CAPO VIII.

Concetto psicologico del delinquente.

1. Che cosa sia il delinquente.—2. Il prodotto psichico del delitto

nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico.—3. Il tipo di

Caliban nella _Tempesta_ di Shakspeare.—4. Il Tersite di Omero.—5.

Caratteri morali dei delinquenti in formazione.—6. L’integrazione

evolutiva anomala del delinquente.—7. Analisi del _Riccardo III_ di

Shakspeare.

=1.=—Dopo aver esaminati gli elementi dinamici della psiche del

delinquente, non che i due stadi di coscienza del medesimo, lo

stadio di formazione e lo stadio di sviluppo, ci sentiamo in dovere

di rivolgerci la dimanda: che è mai il delinquente? In parte vi

abbiamo risposto, analizzando i coefficienti psicofisici del delitto;

ma è bisogno che si esprima con più chiarezza il nostro concetto,

raccogliendo in sintesi ultima le esposte idee.

La dimanda non è nuova, anzi risale al problema fondamentale della

genesi del delitto e della imputabilità. Le risposte furono difformi;

ciascuna ritraendo del sistema di idee, onde si partiva, e dell’intento

pratico cui si tendeva. Maudsley, alla dimanda che cosa fossero i

delinquenti, risponde: sono esseri intermedî fra i pazzi e i sani;

Albrecht: i criminali sono i normali della umanità; Lombroso: i

delinquenti sono i selvaggi di un popolo civile; Sergi: i delinquenti

sono degenerati; Minzloff: i criminali non sono che ammalati; Dally: i

criminali non sono che pazzi; Benedikt: i delinquenti sono neurastenici

fisici e morali; Féré: i criminali sono gl’inadatti all’ambiente

sociale; Colajanni: i criminali sono moralmente atavici; Riccardi: i

criminali sono inferiori dannosi[45].

=2.=—Tutte coteste risposte sono abbastanza generiche ed indeterminate

per non soddisfare la nostra richiesta. Il problema resta insoluto, il

problema della genesi psichica e della imputabilità del delitto.

Per bene intenderci e per liberarci dagli equivoci, presceglieremo

metodo diverso da quello fin’ora adottato. Che cosa abbiamo fatto con

le precedenti indagini? Niente altro che, per via analitica, tentare

di ricostruire la formazione naturale dell’anima del delinquente,

cominciando dall’assodare le leggi dinamiche dei motivi criminosi,

proseguendo col vedere il processo evolutivo ed integrativo degli stati

di coscienza, per finire col prospettare lo stato di dissoluzione

della medesima, sia per effetto di cause ereditarie e latenti, che per

effetto di cause acquisite ed attuali.

Indugiamoci e riflettiamo. Gli elementi formativi della psiche sol

per comodità scientifica si dispongono in serie di atti o di stati

simultanei o successivi; ma essi formano un tutto insieme organicamente

unificato. La forza psichica, nella risultante finale di ciascuno

stato, di ciascun atteggiamento e produzione, non è che energia unica,

per quanto complessa altrettanto identificata nel funzionamento totale

di azioni coscienti.

L’unità, la totalità, la funzionalità non sarebbero da noi apprese

se non si estrinsecassero in atti aventi il valore di tanti effetti,

i quali ritraggono dei caratteri qualitativi e quantitativi della

causa onde promanano. Il delitto—concepito nella sintesi psichica di

stati di coscienza analogamente differenziati—non è che attività, la

cui genesi è nella natura del soggetto e nell’azione degli stimoli,

o motivi, e la cui perfezione si sostanzia nel fatto violatore

dell’altrui diritto.

Abbiamo visto che tale attività criminosa percorre un primo periodo

embrionale o di formazione, la cui nota culminante è lo stato tuttavia

involuto degli elementi che poscia, allo stadio di sviluppo, debbono,

per effetto di selezione organica, attingere il grado di omogeneità

e distinzione. Or, dopo che con l’uso dell’analisi ci siam resi

conto dei coefficienti dinamici di ciascuno dei due sovraccennati

stadî, possiamo, adoperando vedute sintetiche, completare la nostra

conoscenza, che deve, poscia, facilitarci la via per più difficili

induzioni e deduzioni pratiche e scientifiche.

Nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico, il prodotto

psichico del delitto prende la forma istintiva, immanente, quasi

automatica. L’animabilità ha predominio incondizionato. Il contrasto di

correnti antagoniste segue il ritmo sincrono: le energie si mantengono

nello stato di latenza; ma, appunto perchè poco coerenti, sfuggono

al potere di controllo e di arresto. A volte, se un forte stimolo ne

ecciti la scarica, riappariscono con scoppî istantanei ed imprevisti;

poi, incontrando difficoltà a fondersi ed assimilarsi con le energie

esterne trasformate, ritornano in istato di inerzia accompagnata da

equilibrio stabile.

