e talamo; aspetta, che a’ tuoi danni

L’onta si aggiunga; e sola omai, tu sola,

Non ti sdegnar di ciò, che a sdegno muove

Argo tutta.

L’effetto è immediato: Clitennestra più non tentenna; ella dice:

«Atride pera!».—Egisto:

Or come?

Di qual mano?

CLIT.: Di questa, in questa notte,

Entro a quel letto, ch’ei divider spera

Con l’abborrita schiava[85].

Ma, non ostante la presa decisione, trascorse poche ore, la donna non

ha più la forza di tradurre in atto il reo proposito: col pugnale

tra mano, sulla soglia della stanza ove dorme Agamennone, ella si

arresta. La sua mente vacilla; onde di pensieri, di ricordi, di

rimorsi, si accavallano, ribollono, la turbano, la travolgono: dal

fondo di quell’anima passionata già veniva su la idea di arretrarsi, e

forse, per la fusione di concomitanti motivi, la controspinta avrebbe

trionfato: ma Egisto appare, e la misera dice a sè stessa: «Io sono

perduta, oimè!».—Si ridesta la interna lotta per nuovi coefficienti

suggeriti, accumulati dal reo eccitatore: la vista del ferro, a lei

offerto dall’uomo che le ricorda il sangue sparso della propria figlia,

Ifigenia, da Agamennone, la riaccende; la volontà omicida esplode e

l’azione precipita. Clitennestra penetra nella stanza del marito e lo

trafigge!...

Quanta verità di naturale riproduzione di cose: quale visione reale di

stati di animo sì fugaci e per ciò sì difficili ad esser compresi!...

Psicologia criminale · 第 22 / 59 题