=3.=—La concezione artistica più perfetta, che io mi conosca, di

questo stadio di formazione psichica del delitto, credo sia il Caliban

della «Tempesta» di Shakspeare. Altrove ne scrissi, dimostrandone

segnatamente il lato dell’azione inconscia[46]; qui ne completerò

l’esame, che tornerà molto utile per concretare gli esposti criterî

scientifici.

Caliban, deforme e selvaggio, era figlio della strega Sicora, che

per mille malefizî e sortilegi fu sbandita da Algeri e confinata

in un’isola ov’ella si sgravò. Prospero, privato, ad opera di suo

fratello Antonio, del ducato di Milano, venne insieme alla figlia

Miranda abbandonato in alto mare, alla balìa dei venti, e capitò di

approdare all’isola di Caliban. Costui fu subito spogliato del possesso

dell’isola, e, poichè egli era un essere stupido, un mezzo idiota,

il buon Prospero lo commiserò, prese il fastidio di insegnargli a

parlare, ed a conoscere ora una cosa ora l’altra. Ma, ad onta di tali

insegnamenti, nessun essere buono poteva sostenere il suo ignobile

contatto: fino a che, quantunque trattato umanamente ed albergato nella

stessa cella del benefattore, un bel giorno osò attentare all’onore

di sua figlia! La bestia umana si svegliava cogli impulsi del senso.

Prospero ne comprese la natura di fango e lo assoggettò ai più bassi

e degradanti uffici. Non l’ombra d’un rimorso turbò l’anima dello

schiavo, che, alla deformità del corpo, per degenerazione ereditaria,

univa istinti e sentimenti criminosi, indole perversa, odio profondo

irresistibile contro Prospero che gli carpì quell’isola, a lui

appartenuta per cagione di sua madre Sicora.

La bellezza, la innocenza di Miranda avrebbero dovuto agire, con forza

rigeneratrice, sull’anima di Caliban; ma questi nulla poteva sentire di

elevato, ed ai rimproveri di Prospero per la immonda azione, invece di

scusarsi, risponde: oh, oh ... così fossi riuscito! Tu me lo impedisti,

altrimenti avrei popolata quest’isola di Calibani!»

Le continue esplosioni di mal compresa ira, le invettive fiorite sì

spontanee sulle labbra del mostro, tuttochè a lui fossero minacciati

atroci castighi, vi fanno indovinare che la sua psiche era tuttavia

involuta, sotto l’azione immanente di stimoli senza freno, non

illuminata dalla luce del vero, non confortata dal desiderio del bene.

La scena seconda del secondo atto è tutta una rivelazione incomposta

della natura primitiva e bestiale dell’uomo. Caliban, con un carico

di legna, si avvia verso casa di Prospero: si ode il rumore del tuono

e lo schiavo non sa che profferire maledizioni di odio e di vendetta.

«Tutte le infezioni—egli esclama—che il sole estrae dalle acque

stagnanti, dalle paludi e dai pantani, cadano su di Prospero e lo

convertano in tutto una piaga. I suoi spiriti mi ascoltano, e nondimeno

mi è forza il maledirlo!» La fantasia, non sorretta dal sussidio della

ragione, facilmente si turba ed è preda di balorde illusioni. Caliban

crede nella grande arte magica di Prospero: vede attorno a sè scimie

che gli fanno i versacci; tal’altra ei son ricci che gli stan sotto i

piedi ignudi appuntando le loro spine; spesso egli è tutto fasciato di

serpenti, che colle loro lingue forcute gli sibilano nelle orecchie

in modo da farlo diventar pazzo. Egli vede avvicinarsi il buffone

Trinculo e, prendendolo per uno spirito, gittasi bocconi per terra,

sperando di non esser visto. Gli si avvicina Stefano e Caliban prende

lui e Trinculo per discesi dal cielo. È appellato mostro assai balordo,

debole e credulo, ed è schernito; ma egli di nulla si risente ed a

coloro che lo insultano risponde con atti sommessi, con parole melate,

con profferte di obbedienza e di servitù. Traspare, nonpertanto, in

tutto ciò, l’istinto vendicativo del criminale e l’accenno a qualche

disegno delittuoso che cominciava a profilarsi ed a prender forma

nella mente. Il mostro—ed è qualità di animi degenerati—abbassa la

sua dignità fino a voler leccar le zampe a Stefano; lo circuisce, lo

lusinga, lo attrae a sè soffrendo le più atroci ingiurie, gli scherni

più inumani. Dimentica ogni cosa che lo circonda, non pensa che alla

vendetta, a procacciar la morte di Prospero con orrendo assassinio. In

quell’anima mostruosa, impasto informe di degenerazione ereditata dalla

strega Sicora, la donna da’ sortilegi e da’ malefizî, e di sentimenti

sistemati, per lungo adattamento, di odio cieco e di malfrenata ira,

il delitto si vien disegnando con tinte fosche, con particolari di

inaudita ferocia. La simulazione, l’astuzia, trasparenti nel linguaggio

accorto e melato, si scovrono; il criminale, in formazione, non sa

concepire le difficoltà del progetto, non vede ostacoli: la vendetta

si materializza, e la mente, funestata da luce vermiglia di sangue,

gode di prospettare innanzi a sè la scena omicida; ei ne racconta i

particolari ed anima Stefano a metterli ad esecuzione. Promette di

accompagnare costui alla capanna di Prospero; glielo farà trovare

addormentato e potrà conficcargli un chiodo nella testa!

E, come se ciò non bastasse, aggiunge: «egli ha il costume di dormire

dopo il mezzodì; allora potrai strappargli le cervella, essendoti

prima impadronito dei suoi libri; o potrai con una pertica fendergli

il cranio, o sventrarlo con un palo, o tagliargli l’arteria maestra

col tuo coltello. Ricorda di impadronirti prima dei suoi libri, chè,

senza di essi, egli non è che uno sciocco come son io, nè ha più uno

spirito al suo comando ... Ma il più importante è la bellezza di

sua figlia; egli stesso la dice incomparabile; non ho veduto altre

femmine che mia madre Sicora e lei; ma ella è così superiore a Sicora,

come quello che v’è di più grande è superiore a quello che vi è di

più piccolo».—L’odio è tal sentimento che, se mette nel cuore le

radici, aduggia e perverte ogni impulso, sia pure sensuale, istintivo,

fortemente passionale. Il pervertimento morale spinge, fin’anco,

Caliban a persuadere Stefano al delitto, solleticandolo colla speranza

della conquista di Miranda, la bella fanciulla pel cui amore perdette

le grazie di Prospero—È proprio così bella fanciulla?—dimanda

Stefano: ed egli: sì, monsignore; starà a meraviglia nel tuo letto,

te ne assicuro, e ti darà una magnifica prole»—Stefano è deciso:

«mostro, io ucciderò quell’uomo; sua figlia ed io saremo re e regina».

Gli assassini son pronti al delitto; ma Prospero è sull’avviso. Egli

è compreso di meraviglia per l’indole sì perfida di Caliban: «un

demonio, un vero demonio, per cui l’educazione può nulla; per cui vane,

interamente vane furono tutte le pene che pietosamente mi presi; e,

come, col crescer degl’anni, cresce la sua deformità corporea, così

si corrompe la sua anima». Avvicinasi il momento di operare; Stefano,

Trinculo sono presso la grotta di Prospero: Caliban, nell’ebbrezza

di entusiasmo e di gioia pel delitto, esclama: «te ne prego, mio

re, fermati. Vedi tu costà? Questa è la bocca della grotta: entra

senza strepito. Compi questo _bel_ maleficio, che farà tua sempre

quest’isola, ed io, tuo Calibano, leccherò per sempre i tuoi piedi».

Ma essi sono assaliti da parecchi spiriti sotto forma di cani che,

incitati da Prospero e da Ariele, si avventano sui tre malandrini e li

mettono in fuga.

Caliban, _tanto deforme_, come Prospero afferma, _nella parte morale

come nella fisica_, insuscettibile di miglioramento, si arresta

_involuto_ tra le tendenze della bassa animalità. Non l’idea del vero,

non il sentimento del dovere han presa in quella coscienza mostruosa:

solo la fantasia, facoltà puramente sensibile, talora gli apre la mente

alla visione di immagini e di cose che, dilettandolo, lo sollevano ad

una sfera alquanto superiore: in quel momento la bestia tace e spunta

l’uomo, al cui sguardo appariscono novelli orizzonti di idealità e di

bellezza. «Non aver paura—Caliban dice a Stefano—l’isola è piena di

suoni, di rumori, di arie dolci, che dilettano e non fan male. Talvolta

sento mille istrumenti sonori a rombarmi all’orecchio; e talvolta odo

voci che, se mi fossi anche allora svegliato dopo un lungo sonno, mi

fanno dormir di nuovo; poi, nei miei sogni mi sembra di veder aprirsi

le nubi, per mostrarmi in procinto di cader su di me le più belle cose;

e allora, svegliandomi, desidero di sognare ancora!».

=4.=—Altro tipo di delinquente in formazione, meravigliosamente

abbozzato, è il Tersite di Omero.

Non venne a Troia di costui più brutto

Ceffo: era guercio e zoppo, e di contratta

Gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso

Di raro pelo..........[47].

In lui l’istinto della malvagità si era arrestato al disotto della

soglia della coscienza criminosa: non il delitto, ma i bassi sensi

dell’odio, dell’invidia lo mettevano in mostra e gli procacciavano la

repugnanza o lo scherno di tutti. Se l’assemblea del popolo si riunisce

per udire i progetti di Agamennone, e se Ulisse interviene, assieme

a Nestore, per esortare i Greci a proseguire la guerra, il petulante

Tersite non resta di gracchiare e fa tomulto.

Avea costui

Di scurrili indigeste dicerìe

Pieno il cerébro, e fuor di tempo e senza

O ritegno o pudor le vomitava

Contro i re tutti; e quanto a destar riso

Infra gli Achivi gli venia sul labbro,

Tanto il protervo beffator dicea[48].

Le rampogne del triste, senza motivo, erano l’effetto di impulsività

perversa: egli rivolse ad Atride ingiurie atrocissime. Ma gli fu sopra

repente il figlio di Laerte e, guatandolo torvo, gridò:

Fine alle tue

Faconde ingiurie, ciarlator Tersite;

E tu, sendo il peggior di quanti a Troia

Con gli Atridi passar, tu audace e solo

Non dar di cozzo ai re, nè rimenarli

Su quella lingua con villane arringhe,

Nè del ritorno t’impacciar; chè il fine

Di queste cose al nostro sguardo è oscuro,

Nè sappiam se felice o sventurato

Questo ritorno riuscir ne debba[49].

Così dicendo, gli percuote con lo scettro le terga e le spalle; il

manigoldo si contorce e lagrima dirottamente:

Di dolor macerato o di paura

S’assise, e obliquo riguardando intorno,

Col dosso della man si terse il pianto[50].

Gli Achivi si rallegrarono di quella scena; in mezzo alla tristezza

sorse il riso e vi fu chi (interpetre della comune opinione) dicea:

Molte in vero d’Ulisse opre vedemmo

Eccellenti e di guerra e di consiglio;

Ma questa volta fra gli Achei, per dio!

Fe’ la più bella delle belle imprese,

Frenando l’abbaiar di questo cane

Dileggiator. Che sì, che all’arrogante

Passò la frega di dar morso ai regi?[51].

=5.=—In delinquenti di simile specie nè la minaccia della legge, nè

la sanzione o morale o sociale han freno di sorta: il potere assoluto

dell’animalità non ancora differenziata in tendenze più umane, avendo

la insidenza in organismi in formazione ed a cui l’avvenire forse,

sviluppando i germi del male, contrapporrà i rimedî del bene, priva

l’individuo di regolare le proprie azioni con intenti altruisti e lo

tiene stretto alla dura necessità istintiva. Per i medesimi, ugualmente

che per qualunque delinquente a forma tipica di degenerazione organica,

va ben appropriato ciò che Tucidide mette sulle labbra a Diodoto, che,

combattendo l’opinione di chi consigliava doversi dar morte a quei

di Mitilene, osserva: «l’uomo è tratto dalla sua stessa natura ad

errare; nè vi ha legge atta a ritenerlo; ed invano sono stati trovati e

profusi i più crudeli supplizî per tenere in freno i malvagi. Ed egli

è a credere, che ab antico fossero assai più miti le pene, ma che,

non valendo a porre riparo ai misfatti, elle s’inacerbissero fino al

punto di punire di morte. Ma, per dirla in brevi parole, ella è stolta

cosa il credere che le leggi o il timore di ogni più grandissimo male

ritenga l’uomo dall’errare, allorchè vel trascina una irresistibile

natura»[52].

=6.=—Il delitto, allo stadio di sviluppo, si trasmuta in forza

specifica del complesso organismo individuale. Gli elementi, innanzi

discorsi, concorrono tutti insieme, o in parte, a plasmare il nuovo

essere, che, differenziandosi, prende il suo posto di dinamica sociale

col causare effetti disorganizzatori del concetto etico e giuridico di

ordine. La nuova personalità può percorrere tutti i gradi ascendenti

di integrazione anomala, dal più basso, a cui appartiene il crimine

per assenza ereditaria di controstimoli e per deficienza di attività

intellettuale, al più alto rappresentato dal delitto geniale, preparato

ed accompagnato dal proteiforme corteggio di astuzia, di riflessione,

di tradimento, di insidia: onde più grande sorge il pericolo sociale

e più urgente l’obbligo di prevenzione e di repressione. Accetto la

teorica del _delitto naturale_ escogitata dal Garofalo, consistente in

un fatto nocivo dei sentimenti altruisti elementari, la _pietà_ e la

_probità_. Ma, a dir vero, simile teorica, tuttochè scientificamente

sostenibile, non ha che valore puramente metodico; essa, limitandosi

alla parte sopra tutto emotiva dell’azione criminosa, ne trascura

i rimanenti fattori psicofisici, che, organizzandosi, per tendenze

ereditarie o attitudini acquisite, si assommano in intimo meccanismo

individuale, con equivalenza e funzionamento di speciale energia.

Il meglio che sia possibile ci adopreremo di rendere vieppiù evidente

il nostro pensiero; il che faremo col ricorrere a qualche esempio

che possegga la virtù di metterci sott’occhio in forma vivente e

drammatica quanto la scienza ci apprende. Nè ad altro sussidio potremo

più opportunamente far capo che all’arte, la quale, come ben dimostrò

l’Alimena, si accompagna con la scienza: ad ogni manifestazione

scientifica, come ad ogni manifestazione sociale, corrisponde una

parallela manifestazione artistica. E questo parallelismo non è nuovo,

poichè esso è inerente alla natura umana; per cui, dato un problema,

il quale, per così dire, acquista tanto volume da occupare buona

parte dell’aria che si respira, ciascheduno deve assorbirne una parte,

e, alla sua volta, la comunica agli altri, secondo le sue proprie

attitudini[53].

Esamineremo Riccardo III di Shakspeare con uguale intento pratico ed

esito abbastanza proficuo onde esaminammo Macbeth del medesimo, i

Masnadieri di Schiller ed alcuni drammi di Ibsen. Per penetrare nei

profondi ed oscuri abissi del cuore umano non havvi guida più fida che

i lumi prestatici dall’arte, e, chi sappia servirsene, renderà più

evidenti e sicure delle norme il cui valore altamente scientifico o non

è, di per sè, bene appreso, o lascia sempre incancellabili tracce di

dubbio.

=7.=—Iago e Riccardo III—scrive l’Alimena—sono i delinquenti

per eccellenza: in essi, cercheremmo invano la più lieve orma di

rimorso[54].

Non siamo interamente d’accordo; poichè, se Iago ordisce, pari ad un

freddo ed abile giuocatore di scacchi, insidie all’altrui felicità, per

odio e gelosia dell’altrui grandezza, non mostra di sentire l’impulso

cieco aberrante del delitto: in lui la dissoluzione si arresta alla

sfera della vita morale.

Riccardo III, invece, trova i germi di rassomiglianza nei grandi

delinquenti del teatro tragico greco, in Egisto specialmente, e fu il

modello cui ebbe presente Schiller nell’ideare Francesco dei Moor,

questo tipo di criminale tra l’istintivo, il pazzo e l’impulsivo,

rimasto famoso per chi ne comprenda l’importanza profondamente

artistica e scientifica.

Riccardo III anche lui ha fondo ereditario degenerativo; il suo corpo,

la sua anima troppo si rassomigliano. Egli, ruvidamente sbozzato, ha

il viso asimmetrico; è deforme, zoppo, ridicolo nell’incesso: lo sa, e

non osa rimirarsi allo specchio. Ma sa puranco di avere a disposizione

una grande potenza malefica; e, poichè non gli è dato godere come

gli altri, fa proposito di divenire uno scellerato e abborrire i

frivoli diletti. Comincia l’infame vita di delinquente con l’uccidere

Enrico VI; indi passa all’uccisione del di lui figlio Eduardo di

Galles. Geloso del fratello Clarenza, usa insidiose macchinazioni

per farlo venire in disgrazia del re e chiudere in prigione. La

sua anima demoniaca è tutta palese fin dal principio dell’azione

drammatica: Shakspeare, presentandolo intero nella sua mostruosità,

ottiene l’effetto desiderato, di colpire la fantasia e di eccitare la

riflessione a sprofondarsi nell’abisso dei misteri del cuore umano.

Siamo alla scena II dell’atto primo: si vede giungere un corteggio

funebre; il corpo del re Enrico VI è portato in un feretro scoperto.

Lady Anna, in gramaglia, lo accompagna e, versando amare lagrime, lo

compiange ricordando il suo sposo Eduardo caduto vittima dalla stessa

mano omicida di Riccardo. Costui si avvicina ed ordina che il feretro

sia deposto: Anna lo redarguisce, lo insulta, gli ricorda il duplice

assassinio, di Enrico e di Eduardo; dapprima egli nega, poi confessa

con cinismo ributtante. Al ricordo, fatto da Anna, della virtù dello

sposo, risponde, con scherno, dapprima che fosse tanto più degno del

re del cielo che lo possiede; e poscia: riconoscente mi sia di averlo

inviato in cielo, più adatto egli era a quel luogo che alla terra!

Anna maggiormente se ne duole e lo maledice; ma qui avviene qualche

cosa che davvero sorprenderebbe se la scienza non ci venisse in

aiuto. L’energia criminosa è sommamente suggestiva: ce lo dimostra la

psicologia dei _meneurs_, dominatori della folla delinquente; ce lo

mostra l’esperienza di grandi malfattori dal fascino irresistibile nel

destare ogni forma di passione nell’animo di persone che furono loro

a contatto: Musolino conquistatore della protezione, della simpatia e

dell’amore di donne di ogni ceto n’è esempio recente. Ebbene, avviene

l’istesso per Riccardo: alla presenza d’un feretro, egli osa tentare

il cuore di Anna; costei, dapprima sorpresa, poi renitente, in ultimo

dubitante, finisce col cedere e col dare una promessa che era speranza

di favorevole condiscendenza. Riccardo se ne meraviglia: Che!—egli

esclama—Io che le uccisi lo sposo e il padre, trovarla nell’impeto del

suo odio, colle maledizioni alla bocca, le lagrime agli occhi, accanto

al testimonio sanguinoso che eccitava la sua vendetta, e in onta del

cielo, della sua coscienza e di quel feretro..... io, senz’alcun amico

che secondasse le mie preghiere, senza altro sussidio che l’inferno e

i _miei sguardi diabolici_, vincerla? Sì, giuoco il mondo contro nulla,

ch’ella è mia»[55].

Il colloquio con Margherita[56], l’infelice vedova di Enrico VI,

è improntato ad un senso di ironia e di scherno, indice della

insensibilità morale dell’omicida; anche il sentimento di gratitudine

è messo in dileggio. Rimasto solo, Riccardo confessa a sè stesso le

proprie colpe, le segrete tristizie che andava ordendo e che egli

poneva a conto altrui. Fa porre in carcere Clarenza, e lo compiange,

a suo dire, innanzi a molti stolti, quali sono Stanley, Hastings e

Buckingham, sostenendo che la regina e la sua famiglia inveleniscano

il re contro suo fratello. «Questo essi credono e quindi mi esortano

a vendicarmi di Riverys e di Grey; senonchè allora io gemo e con un

brano di scrittura dico ad essi che Dio ci impone di fare il bene per

il male. Così è che io cuopro la mia perfidia col manto di quell’antica

e strana morale, tolta dai libri sacri, e rassembro un santo allorchè

recito le parti del demonio!»[57]. Allorchè la energia criminosa

perviene a sistemarsi, convertendosi in potere specifico, atteggia

tutta intera la coscienza, imprimendo la efficacia sui sentimenti,

le idee, i convincimenti, i propositi: la serietà dei controstimoli

morali, perdendo qualsiasi valore, è motivo di ridicolo; appunto

perchè, avendo l’etica la sanzione nelle migliori attitudini dell’uomo

a conformarsi ad intenti di ordine, se queste attitudini mancano, i

sacrificî, che altri faccia del proprio benessere per l’altrui, non

ha significato; onde l’ironico compatimento per azioni le quali si

informano ad illusioni di menti deboli e vinte da pregiudizî.

Lo schernire e mettere in dileggio le credenze, le abitudini, che altri

predilige in adempimento di dovere religioso o morale e che abbiano

scopi altruisti, è segno di malferma coscienza etica e di inclinazioni

poco adatte ad opere lodevoli. La delinquenza innalza il culto alle

sue divinità sugli altari da cui ha scacciato financo il ricordo del

rispetto alla morale: il contrasto perenne, che ne promana, tra

le sue opere ed i sentimenti e le idee della comune degli uomini o

è incentivo a nascondere, sotto la maschera della astuzia e della

simulazione, l’interno pervertimento, o, se non si teme la immanenza di

minacce della legge, è fonte di scherno e di dileggio che ora traspare

evidente nel gergo adoperato da’ malfattori, ora è perpetuato in segni

e figure strane del tatuaggio. Chi ha pratica con grandi delinquenti

sa da quanto scetticismo è circondata la loro condotta nei minimi

atti della vita. Musolino mostrò divertirsi della requisitoria del

Pubblico Ministero; P., famoso in un’associazione a delinquere della

mia provincia, tante e tante volte recidivo in reati di sangue, da

me difeso, mi confessò di non sapersi ancora persuadere del perchè i

magistrati qualificassero le sue azioni per riprovevoli, mentre egli

aveva fatto quello che nessuno avrebbe saputo e potuto fare, poichè

impotente a farlo!—Il male ha grandi risorse nella coscienza del

proprio potere: il mezzo migliore per combatterlo è di diminuire le

lusinghe e le speranze che di questo potere sono l’ordinario corteggio;

ma ciò torna impossibile fin quando la società non sostituisce, e ne

vedremo il perchè ed il come, all’unica sanzione della pena, altri

mezzi che, in date evenienze, abbattono il male attaccandolo alle

radici.

Riccardo—sulla china del delitto—non sente neanche il dubbio ad

arrestarsi: egli chiama a sè due sgherri cui commette il mandato di

uccidere il povero Clarenza. Il dialogo, tra’ tre malfattori, procede

rapido, incisivo; l’idea del delitto infiamma vieppiù mandante e

sicarî: Riccardo, licenziandoli, dice: «I vostri occhi versano folgori

quando quelli dei pazzi spargono pianti. Vi amo, garzoni; all’opera,

presto; ite, ite, affrettatevi»[58].

Clarenza fu trucidato, nè Riccardo è pago di sua morte; egli sentivasi

così sprofondato nel sangue che un delitto dovea richiamar l’altro.

Nè è a meravigliarsi; per lui il delitto era il prodotto spontaneo di

tempra morale sortita dalla culla, non modificata dall’età o dalla

educazione. La duchessa di York, di lui madre, gli dice: «No, per la

santa croce, tu ben sai che venisti sulla terra per far della terra

l’inferno mio. La tua nascita fu un peso doloroso per me: bieca e

caparbia fu la tua infanzia; la tua adolescenza violenta, selvaggia,

forsennata; la giovinezza scapigliata, cupida, temeraria. Nell’età

matura divenisti altero, astuto, dissimulato, sanguinario, meno fiero,

ma più pericoloso, carezzevole mentre odiavi»[59].

Alleatosi con Buckingham, triste e remissivo consigliere, Riccardo fa

uccidere coloro che avrebbero potuto ostacolare le mire di assorgere

al trono, Rivers, Grey, Waugan, Hastings: temendo di affrontare

la responsabilità di sì riprovevole condotta, innanzi la pubblica

opinione, trova complici che ne mistificano le notizie, ne coonestano

gli eventi. Malleabile, simulatore e dissimulatore in pari tempo,

mentre medita la morte del legittimo erede al trono, si circonda

di religiosi, piega il capo con l’umile posa di uomo contrito e

pietoso. Pregato—a sua istanza e sollecitazione—di accettare il

trono d’Inghilterra, si scusa, rinunzia; in apparenza costretto,

pienamente accetta. Anna, la vedova dell’ucciso Eduardo, è richiamata

alla promessa di addivenire sua moglie: ella, tra i tristi ricordi

del passato e le maledizioni, che erompono veementi di sua bocca,

subisce tuttavia l’effetto suggestivo delle _melate parole_ di lui,

e cede, pur sapendo che e’ l’odia a cagione del padre, Warwick, e

che fra breve debba da lei disciogliersi. Salito sul trono, ricorre

alla mano del sicario Tyrrel per far trucidare i figli del fratello,

calunniandoli per bastardi: uccide la moglie Anna, per sposare la

figlia del fratello; insospettito di Buckingham, gli nega il premio

della cooperazione in tante opere di scelleraggini. Costui si ribella,

ma arrestato è messo a morte.

Il dramma di sangue procede alla fine: un esercito, capitanato da

Richmond, si avanza contro l’infame usurpatore; costui si prepara

a resistere, ma sente di essere impari alla impresa. L’anima del

criminale, dopo di essere ascesa all’apice del maleficio, comincia a

dissolversi sotto il peso della propria ambizione soddisfatta. Mentre

pel passato non un rimpianto, non un solco di rimorso lasciavan

dietro di sè gli inumani delitti, la compagine morale di Riccardo, al

primo urto di imminenti pericoli, va in frantumi, e dal fondo buio

misterioso del suo interno vien su il cumulo di controstimoli morali,

la cui forza era stata repressa dal sovrapposto e saldo strato di

degenerata coscienza. La fantasia, turbata dall’insorgere di morbosi

sentimenti, diffonde una triste luce su quell’anima tenebrosa: cadono

le lusinghe, le ardite speranze, e su quel cuore deserto giganteggia

minaccioso il dubbio. L’io, la coscienza perdono l’equilibro; le

energie si disorganizzano, e l’uomo dal freddo scetticismo è in preda

al ribollimento incomposto di timori e di preoccupazioni manifestate

in un vero accesso di delirio. Leggasi il soliloquio nella tenda, pria

della battaglia, dopo l’apparizione, in sogno, degli spettri delle

persone trucidate, e si avrà una pagina di profonda psicologia dello

stadio di dissoluzione dell’anima del criminale. Nel primo momento

evvi la sorpresa di insolite rappresentazioni: l’idea di imprevista

sventura, esercitando forte e repentina scossa sulla compagine della

coscienza, eccita lo strazio del rimorso: Riccardo esclama: e Datemi

un altro cavallo ... fasciate le mie ferite ... abbi pietà, Gesù!...

Silenzio, ho soltanto sognato—Oh rea coscienza, come mi strazî!... Le

lampade mandano raggi azzurri ... È la morta ora della mezzanotte ...

Fredde goccie spremute dal terrore stanno sulla mia carne tremante»[60].

L’io, disgregato, si sdoppia e si prospetta alla mente personeggiato

in duplice immagine: le due coscienze per un momento acquistano

opposta omogeneità; il contrasto dinamico di prevalenza si accentua

nell’antagonismo di ricordi del passato e di realtà del presente, e,

perdutosi il freno di arresto, le idee, i sentimenti si svolgono con

la fuga tumultuosa del delirante. «Che! Temo io me stesso? Qui non è

alcun altro; Riccardo ama Riccardo; io, son pure io ... È qui qualche

omicida? No; ... sì; io ci sono,.. allora si fugga ... Che! Da me

stesso? Efficace movente ... Come?... Per paura della mia vendetta ...

Oh? Di me, sopra di me? Oimè, io amo me stesso»[61].—Finalmente,

nel turbinìo della mente, la coscienza riacquista un certo equilibrio

instabile: il passato s’integra col presente e l’uomo, giudicando sè

medesimo, si prevale, in parte, delle proprie energie e si accascia

sotto il peso d’una realtà tenuta nascosta per forza di abituale

dissimulazione.

«Perchè? Per qualche bene ch’io stesso abbia a me stesso fatto? No,

sciagurato, mi abborro piuttosto per opere ree da me concepite. Io

sono uno scellerato ... No, mento, tale non sono ... Insensato, di’

bene di te ... Insensato, non adularti. La mia coscienza ha mille

lingue, ed ognuna di esse ha il suo racconto, ed ogni racconto mi

condanna come uno scellerato. Lo spergiuro, lo spergiuro, al sommo

grado; l’omicidio, il crudele omicidio, in tutta la sua efferatezza;

tutti i delitti, praticati tutti nelle loro varie forme, si accalcano

alla sbarra gridando: Colpevole! colpevole! Mi è forza disperare

...»[62].—L’isolamento dell’animo porta lo sconforto; l’ambizione,

perduta l’aureola delle intime risorse, cade abbattuta dinanzi al

minimo ostacolo; l’annichilimento dello spirito, ultimo termine di

dissoluzione affettiva, paralizza la forza del volere e l’anima si

spegne nel doloroso rimpianto d’una pietà che si sa di non meritare.

«Nessuno mi ama e, se muoio, nessuno mi rimpiangerà..... In effetto,

perchè lo farebbero? Dacchè io stesso in me non trovo alcuna pietà per

me ... Mi parve che le anime di tutti coloro che ho trucidato venissero

nella mia tenda e che ognuno minacciasse per dimani vendetta sulla

testa di Riccardo»[63].

Passata l’onda tempestosa del rimordente delirio, ritorna, con la calma

dello spirito, la insensibilità, lo scetticismo. In Riccardo la psiche

criminosa è, come dicemmo, solidamente organizzata; la propensione al

delitto ha la scaturigine nel sentimento di orgoglio, nella speranza

di soddisfare la sfrenata ambizione d’un regno. Non manca perciò la

tenacia delle imprese, il coraggio di eseguirle. Ed i propositi rei,

tuttochè alle volte impulsivi, si fondano in convincimenti, che hanno

modificato completamente l’interno ambiente morale. La fortezza di

propositi e la tempra salda di carattere pel criminale evoluto son

suffragate dal disprezzo di principî direttivi della comune condotta;

egli sente di impersonare una forza che fa eccezione in mezzo ai

simili, e se ne vanta e si adopra di conservarne la dignità, aureola

di luce fosca e di triste augurio. «La coscienza—egli dice—è parola

che adoprano i codardi, inventata per tenere i forti in rispetto; le

nostre nodose braccia siano la nostra coscienza; le nostre spade siano

la nostra legge»[64].

Francesco Moor, sorpreso dall’estremo pericolo, presso a soccombere

vittima dell’imperversare di furibondi nemici, trema, si dispera,

finisce col suicidio. In lui la degenerazione fisica avea il

sopravvento sulle tendenze morali; epperò, di fronte al pericolo, il

coraggio mancò, per dar luogo allo estremo sussidio di animo debole e

disperato, il suicidio. Riccardo, per esuberante combattività, trova

in sè la leva di coraggio e di audacia; pugna e cade sul campo di

battaglia, incontrando la fine degna di ben altra sorte!

Psicologia criminale · 第 21 / 59 题